martedì 16 dicembre 2025

Il ritorno che incanta: l’epanalessi - La figura retorica che trasforma la ripetizione in ritmo e memoria

 

Ci sono parole che non bastano dette una volta sola. Tornano, insistono, si ripetono: e proprio in quel ritorno acquistano potenza. L’epanalessi è la figura retorica che fa della ripetizione un’arma di ritmo e di memoria. Non è un vezzo, non è un errore: è la scelta di ribadire, di scolpire un termine nel discorso fino a renderlo indimenticabile.

Il nome viene dal greco epanálēpsis, “ripresa, ripetizione”. La sua funzione è semplice e insieme raffinata: riportare in scena una parola già detta, collocandola in punti strategici della frase (del discorso).

La forza di questa figura sta nella sua capacità di fissare un concetto. Dante, nel canto di Paolo e Francesca, ripete “Amor” come un ritornello che domina il passo. Foscolo invoca “O sera” più volte, trasformando la ripetizione in canto solenne. Montale insiste su “Non chiederci la parola”, e la ripresa diventa rifiuto, ostinazione, stile. Anche nel parlato quotidiano la figura è viva: “Mai dire mai”, “Piano piano”, “No, no, no”. La lingua comune conosce bene il potere del ritorno.

Usare l’epanalessi significa scegliere una parola chiave e farla risuonare più volte, senza paura di insistere. È un artificio che non va abusato: troppa ripetizione stanca. Ma quando compare, la ripresa imprime ritmo, musicalità, enfasi. È come un tamburo che batte due volte, e proprio nel secondo colpo si fa sentire davvero.

In conclusione, l’epanalessi è la figura del ritorno. La sua etimologia racconta la ripresa, il suo significato è la ripetizione che rafforza, la sua chiarezza sta nella semplicità del gesto, la sua efficacia nel rendere la lingua più incisiva, più ritmica, più memorabile. È un piccolo artificio che, se ben dosato, trasforma il discorso in canto e la parola in eco.





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