lunedì 12 gennaio 2026

Sgroi – 220 - Ancora sulla creatività linguistica di Papa Francesco

 


di Salvatore Claudio Sgroi



      1. Papa Francesco: un italofono doc


Nel nostro volume su Le parole di Papa Francesco e le prime parole di Papa Leone XIV (libreria universitaria.it edizioni 2025) ci eravamo soffermati in vari capp. -- “I prestiti di papa Francesco” (cap. VII), “Calchi semantici e strutturali (spagnoli e sudamericani) di papa Francesco” (cap. VIII), “Papa Francesco e la ‘cocalizzazione’” (cap. IX), “Papa Francesco e lo spagnolo sudamericano” (cap. X), “Insanguare ‘insanguinare’: ispanismo sudamericano?” (cap. XI), “Spagnolo superparoxítono’ vs italiano ‘bisdrucciolo’” (cap. XVIII), “Analisi traduttiva: da papa Francesco, Spera a papa Francisco, Esperanza (cap. XIX), “Gli errori (presunti) di papa Francesco” (cap. XX) – per illustrare la componente ispanica e sud-americana (argentina) presente nella sua italofonia a livello soprattutto lessicale, ma anche fonologico, morfologico e sintattico.


2. Creatività senza fine


Ma la sua creatività linguistica era imprevedibile. Ascoltando casualmente on line un frammento di una sua intervista del gennaio 2021, a un certo punto Papa Francesco ha detto:


qualcuno mi butta la grillata”,


subito spiegato con “fare cose brutte perché le cose non vadano avanti”.


3. La grilla nella lessicografia monolingue (spagnola e ispano-americana) e bilingue


L’espressione ha tutto il sapore di essere un modismo ispano-argentino. Significativa al riguardo l’assenza del termine nel Diccionario de la lengua española della Real Academia Española online.

Invece il Gran dizionario de uso del español actual (SGEL-Hoepli 2001) segnala come americanismo il “s/f grilla 1. Amer Riña o pelea: Es una cultura que favorece la grilla. 2. Molestia o contrariedad”.

Ancor più esplicito il Diccionario de americanismos della Asociasión de Academias de la lengua española (2010), che lemmatizza il verbo “grillar intr. Mx. Hacer grilla, murmurar o calumniar en determinados ambientes”; il sost. grilla f. Mx. Atmósfera de murmuración y calumnia que impera en ciertos círculos políticos, empresariales o estudiantiles”; e grillero, -a “adj. Mx. Referido a persona, que se dedica a hacer grilla, intriga”.

Con diverso significato registrano la voce il Diccionario del español actual di Manuel SecoOlimpia Andrés - Gabino Ramos (Aguilar, 19991, 20112, vol. II), che riporta “grilla, salir—(una pers.) loc. v. (col) Resultar de mala condición o de comportamiento inadecuado”.

E il Clave. Diccionario de uso del espanol actual (SM-Hoepli 20068), che lemmatizza grilla s.f. “col. En zonas del español meridional, acuerdo o discusión entre varias personas de un grupo: En el salón se armó la grilla cuando elegimos al representante del grupo”.

Il Diccionario del español de América di Marcos A. Morínigo (Anaya & Mario Munik 19931, 19962), registra invece “grilla f. Col., Ecu, Per. Molestia, Contrariedad”.

Stranamente il Diccionario del español de Argentina di Günther HaenshReinhold Werner (Gredos 2000), che non lemmatizza né grilla, grillargrillero.

Il Gran dizionario di spagnolo di Rossend ArquésAdriana Padoan (Zanichelli 2012) nella sez. Sp.-It. riporta infine il s.f. grilla ma nel sign. “(reg.) (alboroto) chiasso, baccano”.












