lunedì 11 aprile 2016

Laziale e laziese

Ciò che ci accingiamo a scrivere non troverà il "consenso" di qualche linguista o lessicografo qualora si imbattesse  in questo sito. Siamo convinti, tuttavia, della bontà della nostra tesi. Intendiamo parlare del significato di "laziale". Con questo termine si intende, oggi, e l'abitante del Lazio e il tifoso  o l'appartenente all'omonima squadra di calcio. Per non creare ambiguità sarebbe meglio - a nostro avviso -  riservare "laziale" all'appartenente e al tifoso della squadra di calcio. Il suffisso "-ale", infatti, è tipico dei termini che indicano uno stato, una condizione, un'appartenenza: viale, finale, spaziale, stradale, laziale. E chiamare "laziese" l'abitante del Lazio. Il suffisso "-ese" designa un'appartenenza specificamente geografica (città, regioni, nazioni): milanese, piemontese, olandese. Non ci sembra, dunque, una proposta linguisticamente "oscena" chiamare "laziesi" gli abitanti del Lazio.

domenica 10 aprile 2016

"Errori di stampa" (2)

Segnaliamo tre titoli tratti da un quotidiano in rete. Tutti contengono degli errori (mortali e veniali). Non "sveliamo" quali. Invitiamo i cortesi lettori a "scovarli" e a segnalarli nei commenti.




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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": dimestichezza. Per altri approfondimenti si veda qui.

sabato 9 aprile 2016

Anche le parole hanno un "sesso"?

I vocaboli, ossia le parole che pronunciamo quando esprimiamo un nostro pensiero hanno un "sesso"? Sembra proprio di sí, e ce lo confermano gli articoli che anteponiamo loro: il, lo, la, gli, le, uno, una. Oggi, però, la distinzione tra i "sessi", vale a dire tra i nomi maschili e femminili, è sentita solamente se questa (la distinzione) risponde a una realtà puramente fisiologica: cane e alunno li "sentiamo" maschili; cagna e alunna, naturalmente, femminili. Se, però, diciamo - per esempio - arancio e arancia, pesco e pesca non pensiamo  minimamente al "sesso" pur classificandoli, ovviamente, tra i sostantivi maschili e femminili. Come è nata, allora, la distinzione di "sesso" tra i vocaboli? Quando la parola è nata il genere, vale a dire il sesso, corrispondeva, con molta probabilità, alla distinzione di "sesso biologico" degli esseri rappresentati dalla parola stessa; per questo motivo nelle lingue antiche - quelle classiche in particolare - esistevano tre generi: il maschile per le persone e gli animali di sesso maschile, appunto, il femminile per l'altra categoria e il genere neutro riservato al "sesso" delle cose (neutro viene dal latino "neuter", né l'uno né l'altro: le cose, infatti, non hanno sesso).  Con il trascorrere del tempo il genere neutro, per il suo carattere... neutrale, ossia indefinito, scomparve nella quasi totalità degli idiomi moderni e i vocaboli acquisirono - senza alcuna regola predefinita - le terminazioni, cioè le desinenze maschili o femminili, assumendo il tal modo un genere grammaticale che non avevano mai avuto e che sotto il profilo, diciamo, fisiologico tuttora non hanno. Il "sesso grammaticale", dunque, è una convenzione che non ha nulla che vedere con il "sesso fisiologico", a eccezione, ovviamente, degli esseri animati. Che la distinzione tra i "sessi grammaticali" sia del tutto irrazionale lo dimostra l' "analisi" di alcune parole che cambiano di genere nelle varie lingue. Il dente, per esempio, è maschile in italiano e femminile in francese; l'arte è femminile in italiano e maschile in francese; il mare è femminile in francese, maschile in italiano e neutro in tedesco. Questo in linea generale. Se prendiamo in esame altri vocaboli, come recluta, guardia, sentinella e soprano - tanto per fare alcuni esempi - notiamo, infatti, che i primi tre sono di "sesso" femminile pur riferendosi a un uomo; mentre il soprano, maschile, si riferisce a una donna. Il genere o "sesso" dei vocaboli  - in linea di massima - è una convenzione fatta dai linguisti e che trova le sue "radici" nella storia della parola stessa.

