lunedì 22 settembre 2025

Il giardino della grammatica – La favola dei pronomi birichini e del verbo saggio

 

Nel cuore del Giardino della Grammatica, tra le aiuole profumate dei Verbi e le fontane scintillanti dei Nomi, viveva una banda vivace e imprevedibile: i Pronomi Birichini. Erano piccoli, agili, e amavano giocare a 'nasconderello' tra le frasi. Nessuno li vedeva arrivare, ma tutti sentivano il loro effetto: bastava un “io” o un “tu” per cambiare il senso di un’intera proposizione.

Io, il capo del gruppo, era vanitoso e sempre al centro dell’attenzione. Si pavoneggiava tra le frasi principali, convinto che senza di lui nulla potesse iniziare. Tu era curioso e ficcanaso, sempre pronto a fare domande e a infilarsi nei dialoghi più accesi. Lui e Lei si divertivano a cambiare posto con Egli e Ella, confondendo i poeti e facendo impazzire gli studenti. Noi e Voi erano gli organizzatori delle feste grammaticali, dove tutti si sentivano inclusi, anche gli articoli più timidi. Loro, invece, erano misteriosi: si presentavano solo all'occorrenza, poi sparivano tra le virgole e i punti e virgola.

Un giorno, il saggio verbo Essere, personalità autorevole e rispettata da tutte le parti del discorso, li convocò sotto il grande albero della Sintassi. Le sue radici affondavano nella Storia della Lingua, e le sue foglie erano fatte di congiunzioni e avverbi.

«Pronomi», disse con voce grave, «siete indispensabili, ma ultimamente fate troppi scherzi. Le frasi non si capiscono più! I testi scolastici sembrano indovinelli, e persino i poeti si lamentano.»

Io sbuffò: «Ma noi rendiamo tutto più veloce!» Tu rise: «E più divertente!» Lui si nascose dietro una virgola, mentre Lei faceva l’occhiolino a un aggettivo possessivo. Noi proposero una soluzione: «Facciamo un patto. Continueremo a giocare, ma con regole chiare. Ogni frase ci userà solo se ci capisce davvero.»

Poi, con tono più serio, Io aggiunse: «Noi non siamo solo parole. Siamo il cuore del dialogo. Senza di noi, le frasi non saprebbero a chi rivolgersi.» Tu annuì: «Vogliamo rendere il linguaggio vivo. Non solo corretto, ma sentito. Vogliamo che ogni “io” sia un’identità, ogni “tu” un invito, ogni “noi” una condivisione.»

Il saggio Essere sorrise: «Allora il vostro gioco ha uno scopo. Continuate, ma fate in modo che ogni frase parli davvero a qualcuno.»

Da quel giorno, i Pronomi Birichini continuarono a saltellare tra le proposizioni, ma con più rispetto. Le frasi divennero più armoniose, i testi più comprensibili, e il linguaggio, grazie a loro, più fluido, più umano, più vicino.

E se oggi, leggendo o scrivendo, ti capita di sorridere per un “noi” ben piazzato o un “tu” che ti parla direttamente… forse è merito loro. I Pronomi Birichini non hanno smesso di giocare. Hanno solo imparato a farlo con grazia.












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"Caffista": il mestiere che mancava - Quando il linguaggio rincorre la realtà


I
n Italia, ogni anno milioni di cittadini si rivolgono ai CAF - Centri di Assistenza Fiscale - per compilare l’ISEE, trasmettere la dichiarazione dei redditi, gestire successioni, bonus, pensioni, pratiche INPS e INAIL. I CAF sono diventati snodi vitali della burocrazia quotidiana, eppure il linguaggio non ha ancora dato un nome specifico a chi vi lavora. Si parla genericamente di “operatori”, “impiegati”, “addetti”, ma nessuno di questi termini coglie con precisione la funzione svolta.

Proponiamo, dunque, il neologismo caffista: parola agile, trasparente, morfologicamente coerente con la tradizione italiana (commercialistagiornalistaecc.), e semanticamente centrata. Il caffista è colui o colei che lavora in un CAF, gestendo pratiche fiscali e previdenziali per conto dell’utenza. Non è un consulente tributario né un semplice addetto allo sportello: è un mediatore tra cittadino e sistema, un interprete della norma, un risolutore di moduli.

Il termine nasce dalla fusione della sigla CAF con il suffisso “-ista” che designa chi esercita una determinata attività, professione o aderisce a un ambito di pensiero. Il raddoppiamento della F (caffista, anziché cafista) è motivato da esigenze fonetiche: garantisce una pronuncia più fluida e naturale, evitando l’ambiguità o la durezza di cafista, che potrebbe essere percepito come cacofonico o incerto.

La forza della neoformazione sta nella chiarezza: caffista dice subito chi è e cosa fa. È una parola che si pronuncia con naturalezza, si declina senza ambiguità, e può essere impiegata anche in funzione attributiva: servizio caffistaassistenza caffistasportello caffista.

In un’epoca in cui la burocrazia è sempre più digitale ma non sempre più comprensibile, il caffista è figura chiave per garantire accesso, equità e orientamento. Dare un nome a questa professione significa riconoscerne il valore, legittimarne la funzione, e restituire dignità linguistica a chi ogni giorno traduce la complessità in operatività.