Altre pubblicazioni di Salvatore Claudio Sgroi:

Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, Torino, Utet 2010

Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria, Firenze, Cesati 2013

Dove va il congiuntivo? Ovvero il congiuntivo da nove punti di vista, Torino, Utet 2013

Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticaliCittà del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016

Maestri della linguistica otto-novecentesca, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Maestri della linguistica italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

(As)saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

Gli Errori ovvero le Verità nascoste, Palermo, CSFLS 2019

Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2020

Saggi scelti di morfologia lessicale, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

Saggi di morfologia teorica e applicata, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

La lingua italiana del terzo millennio tra regole norme ed erroripres. di Claudio Marazzini, Torino, UTET, 2024

Il Papa è infallibile. Lo dice la grammaticapres. di Francesco Coniglione, Firenze, Accademia della  Crusca 2025

Le parole di papa Francesco. E le prime parole di papa Leone XIV, ed. Libreria Universitaria, 2025







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Le parole che 'graffiano' e quelle che 'accarezzano'

 


U
na volta, in un piccolo borgo affacciato sul mare, viveva un' anziana maestra, Lidia. Era famosa per il suo modo gentile di parlare e per la capacità di trasformare ogni lezione in una storia che i bambini ricordavano per anni. Un giorno, mentre si avviava verso la scuola, sentì due suoi scolari litigare: uno aveva appena definito l’altro “lumacone”. Lidia sospirò, non per il litigio in sé, ma perché sapeva che quella era l’occasione perfetta per spiegare un concetto che pochi conoscevano davvero: il disfemismo.

Entrò in classe e, prima ancora di togliersi il cappotto, cominciò a raccontare. Disse che nella lingua italiana esistono parole che accarezzano e parole che graffiano. Il disfemismo appartiene alla seconda categoria. Deriva dal greco dys (“male”) e phēmí (“parlare”), e significa letteralmente “parlare male”, cioè usare un termine più duro, più volgare o più sgradevole rispetto a quello neutro. È il contrario dell’eufemismo, che invece addolcisce. Il disfemismo, spiegò la maestra, non nasce sempre dalla cattiveria: a volte serve a sdrammatizzare, altre a creare complicità, altre ancora a esprimere frustrazione o ironia.

Per rendere tutto più chiaro, raccontò un aneddoto della sua giovinezza. Da giovinetta lavorava in una piccola libreria. Il proprietario, un uomo burbero ma dal cuore buono, chiamava il registratore di cassala bestia”. Non perché lo odiasse, ma perché ogni volta che si inceppava sembrava ringhiare. Quel soprannome, pur essendo un disfemismo, non offendeva nessuno: anzi, faceva sorridere i clienti abituali. Lidia spiegò che questo è un esempio di come il disfemismo possa essere usato in modo affettuoso o ironico, senza intenzione offensiva.

Poi aggiunse che, in altri casi, il disfemismo può ferire. Dire “lumacone” invece di “sei un po’ lento oggi” cambia completamente il tono. Le parole, come pietre, possono costruire o demolire. Ecco perché bisogna usarle con consapevolezza. I bambini ascoltavano rapiti, e qualcuno iniziò a riflettere sulle parole che usava ogni giorno senza pensarci.

Per rendere la lezione ancora più viva, Lidia fece alcuni esempi: chiamare “sbobba” un piatto poco appetitoso, dire “piantala di frignare” invece di “non piangere”, definire “vecchio rottame” un oggetto usurato. Ogni volta, i bambini riconoscevano il tono più ruvido, più colorito, più diretto. Capivano che il disfemismo non è solo una parola brutta: è un modo di guardare il mondo con una lente che ingrandisce il difetto, l’imperfezione, il lato scomodo delle cose.

La maestra concluse la sua lezione spiegando che conoscere il disfemismo significa imparare a scegliere. A volte può essere utile per scherzare, altre per sfogarsi, altre ancora per dare vivacità al linguaggio. Ma bisogna sempre ricordare che le parole, una volta pronunciate, non tornano indietro. Sono come frecce: possono colpire un bersaglio con precisione o ferire senza volerlo.

