mercoledì 5 giugno 2024

Prestanome: quale plurale?

 


Riproponiamo un nostro vecchio intervento su un sostantivo il cui plurale è causa di discordia tra i lessicografi e mette in difficoltà gli operatori dell’informazione, ma non solo: prestanome.

Ancora un sostantivo sul cui plurale i vocabolaristi si accapigliano: prestanome. I vocabolari consultati sono, infatti, in "cordiale disaccordo" e non sono di aiuto. I prestanome o i prestanomi, dunque? Per alcuni dizionari il sostantivo in oggetto è invariabile (De Mauro, Devoto-Oli, Garzanti, Treccani, Sabatini Coletti); per il Gabrielli e per il vocabolario Olivetti si pluralizza normalmente; il Palazzi non specifica, quindi prende la regolare desinenza del plurale; lo Zingarelli e il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, infine, "salomoneggiano" (invariato o plurale). Chi consulta i vocabolari resta, dunque, completamente "spiazzato": quale "scuola di pensiero" seguire? La risposta è quella "canonica": rispettare tassativamente la "legge grammaticale" pluralizzando il sostantivo. La norma stabilisce ─ come scritto altre volte ─ che i nomi composti di una voce verbale (prestare) e un sostantivo maschile singolare (nome) si pluralizzano regolarmente. Scriveremo (e diremo): Arturo è il prestanome di Giacomo; Sebastiano e Domenico sono i prestanomi dei fratelli Bamboccioni. Il sostantivo in oggetto resterà invariato nel plurale solo se riferito a un femminile: Giovanna è la prestanome; Sofia e Vittoria sono le prestanome. La forma plurale prestanomi, corretta "a tutti gli effetti di legge grammaticale", si trova in numerose pubblicazioni.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Londra, gli studi legali dove un neo-avvocato guadagna più del primo ministro: stipendi fino a duecentomila sterline l'anno (ma ritmi massacranti)

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Correttamente: neoavvocato. I prefissi e i prefissoidi (neo-) si scrivono “attaccati” al termine che segue. Qualcuno scriverebbe neo-nato? Si veda qui.


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Le reliquie più miracolose del mondo si trovano nel nostro paese!

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Sì, lo confessiamo: non sapevamo che il mondo potesse fare dei miracoli e che l’Italia fosse un paese, non un Paese. Ringraziamo, di cuore, gli operatori dell’informazione.

 



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

martedì 4 giugno 2024

Alleluia! Il vocabolario Treccani (in rete) ha "aggiornato" il suffisso '-ale'


I
l prestigioso vocabolario Treccani, in rete, dopo le nostre reiterate segnalazioni ha “aggiornato” il suffisso
-ale. Ecco la prima definizione:

-ale. – Suffisso usato nella terminologia chimica per indicare la presenza, in un composto organico, di un gruppo aldeidico, come in citrale, geraniale, ecc.

Ed ecco quella aggiornata:

-ale. – Suffisso usato per formare aggettivi che segnalano una relazione (condizione, appartenenza, ecc.): annuale, domenicale, formale, gergale, legale, musicale, navale, postale, universale, vitale; alcune voci sono sia aggettivi sia sostantivi, come criminale, finale, industriale; altre sono quasi esclusivamente sostantivi, come bracciale, ditale, giornale, pugnale, schienale, segnale. | In particolare, nella terminologia chimica, il suffisso è usato per indicare la presenza, in un composto organico, di un gruppo aldeidico, come in citrale, geraniale, ecc.

Attendiamo ora, con fiducia, che i responsabili del vocabolario emendino il lemma metaplasmo, dove si legge che il verbo ridere appartiene alla III coniugazione (la coniugazione corretta è la II, naturalmente)

metaplasmo
s. m. [dal lat.
metaplasmus, gr. μεταπλασμός, der. di μεταπλάσσω «modellare in modo diverso»]. – 1. Nella grammatica tradizionale, ogni mutamento fonetico che alteri la parola per aggiunta, inserzione, soppressione o permutazione di suoni (quindi protesi, epentesi, sincope, metatesi, ecc.). 2. Nella moderna linguistica, fenomeno morfologico per cui una parola passa da una declinazione o da una coniugazione ad altra (per es., il lat. ridēre della 2a coniug., che diventa l’ital. rìdere della 3a).


