Quando il potere scende e quando viene fatto scendere: storia di due verbi che non raccontano la stessa fine
Ci sono parole che sembrano nate per camminare insieme, come due figure che procedono affiancate nella stessa direzione. Le usiamo quasi senza pensarci, convinti che dicano la stessa cosa, che raccontino lo stesso gesto, la stessa scena. Eppure, quando la lingua decide di essere precisa, queste coppie apparentemente gemelle si separano, mostrano caratteri diversi, rivelano sfumature che non avevamo notato. Deposto e spodestato appartengono a questa famiglia: due participi che parlano di potere che si perde, ma non nello stesso modo, non con la medesima luce, non con la medesima dinamica. Basta “ascoltarli” con un po’ di attenzione per accorgersi che la loro storia non coincide. Vediamo.
Deposto e spodestato sembrano camminare affiancati nella stessa zona semantica: chi perde un trono, una carica, un primato. Eppure, quando li si osserva da vicino, rivelano due caratteri diversi, due modi di raccontare la caduta dal potere. Deposto nasce dal verbo deporre, che in origine significa far scendere, posare, togliere dall’alto. È un termine che porta con sé l’idea di un gesto formale, quasi amministrativo: qualcuno viene rimosso, sollevato dall’incarico, collocato altrove rispetto alla posizione che occupava. Non a caso, deporre è un verbo dalle molte vite: si possono deporre le armi, deporre un carico, deporre una testimonianza. La deposizione è un atto, non necessariamente un conflitto. Per questo, nel linguaggio istituzionale, depósto è la scelta naturale: un sovrano deposto, un presidente deposto, un generale deposto dal governo. Qui l’accento è sulla procedura, sulla decisione, sulla formalità dell’atto. Il verbo, con la sua ampiezza di significati, mantiene una compostezza quasi notarile.
Spodestato, invece, ha un’origine più combattiva. Viene da potestà, e porta con sé l’idea di una privazione brusca, di un potere sottratto, di una supremazia che viene strappata via. Chi è spodestato non scende: viene fatto scendere. Non perde semplicemente una posizione, ma il dominio, il comando, la centralità. È un termine che vibra di competizione, di scontro, di rivalità. Non stupisce che, fuori dall’ambito politico, abbia trovato casa nel linguaggio sportivo, commerciale, persino quotidiano: il campione spodestato dal nuovo sfidante, il marchio spodestato dal concorrente emergente, il leader (si perdoni il barbarismo) spodestato da un’idea più fresca. Qui la formalità non c’entra: c’è una lotta, c’è un sorpasso, c’è un ribaltamento. E il verbo, con la sua univocità semantica, non lascia spazio ad altri usi: riguarda solo il potere, in qualunque forma questo si manifesti.
Una curiosità storica: nei resoconti medievali, la deposizione di un sovrano veniva spesso descritta come un atto rituale, quasi liturgico, mentre lo spodestamento era narrato come un gesto violento, un colpo di mano, un’improvvisa rottura dell’ordine. Due modi di raccontare la stessa fine, ma con due immaginari diversi: la sala del trono da una parte, il campo di battaglia dall’altra.
In soldoni, depósto è il verbo della scrivania, spodestato quello dell’arena. Uno registra, l’altro ribalta. E nella lingua, come nella vita, non è la caduta a fare la storia, ma il modo in cui si cade.
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