Quando la campanella suonò, i piccoli uscirono dall’aula con un nuovo tesoro: la consapevolezza che ogni parola ha un peso, e che il disfemismo, se usato con attenzione, può essere uno strumento espressivo potente. Ma se usato senza cura, può trasformarsi in un piccolo veleno. E così, da quel giorno, nessuno chiamò più un essere umano “lumacone”. Al massimo, qualcuno sussurrò “sei un po’ lento”, e lo disse con un sorriso smagliante.

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Rimanere al verde rame


N
ella vasta “rimessa” della nostra lingua, dove riposano parole ed espressioni che un tempo vivevano sulla bocca di tutti, “rimanere al verde rame” è una piccola gemma idiomatica dimenticata. È un modo di dire che oggi suona quasi enigmatico, ma che un tempo aveva una sua precisa collocazione nel parlare quotidiano, soprattutto in alcune aree dell’Italia centrale.

L’espressione significa trovarsi completamente senza denaro, in una condizione di povertà momentanea o cronica. È una variante più antica e più colorita del più comune “essere al verde”, che ancora oggi sopravvive. Il “verde rame” richiama il colore delle superfici metalliche ossidate: un verde spento, povero, che richiama l’idea di qualcosa di consumato, logoro, ridotto all’osso. In alcune interpretazioni popolari, il riferimento è alle monete di rame, le più piccole e di minor valore: quando si arrivava a consumare quelle, si era davvero alla fine delle risorse economiche.

Nell’uso quotidiano, “rimanere al verde rame” compariva spesso in contesti familiari o scherzosi, come un modo pittoresco per lamentarsi della propria situazione economica. Oggi il modo di dire suscita curiosità o un sorriso per la sua aria d’altri tempi. Si potrebbe dire: “Dopo le spese di questo mese sono rimasto al verde rame”, oppure “Se continuiamo a uscire tutte le sere, finiamo al verde rame in un attimo”. In un dialogo narrativo potrebbe suonare così: “Non chiedermi di venire in vacanza, sono al verde rame da settimane”.

È un’espressione che meriterebbe di tornare in auge (in circolazione): ha un sapore antico, una musicalità particolare e una forza evocativa che le parole moderne spesso non posseggono più.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Tv di Stato mostra migliaia di persone in piazza pro-regime. Il ministro degli Esteri di Teheran ha sentito Witkoff

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Correttamente: pro regime (senza trattino). Vocabolario De Mauro: pro

prò prep., s.m.inv., lat.  ca. 1050; lat. pro.

AU
1. prep. , per, in favore di, a beneficio di: offerte pro alluvionati | anche con iniz. maiusc., in denominazioni di istituzioni benefiche o culturali che promuovono iniziative sociali e assistenziali a favore di qcn. o qcs.: pro loco
2. s.m.inv. , ciò che costituisce l’aspetto favorevole, vantaggioso di una situazione, di una scelta e sim.: valutare i pro e i contro. La "polizia linguistica" è sempre in agguato.  






domenica 11 gennaio 2026

Un modo di dire che, probabilmente, pochi conoscono: "Il picchio sul macigno"

 

Un modo di dire può essere una finestra su un mondo che non c’è più: un frammento di mentalità, di paesaggio, di vita quotidiana che sopravvive solo nella lingua. Restare come un picchio sul macigno appartiene proprio a questa categoria di espressioni dimenticate, nate in un’Italia rurale e montuosa, dove l’osservazione della natura era parte integrante dell’esperienza umana. Oggi suona quasi enigmatico, ma proprio per questo affascina: è un piccolo rudere linguistico che merita di essere riportato alla luce.

L’espressione nasce dall’immagine concreta del picchio che, ostinato, continua a battere il becco sempre sullo stesso punto della roccia o del tronco, senza spostarsi di un millimetro. Da qui l’etimologia figurata: il “macigno” è la posizione rigida, immobile; il “picchio” è la persona che insiste, che non molla, che non cambia idea neppure di fronte all’evidenza. Il significato è quindi quello di una testardaggine inflessibile, una fermezza che può essere virtù o difetto a seconda del contesto.