venerdì 8 aprile 2016

Il sommozzatore

Per scoprire l'origine, vale a dire la "nascita linguistica" del sommozzatore ci affidiamo all'insigne e rimpianto professor Aldo Gabrielli. «Questo vocabolo che potrebbe apparire stravagante, e a cui tutti abbiamo fatto l'orecchio, deriva da un verbo dialettale napoletano (è un sostantivo deverbale, quindi, ndr), "sommozzare", che significa "tuffarsi", "andare a fondo" nell'acqua per pescare. Si tratta precisamente della variante dialettale di "soppozzare", verbo antico, che risale almeno al Trecento. Questo "soppozzare" discende da un latino popolare "supputiare", variante di "subputeare", composto di "sub", sotto e "puteus", pozzo, alla lettera "immergere in un pozzo" e, piú genericamente, "immergere", "affondare" [...]. È anche probabile che la variante napoletana "sommozzare" abbia subito l'influsso del sinonimo "sommergere".  "Sommozzatore", dunque, è colui che "si sommozza", si cala nell'acqua, si affonda. Parola di suono strano quanto si voglia, ma di schietta origine italiana; ed è pertanto inutile chiamare questi uomini coraggiosi con un vocabolo preso dall'inglese e direi  perfino irrispettoso, "uomini-rana"; ricalcato su "frog-man", 'uomo', "man" e 'rana', "frog": per via delle pinne ai piedi».
  E dopo questo autorevole Autore c'è qualcuno che preferisce "uomini-rana", di stampo barbaro, all'italianissimo "sommozzatore"? Chi adopera il termine "barbarico" lo fa soltanto per mera esterofilia  e snobismo linguistico. Sarebbe veramente ora di riscoprire la nostra lingua - ricchissima di vocaboli - e lasciare l'inglese a coloro che, per "darsi un tono", infarciscono i loro scritti e i loro discorsi di termini stranieri di cui, molto spesso, non conoscono neppure il significato. Ma tant'è.

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Apersero la porta

Apersero? Non si dice aprirono? Anche "apersero". Il verbo aprire ( come ricoprire, scoprire, riscoprire, soffrire e altri che ora non ci sovvengono) nella 1^ e 3^ persona singolare e 3^ plurale del passato remoto presenta due forme: una forte e una debole. La forma forte ha l'accentazione sulla radice: io apèrsi; quella debole sulla desinenza: io apríi. Chi preferisce adoperare la forma forte e dire, per esempio, "tutti soffersero quella perdita", in luogo del piú comune soffrirono, non può essere tacciato di ignoranza. È solo questione di gusto stilistico.

giovedì 7 aprile 2016

"Errori di stampa"

Continua la rassegna degli "errori di stampa" (con buona pace dell'accademia della Crusca). Cosí, un quotidiano in rete:



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C' è, anche, "una macchinista" non donna? Forse sí: un/una transessuale. Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: «... aggredisce una macchinista: fermato». Oppure, ma meno elegante: «... aggredisce un macchinista donna» (sul tipo "donna poliziotto", che, però, aborriamo esistendo il normalissimo sostantivo poliziotta).

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La parola segnalata, ieri, da "unaparolaalgiorno.it": perspicuo.

mercoledì 6 aprile 2016

A bizzeffe

Ieri, il vocabolario Zingarelli ha proposto la parola bizzeffe (facendola provenire da una voce araba):
 
biẓẓèffe /http://dizionari.zanichelli.it/pdg_media/audio.jpg bidˈdzɛffe/
[arabo dial. bizzēf ‘molto’ ☼ av. 1494]
vc.
● solo nella loc. avv. a bizzeffe, in grande quantità, in grande abbondanza: avere quattrini a bizzeffe; a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe (A. Manzoni). Il linguista Ottorino Pianigiani, nel suo "Dizionario", propone altre "provenienze etimologiche". Vediamole. Si veda anche qui (Il "Malmantile racquistato").


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Due parole sui verbi:
Espletare – verbo da lasciare al linguaggio burocratico; diremo, correttamente, adempiere, finire e simili.
Evadere – si evade dal carcere, non una pratica o una corrispondenza per le quali useremo i verbi sbrigare, chiudere e simili.



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Ancora una perla della stampa. Un quotidiano in rete titolava:

L'omicidio dopo una lite. L'uomo è stato fermato

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Se lo strangola lo uccide, non vi pare?
 

