Una distinzione che nasce dalla storia, dagli ordini religiosi e dalla vita nel secolo
Perché i sacerdoti si dividono in “don” e in “padre”? Che differenza c’è? Ci scrive un cortese lettore. La domanda non è propriamente di carattere linguistico, tentiamo, comunque, di dare una risposta.
La distinzione non nasce da una diversa dignità sacerdotale, ma da una storia di usi, tradizioni e appartenenze. “Don” viene dal latino dominus, “signore”, la stessa radice che ha dato vita a donna e madonna. In Italia è diventato il titolo consueto per i sacerdoti diocesani, cioè per quei preti che appartengono alla diocesi e vivono nel mondo civile, nella comunità, nella quotidianità dei fedeli. Proprio per questo sono chiamati anche sacerdoti secolari: “secolari” perché vivono nel secolo, immersi nella vita ordinaria, non in una comunità religiosa. Don Alfonso, don Michele, don Arturo: il titolo è di prossimità, quasi domestico, e non indica alcun grado particolare.
“Padre”, invece, ha un’origine più trasparente e un uso più specifico. È il titolo tradizionale dei religiosi appartenenti a un ordine: francescani, domenicani, gesuiti, camilliani, passionisti, benedettini, cappuccini, redentoristi e così via. Questi religiosi sono detti sacerdoti regolari, perché seguono la regola del loro ordine, vivono in comunità, hanno una disciplina interna che li distingue dal clero diocesano. E sono chiamati “padre” anche per un motivo simbolico: nella tradizione spirituale sono considerati padri della spiritualità, guide e custodi di un cammino religioso che non è solo pastorale ma anche contemplativo, formativo, comunitario. Padre Patrizio, padre Giacomo, padre Matteo: il titolo segnala l’appartenenza a una famiglia religiosa e un ruolo di guida spirituale, non un rango superiore. Alcuni ordini alternano “padre” e “frate” a seconda dei casi, altri riservano “padre” ai religiosi sacerdoti e “frate” ai religiosi non sacerdoti, altri ancora usano entrambi i termini: don padre Silvestro.
La differenza, dunque, è sociolinguistica e storica: “don” è il prete della parrocchia, il sacerdote secolare che vive nel mondo; “padre” è il religioso che appartiene a un ordine, segue una regola e svolge una funzione spirituale che la tradizione ha percepito come paterna. In altri Paesi la distinzione non esiste: in Francia si dice père per tutti, nei Paesi anglosassoni father è universale, in Spagna convivono padre e don con sfumature regionali. L’Italia conserva la sua stratificazione, come sempre.
Una curiosità storica: fino all’Ottocento “don” non era affatto riservato ai sacerdoti. Era un titolo di rispetto per uomini di rango, notai, possidenti, persone autorevoli. Manzoni lo usa per don Rodrigo e don Abbondio, e non a caso: il primo è un signorotto, il secondo un prete. Solo col tempo “don” si è 'clericalizzato', restringendosi quasi esclusivamente all’ambito ecclesiastico. “Padre”, invece, ha mantenuto la sua doppia vita: titolo religioso e nome comune della paternità.
In pratica, se ci si rivolge a un sacerdote diocesano si usa “don”; se ci si rivolge a un religioso appartenente a un ordine si usa “padre”. Non è un obbligo canonico, ma una consuetudine radicata, che la lingua conserva con la naturalezza delle cose che non hanno bisogno di essere imposte. La lingua, quando sfiora la fede, non divide: distingue con gentilezza.
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