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I confetti di papa Sisto

Avete mai assaggiato, cortesi amici, i confetti di papa Sisto V? Certamente no. Questo genere di dolci, infatti, non si mangia/mangiano: si ammira/ammirano o si ascolta/ascoltano. Ci spieghiamo meglio. «Dare i confetti di papa Sisto» è una locuzione che fa parte del nostro patrimonio idiomatico e si adopera quando si vuole dare – all’improvviso – una cattiva notizia; oppure quando si vuole impartire una lezione a qualcuno, senza avvertirlo, riservandogli una crudele sorpresa.

Questo modo di dire fa il paio con l’altro, indubbiamente più conosciuto, ma meno crudele: «arrivare come un fulmine a ciel sereno»; vale a dire comunicare una notizia improvvisa, non attesa, ma necessariamente cattiva. La spiegazione di quest’ultimo modo di dire è intuitiva; mentre i confetti del papa abbisognano di una chiara spiegazione.

Si racconta che papa Sisto, stanco dei disordini e dei gravissimi delitti dei patrizi romani – da anni in lotta tra loro – un giorno invitò i capi delle varie fazioni a pranzo e, a un certo punto, offrì loro dei confetti invitandoli contemporaneamente a guardare verso le finestre del salone dicendo: «Ammirate le vostre torri, guardate come sono fiorite!»

Dalle torri di ogni famiglia pendevano, impiccati, molti dei loro satelliti. Da questo episodio, probabilmente, nacque anche il detto «papa Sisto non la perdonò nemmeno a Cristo».


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La lingua “biforcuta” della stampa

Cuccioli di cane abbandonati sul materasso non si sono mai allontanati l'uno dall'altro

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“Più corretto”: gli uni dagli altri.

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L’ANALISI DI ASSOUTENTI

Autovelox, la classifica

dei Comuni che incassano

di più: dalle Dolomiti

al Salento, la classifica

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Come dicevano i nostri padri: melius abundare...


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Trovato cadavere a Messina, indagato proprietario casa

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Correttamente: trovato morto. Cadavere è un sostantivo, non può essere adoperato in funzione aggettivale.




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domenica 2 giugno 2024

Sgroi – 180 - “Spegnere” e “spengere”


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Evento televisivo

In occasione dell’ultima puntata della Rubrica "Pronto soccorso linguistico" del programma Unomattina in famiglia di Rai 1, il presidente della Crusca, Paolo D’Achille si è soffermato sulla forma standard spegnere e la variante marcata spengere, “più rara” ed “evitata perché sentita come dialettale, regionale, ma non certo errata”.


2. Norma

Normativamente non c’è dubbio che la variante spengere, per quanto regionale, è corretta, in quanto in bocca agli italofoni colti del Lazio, e non già di stampo popolare. Ricordo che un caro amico romano diceva “spengere la luce”. Nel Primo tesoro della lingua letteraria del Novecento (De Mauro 2009) non pochi sono gli ess.:


Anna Banti 1948: “s'applicò a seguitare il discorso e spengervi il ricordo troppo vivo ed eccitato di Roma” (Artemisia);

Aldo Palazzeschi 1948: “udiva un lamento uscire dal petto per spengersi sul labbro dolorosamente nell'ansito forte” (I fratelli Cuccoli);

Carlo Emilio Gadda 1953: “l'ansimo le si spengeva” (Novelle dal ducato in fiamme);

Ottiero Ottieri 1959: “lo vedevo spengersi”; perché spengeva il fuoco con l'aria di volerlo accendere meglio?” (Donnarumma all’assalto);

Mario Tobino 1962: “Le altre volte spengevamo i fanali al primo accenno dell'alba";

Anna Maria Ortese 1967: “quel debole sorriso si spengeva” (Poveri e semplici);

Manlio Cancogni 1973: “spengere i ricordi” (Il clandestino); “E dopo si spenge la Cicca” (Allegri, gioventù); “spengeva la lampada, chiudeva la porta”; “spengeva ogni rumore”.