Nell’uso, la frase veniva impiegata soprattutto nelle zone appenniniche dell’Italia centrale, in contesti familiari o popolari. Oggi è quasi scomparsa, ma può ancora funzionare in un registro colloquiale ricercato, come scelta stilistica per dare colore o ironia. Si potrebbe dire, i.e.: Gli ho mostrato i dati, gli ho spiegato la situazione, ma lui niente: resta come un picchio sul macigno. Oppure: Quando si convince di qualcosa, diventa un picchio sul macigno: non lo smuovi.

È un modo di dire che porta con sé un sapore antico, una lentezza di osservazione che contrasta con la rapidità del linguaggio contemporaneo. Recuperarlo significa non solo arricchire il proprio vocabolario, ma anche riannodare un filo con un’Italia che parlava attraverso immagini vive, prese direttamente dalla natura che la circondava.




sabato 10 gennaio 2026

Quando la voce diventa arma: la vera differenza tra gridare e strillare

 


I
l confronto tra gridare e strillare permette di osservare come due verbi apparentemente simili possano in realtà raccontare mondi diversi: quello della forza controllata e quello dell’acuto istintivo. Entrambi descrivono un’emissione sonora intensa, ma ciascuno porta con sé una storia, un carattere e un campo d’uso che ne determinano la scelta nelle situazioni comunicative più disparate. Comprenderne le sfumature significa non solo arricchire il proprio lessico, ma anche affinare la capacità di cogliere e restituire le emozioni che attraversano la voce umana.

Il verbo gridare affonda le sue radici nel latino tardo critare, variante di quiritare. Quest’ultimo, secondo la tradizione, indicava l’atto di “invocare l’aiuto dei Quiriti”, i cittadini romani di pieno diritto. Era dunque un richiamo pubblico, un appello alla comunità affinché intervenisse in difesa o in nome della giustizia. Questa origine civica e solenne ha lasciato un’impronta profonda sul significato moderno del sintagma, che conserva un’aura di autorevolezza e di forza ordinatrice.

Gridare significa emettere un suono forte, pieno, che può essere articolato in parole o ridursi a un verso. È il verbo della potenza vocale, della necessità di sovrastare il rumore o di imporre un comando. Non a caso, si grida per richiamare l’attenzione, per impartire ordini, per farsi ascoltare da una folla. Ma gridare possiede anche una dimensione figurata che lo rende particolarmente espressivo: si può “gridare ai quattro venti” per divulgare una notizia, oppure affermare che un’ingiustizia “grida vendetta”, attribuendo alla voce un valore morale e simbolico. È un verbo che sa uscire dal piano fisico per diventare immagine, denuncia, amplificazione emotiva.

Strillare, invece, nasce da un’altra matrice: è un termine onomatopeico, probabilmente derivato dall’incrocio tra il latino stridere - che indicava un suono aspro, secco, penetrante - e il falso suffisso -illare. La sua stessa forma richiama il rumore acuto degli uccelli o lo stridere dei metalli. Non sorprende, quindi, che il suo significato moderno si concentri più sulla qualità del suono che sulla sua intensità.

Strillare indica un’emissione vocale acuta, sottile, spesso fastidiosa. È il verbo dei bambini che piangono o protestano, dei neonati che esprimono bisogni primari, di chi è colto da un improvviso spavento fisico. A differenza del grido, lo strillo non è quasi mai controllato: è una reazione emotiva, istintiva, talvolta scomposta. Anche nella protesta, “strillare contro qualcuno” suggerisce un atteggiamento capriccioso o isterico, lontano dalla fermezza di chi “grida contro” per rimproverare con autorità. In alcuni contesti tecnici, il termine può persino riferirsi al fischio acuto di macchinari o dispositivi, confermando la sua vocazione sonora più che comunicativa.

