giovedì 18 dicembre 2025

L’attimino che si allunga e svuota l’attimo

 

La lingua italiana ama la forma alterata dei sostantivi e degli aggettivi: la usa per addolcire, per rendere familiare, per smorzare. Ma non sempre il vezzeggiativo o il diminutivo sono “innocenti”. Prendiamo attimino, parola che sembra leggera, quasi tenera: nasconde, invece, un abuso quotidiano.

Un attimo è, per definizione, un tempo brevissimo, un lampo. Già di per sé è minimo, fugace, quasi impercettibile. Che senso ha, allora, ridurlo ulteriormente con un diminutivo? Un “attimino” non è più breve di un attimo: è un vezzo linguistico che svuota la parola della sua forza.

Il risultato è paradossale: chi dice “arrivo tra un attimino” raramente intende un tempo fulmineo. Al contrario, l’attimino si dilata, diventa un quarto d’ora, mezz’ora, un tempo indefinito. Il diminutivo, nato per rendere più piccolo, finisce col rendere più vago.

La lingua perde così la sua precisione. “Attimo” è netto, incisivo, quasi poetico. “Attimino” è molle, accomodante, un compromesso che non dice nulla. È come se la parola fosse stata anestetizzata.

Abbiamo alternative splendide:

  • Subito, quando si vuole indicare immediatezza.

    Tra poco, se si intende un intervallo breve ma concreto.

    Un momento, se si chiede una sospensione gentile.

Perché, dunque, rifugiarsi in un diminutivo che non diminuisce, ma confonde? Restituiamo all’attimo la sua dignità di lampo, di istante puro. Lasciamo che sia ciò che è: breve, intenso, irripetibile.

La lingua vive di chiarezza e di ritmo. Non lasciamola scivolare in vezzi che, invece di arricchirla, la rendono opaca, se non la ridicolizzano.


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La "sussurranza": il silenzio che parla


I
l linguaggio non vive soltanto di parole pronunciate. Esiste una dimensione più sottile, fatta di segni, di presenze invisibili, di vibrazioni che non hanno voce ma che comunicano con forza. È in questo spazio che nasce sussurranza, termine che cattura la qualità di ciò che parla senza parlare, che trasmette senso senza bisogno di suono.

Il neologismo si costruisce su sussurro, voce bassa e discreta, e sul suffisso -anza, che indica qualità o condizione. Sussurranza è dunque la condizione del sussurrare, ma traslata dal piano fonico a quello simbolico: non il bisbiglio reale, bensì la sua aura comunicativa.

La sussurranza è la capacità di un elemento muto - vento, memoria, oggetto, paesaggio - di trasmettere un messaggio. È la comunicazione silenziosa che si percepisce più con l’anima che con l’orecchio. Non è rumore, non è parola: è presenza che si fa segno.

In Ovidio, il bosco che “mormora” accompagna la metamorfosi: la natura parla senza voce. In Leopardi, la “voce della natura” è sussurranza pura, un dialogo silenzioso con l’uomo. In Montale, il “male di vivere” si manifesta attraverso immagini mute: il rivo strozzato, la foglia secca (che comunicano senza dire).

Il vento che scuote le tende e sembra portare un messaggio, una fotografia che evoca ricordi senza bisogno di parole, il silenzio di una stanza vuota che “dice” più di mille discorsi, persino un oggetto dimenticato in tasca - un biglietto, una chiave - che parla di un passato senza voce: sono tutte forme di sussurranza quotidiana.

La sussurranza è la lingua segreta delle cose mute. È il vento che parla, la memoria che risponde, l’assenza che diventa presenza. In un mondo saturo di parole, essa ci ricorda che il silenzio può essere eloquente e che ciò che non ha voce, spesso, comunica più profondamente di ciò che grida.





 

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