Il Vocabolario del romanesco contemporaneo. Le parole del dialetto e dell’italiano di Roma di P. D’Achille e C. Giovanardi (Newton Compton 2023) sotto il lemma “spénge(re) v. tr.” precisa che “Si tratta della variante più diffusa [a Roma] di spegne(re)” con l’es. spengi er lume che è ora de dormì. Peraltro il De Mauro 2000 registra tale voce come “v.tr. RE tosc. var.  spegnere”; lo Zing. 2023 lo etichetta “tosc. o lett.” E il Devoto-Oli 2023 “region, tosc. o lett.”


3. Etimo

Se l’etimo del comune spegnere è “forse lat. expĭngĕre, per extinguĕre, con influsso di pingĕre ‘tingere’” (De Mauro 2000), allora la variante tosco-romanesca spengere è etimologicamente ineccepibile. E bisognerebbe spiegare invero dal punto di vista etimologico il corrente spegnere.

Stando al lemmario del De Mauro 2000, non meno di 98 sono i lemmi in –gere, es. aggiungere dal lat. adiŭngĕre, etimologicamente coerenti.

Le forme marcate in –gnere sono invece 32, ovvero accignere, aggiugnere, attignere, cignere, congiugnere, costrignere, dipignere, distrignere, giugnere, intignere, mugnere, piagnere, pignere, pugnere, raggiugnere, ricongiugnere, rigiugnere, rimpiagnere, ripiagnere, ripignere, ristrignere, scignere, smugnere, soggiugnere, sopraggiugnere, sospignere, SPEGNERE, spignere, stignere, strignere, tignere, ugnere.


4. Contrasto tra spingere e spengere

I 98 verbi in –ngere non riescono a trattenere spengere perché probabilmente troppo vicino a spingere (dal “lat. *expĭngĕre”). La forma spengere diventa così SPEGNERE, rientrando nel paradigma minoritario dei 32 verbi in –gnere.















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sabato 1 giugno 2024

Sgroi – 179 - “Frociaggine” o “froceria”?



di Salvatore Claudio Sgroi


1. Origine di frociaggine?

Un caro amico e collega, avendo letto il precedente nostro intervento178. La correttezza linguistica di papa Francesco (martedì, 28 maggio), a proposito dell’espressione “Nei seminari c’è troppa frociaggine” attribuita al Papa, si è chiesto: “Sul piano linguistico si tratta di un termine raro e poco usato. Da dove viene al Papa?”.

2. Frocerìa in bocca al Papa?

Stando ad altre fonti, papa Francesco avrebbe detto piuttosto: “troppa frocerìa” (“Il Foglio” Matteo Matzuzzi 27 maggio), un termine proprio del romanesco, certamente più comune del sin. frociaggine.

2.1. Frocerìa, froscerìa

Il Vocabolario del Romanesco contemporaneo. Le parole del dialetto e dell’italiano di Roma di P. D’Achille e C. Giovanardi (Newton Compton 2023), come ricordavamo, è il solo a registrare il suffissato frocerìa “s.f. spreg. Modo di fare da omosessuale”.

Stando a “Google libri ricerca avanzata” possiamo documentare tale suffissato fin dall’inizio degli anni 60 del Novecento, in testi soprattutto letterari, ovvero:

Alberto Arbasino 1960: “e in parte per schietti fini di froceria populista, si esprime in un linguaggio sboccato che in buona fede ritiene quello consueto dell'operaio, nella falsa convinzione che il proletariato comunichi solo mediante parolacce” (Parigi o cara, Feltrinelli, p. 477; Lettere da Londra, Adelphi, p. 76).

1972: “un ragazzo che aveva incoraggiato la sua froceria con la sua acerbità di inesperto di omosessualità” (Nuovi argomenti, Edizioni 28-30, p. 144).

Ennio Flaiano 1987: “froceria” (Frasario essenziale per passare inosservati in società, Bompiani, p. 44).

Giovanni Arpino 1988: “con tutta la froceria che circola, guai a smontare la baracca” (Il fratello italiano, Rizzoli, p. 118).

Guido Almansi, ‎Attilio Veraldi 1990: “tutti a cianciare sfacciatamente di frocerie, senza riguardi per anziani e minorenni ? ( Donna da Quirinale, A. Mondadori, p. 172).