 

martedì 5 aprile 2016

Il senocomio e il patronimico

La parola che proponiamo oggi (non attestata nei vocabolari dell'uso) è: senocomio. Sostantivo maschile. Un tempo indicava un ospedale per curare i pellegrini malati. E quella segnalata, lunedì scorso, da "unaparolaalgiorno.it": patronimico.

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Un interessante articolo di Paolo D'Achille: chi perde un coniuge si chiama vedovo/a; e chi perde un figlio?

lunedì 4 aprile 2016

Dare e prendere

Molto spesso adoperiamo i verbi dare e prendere  "di getto", senza renderci conto del fatto che nella maggior parte dei casi ci sono altri verbi che, per il loro significato "intrinseco", sono piú appropriati. Dare, dunque, si può sostituire - secondo i casi - con: porgere, consegnare, fornire, affidare, pagare, arrecare, produrre, concedere, assegnare. Gli esempi che seguono faranno chiarezza in merito. Porgimi la scodella (non dammi); abbiamo consegnato la ricevuta (non dato); il vigile ci ha fornito (non dato) tutte le indicazioni richieste; mi hanno affidato (non dato) un incarico di grande prestigio; ho pagato (non dato) 35 euro per questa sciocchezza; le tue parole insulse mi arrecano (non danno) noia; il capufficio mi ha concesso (non dato) il permesso richiesto; queste viti producono (non danno) pochissimo vino. In tutti questi esempi il verbo dare è stato sostituito con un altro di significato affine ma piú appropriato alla bisogna. Non vi sembra, quindi, che il concetto espresso  da questi verbi sia piú "aderente" al concetto che si intende esprimere? Lo stesso discorso per quanto attiene a prendere, verbo "opposto" a dare. In luogo di prendere si possono adoperare (anzi è piú "sciccoso") verbi che per il loro significato intrinseco specificano, di volta in volta, la "particolarità". Anche in questo caso, gli esempi faranno maggiore chiarezza. Giovanni percepisce (non prende) la minima pensione; mentre facevo la fila allo sportello mi hanno rubato (non preso) il portafogli; berrei (non prenderei) volentieri un bicchiere di birra; da lontano ti avevo scambiato (non preso) per Pasquale: la città è stata occupata (non presa) dopo una lunga battaglia. Forse sono solo pedanterie linguistiche, se ci riflettete bene, però...

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La parola proposta da questo portale: senodochio. Sostantivo maschile. Nei tempi andati designava un albergo gratuito per i forestieri.

domenica 3 aprile 2016

Rupinoso e lapidario

La parola proposta da questo portale: rupinoso. Aggettivo non attestato in tutti i vocabolari e vale "diroccato", "scosceso", "irto di rocce". È un denominale tratto dal sostantivo rupe.
E quella segnalata, ieri, da "unaparolaalgiorno.it": lapidario.

venerdì 1 aprile 2016

Perché "dessi" e non "dassi"?

Cortese dott. Raso,
seguo con vivo interesse - e quasi quotidianamente - le sue "noterelle" sul buon uso della lingua italiana. A questo proposito avrei un quesito da porle. Come si sa, il verbo dare è irregolare perché in alcuni modi si discosta dalla coniugazione regolare dei verbi della prima coniugazione, come amare, per esempio. Il congiuntivo imperfetto, infatti, è che io dessi, mentre quello di amare o lodare è che io amassi e che io lodassi. Ho cercato il motivo di questa  irregolarità in tutte le grammatiche in mio possesso senza trovare una spiegazione: si limitano a classificare il verbo suddetto tra quelli irregolari. Un motivo ci dovrà pure essere. Può, lei, illuminarmi in merito? Grazie se avrò una risposta.
 Cordiali saluti.
 Clemente P.
Siracusa
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Il motivo di questa "irregolarità" è quanto mai semplice. Il congiuntivo imperfetto italiano proviene da un tempo latino chiamato "piucchepperfetto" , corrispondente al nostro trapassato prossimo. Poiché il piucchepperfetto latino di dare è "dedissem" l'imperfetto congiuntivo italiano sarà "dessi" (non già "dassi"), come l'imperfetto congiuntivo di lodare è "lodassi" essendo il piucchepperfetto latino "laudavissem".

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La parola che proponiamo oggi è ripresa dal Treccani. Si tratta di un aggettivo, forse, poco conosciuto: basculante. Si veda anche qui.