Eventuale lemmatizzazione:

caffista /cafˈfis.ta/ s.m. e f. (pl. caffisti) – Impiegato o operatore di un CAF (Centro di Assistenza Fiscale), incaricato di assistere i cittadini nella compilazione, trasmissione e gestione di pratiche fiscali, previdenziali e amministrative. Etim. sigla CAF + suff. -ista, con raddoppiamento fonetico della F per miglior fluidità e pronuncia. Uso tecnico-descrittivo in ambito burocratico e fiscale.

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Navigando in Rete ci siamo imbattuti in "caffista" con un significato totalmente diverso da quello proposto.  La neoformazione si potrebbe ritenere, pertanto, un neologismo semantico. Si veda qui.









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La lingua “biforcuta” della stampa

Guerra Ucraina - Russia, le news. Trump: “Aiuteremo a difendere la Polonia in caso di escalation russa”

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Il verbo aiutare regge, di norma, un complemento oggetto, non una proposizione con a + infinito. A parte gli anglismi, il titolo corretto, in buona lingua italiana: Trump: “Aiuteremo la Polonia a difendersi in caso di escalation da parte della Russia”.  

domenica 21 settembre 2025

Sgroi – 204 - PAPA LEONE XIV TRA ITALIANO E SPAGNOLO

 


di Salvatore Claudio Sgroi

1. Papa Leone XIV anglo-americanofono

Essendo l’anglo-americano la lingua materna di Papa Leone XIV, è normale che nell’italiano da lui parlato affiorino delle interferenze, non solo riguardo all’intonazione, ma anche riguardo alla morfologia, alla sintassi e al lessico, peraltro contenute, come abbiamo di recente indicato nel nostro Le parole di Papa Francesco e le prime parole di Papa Leone XIV (Libreriauniversitaria.it edizioni 2025, pp. 414-15).


2. Papa Leone XIV ispanofono

Ma i suoi vent’anni trascorsi in Perù e la competenza dello spagnolo lì conseguito, senza dire della madre Mildred (Milly) Angez Martinez (1911-1990), creola, hanno lasciato tracce anche nel suo italiano, in conseguenza della vicinanza strutturale e genetica delle due lingue. Senza riprendere gli esempi al riguardo indicati nel citato vol. pp. 415-16, segnaliamo un recentissimo esempio fonologico.


3. “Coniùgano” in bocca a Papa Leone XIV

Sabato 20 sett. 2025, papa Leone XIV in RAI-1 12h50 leggendo, a un certo punto, ha detto: “coniùgano” sdrucciolo (anziché “còniugano”, bisdrucciolo), analogamente agli ess. di Papa Francesco (si interrògano, mormòrano, insanguìnano, fabbrìcano, esaminati nel cap. XVIII, del citato vol.).


4. Lo zampino dell’anglo-americano o dello spagnolo?

L’influenza dell’anglo-americano è da scartare in quanto conjugate ha l’accento sulla prima sillaba /’kɒndʒʊgeıt/ come in italiano.

Sembra invece da invocare piuttosto lo spagnolo conjugan data la sua vicinanza con l’it. còniugano. Secondo una restrizione fonologica dello spagnolo l’accento cade infatti sull’ultima sillaba della radice conjug-an, ovvero nelle forme rizotoniche l'accento può trovarsi solo nell’ultima sillaba della radice, da qui l’it. coniùg-ano.


SOMMARIO

1. Papa Leone XIV anglo-americanofono

2. Papa Leone XIV ispanofono

3. “Coniùgano” in bocca a Papa Leone XIV

4. Lo zampino dell’anglo-americano o dello spagnolo?












sabato 20 settembre 2025

Punto e virgolette: chi comanda davvero?

 

Nel panorama della punteggiatura italiana, uno degli snodi più delicati riguarda l’uso del punto in relazione alle virgolette. È una questione che, pur sembrando marginale, incide profondamente sulla chiarezza, sull’eleganza e sulla correttezza formale di un testo. Capita spesso, infatti, di imbattersi in frasi che si chiudono con una citazione o un dialogo, e di chiedersi: il punto va dentro o fuori delle virgolette? E se la frase prosegue dopo la citazione, occorre ripetere il punto? In queste noterelle cercheremo la risposta che, come vedremo, dipende dalla funzione che la citazione svolge all’interno della frase.

Quando una citazione costituisce una frase completa e autonoma, il punto finale va dentro le virgolette. Non si aggiunge alcun segno di punteggiatura dopo la chiusura, perché la frase è già conclusa. Esempio:

Giovanni esclamò: “Non ci posso credere.”

In questo caso la citazione è una frase compiuta, e il punto che la chiude si colloca prima della chiusura delle virgolette. Non è necessario, né corretto, aggiungere un secondo punto dopo le virgolette.

Diverso è il caso in cui la citazione sia inserita all’interno di una frase più ampia, senza costituire un periodo autonomo. In tal caso, il punto finale della frase va fuori delle virgolette, mentre all’interno si può trovare una virgola, nessun segno, o eventualmente un punto interrogativo o esclamativo se pertinente. Esempio:

Maria disse che “non sarebbe venuta domani”.

Qui la citazione è parte integrante della frase, e il punto che chiude il periodo si colloca dopo le virgolette. Non si ripete il punto all’interno, perché la citazione non è una frase autonoma.