Pier Vittorio Tondelli 1993: “In effetti quello che distingue il normalissimo popolo gay della riviera adriatica da quello cosmopolita della froceria internazionale è proprio la sua dimensione casereccia e popolare” (Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta, Bompiani, p. 106).

Tommaso Bavaro 1994: “era tutta na froceria che nun te dico” (La scrittura creativa: tutte le tecniche della narrazione, Calderini, p. 217).

Dario Bellezza 1995: “ha incominciato ad alludere pesantemente alla mia froceria, perché stavo guardando un ragazzetto, non mi sono più trattenuto e l'ho pregata di farsi gli affari suoi” (Lettere da Sodoma, Marsilio, p. 123).

E la variante frosceria:

Cesare Garboli·1950-1977: “Stupisce che in questa immagine […] di suprema ‘frosceria’, il Reni sapesse leggere fin da allora secondo una versione così sfacciatamente supero mistica […]” (La gioia della partita: Scritti 1950-1977, Adelphi 2016; La Pinacoteca nazionale di Bologna. Guido Reni e il Seicento, Marsilio, p. 64).

1985: “frosceria internazionale è proprio la sua dimensione casareccia” (“L'Espresso”, p 5)

3. Frocerìa anziché frociaggine?

Come chiarito da Franco Follini, presidente onorario di Arcigay, che aveva scritto a “Dagospia” che per primo aveva diffuso la notizia dell’uso del termine frociaggine da parte di papa Francesco, “il termine frociaggine è essenzialmente di uso interno alla collettività LGBT+ in situazioni conviviali, di cui evidentemente l'entourage papale, che gliel'ha suggerito, era perfettamente a conoscenza per ragioni che possiamo immaginare”.

Si potrebbe a questo punto quindi ipotizzare che papa Francesco abbia in realtà fatto uso del più comune romanesco froc-erìa, morfologicamente peraltro più vicino al suo mariconería s.f. “Vulg Cualidad de marica [‘frocio’]”, homosexualidad, anziché frociaggine.

















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venerdì 31 maggio 2024

Considerazioni e suggerimenti

Diffidare. Due parole su un verbo adoperato quasi sempre in modo errato: diffidare. Questo verbo, dunque, è "geneticamente" intransitivo, il suo ausiliare è solo avere e si costruisce con la preposizione "di": diffidate sempre "di" coloro che vi fanno troppe promesse. Il significato proprio è "sospettare", "non fidarsi". Adoperato transitivamente significa "intimare di fare o non fare una cosa" e si fa seguire dalla preposizione "a": il preside ha diffidato (cioè: ha intimato) gli alunni a non fumare nei corridoi della scuola; la polizia diffidò (cioè: intimò) il malvivente a presentarsi in commissariato una volta la settimana. Alcuni vocabolari consentono anche l'uso della preposizione articolata "dal", ma in buona lingua italiana è un... uso errato.

Lo sputapepe. Abbiamo notato che non tutti i vocabolari dell'uso attestano questo termine, che si riferisce a una persona dalla parlantina facile, arguta ma petulante. I dizionari che lo registrano lo danno come sostantivo invariabile. No, il vocabolo, riferito al maschile, si pluralizza normalmente: uno sputapepe, due sputapepi. Segue, infatti, la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Tale regola stabilisce che un sostantivo composto di una voce verbale (sputa) e un sostantivo maschile singolare (pepe) nella forma plurale cambia regolarmente. Resta invariato solo se si riferisce a un femminile: Giovanna è una sputapepe; Luisa e Anna sono delle emerite sputapepe.

Ultra. Questo termine viene adoperato nel linguaggio politico e sportivo per indicare gli estremisti di un partito o di una squadra. Consigliamo di scriverlo, in buona lingua italiana, senza accento sulla "a" e senza la "s" finale, anche se in quest'ultima forma è invalso nell'uso. Il vocabolo deriva dall'avverbio latino "ultra" (oltre, al di là, di piú) trasportato in italiano come sostantivo maschile invariabile.

Vistoso. Questo aggettivo significa "appariscente", "che dà nell'occhio"; è improprio, a nostro modesto avviso, adoperarlo nell'accezione di "notevole", "cospicuo", "grande" e simili. Non, quindi, "una vistosa somma", ma, correttamente, una cospicua, notevole somma.

