lunedì 22 dicembre 2025

Dire, disdire, incidere: l’arte dell’epanortosi – La correzione che non corregge: rafforza

 


C’è un momento, nella lingua, in cui la parola sembra fermarsi, ripensarsi, tornare indietro di un passo solo per affondarne due in avanti. È il momento in cui ciò che è stato appena detto si incrina, si corregge, si rilancia con una forza nuova: un gesto minuscolo e teatrale insieme, un ripensamento che non ripensa, una correzione che non corregge ma incide. È qui che nasce l’epanortosi, figura antica e sorprendentemente viva, capace di trasformare un’apparente esitazione in un colpo di precisione.

L’epanortosi, dunque, è una delle figure retoriche più raffinate e teatrali del nostro patrimonio linguistico. Deriva dal greco epanorthosis, “correzione”, composto da epi (“sopra”), ana (“indietro”) e orthoo (“raddrizzare”): un ritorno sulla parola appena detta per raddrizzarla, precisarla, attenuarla o, più spesso, rafforzarla. I latini la chiamavano correctio, ma la sostanza non cambia: non è un ripensamento autentico, sibbene un gesto consapevole, un artificio che finge l’incertezza per ottenere un effetto più netto.

L’epanortosi non nasce dall’errore, come accade nell’autocorrezione spontanea; nasce dalla volontà di guidare l’attenzione del lettore (o dell’ascoltatore) verso la parola “giusta”, quella che deve risuonare più forte. La prima espressione è un trampolino, la seconda è il punto d’arrivo. Per questo la figura può assumere sfumature diverse: talvolta potenzia un concetto sostituendo un termine con uno più incisivo - «È un errore, anzi, una vera follia!» -; talvolta attenua, smussando un giudizio troppo duro - «È un uomo poco onesto, o per meglio dire, talvolta distratto nel rispetto delle regole.»; talvolta simula un dubbio, come se l’autore cercasse la parola più autentica - «Ti amo; che dico? Ti adoro.» In tutti i casi, la correzione non è un ripiego: è  il "traguardo" del discorso.

Il nostro idioma dispone di “segnali” che introducono naturalmente questo movimento: anzi, o meglio, per meglio dire, che dico, volevo dire. Sono piccole soglie che preparano il lettore (o l'ascoltatore) al salto semantico, alla parola che sta per sopravvenire e che, proprio perché presentata come “corretta”, acquista un rilievo maggiore.

Gli esempi letterari mostrano quanto la figura possa essere potente. Catullo, nel Carme 77, usa l’epanortosi con una violenza emotiva che ancora oggi colpisce: «frustra? immo magno cum pretio atque malo» (“invano? anzi, con grande prezzo e male”). La prima parola viene annullata, la seconda affonda. Anche l’uso colto contemporaneo non rinuncia al gusto dell’epanortosi, che può diventare ironica, elegante, perfino maliziosa: «È un libertino; anzi, (per non urtare la sensibilità dei presenti) un frequentatore assiduo di amori prezzolati.» Qui la correzione finge di attenuare, ma in realtà amplifica, come spesso accade quando la lingua gioca con i registri.

La differenza con l’autocorrezione è netta: quest’ultima è un inciampo, un lapsus rimediato al volo; l’epanortosi è una strategia. Nell’autocorrezione si ripara un errore reale; nell’epanortosi l’errore è messo in scena. La parola “corretta” non è un’aggiunta: è la destinazione finale, il punto in cui il discorso voleva arrivare fin dall’inizio.

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