Un altro caso frequente riguarda i dialoghi o le citazioni seguite da una proposizione narrativa. Se la citazione è una frase completa ma la narrazione prosegue con un complemento come “disse Mario”, non si usa il punto per chiudere la citazione, ma una virgola dentro le virgolette. Esempio: “Domani non verrò,” disse Mario con tono deciso. Se invece si vuole chiudere la citazione con un punto, la proposizione narrativa va separata: Esempio alternativo: “Domani non verrò.” Mario lo disse con tono deciso (e in questo caso dopo le virgolette non si ripete il punto).

Attenzione anche ai segni forti come il punto interrogativo o esclamativo. Se la citazione termina con uno di questi, il segno va dentro le virgolette, e non si aggiunge nulla dopo, a meno che la frase non prosegua con un complemento. Esempio:

“Hai davvero intenzione di partire?” chiese Luca.

Qui il punto interrogativo chiude la citazione, e la frase prosegue con il verbo dichiarativo. Non si aggiunge un secondo punto dopo le virgolette.

In sintesi, il punto non si ripete mai dopo le virgolette. La sua posizione dipende dalla struttura sintattica: dentro se la citazione è una frase autonoma, fuori se è parte di una frase più ampia. E nei casi in cui la citazione precede un complemento dichiarativo, si usa la virgola dentro le virgolette, rinviando il punto alla fine del periodo.

La punteggiatura, come la musica, ha le sue pause e i suoi accenti. Saperli orchestrare con precisione è il segreto di una scrittura che respira, che persuade, che incanta.




Mi scuso per l'errore ortografico, "interrogativvo", che non posso correggere.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Sorpresa, a Torino spunta Nanni Moretti: sta girando il suo prossimo film

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Come può essere “prossimo” se lo sta girando?  

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Il generale Alberto Nastasia è il nuovo comando provinciale della guardia di finanza di Torino

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Per gli operatori dell’informazione “comando” o “comandante” è indifferente.

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Il racconto

Roma, una notte al mercato fuorilegge dove salmone e parmigiano si comprano con pochi euro

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Il mercato non è un bandito. Correttamente: mercato fuori legge vale a dire “fuori (della) legge”.  

ZINGARELI

fuo–ri–leg–ge
fuorilégge 🔊 / fworiˈleddʒe / o fuòri légge spec. nel sign. B
[ comp. di fuori e legge; calco sul fr. hors-la-loi, a sua volta calco sull'ingl. out-law ☼ 1842 ]

. m. e f. inv.

❖ chi agisce contro la legge

❖ bandito, brigante


B

anche agg. inv.: 

discarica fuori legge


A






venerdì 19 settembre 2025

Concorsi pubblici: nasce il 'guardacopiante'


Nel contesto dei concorsi pubblici, la sorveglianza durante le prove scritte è affidata a figure incaricate di garantire il regolare svolgimento dell’esame e di prevenire comportamenti illeciti, quali la copiatura o la comunicazione tra candidati. Sebbene tali personaggi siano spesso definiti in modo generico come “sorveglianti” o “commissari d’aula”, si avverte l’esigenza di una denominazione più specifica, che identifichi con precisione la funzione esercitata in relazione all’atto del copiare.

Il neologismo guardacopiante risponde a tale esigenza, proponendosi come termine composito di immediata trasparenza semantica. Derivato dalla fusione di guardare e copiante (participio presente di copiare), esso designa l’individuo preposto al controllo visivo dei candidati con l’obiettivo di impedire la riproduzione non autorizzata di contenuti durante la prova. La sua applicazione si estende a contesti amministrativi, scolastici e giornalistici, laddove si intenda descrivere con precisione il ruolo operativo di chi vigila sull’integrità della prova scritta.

In testi regolamentari o descrittivi, il termine può comparire in enunciati quali: “Durante la prova scritta, ogni aula era presidiata da due guardacopianti”, oppure “Il regolamento prevede la presenza di almeno un guardacopiante per ogni venti candidati”. In ambito scolastico, si potrebbe affermare che “la funzione del guardacopiante è distinta da quella del docente somministratore”.

Il sostantivo è invariabile nel genere (il guardacopiante, la guardacopiante) e regolare nel numero (i guardacopianti). Può essere impiegato anche in funzione attributiva: presenza guardacopiante, sorveglianza guardacopiante, protocollo guardacopiante. Data la chiarezza morfologica e la pertinenza funzionale, il termine risulta candidabile alla lemmatizzazione nei vocabolari dell’uso contemporaneo della lingua italiana.

guardacopiante /ɡuar.da.coˈpjante/ s.m. (pl. guardacopianti) – Persona incaricata di sorvegliare i candidati durante una prova scritta, con l’obiettivo di prevenire atti di copiatura o comunicazione non autorizzata. Etim. comp. di guardare e copiante (part. pres. di copiare). Uso tecnico-descrittivo in ambito concorsuale e scolastico.




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Il verbo che libera, il verbo che scorre
 


N
el vasto repertorio della lingua italiana, esistono coppie di verbi che si sfiorano semanticamente, si rincorrono nei contesti d’uso, ma non si sovrappongono del tutto. Sturare e sgorgare ne sono un esempio emblematico: non sinonimi, ma affini, talvolta intercambiabili, più spesso distinti da una sottile ma significativa differenza di campo semantico e di azione.

Entrambi evocano la rimozione di un blocco, il ripristino di un passaggio, ma lo fanno con prospettive diverse. Sturare è il verbo generico, il gesto risolutivo che libera un’apertura ostruita, qualunque essa sia. Sgorgare, invece, è il verbo fluido, che riguarda esclusivamente il deflusso di liquidi da un condotto ostruito.