Tinnire. Ci piace segnalare un verbo "sconosciuto" perché di uso prettamente letterario che significa "squillare", "risonare" e simili, di origine onomatopeica. È intransitivo e della III coniugazione, nei tempi composti può prendere tanto l'ausiliare avere quanto l'ausiliare essere. In alcuni tempi si coniuga con la forma incoativa, vale a dire con l'inserimento dell'infisso "-isc-" tra il tema e la desinenza (tinnisco).

Decisamente e succedere. Due parole, due, sugli usi non appropriati di un avverbio e di un verbo: decisamente e succedere. Cominciamo con l'avverbio. Logica vorrebbe che l'avverbio suddetto si adoperasse esclusivamente nel significato di "con decisione". Alcuni, ritenendolo erroneamente sinonimo di "certamente", lo impiegano, per l'appunto, in modo inappropriato: quel libro è "decisamente" interessante; quella fanciulla è "decisamente" bella. E veniamo al verbo "succedere", che ha due significati principali: "subentrare", "sostituire", "prendere il posto di un altro" (morto il padre, il figlio successe alla direzione dell'azienda) e "accadere", "avvenire" (durante i mesi estivi succedono, purtroppo, molti incidenti stradali) e due forme per il passato remoto e il participio passato: successe e succedette; successo e succeduto. A nostro modo di vedere le due, o meglio, le quattro forme è preferibile non adoperarle indifferentemente. Useremo "succedette" e "succeduto" nel significato di "prendere il posto di un altro in un incarico o una carica" (Giovanni Paolo I succedette a Paolo VI) ; "successe" e "successo" nell'accezione di "accadere" e simili (non ricordo piú cosa successe negli anni della mia adolescenza). Pedanteria? Giudicate voi, amici amanti del bel parlare e del bello scrivere.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Invasione dei vermocane nei mari di Sicilia, Puglia e Calabria: “Voracissimi e carnivori, pesca e turismo a rischio”

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Vermocane (o vermecane) si pluralizza mutando la desinenza del secondo elemento, come stabilisce la regola sulla formazione del plurale dei nomi composti di due sostantivi dello stesso genere. Correttamente, quindi: vermocani.

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Sopralluogo nel cantiere della periferia dimenticata dove 400 famiglie vivono senza fogne e acqua

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Prima o poi, gli operatori dell’informazione (i massinformisti) impareranno, speriamo, che quando si escludono due o più cose, la congiunzione correlativa a senza è , più raramente o. Correttamente, quindi: senza fogne né acqua.


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Solo ora abbiamo notato che, in seguito alle nostre ripetute segnalazioni, il Treccani ha “aggiornato” il lemma “-ale”. Come usa dire, meglio tardi che mai.

Emenderanno anche il lessema metaplasmo dove si legge che il verbo “ridere” appartiene alla III coniugazione?



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martedì 28 maggio 2024

Sgroi – 178 - La correttezza linguistica di papa Francesco



di Salvatore Claudio Sgroi


1. Lo “scandalo papale”

Lunedì 20 maggio, nell’aula del Sinodo nel corso dell’Assemblea a porte chiuse della CEI con i vescovi italiani venuti a Roma, durata un’ora e mezzo, papa Francesco, discutendo dell’ammissione dei seminaristi gay, avrebbe detto/ha detto:


Nei seminari c’è già troppa frociaggine”.


Un’espressione giudicata una “gaffe”, perché “l’italiano non è la sua lingua madre”; “quand’era ragazzo in famiglia parlavano più che altro il piemontese”. “Insomma era evidente che Francesco non fosse consapevole di quanto nella nostra lingua la parola sia greve e offensiva” (Gian Guido Vecchi, “Corriere Roma”). “Un errore, motivano i vescovi, fatto perché Bergoglio non conosce bene il significato di tutte le parole, del resto l’italiano non è la sua lingua” (Simona Sirianni, “Io donna”).


2. Papa Francesco italofono competente

Verrebbe piuttosto da dire che papa Francesco, pur italofono che lascia trasparire la sua argentinità soprattutto a livello fonologico, mostra a livello lessicale un’eccellente competenza, ovvero nel caso specifico mostra di conoscere bene il significato delle parole.

