lunedì 10 agosto 2026

Per una legittimazione di “tempestevole”

 Una proposta di (quasi) neologia motivata

Nel divenire della lingua italiana, la formazione dei neologismi risponde a due spinte complementari: la necessità di nominare oggetti o fenomeni nuovi (i neologismi di denominazione, tipici del linguaggio tecnico) e il bisogno espressivo di precisare un concetto, di dare forma linguistica a un’intuizione psicologica o letteraria (i neologismi stilistici). A questa seconda categoria appartiene la proposta del neologismo tempestevole (che tale non è essendo attestato nel Tommaseo e nel GDLI), assente nei dizionari dell’uso contemporaneo ma dotato di una struttura morfologica solida e di una specificità semantica che ne giustificano l’esame.

Sotto l’aspetto formale, tempestevole potrebbe sembrare un’alternativa impropria a tempestoso. Un’analisi più attenta mostra invece una derivazione perfettamente legittima. Il termine nasce dalla base nominale tempesta (o dal tema verbale tempestare) unita al suffisso -evole, che in italiano forma aggettivi con valore di attitudine o disposizione. Sebbene -evole si leghi di norma a basi verbali, la storia della lingua documenta numerosi casi di suffissazione su base nominale, con valore relazionale o caratteriale: amorevole, socievole, servizievole. In questo solco morfologico, minoritario ma pienamente legittimo, si colloca anche tempestevole, che risulta coerente con la tradizione derivazionale italiana.

La distinzione semantica rispetto a tempestoso è netta. Tempestoso descrive una condizione in atto: indica la presenza fisica della tempesta o, per estensione, una situazione momentaneamente agitata. Tempestevole, invece, esprime una qualità intrinseca: la propensione stabile alla turbolenza emotiva, al conflitto o alla passionalità. Il suffisso -oso segnala l’abbondanza di un tratto; -evole ne indica la disposizione. Così, mentre un mare tempestoso è tale perché la tempesta è in corso, un animo tempestevole lo è per inclinazione, anche in assenza di agitazione apparente.

Questa sfumatura rende il neologismo particolarmente adatto alla critica letteraria e artistica, dove può descrivere poetiche o stili segnati da inquietudine feconda; alla psicologia, per definire temperamenti caratterizzati da agitazione interiore non riducibile a irascibilità; alla saggistica e al giornalismo culturale, quando occorra una parola elegante e precisa che eviti l’usura di tempestoso (o burrascoso).

Tempestevole ha, dunque, tutti i requisiti “imposti” dalla moderna analisi linguistica: è morfologicamente corretto, foneticamente armonioso e semanticamente utile per esprimere la tendenza innata alla turbolenza. Non è un capriccio né un barbarismo, ma una formazione ben motivata, che attende solo che l’uso e la sensibilità dei parlanti e dei lessicografi le riconoscano la cittadinanza formale che la sua struttura già autorizza.
















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