L’etimologia ci aiuta a comprendere la distinzione. Sturare deriva da turare, con il prefisso privativo s- che ne capovolge il significato: togliere ciò che è stato messo a chiusura. Da qui la sua versatilità: si può sturare una bottiglia di spumante per festeggiare, sturare un orecchio dal cerume, o persino sturare un naso congestionato. Il verbo si adatta a ogni contesto in cui un’apertura è stata chiusa, sia essa fisica, organica o meccanica.

Sgorgare, invece, deriva da gorgo, termine che indica un vortice d’acqua, un punto profondo in cui il liquido si raccoglie e ribolle. Il prefisso s- (dal latino ex-) suggerisce l’uscita da quel luogo di accumulo. Sgorgare è dunque il verbo che descrive il fluire impetuoso di un liquido verso l’esterno, il suo liberarsi da un ostacolo. Si usa per descrivere il momento in cui un lavandino intasato torna a funzionare, o quando un torrente, liberato dal ghiaccio, riprende a scorrere. È per questo che si può dire: ho chiamato l’idraulico per sgorgare il lavandino, oppure il fiume, dopo il disgelo, ha sgorgato l’alveo ostruito. Ma non si può sgorgare una bottiglia o un orecchio, perché l’azione si concentra unicamente sulla dinamica dei fluidi.

La differenza tra i due verbi risiede nel tipo di blocco e nella natura dell’oggetto coinvolto. Se l’obiettivo è rimuovere un’ostruzione generica, si usa sturare. Se invece si vuole ripristinare il flusso di un liquido in un condotto, il verbo corretto è sgorgare. Ecco perché si dice: il medico mi ha sturato l’orecchio dal cerume, e non “me l’ha sgorgato”.

Sturare è il verbo dell’atto risolutivo, sgorgare quello del fluire ritrovato. Entrambi raccontano una liberazione, ma con accenti diversi: uno meccanico, l’altro idraulico. E come spesso accade nella lingua, la precisione lessicale è anche una forma di rispetto per la realtà che si descrive.

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    Chi non stura, si turba. Il blocco non è solo fisico, ma anche mentale. 

    Meglio un lavandino che sgorga che mille parole che ristagnano. La fluidità è sempre preferibile all’accumulo.

    Quando il cuore sgorga, non serve sturarlo. Per momenti di commozione o confessione.

    Stura oggi, sgorga domani. La pazienza del risolutore: prima si agisce, poi si vede il risultato.

    Chi sgorga senza sturare, ha trovato la via nascosta. Per i saggi che risolvono senza sforzo apparente.





 


mercoledì 17 settembre 2025

Sgroi - 203 - Le parole di Papa Francesco e le prime parole di Papa Leone XIV

 

Sgroi propone un’analisi “laica” e descrittivista (ovvero antipurista) dell’italiano di papa Francesco, variegato di interferenze col suo nativo ispano-argentino, a tutto vantaggio di chi voglia riflettere sui meccanismi di funzionamento e sui processi di mutamento delle lingue. In 21 capp. si analizzano, tra l’altro,, gli ispanismi (europei e americani), gli euro-anglicismi senza trascurare altri “ doni” di altre lingue (francesismi, germanismi, russismi, lusismi, nipponismi, ecc., e ancora grecismi, ebraismi, aramaicismi e arabismi. Il cap. XX affronta il problema degli “Errori (presunti) di Papa Francesco”. Il tutto preceduto da capp. sulla poliglossia del Papa, la dialogicità dei suoi testi e su papa Francesco “linguista in erba”. Il cap. finale riguarda una primissima analisi della lingua del neo-pontefice Leone XIV.


INDICE

Presentazione di Michele Prandi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11

Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21

I. Papa Francesco poliglotta (e autobiografo) . . . . . . . . . . . . 23

II. Dialogicità di papa Francesco . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33

III. Papa Francesco linguista? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35

IV. Papa Francesco neologista . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43

V. La correttezza linguistica di papa Francesco . . . . . . . . . . . 55

1. Lo “scandalo papale”, p. 55 - 2. Papa Francesco italofono competente,

p. 55 - 3. Le scuse di papa Francesco, p. 56 - 4. Seminaristi

omosessuali sì o no?, p. 56 - 5. Etimo e storia del s.f. frociaggine, p. 57

6. Frocerìa, froscerìa, p. 57 - 7. Frociaggine o frocerìa?, p. 59 -

8. Ancora un sinonimo: checca, p. 59

VI.“Genocidio” dei palestinesi? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61

VII. I prestiti di papa Francesco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63

VIII. Calchi semantici e strutturali (spagnoli e sudamericani)

di papa Francesco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 117

IX. Papa Francesco e la “cocalizzazione” . . . . . . . . . . . . . . 149

1. La cocalizzazione bergogliana 2013, p. 149 - 2. La cocalizzazione

della medicina 1926, p. 149 - 3. La cocalizzazione ispanizzante

droga’ 2008, p. 150 - 4. La cocalizzazione sociologica 1955, p. 152 -

5. Cocalizzazione/cocacolizzazione, co-cacolizzazione dell’acqua, p.

154 - 6. Cocalizzazione ‘chiusura’, p. 155 - 7. Coca-Colonization

1949, p. 155 - 8. Etimo di cocalizzazione e co-cacolizzazione, p. 156

X. Papa Francesco e lo spagnolo sudamericano . . . . . . . . . . . 157

XI. Insanguare insanguinare’: ispanismo sudamericano? . . . . . . 219

1. Evento domenicale, p. 219 - 2. Attestazione marginale di insanguato

nella lessicografi a italiana , p. 219 - 3. Attestazione dello sp.