Come su specificato, il contesto in cui papa Francesco fa uso del termine frociaggine è sociolinguisticamente, diafasicamente, ineccepibile: si tratta infatti di “un’assemblea a porte chiuse”, non quindi in pubblico e con destinatari paritari: il vescovo di Roma con i vescovi di altre città, in un clima di grande informalità.

Si può anche ipotizzare che in quel contesto informale una diversa espressione come “Nei seminari c’è già troppa omosessualità”, sarebbe risultata stilisticamente una stonatura.

In spagnolo peraltro papa Francesco avrebbe potuto far ricorso a un lessema come marica (vulg.) ‘frocio’ e mariconería s.f.  “Vulg Cualidad de marica”, es. La homosexualidad no es la mariconería que ustedes condenan (Gran diccionario de uso del español actual, SGEL 2001).


2.1. Le scuse di papa Francesco

Una volta che il termine frociaggine si è diffuso fuori del contesto ristretto dell’Assemblea a porte chiuse, per danneggiare l'immagine del Papa, suscitando una bufera di polemiche, papa Francesco ha sentito il bisogno di scusarsi, attraverso il portavoce della Santa Sede Matteo Bruni, per l’uso di tale termine, lungi dal voler offendere gli omosessuali o dal manifestare una qualsiasi forma di omofobia.


3. Seminaristi omosessuali sì o no?

Al di là della scelta lessicale, il problema fondamentale per la Chiesa è se ammettere o no seminaristi gay. Dal momento che il sacerdote è legato al celibato e alla promessa di castità, è chiaro che il seminarista eterosessuale non può non attenersi a tale duplice vincolo. Analogamente, il seminarista omosessuale deve astenersi dal praticare la sua omosessualità. In entrambi i casi, quindi, i seminaristi devono tenere a freno le proprie tendenze, etero- od omosessuali che siano. La Chiesa non può perciò ammettere seminaristi o sacerdoti che praticano l’etero- o l’omosessualità. E questa sembra essere la posizione di Papa Francesco. Tant’è vero che in passato egli “ha concesso la benedizione alle coppie irregolari e omosessuali e l’apertura agli omosessuali e ai transessuali come testimoni di nozze o come padrini o madrine di battesimandi”.


4. Etimo e storia del s.f. frociaggine

Quanto al suffissato froci-aggine, il lessema è assente nella vocabolaristica scolastica (De Mauro 2000, Zingarelli 2024, Devoto-Oli 2024) e anche nel Grande dizionario [storico] della lingua italiana di S. Battaglia –G. Barberi Squarotti (1961-2009) 24 voll. ma non nel GRADIT 2007 (8 voll.) di T. De Mauro, che lo indica come s.f. “volg., l’esser frocio”, di “B[asso]U[so], con etimo sincronico: “deriv. di frocio con –aggine”, e lo data 1988.

Una scorsa in “Google libri ricerca avanzata” consente però di retrodatarlo alla metà degli anni 70:

Marco Tarchi 1974: “ricorrere alla immancabile frociaggine (La voce della fogna, Roccia di Erec, p. 14).

1977: “travestimento della ‘frociaggine, del porno politico” (“Panorama” p. 93).

1978: “Cosa meglio della omosessualità e del suo ghetto possono essere definiti come ‘unheimlich’, dato che vengono a minacciare la vostra vita ‘normale’ (e lente cicatrizzazioni)‎ delle altre forme sessuali...in primis la frociaggine? Il ghetto gay è ‘unheimlich’ perché potrebbe riportare a galla tutto ciò che avete espulso da voi dichiarandolo alieno […]” (“Ombre Rosse” p. 91).

Pier Francesco Paolini 1979: “La frociaggine invece consiste nel fare confusione fra i due verbi: essere e avere. Davvero ... non vuoi, ora, essere avuta da me?" (L'atto delle tenebre, Bompiani, p. 220).

AA.VV. 1980:· “con ribadita frociaggine”. D’altronde, l'istituzione di un'apposita ‘pagina frocia’ facilita da qualche tempo la corrispondenza fra omosessuali” (Laterza, Il Trionfo del privato, p. 246).