Il confronto tra i due verbi mette in luce differenze nette. Gridare ha una radice civica e un timbro pieno, baritonale, che può essere modulato e persino calcolato; strillare nasce invece da un suono aspro e si manifesta come un acuto lacerante, spesso incontrollato. Il primo può assumere significati astratti e figurati, il secondo resta ancorato alla fisicità del suono e alle reazioni emotive. Perfino nelle accezioni meno comuni, la distanza rimane evidente: gridare può significare “bandire” o “pubblicare un editto”, mentre strillare può indicare il fischio di certi macchinari.

Scegliere tra gridare e strillare non è dunque una questione di sinonimia, ma di precisione. Il primo evoca forza, ordine, intenzionalità; il secondo richiama acutezza, fastidio, spontaneità emotiva. Conoscerne la differenza permette di restituire con maggiore fedeltà la scena, il tono, l’atmosfera di ciò che si vuole raccontare, trasformando la voce - reale o metaforica - in uno strumento narrativo più ricco e consapevole.











(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


venerdì 9 gennaio 2026

Uno di quelli che… inciampano nella concordanza. Quando il plurale mette ordine dove il singolare confonde

 

Tra i dubbi più ricorrenti dell’italiano scritto c’è la concordanza del verbo nelle frasi introdotte da espressioni come «uno di quelli che…», «una delle persone che…», «uno di coloro che…». Il problema sembra minimo, ma in realtà tocca un principio fondamentale della sintassi italiana: il verbo della relativa si accorda con l’antecedente del pronome relativo «che». È un meccanismo semplice, ma spesso offuscato dall’uso oscillante e da una certa tendenza a far prevalere la concordanza “logica” sul funzionamento grammaticale.

Nella costruzione «uno di quelli che…», l’antecedente di che non è uno, bensì quelli, che è un nome plurale. Di conseguenza, il verbo della relativa deve andare al plurale. La frase corretta, per esempio, è: «Giovanni è uno di quelli che amano trascorrere le ferie all’estero». Il verbo amano concorda con quelli, non con uno. È una concordanza che rispetta la struttura della frase e, soprattutto, evita ambiguità: con il singolare ama sembrerebbe che solo Giovanni abbia quella caratteristica, mentre il plurale colloca Giovanni dentro un gruppo più ampio che condivide lo stesso comportamento.

Un piccolo aneddoto, spesso citato nelle scuole di giornalismo, aiuta a fissare la regola. Si racconta che un celebre correttore di bozze del primo Novecento, noto per la sua inflessibilità, avesse l’abitudine di cerchiare in rosso ogni «uno di quelli che ama» trovato nei manoscritti, accompagnandolo con una nota lapidaria: «Ama solo lui?». Pare che un giovane cronista, esasperato, gli avesse risposto: «Ma il lettore capisce lo stesso!». E il correttore, senza alzare lo sguardo, avesse replicato: «Il lettore capisce, sì. Ma la lingua capisce meglio di noi». L’aneddoto (vero o abbellito che sia) rende bene l’idea: la concordanza non è un capriccio, ma un modo per mantenere la frase limpida e inequivocabile.

Il principio è lo stesso che regola frasi come: «Maria è una delle persone che credono nella collaborazione», oppure «È uno di coloro che sanno ascoltare». In tutti questi casi, il pronome relativo che riprende un nome plurale (persone, coloro, quelli), e il verbo si adegua. È un meccanismo che si ritrova anche in esempi più semplici: «Ho visto le ragazze che ridevano», «Conosco gli studenti che studiano di più». L’italiano, su questo punto, è lineare: il verbo della relativa segue il numero dell’antecedente.