ensangrentar/ensangrar nella lessicografi a , p. 222 - 4. Conclusione,

p. 223 - 5. Addendum, p. 223

XII. Papa Francesco e gli euro-anglo-americanismi . . . . . . . . . 225

XIII. I casi di mettersi nelle scarpe di qn. e abusatore . . . . . . . . 299

1. Mettersi nelle scarpe di qn, p. 299 - 2. Abusatore, p. 300

XIV. Francesismi di papa Francesco . . . . . . . . . . . . . . . . . 303

XV. Prestiti dal tedesco con olandese e svedese, dal russo e

da altre lingue. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .317

1.Tedesco, p. 317 - 2. Russo, p. 321 - 3. Portoghese, p. 322

4. Giapponese, p. 323 - 5. Armeno, p. 324 - 6. Alia, p. 324

XVI. Grecismi di papa Francesco . . . . . . . . . . . . . . . . . . 329

1. Prestiti integrali, p. 329 - 2. Frasi, p. 351

XVII. Ebraismi, aramaicismi e arabismi . . . . . . . . . . . . . . . 361

1. Ebraico, p. 361 - 2. Aramaico, p. 370 - Arabo, p. 371

XVIII. Spagnolo superproparoxítono” vs italiano “bisdrucciolo” . 375

1. L’evento fonologico, p. 375 - 2. L’accentazione in spagnolo, p. 375

3. L’accentazione in italiano, p. 377 - 4. Un confronto strutturale:

spagn. “superproparoxítono” vs ital. “bisdrucciolo” (puro), p. 377

5. Restrizioni fonologiche dello spagnolo, p. 377

XIX. Un’analisi traduttiva: da papa Francesco, Spera a

papa Francisco, Esperanza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 379

1. Sudamericanismi, p. 379 - 2. Anglo-americanismi, p. 382 -

3. Francesismi, p. 384 - 4. Tedeschismi, p. 384 - 5. Russismi, p. 385 -

6. Nipponismi, p. 385 - 7. Alia, p. 385 - 8. Ebraismi e arabismi, p. 386

XX. Gli errori (presunti) di papa Francesco . . . . . . . . . . . . . 387

1. Punteggiatura, p. 387 - 2. Italiano neo-standard, p. 391 - 3. Italiano

diatopico?, p. 399 - 4. Italiano Popolare o interferenza con lo spagnolo?,

p. 403 - 5. Interferenza con lo spagnolo , p. 404 - 6. Formazione

delle parole, p. 407 - 7. Genere, p. 408

XXI. Papa Leone XIV: italofono tra anglo-americano, spagnolo

e francese . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 413

1. Un evento mondiale, p. 413 - 2. Neo-papa italofono anglo-americano,

p. 413 - 3. Gli “errori” di papa Leone XIV italofono, p. 414

- 4. Papa Leone XIV: papa “americano” o “statunitense”?, p. 417 -

5. Pronuncia ed etimo di Prevost, p. 418

Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 421

Indice delle parole selettivo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 433

Indice dei tecnicismi e delle nozioni . . . . . . . . . . . . . . . . . 465

Indice dei nomi propri. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 469


Strazio: anatomia di una ferita linguistica - Una parola che lacera, attraversa il corpo e l’anima, e lascia il dolore allo scoperto

 

Nel nostro tempo, il linguaggio del dolore sembra aver perso la lama. Si è fatto ovattato, smussato, anestetizzato dalla retorica del conforto. Eppure, alcune parole resistono. Non si piegano alla consolazione, non si lasciano addomesticare. Strazio è una di queste. Non è solo un vocabolo: è un’esperienza. Una fenditura nel tessuto della lingua, che rende visibile ciò che normalmente resta invisibile. Una parola che non descrive il dolore, lo squarcia. In queste noterelle, ne seguiamo la traiettoria: dalla carne all’anima, dalla tortura al tormento, dalla storia alla voce. Perché strazio non è solo ciò che si prova. È ciò che resta.

Alcune parole non si limitano a descrivere il dolore: lo incarnano. Strazio è una di queste. Non è solo un termine, ma un’esperienza linguistica che squarcia, che rende visibile ciò che normalmente resta invisibile: la sofferenza, la lacerazione, il tormento. È una parola che non consola, ma testimonia. E proprio per questo, è potente.

La sua origine è già un grido derivando dal latino distractio, da distrahĕre, “tirare in direzioni opposte”, “lacerare”, “smembrare”. Quando “è nato” il temine indicava la mutilazione fisica, lo squarcio del corpo, spesso come forma di tortura o supplizio. Ma nel passaggio dai supplizi medievali alla lingua moderna, il termine ha compiuto una trasmigrazione: dal corpo all’anima, dalla ferita visibile al dolore invisibile.