Possiamo ancora aggiungere che nel Vocabolario del Romanesco contemporaneo. Le parole del dialetto e dell’italiano di Roma di P. D’Achille e C. Giovanardi (Newton Compton 2023) appare il suffissato frocerìa “s.f. spreg. Modo di fare da omosessuale”, traducente dello sp. mariconería.





















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lunedì 27 maggio 2024

Il festival della lingua italiana




 Un'interessante iniziativa della Treccani

Il festival della lingua italiana


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«Vi racconto, in breve, l'accaduto». Di primo acchito la frase (e quelle simili) sembra perfetta. Ma a un attento esame presenta un'improprietà che in buona lingua è da evitare. Quale? La locuzione "in breve" adoperata nelle accezioni di "insomma", "infine", "concludendo", "per farla breve", "in una parola" e simili. La predetta locuzione, insomma, in buona lingua italiana, non ha una "valenza" conclusiva ma sta per "brevemente", "presto", "in breve tempo", "in breve spazio" e simili. Diremo (e scriveremo) correttamente, quindi: «Vi racconto, brevemente (non in breve), l'accaduto». Saremo sbugiardati da qualche “linguista d'assalto"? 


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Proprio non riusciamo a capire il motivo per cui il prestigioso ( e autorevole) vocabolario Treccani (in Rete), nonostante le nostre ripetute segnalazioni, si rifiuti di "aggiornare" il lemma '-ale'. È l'unico vocabolario, tra quelli consultati, a non attestare l' "occorrenza principe" del lemma in oggetto; i.e., come riporta -- tra gli altri -- il Nuovo De Mauro in linea: "forma produttivamente aggettivi che indicano relazione con il sostantivo (o raramente con il verbo) di base, ed è presente in aggettivi di origine latina o formati sul modello latino: autunnale, avverbiale, finale, funzionale, generale, industriale, ministeriale, mondiale, mortale, postale, principale, sostanziale, statale, universale; abituale, annuale, intellettuale, portuale, spirituale (...); la sostantivazione degli aggettivi è frequente, e numerosi di essi sono usati esclusivamente o prevalentemente come sostantivi maschili: bracciale, canale, ditale, gambale, giornale, grembiale, pugnale, schienale, segnale | ha valore accrescitivo in alcuni sostantivi maschili denominali: piazzale, viale | rientra genericamente nella formazione di termini di ambito tecnico specialistico: conidiale, chirale, geminale (...)". È una "mancanza" che, a nostro modo di vedere, inficia il prestigio e l'autorevolezza del vocabolario. Ma tant'è. È un mistero eleusino!


Dal vocabolario Treccani in Rete:


-ale. – Suffisso usato nella terminologia chimica per indicare la presenza, in un composto organico, di un gruppo aldeidico, come in citrale, geraniale, ecc.





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domenica 26 maggio 2024

Dappresso e davanti


I
l primo vocabolo, avverbio, si può scrivere anche in due parole, vale a dire in grafia analitica: da presso. Mai con l’apostrofo (d’appresso). Il secondo, preposizione impropria, si costruisce regolarmente con la a: abito davanti a lui. Si sconsiglia l’impiego della preposizione unita direttamente al sostantivo: passavo davanti la casa; meglio davanti alla casa. La medesima “regola” vale per dinanzi e checché ne dicano certi vocabolari e certi "scrittori" la "di" non è geminante, vale a dire non fa raddoppiare la "n" (*dinnanzi)*. L' "errore" è dovuto, probabilmente, per un accostamento analogico con “innanzi” il cui rafforzamento sintattico (raddoppiamento della “n”) è solo apparente perché la doppia “n” risulta dalla fusione di “in” e dalla locuzione latina “in antea” già contratta in “nanzi” (in + in antea = in nanzi = innanzi); dinanzi deriva, invece, dalla fusione di “di” e di “nanzi” = dinanzi).
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Vocabolario Palazzi: erroneo scrivere, come molti fanno, dinnanzi; essendo la voce composta dalla preposizione di, la quale non richiede raddoppiamento, e da nanzi; si raddoppia di solito per analogia con innanzi, ma quest'ultima voce è composta da in e nanzi e perciò a ragione si scrive con n doppia.


