lunedì 31 dicembre 2018

Sgroi - "Mi auspico" errato? E perché?

 di Salvatore Claudio Sgroi *

1. Ipse dixit
Chi ha ascoltato domenica scorsa, 30 dicembre, la consueta rubrica linguistica di "Uno mattina in famiglia" in RAI-1, dinanzi al quesito di un ascoltatore se l'espressione "Mi auspico" fosse corretta, ha sentito rispondere Francesco Sabatini con un "No!". Una frase come "Mi auspico che cali il prezzo" sarebbe errata. Corretta invece "Mi auguro che cali prezzo". Risposta coerente con quanto si legge ne "Il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua Italiana" (1997-2006), dove il verbo auspiscare è registrato come verbo transitivo (e non già pronominale) col significato di "Augurarsi il verificarsi di eventi favorevoli" e i sinon. "sperare, desiderare" con gli ess. a. la riuscita dell'impresa, a. di arrivare in tempo, a. che la ricostruzione avvenga rapidamente.

2. Ma però...
Ogni ascoltatore avrà così avuto subito modo di ricevere conferma/disconferma del proprio uso. Se poi l'ascoltatore ha la curiosità di verificare in un dizionario la correttezza del pronominale auspicarsi andrà incontro a qualche sorpresa. Così il Devoto/Oli/Serianni/Trifone (almeno a partire dall'ed. 2004) non manca di registrare descrittivamente l'uso pronominale di auspicare, con due ess.:
"tr. pron. Augurarsi, sperare [con che e il cong., o con la prep. di e l'inf.] mi auspico che gli ospiti arrivino in orario; mi auspico di potere venire presto a trovarti".
Non diversamente tutta la lessicografia diretta da T. De Mauro, fin dal GRADIT ovvero "Grande dizionario italiano dell'uso" (1999-2000, 20072 in 8 voll.), e poi nello scolastico De Mauro (2000), dove la forma riflessiva auspicarsi è promossa (come tutti i verbi pronominali) a lemma autonomo ed etichettata come voce "CO[mune]" nota cioè a utenti laureati e diplomati, distinto dalla forma tr. auspicare, e senza alcuna nota di censura puristica:
"auspicàrsi v.pronom.tr. [io mi àuspico] CO augurarsi: mi a. che tu venga presto".
E così il De Mauro (2002) dei sinonimi e contrari riporta il lemma "auspicàrsi v.pronom.tr. CO[mune]" per il quale indica due "sin. FO[ndamentale] sperare AD [Alta Disponibilità] augurarsi". E in maniera circolare per il lemma "augurarsi v.pronom.tr. AD" segnala i due "sin. FO sperare CO auspicarsi". E il De Mauro compatto (2004) ("versione ridotta" del De Mauro 2000) lemmatizza a sua volta, pur senza ess., "auspicàrsi v.pronom.tr. [io mi àuspico] CO augurarsi". Nell'Etimologico di De Mauro/Mancini (2000) auspicarsi appare ancora come "der.[ivato]" sotto il lemma auspicare.

3. Gli indifferenti e i detrattori
La dizionaristica novecentesca italiana è per contro in genere lacunosa al riguardo ignorando tale uso. E così ancora il Treccani-Simone (2009) e lo Zingarelli (2019).
La tradizione puristica sembra invece inaugurata dal Garzanti-Patota (2004) per il quale auspicarsi  è "improprio". Nell'ed. Garzanti/Patota (2005 e 2010) l'"improprio" viene così argomentato: "infatti auspicare ha già il significato di 'augurarsi' e quindi non ha bisogno di essere completato da si". Un'argomentazione, questa, che fa un pò pensare a quella avanzata in passato per censurare il pron. suicidarsi rispetto all'auto-sufficiente sui-cidare.
Per il Gabrielli/Hoepli (2008) "nessuna giustificazione" ha auspicarsi, "che nasce evidentemente dalla confusione con augurarsi: bene, quindi, mi auguro d'incontrarlo, scorretto mi auspico di incontrarlo".
A. Gabrielli (2009) in Si dice o non si dice?, nuova ed. a cura di P. Pivetti, si pone la domanda di un ipotetico parlante: "È sbagliato dire auspicarsi, come quando si sente dire: Io mi auspico che tutto vada bene? (p. 35). Per rispondere in maniera perentoria, senza tentennamenti: "È decisamente sbagliato. (...). Quella forma pronominale auspicarsi deriva dall'influenza di augurarsi: Mi auguro che tutto vada bene. Questo è corretto" (pp. 35-36).
Per A. Colombo (in 'A me mi', 2011) mi auspico, ci auspichiamo sono un "errore" che "accade sempre più spesso di sentir dire o leggere, anche da parte di persone colte"; "una innovazione in corso non prevista dai dizionari" (p. 62).
Naturalmente anche Della Valle – Patota (in Ciliegie o Ciliege 2012) riprendono la censura morfo-lessicale: "auspicare o auspicarsi? auspicare" (p. 18).