Oggi, straziarsi è un verbo che si coniuga soprattutto nel registro emotivo. Si può ancora parlare di “un corpo ridotto a uno strazio” in un contesto tragico: un incidente, una guerra, una scena di violenza estrema. Ma è più frequente incontrarlo nei territori dell’interiorità: “uno strazio indicibile”, “vivere nello strazio”, “fare strazio di sé”. In queste espressioni, il dolore non è solo intenso: è disordinato, frammentato, ingestibile. Come se l’anima stessa fosse fatta a pezzi.

Ecco alcuni esempi che chiariscono meglio l’uso:

  • La notizia ha fatto strazio del suo animo: il dolore è così profondo da devastare la persona.

    Vive nello strazio da mesi: una condizione di tormento continuo, senza tregua.

    Fare strazio di qualcosa: distruggere, sciupare, rovinare. Si può fare strazio di un’opera d’arte, di una lingua, di un sentimento.

Non mancano usi figurati più ironici o iperbolici, che giocano con la potenza del lessema: quel cantante fa strazio della melodia; la grammatica è stata fatta a strazio in quel tema. In questi casi, il verbo conserva la sua carica distruttiva, ma la applica a contesti meno tragici, quasi caricaturali.

Strazio è dunque una parola soglia: tra corpo e spirito, tra violenza e poesia, tra tragedia e ironia. È il linguaggio che si fa esperienza, e l’esperienza che cerca parole per dirsi. Usarla significa evocare non solo il dolore, ma la sua forma, la sua struttura, il suo impatto. È una parola che non si limita a raccontare: squarcia.

È interessante notare, per concludere queste noterelle, che il sintagma strazio compare già in Dante, nel X canto dell’Inferno, per descrivere la carneficina della battaglia di Montaperti: Lo strazio e ’l grande scempio / che fece l’Arbia colorata in rosso. Ma nel Trecento, fare strazio poteva anche significare dileggiare, umiliare: Petrarca lo usa per distinguere tra danno materiale e offesa morale. Oggi, il vocabolo conserva entrambe le anime: quella che lacera il corpo, e quella che dilania l’animo.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Il caso - Il professore israeliano dice che “L’Idf è l’esercito più pulito del mondo”. E il Politecnico di Torino lo caccia

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Ma quanto è “sporco” questo mondo!



martedì 16 settembre 2025

"Parlottismo": il rumore di fondo del discorso pubblico

 

Viviamo immersi in un mare di parole, ma quante di queste dicono davvero qualcosa? Il parlottismo è il nuovo nome per un vecchio vizio: parlare tanto, dire poco (o niente). Con queste noterelle proponiamo un neologismo ironico ma necessario, utile a smascherare la comunicazione vuota che infesta dibattiti, documenti e discorsi pubblici. Perché se non possiamo evitare il rumore, almeno impariamo a riconoscerlo.

In un tempo in cui la comunicazione è dappertutto, ma spesso priva di sostanza, si avverte il bisogno di dare un nome a un fenomeno linguistico e sociale sempre più diffuso: parlottismo. Il termine nasce da parlottare, che indica un parlare sommesso, indistinto, talvolta confuso. Ma in questa accezione, parlottismo si trasforma in qualcosa di più ampio e insidioso: è la tendenza a parlare o scrivere in modo vago, generico, inconcludente, spesso per riempire spazi comunicativi senza dire nulla di realmente significativo.

È il linguaggio che si ascolta nei dibattiti televisivi, dove si discute per ore senza arrivare a una sintesi. È il gergo aziendale che abbonda di parole come sinergia, proattività, visione strategica, ma che raramente chiarisce cosa si intenda fare. È il discorso politico che gira intorno ai problemi senza affrontarli. È, in sintesi, il rumore di fondo del nostro tempo. 

Questo modo di comunicare si annida in ogni dove. Nella politica, quando si afferma “stiamo lavorando per il bene del Paese” senza specificare come. Nella pubblicità, quando si promettono “soluzioni innovative per un futuro sostenibile” senza alcun contenuto concreto. Nel giornalismo, quando titoli come “Scoppia la polemica” o “Bufera sui social” alimentano il dibattito senza informare. Persino nella didattica, quando si spiegano concetti con circonlocuzioni che confondono più che chiarire.

Ecco allora che parlottismo diventa parola utile, necessaria, quasi urgente. Alcuni esempi d’uso potrebbero essere: “Il suo intervento era puro parlottismo: parole tante, nessuna idea.” Oppure: “Attenzione al parlottismo nei documenti ufficiali: rischia di svuotare il contenuto.” O ancora: “Il parlottismo è il nemico della chiarezza.”

Proporre parlottismo non è solo un esercizio linguistico, ma un invito alla consapevolezza. In un mondo saturo di parole, scegliere quelle giuste è un atto di responsabilità. Dare un nome al vuoto comunicativo è il primo passo per riempirlo di senso.

Eventuale lemmatizzazione:

parlottismo s. m. [der. di parlottare, col suff. -ismo, sul modello di termini che indicano tendenze o fenomeni collettivi].

  1. Modo di esprimersi caratterizzato da vaghezza, genericità e inconcludenza, volto più a occupare lo spazio comunicativo che a trasmettere contenuti significativi. Si manifesta in discorsi pubblici, testi scritti o interventi orali dove l’abbondanza verbale non corrisponde a una reale densità informativa.