Esistono, è vero, casi in cui si incontra il singolare: «Giovanni è uno di quelli che ama davvero il mare». Questa forma, pur possibile, è meno naturale nell’italiano contemporaneo e può risultare artificiosa. È una concordanza “logica”, che guarda al significato di uno più che alla struttura della frase. Ma proprio perché rompe il meccanismo abituale, rischia di creare incertezza interpretativa. Per questo, nei registri sorvegliati – giornalistici, saggistici, istituzionali – la scelta più chiara, elegante e coerente resta il plurale.

L’uso quotidiano conferma questa preferenza. Espressioni come «Sei uno di quelli che fanno sempre la scelta giusta», «È uno di quelli che arrivano puntuali anche quando non serve», «Sono uno di quelli che credono nella pazienza» suonano naturali, immediate, prive di inciampi. Il plurale, in questi casi, non è solo corretto: è la soluzione che meglio rispecchia la logica della lingua.

La regola, in fondo, si riduce a un “gesto” semplice: individuare l’antecedente di «che». Se è plurale, il verbo sarà plurale; se è singolare, sarà singolare. Nel caso di «uno di quelli che…», l’antecedente è sempre plurale. E da qui discende tutto il resto.




giovedì 8 gennaio 2026

Due strade, due sensi: digressione e regressione. Il suono inganna, il senso no

 


Capita spesso che l’orecchio, più veloce della mente, ci suggerisca parentele linguistiche inesistenti. È il caso di digressione e regressione: due lessemi che si assomigliano, si rincorrono nel suono, quasi si imitano, ma che non condividono né origine né significato. L’assonanza inganna, e l’uso frettoloso finisce con il sovrapporli come se fossero intercambiabili. Non lo sono. Per comprenderlo davvero occorre tornare alle radici, osservare la forma, ascoltare la storia che ciascun lemma porta con sé e, soprattutto, vedere come “funzionano” nella lingua viva.

Regressione è voce dotta e limpida, dal latino regressio, derivato di regredi, “tornare indietro”. L’idea è quella di un movimento a ritroso: un ritorno, un arretramento, un passo che annulla o riduce ciò che era stato compiuto. È un termine tecnico in molti ambiti - statistica, psicologia, economia - ma resta perfettamente trasparente anche nell’uso comune: regressione significa retrocedere, perdere terreno, ritornare a uno stadio precedente. La sua forza semantica è lineare, quasi geometrica: una freccia che punta all’indietro.

Digressione, invece, appartiene a un’altra famiglia. Viene dal latino digressio, derivato di digredi, “allontanarsi dal cammino”. È la deviazione dal filo principale del discorso, lo scarto laterale che apre una parentesi, un ricamo, un sentiero secondario. Non è un arretramento, ma un allontanamento: non si torna indietro, si va di lato. È un movimento libero, spesso utile, talvolta ornamentale, altre volte semplicemente umano: perché il pensiero non procede sempre in linea retta.

Un aneddoto curioso circola tra alcuni gruppi di scrittori: si racconta che una delle digressioni più celebri della narrativa italiana nacque per errore. Durante una lettura pubblica, un autore - tradito dall’emozione - si perse per un attimo nel testo e improvvisò una parentesi che non era prevista. Il pubblico reagì con un’attenzione nuova, quasi ipnotica. Quella deviazione inattesa piacque così tanto che lo scrittore decise di inserirla nella versione definitiva del libro. Una digressione nata da uno smarrimento, diventata poi una delle pagine più amate: la lingua, quando vuole, sa trasformare l’incidente in stile.

Confondere regressione e digressione significa, dunque, ignorare la loro natura: la prima è un concetto serio, strutturato, con un significato stabile e riconosciuto; la seconda è un gesto retorico, un movimento laterale, una parentesi che arricchisce o complica il discorso. La regressione appartiene al lessico tecnico; la digressione al registro narrativo, argomentativo, persino confidenziale. La regressione indica un ritorno a uno stadio precedente; la digressione un allontanamento dal tema principale.