4. La storia si ripete
L'ostracismo dato a auspicarsi richiama l'analoga condanna ottocentesca inflitta ad augurarsi.
Nel Repertorio per la lingua italiana di voci non buone o male adoperate di Leopoldo Rodinò (1858) si legge: "AUGURARSI mal si adopera per – Sperare, promettersi – Es. Mi auguro [spero] di vedervi domani in tribunale".
Nel Lessico dell'infima e corrotta italianità, P. Fanfani – C. Arlia (18771, 19075) rincarando la dose dichiarano: "In questi tempi di paroloni e di frasi altosonanti, anche Augurarsi fa le spese della nuova lingua. Onde di qua senti, v. g. Mi auguro l'occasione di poterla servire; di là leggi: Mi auguro l'onore di una sua lettera, e così va dicendo. Vacuità, vacuità, e nient'altro che vacuità e spropositato modo" (p. 53).

5. Perché auspicare tr. è diventato pron. auspicarsi
La motivazione del cambiamento (da non confondere con la motivazione del giudizio di correttezza/erroneità) è dovuta, come peraltro chiaramente indicato dallo stesso Sabatini, a una estensione semantica di auspicare sul modello di augurarsi. Per Gabrielli invece "confusione" e "influenza".
Tale evoluzione documenta peraltro il passaggio di auspicare da I) verbo intr. monovalente come Termine Specialistico [1611] :"TS stor. in Roma antica, esercitare l'ufficio di auspice, trarre gli auspici" a II)  auspicare v. tr. trivalente [1863] "v.tr. CO augurare, caldeggiare: il ministro auspicò il ristabilimento delle trattative; desiderare", e quindi a III) v. pron. auspicarsi trivalente [1928] 'augurarsi'.

6. Auspicarsi nell'uso dei parlanti
A voler documentare l'uso dei parlanti, nel "Sole 24 Ore" (1983-2008 e 2009) ci sono due ess.:
(i) R. Casati: "Quando pubblico un testo specialistico di ricerca sul mio sito web, mi auspico un accesso non ristretto, anzi il più largo possibile, e gratuito" (16.4.2000).
(ii) in una lettera del 6.9.2009 della giornalista Cristina Battocletti: "Gentile signora Moceri, (...) tutti ci auspichiamo in questo campo solo un progresso per il benessere della mamma e del bambino".
Sulla scorta di Google libri è possibile riscontrare alcuni ess., tra cui:
1928: "così oggi io mi auspico che da queste modeste, ma sentite parole ... (Il Risorgimento italiano rivista storica 1928, p. 562).
1939: "Per la formazione di un tale giudice contribuiscono quindi tanti fattori anche complessi per cui io mi auspicherei che la cosa fosse presa seriamente a cuore da parte dell'ENCI (...)" (Rassegna cinofila. Organo ufficiale dell'Ente nazionale della cinofilia italiana, p. 236).
Ministero per Costituente 1946: "Io mi auspicavo sempre, quando c'era la milizia forestale, che venissero fatti dei corsi d'istruzione, e che la parte giovane degli agricoltori, fosse portata allo studio di questi problemi" (Rapporto della Commissione Economica, Istituto Poligrafico dello Stato, p. 231).
1951 Cultura neolatina: "un secondo volume, che ci si auspica non lontano" (vol. 11-12, p. 174).
1955 Relazioni internazionali: "Ci si auspica pertanto l'avvento di una politica economica più limitata" (vol. 19, p. I, p. 123).
1955 L'universo: "Nè ad alcuno sfugge l' importanza di tali problemi, la cui risoluzione ci si auspica avvenga presto e nel modo più soddisfacente per Europei ed Africani" (vol. 35, p. 484).
1960 Orpheus. Rivista di umanità classica e cristiana: "nella Pace ci si auspica che questi contadini (...) con la pace possano e vogliano ritornare in campagna" (voll. 7-9, p. 43).

7. Perché infine auspicarsi non è errato
Concludendo, a nostro giudizio, tale uso è del tutto corretto sia perché a) non compromette la comprensione di un testo, sia perché b) riscontrato presso italofoni e italografi colti (cfr. Colombo 2011), compresi i lessicografi che lo codificano (De Mauro, De Mauro-Mancini, Devoto-Oli-Serianni-Trifone), in giornali colti ("Sole 24 Ore"), riviste specialistiche, e quindi non privilegio di parlanti italiano popolare.
Auspicarsi risulta alla fine, secondo la classificazione demauriana, di uso "COmune" rispetto ad Augurarsi di "Alta Disponibilità", che fa parte cioè delle 7000 parole del "vocabolario di base" della lingua italiana.

* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania 




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