  2. Fenomeno linguistico e sociale del nostro tempo, riconoscibile nell’uso reiterato di formule stereotipate, slogan, circonlocuzioni e termini astratti, spesso impiegati in ambiti quali la politica, la comunicazione aziendale, il giornalismo e la didattica. Il parlottismo si configura come rumore verbale, sintomo di una comunicazione inefficace e priva di sostanza.

  3. Strumento critico e metalinguistico, impiegato per identificare e denunciare pratiche discorsive che ostacolano la chiarezza e la trasparenza. Il termine, di conio recente e uso ironico, non ha intento offensivo, ma si propone come lente interpretativa per distinguere tra retorica sterile e contenuto autentico.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Franco Oppini: età, il divorzio con Alba Parietti, dove vive, il figlio Francesco, la passione con la compagna Ada Alberti

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Divorzio con Alba Parietti” è una formulazione impropria, per non dire errata: la preposizione con suggerisce un’azione condivisa o amichevole, mentre il divorzio è una separazione. Si divorzia da qualcuno, non con qualcuno.


 



 





lunedì 15 settembre 2025

Gestire è un gesto, non una professione o un mestiere

Il verbo gestire ha una radice che danza, letteralmente, tra le mani. Deriva dal latino gestus, participio passato di gerĕre, che significa “portare”, “compiere”, “manifestare con gesti”. In origine, dunque, gestire non aveva nulla (a) che vedere con l’amministrazione di un’azienda, la direzione di un progetto o la supervisione di un gruppo. Era un verbo corporeo, teatrale, espressivo: indicava l’atto di comunicare attraverso il corpo, di dare forma visibile al pensiero.

Nel suo significato più puro, gestire è l’arte del gesto. È il mimo che racconta una storia senza parole, è l’oratore che accompagna il discorso con le mani, è il bambino che, prima ancora di parlare, indica, mostra, esprime. È, in breve, il pensiero che prende forma nello spazio.

Eppure, nel linguaggio contemporaneo, gestire ha subito una metamorfosi semantica. Oggi lo si usa comunemente per indicare l’atto di dirigere, amministrare, controllare. Si “gestisce” un ristorante, un bilancio, una crisi, persino le emozioni. Ma questa accezione, per quanto diffusa, è figlia di un uso improprio, se non di un vero e proprio fraintendimento.

Dire “gestisco un’azienda” equivale, etimologicamente, a dire “faccio gesti con un’azienda”. Il che, a voler essere ironici, potrebbe descrivere certi imprenditori più inclini alla pantomima che alla strategia. Sul piano linguistico, dunque, l’uso è improprio: gestire non è dirigere, non è amministrare, non è controllare. È esprimere, manifestare, comunicare.

Durante un dibattito, per esempio, si può dire che qualcuno “ha gestito con eleganza le sue argomentazioni”: qui il verbo è usato correttamente, perché il gesto accompagna il pensiero, lo rende visibile. Lo stesso vale per il ballerino che “ha gestito la coreografia con intensità”: il corpo parla, il gesto è linguaggio.

Diverso è il caso di chi afferma: “Gestisco tre punti vendita nel centro storico.” Qui si intende “dirigo”, “amministro”, ma il verbo gestire non nasce per questo. O ancora: “Devo gestire meglio il mio tempo.” Si intende “organizzare”, “ottimizzare”, ma il verbo tradisce la sua origine.

L’uso improprio di gestire è talmente radicato da sembrare ormai legittimo. Ma chi ama la lingua, chi la cura come un giardino di significati, non può ignorare la distanza tra l’etimologia e l’abitudine. Recuperare il senso originario di gestire significa restituire dignità al gesto, riconoscere che il corpo è linguaggio, che il pensiero può essere visibile.

Forse, in un mondo che gestisce tutto - le risorse, le emozioni, le relazioni - abbiamo dimenticato che gestire è, prima di tutto, esprimere. E che non tutto può essere amministrato: alcune cose vanno semplicemente mostrate

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La lingua “biforcuta” della stampa

La scomparsa di Elena Vergari, lettera anonima: “Il corpo si trova in campagna vicino casa”

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Forse è il caso di ribadire – ancora una volta – che ‘vicino’ quando sta per "accanto a", "a due passi da" e simili si costruisce con la preposizione “a”: vicino a casa.  



domenica 14 settembre 2025

Munire, il custode delle fortezze interne

 

Nel vasto “territorio” della lingua italiana, ogni verbo ha una sua storia, una sua missione, e talvolta una sua... solitudine. Alcuni verbi vengono travisati, usati impropriamente, confusi con altri più comuni o più “servizievoli”. È il caso del verbo munire, spesso scambiato per fornire o provvedere, ma che in realtà ha radici ben diverse e un carattere tutto suo. Questa favola nasce per restituirgli dignità, chiarirne il significato e farne riscoprire il valore profondo: quello di chi non distribuisce, ma prepara; non consegna, ma fortifica.

C’era una volta, in un Paese lontano, una scuola molto speciale chiamata Accademia dei Verbi. In quel luogo straordinario vivevano tutti i verbi della lingua italiana, ciascuno con una missione ben precisa.

Il verbo Fornire era sempre indaffarato: distribuiva penne, quaderni e merende agli alunni con generosità instancabile. Provvedere, invece, si occupava che le aule fossero pulite e che le gite scolastiche fossero organizzate con cura e precisione.

Ma MunireMunire era diverso. Robusto, silenzioso, un po’ severo. Viveva ai margini del cortile, spesso incompreso. Il suo compito non era visibile come quello degli altri, ma non per questo meno importante: lui preparava gli alunni a difendersi, a essere forti e resistenti.