Usare i due termini correttamente non è solo una questione di precisione, ma di stile. Una regressione si misura, si valuta, si diagnostica. Una digressione si racconta, si concede, si assapora. La regressione è un arretramento; la digressione è una deviazione. E quando la lingua ci offre sfumature così nette, vale sempre la pena rispettarle: perché ogni parola, anche la più laterale, porta con sé un gesto, un’intenzione, un modo di guardare il mondo.





martedì 6 gennaio 2026

La notte in cui i verbi si ritrovarono

 

C’era una volta, nella notte più lunga dell’inverno, una Befana un po’ diversa dalle altre. Non portava soltanto dolci e carbone: custodiva un grande sacco di tela ruvida, pieno di parole che la gente, distratta, perdeva per strada.

Dentro quel sacco c’erano accenti caduti, apostrofi vagabondi, doppie fuggite, e soprattutto un mucchietto di verbi confusi che non sapevano più come comportarsi.

Quella notte, mentre la Befana volava sopra i tetti, sentì un fruscio. Dal sacco spuntò un verbo magrolino, con l’aria smarrita.

«Mi scusi, signora Befana… io non so più chi sono» disse con voce tremula.

«E come ti chiami?» chiese lei, atterrando su una nuvola.

«Mi chiamano compire, ma a volte mi chiamano compiere. Io non capisco più quando devo finire qualcosa e quando devo farla.»

La Befana sorrise: non era la prima volta che un verbo le chiedeva aiuto.

«Vieni con me» disse. «Questa notte non porto solo doni: porto chiarezza.»

Si avvicinarono a un camino acceso. La Befana soffiò leggermente e la fiamma prese la forma di un libro aperto.

«Guarda bene» disse. «Compiere significa fare, realizzare, portare a termine un’azione. Compire, invece, è un verbo più raro, antico, e significa finire, giungere al compimento. Tu non devi scegliere chi essere: devi solo ricordare quando ti chiamano per fare e quando per finire.»

Il verbo, illuminato dalla fiamma, si raddrizzò come un soldatino.

«Allora… se dico “compiere un viaggio”, sto facendo il viaggio. Ma se dico “l’anno compie il suo corso”, sto finendo il ciclo.»

«Esatto» disse la Befana. «E ora torna nel sacco: domani qualcuno avrà bisogno di te.»

Il verbo saltò dentro felice, e la Befana riprese il volo. Mentre scompariva tra le stelle, lasciò cadere una manciata di sillabe lucenti che si posarono sui tetti come neve leggera.

Da allora, ogni Epifania, si dice che la Befana non porti solo dolci: porta anche un po’ di ordine tra le parole, perché nessuna lingua può brillare senza cura.

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Le parole chiedono cura: chi le ascolta davvero compie il proprio pensiero e porta a compimento la propria frase.

Ogni parola ha un destino: chi la usa con attenzione compie ciò che dice e lascia che la frase compia il suo cammino.

Chi conosce il valore delle parole compie il gesto giusto e lascia che la frase si compia da sé.




lunedì 5 gennaio 2026

Sgocciolature linguistiche: quando il rotto non è impeto

 


Nella nostra cara lingua italiana capita spesso vedere come due forme graficamente simili si separino poi in significati lontanissimi, quasi come due rami nati dallo stesso tronco ma cresciuti in direzioni opposte. È il caso di dirotto e di rotto, coppia che inganna l’occhio e talvolta anche l’orecchio, ma che non ammette incertezze d’uso: la scelta corretta dipende sempre dal contesto, perché le due espressioni appartengono a famiglie grammaticali diverse e rispondono a logiche semantiche incompatibili. Distinguere l’una dall’altra non è solo un esercizio di precisione, ma un modo per cogliere la finezza con cui la lingua di Dante sa differenziare intensità e rottura, impeto e residuo.

