C’era una volta, in un villaggio di lettere e segni, un piccolo punto che viveva tra le righe di un libro. Il suo compito era semplice: chiudere le frasi, dare respiro alle parole, segnare il ritmo del discorso. Ma il punto, curioso e inquieto, cominciò a pensare che fosse un compito troppo sminuente: “perché devo sempre fermare? non potrei correre anch’io, come le parole, senza mai arrestarmi?”
Così, un giorno, decise di scappare. Abbandonò la sua posizione e lasciò le frasi senza chiusura. Le parole continuarono a correre, ma senza il punto non sapevano dove finire. Alcune si scontrarono, altre si persero, altre ancora si confusero in un flusso interminabile. Il villaggio delle lettere divenne un caos: nessuno capiva più il senso delle frasi, e la lettura era un labirinto senza uscita.
Le virgole, vedendo il disordine, provarono a raccontare un aneddoto: “Una volta, in un discorso di un sindaco, ci misero al posto dei punti. La gente applaudì, ma non capì nulla: sembrava che il discorso non finisse mai.” Il punto e virgola ricordò un’altra storia: “In un vecchio romanzo, fui usato al posto tuo per chiudere le frasi. Il lettore si perse: non sapeva se doveva fermarsi o continuare. Alla fine chiuse il libro, stanco.” Persino il punto interrogativo rise: “Io una volta provai a sostituirti in una lettera d’amore. La ragazza rimase confusa: non capiva se la dichiarazione fosse una domanda o una certezza.”
Il piccolo punto, ascoltando questi aneddoti, si sentì in colpa. “Credevo di essere inutile, ma ora capisco che senza di me la lingua perde chiarezza.” Tornò allora al suo posto, e ogni frase ritrovò ordine e respiro. Le parole lo accolsero con gratitudine: “Tu sei piccolo, ma sei essenziale. Senza di te non c’è ritmo, non c’è comprensione.” Da quel giorno il punto non si lamentò più. Continuò a chiudere le frasi, fiero del suo ruolo discreto ma indispensabile. E ogni volta che un lettore arrivava alla fine di una frase, il punto sorrideva: “Ecco, ti ho dato il tempo di capire.”
La morale è semplice: nella lingua, anche i segni più piccoli hanno un compito fondamentale. Il punto insegna che la chiarezza nasce dall’ordine e dalla misura: senza pause, la parola perde senso.
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Il potere della “catturanza” – Il gancio che inchioda la memoria
Catturanza è la parola che mancava per descrivere quella qualità irresistibile che ti cattura subito, senza lasciarti scampo. Non è semplice attrattiva, non è il solito richiamo preso in prestito da altre lingue: è qualcosa di più diretto, concreto, quasi fisico. Nasce da catturare con il suffisso -anza, come speranza o importanza, e porta con sé l’idea di afferrare, di prendere al volo.
Un titolo giornalistico ha catturanza quando ti obbliga a leggere, anche controvoglia: “Non crederai mai a cosa è successo ieri…” è formula abusata, ma di sicura catturanza. Un neologismo ha catturanza se resta impresso al primo ascolto, come sbrilluccicanza, che si pianta nella memoria con la sua energia sonora. Una pubblicità ha catturanza se il motto diventa proverbiale: “Perché tu vali” o “Fallo e basta” hanno catturanza universale. Un incipit letterario ha catturanza se ti trascina subito dentro la storia: “Chiamatemi Ismaele” è un attacco che resta scolpito.
Un ritornello musicale ha catturanza quando lo canticchi senza accorgertene: il tormentone estivo che ti perseguita in spiaggia e al supermercato. Una persona ha catturanza se al primo incontro ti colpisce con un gesto, una parola, un sorriso che non dimentichi. Un luogo ha catturanza se ti cattura appena ci metti piede: una piazza che ti avvolge, un panorama che ti inchioda.
La forza del lessema sta nella sua musicalità: la doppia t che raddoppia l’energia, la cadenza finale che lo rende incisivo. È immediato, popolare, ironico quanto basta. E soprattutto colma un vuoto: finora abbiamo parlato di attrattiva, di presa, di fascino e simili. Ora possiamo dire, con naturalezza, che qualcosa “ha catturanza”.
catturanza s. f. [der. di catturare con il suff. -anza]. – Qualità di ciò che cattura immediatamente l’attenzione o la memoria, imponendosi con forza irresistibile. ◆ Nel giornalismo, titolo che induce a leggere o a cliccare; in pubblicità, motto che resta impresso; in musica, ritornello che si ripete spontaneamente; in letteratura, incipit che trascina subito il lettore. ◆ Per estens., capacità di persone, luoghi o idee di imprimersi con immediatezza e durevolezza.

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