Quando si avvicinava l’esame di storia, Munire aiutava i verbi-alunni a munirsi di coraggio, affinché non temessero le date difficili. Quando il vento soffiava impetuoso contro le finestre dell’Accademia, Munire le faceva munire di robusti rinforzi, così che il freddo non potesse entrare. Il suo lavoro era proteggere, fortificare, rendere saldi.

Eppure, non tutti capivano il suo ruolo. Alcuni, confondendolo con Fornire o Provvedere, lo usavano impropriamente, chiedendogli oggetti o servizi. Ma Munire non significava distribuire né garantire approvvigionamenti.

Etimologicamente, munire deriva dal latino... munire, “fortificare, costruire mura”, lo stesso verbo che ha dato origine a munizione. Non così comunione e immunità, che pur sembrando affini, discendono invece da munus, “dono”, “dovere”, “tributo”. Immunis era colui esente da obblighi; communis, chi condivideva il carico. Munire, dunque, è verbo di pietra e di visione: non offre, ma prepara; non distribuisce, ma costruisce.

Un giorno, un giovane verbo appena arrivato, Studiare, si trovò in difficoltà. Doveva scrivere un saggio e aveva bisogno di un libro. Vedendo Munire nel corridoio, gli si avvicinò timidamente:

- Munire, per favore, potresti munirmi di un libro?

Munire lo guardò con dolcezza austera e scosse la testa.

- Mi dispiace, piccolo Studiare, non è di mia pertinenza. Io non fornisco oggetti. Il mio lavoro è renderti forte: munirti di pazienza per aspettare Fornire, oppure munirti della volontà per cercare quel libro da solo.

Studiare rimase in silenzio, poi comprese. Munire non era un dispensatore di cose, ma un costruttore di fortezze interiori (oltre che fisiche).

Da quel giorno, ogni volta che un alunno doveva affrontare una sfida, un esame o un compito difficile, non chiedeva più di essere munito di oggetti, ma si muniva di forza, di conoscenza, di coraggio.

Munire, finalmente compreso e apprezzato per il suo vero valore, non si sentì più solo. L’Accademia dei Verbi era diventata un luogo dove tutti, grandi e piccini, imparavano a fortificarsi per affrontare il mondo.

E così, Munire tornò a essere ciò che era sempre stato: un verbo di roccia, di preparazione, di resistenza. Non il servo che porta, ma il maestro che arma. E se oggi, leggendo queste noterelle, vi sentite pronti ad affrontare qualcosa di difficile… forse vi siete già muniti. E non lo sapevate.

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 L’infodietista: il nutrizionista dell’informazione digitale

Nel tempo dell’iperconnessione, dove ogni clic genera una valanga di contenuti e ogni algoritmo ci serve porzioni sempre più abbondanti di notizie, emerge una figura nuova: l’infodietista. Non si occupa di calorie, ma di dati. Non prescrive centrifugati, ma pause. È colui che aiuta a gestire l’alimentazione cognitiva nell’ecosistema informatico, insegnando a distinguere tra ciò che nutre e ciò che intossica.

Il termine nasce dall’unione di info- (abbreviazione di informazione, ma anche richiamo all’universo informatico) e dietista, evocando una cura consapevole del proprio regime digitale. L’infodietista non demonizza la tecnologia, ma invita a usarla con criterio. A filtrare il rumore di fondo. A riconoscere l’eccesso di notifiche, aggiornamenti, contenuti ridondanti che ci distraggono e ci rendono meno lucidi.

In opposizione all’infofago, che ingurgita tutto ciò che lampeggia sullo schermo, l’infodietista pratica l’arte della selezione, della lettura nutritiva, della navigazione consapevole. È colui che consiglia un articolo ben scritto al posto di dieci titoli acchiappa-clic. Che suggerisce un’ora di disconnessione prima di dormire. Che ricorda che non tutto ciò che è nuovo è necessario, e non tutto ciò che è necessario è nuovo.

L’infodietista, in fondo, ci invita a riflettere prima di cliccare, a leggere prima di rilanciare, a scegliere prima di assorbire. Perché la mente, come il corpo, merita una dieta consapevole, soprattutto oggi.  

infodietista /in·fo·die·tì·sta/ s.m. e f. — Neologismo formato da info- (abbreviazione di informazione e riferimento all’ambito informatico) e dietista. Figura reale o immaginaria che promuove una fruizione selettiva e consapevole dell’informazione digitale, in opposizione all’infofagia.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Frodi finanziarie, aiutino alle vittime: fino a 20.000 euro, ma per danni precedenti il 2006

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In buona lingua italiana: precedenti al 2006. Quando precedente ha valore aggettivale con il significato di “prima di” si costruisce con la preposizione “a” (danni verificatisi prima del 2006); quando, invece, ha valore prettamente verbale (participio presente) con il significato di “che precede” si unisce al sostantivo che segue tramite l’articolo (gli anni precedenti la guerra).

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Vicenza, agente della stradale travolto durante la fuga di un'auto rubata: è grave

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Ecco un caso di “anfibologia giornalistica”, ma forse sarebbe meglio dire uno strafalcione. Fuggiva l’agente o l’auto rubata (senza conducente)? Come la si rigiri la frase risulta, comunque, agrammaticale.