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Due parole sul verbo “inferire”, che ha due participi passati

Inferto e inferito sono participi passati del verbo "inferire", che ha due accezioni diverse: "causare danni o ferite, sia morali sia fisiche" e "arrivare a una conclusione", quindi dedurre, desumere. La coniugazione è la medesima di infierire, tranne che nella prima persona singolare e nella terza plurale del passato remoto e, appunto, nel participio passato. Avremo inferto, quando il verbo sta per "provocare danni" e inferito quando vale "dedurre": il malvivente gli ha inferto cinque coltellate; dalle indagini svolte la polizia ha inferito che l'uomo era estraneo ai fatti. Quanto al passato remoto avremo infersi e infersero nell'accezione di "cagionare danni" ; inferii e inferirono nel significato di "dedurre". Un'ultima annotazione. Inferire è un "quasi sinonimo" di infierire in quanto i due verbi hanno sfumature diverse; inoltre il primo è transitivo, il secondo intransitivo. Interessantissima, in proposito, l' «opinione» del Tommaseo.


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La lingua “biforcuta” della stampa

50mila allo Stadio Olimpico per incontrare Papa Francesco ed i bambini

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Correttamente: e i bambini. In questo caso la “d” di “ed” non è necessaria, anzi è cacofonica. Per l’uso corretto della “d eufonica” gli operatori dell’informazione possono vedere qui.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


venerdì 24 maggio 2024

Fratricida e sororicida

 


Tutti i vocabolari consultati (cartacei e in rete) definiscono "fratricida" l'uccisore del proprio fratello o della propria sorella e "sororicida" chi uccide (solo) la propria sorella. La cosa ci lascia un po' perplessi: perché fratricida è "ambivalente" e sororicida no? Non sarebbe bene seguire l'etimologia? Lasciare, cioè, "fratricida" solo per quanto attiene all'uccisione di un fratello, visto che sororicida indica l'assassino/a della sorella? Per non fare "due pesi e due misure" perché non aggiungere, allora, al lemma sororicida che, per estensione, vale anche per designare l'uccisore del fratello?  Ci auguriamo che i vocabolaristi prendano in esame il nostro suggerimento.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Sofia Stefani, la vigilessa uccisa dall'ex comandante: «Giampiero Gualandi aveva in mente l'omicido». I messaggi e le 15 chiamate il giorno della morte

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Nonostante le raccomandazioni dell’Accademia della Crusca e di altri insigni linguisti, gli operatori dell’informazione persistono, imperterriti, nel diffondere lo strafalcione. Vigile si può definire un nome epiceno, vale, cioè, tanto per il maschile quanto per il femminile. Correttamente, quindi: la vigile. Quanto al refuso...

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Vigilesse si sposano in alta uniforme a Bari, il sindaco Decaro celebra le nozze: «Solo l'amore conta»

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Senza parole!

Dal Treccani :

Per il personale di sesso femminile, si usa in genere vigile preceduto dall’art. femm. (la vigile che sorveglia l’uscita dalla scuola; una vigile inflessibile), ma con sfumatura più o meno iron. o scherz., talvolta spreg., anche vigilessa!


 Da “Sapere.it”:

Il nome vigile, secondo le normali regole della lingua italiana, è maschile o femminile secondo se si riferisce a uomo o a donna: il vigile, la vigile. È in uso anche vigilessa, che però può avere anche tono scherzoso o valore spregiativo, come tradizionalmente hanno avuto diversi femminili in -essa. Alcuni poi preferiscono utilizzare il nome vigile al maschile anche per una donna. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze. Il vigile urbano può avere nomi diversi a livello regionale: per esempio ghisa a Milano (per allusione scherzosa al cappello alto e rigido della divisa tradizionale), civico in alcune regioni dell’Italia settentrionale e pizzardone a Roma. Si tratta però di denominazioni antiquate, sempre meno usate se non quando si vuol fare del “colore locale”. 


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Anziana morta in casa nel foggiano, fermato uomo nudo e insanguinato

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In buona lingua: Foggiano (F maiuscola), trattandosi di un’area geografica.



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