Dirotto affonda le sue radici nel latino diruptus, participio di dirumpere, “spezzare con forza”, “rompere di colpo”. L’idea originaria è quella di qualcosa che si apre, si frattura, si disgrega. Nel passaggio al volgare e poi all’italiano, però, il significato si è spostato dal concreto al figurato, trasformando la rottura fisica in un’immagine di violenza, impeto, continuità inarrestabile. Così dirotto è diventato l’aggettivo e l’avverbio dell’intensità: una pioggia che cade senza tregua, un pianto che sgorga come un fiume, un moto emotivo o naturale che non conosce freni. Dire «piove a dirotto» significa evocare un cielo che non concede pause; dire «un pianto dirotto» significa restituire la forza di un’emozione che travolge. In qualche pagina letteraria antica, dirotto conserva ancora il suo senso originario di “scosceso”, “dirupato”, ma si tratta di “reliquie linguistiche”, come fossili semantici che testimoniano un passato ormai lontano.

Di rotto, invece, non ha nulla (a) che vedere con l’impeto: è un semplice connubio della preposizione di con l’aggettivo rotto, e appartiene alla sfera della concretezza, della materialità, del resto che avanza. Si usa per indicare ciò che è spezzato, guastato, danneggiato, oppure per segnalare una quantità eccedente, un piccolo scarto rispetto a un numero intero. Dire «qualche minuto di rotto» significa aggiungere un margine, un di più non quantificato; dire «non c’è nulla di rotto» significa rassicurare che nessun oggetto - o nessuna parte del corpo - ha subito danni. È una locuzione che vive nella quotidianità, nei gesti, nelle verifiche dopo una caduta, nei conti approssimativi del tempo. E, come spesso accade, la lingua parlata ha prodotto una variante più agile e oggi più comune: «e rotti», forma che ha quasi soppiantato l’originaria.

Curiosamente, le due espressioni condividono un’ombra semantica: ambedue, in modi diversi, parlano di rottura. Ma mentre dirotto trasforma la rottura in energia, in forza che scroscia o travolge, di rotto la mantiene nella sua dimensione concreta, come un oggetto incrinato o un numero che non torna preciso. È un caso in cui la lingua mostra la sua capacità di far convivere l’immagine e la materia, l’astrazione e il quotidiano.
In proposito, un piccolo aneddoto circolava tra i correttori di bozze (“ammazzati” dalla tecnologia): pare che un giovane redattore, alle prime armi, abbia corretto un «pianto dirotto» trasformandolo in «pianto di rotto», convinto che si trattasse di un errore di battitura. Il risultato, oltre a un sorriso amaro del caporedattore, fu una scena involontariamente comica: un pianto “rotto”, come se il protagonista avesse smarrito un pezzo del proprio dolore. Da allora, in quella redazione, «non rompere un pianto dirotto» è diventato un modo scherzoso per ricordare che le parole, anche quando si somigliano, non sono mai intercambiabili.

Per concludere queste noterelle, dirotto e di rotto non sono varianti, ma mondi distinti: il primo appartiene all’intensità, il secondo alla rottura; il primo scorre come un fiume, il secondo si spezza come un oggetto. Conoscerli e adoperarli con precisione significa restituire alla lingua la sua ricchezza e alla comunicazione la sua esattezza.





domenica 4 gennaio 2026

Il vento parla, l’antenato risponde

 

Il “gesto” di dare voce a ciò che è muto - un oggetto inanimato, un concetto astratto o, nel modo più intenso, una persona defunta - accompagna la letteratura fin dalle sue origini. È un artificio che infrange i confini del possibile, trasformando il silenzio in parola e l’assenza in presenza. Due termini, strettamente legati ma non sovrapponibili, definiscono questa tecnica: prosopopea e nekyia.

La prosopopea, dal greco prosōpon poiein (“creare un volto, una persona”), è la figura retorica che attribuisce voce, pensieri e azioni a entità che non possono averne. È la base di ogni discorso che anima l’inanimato: “il vento sussurrò segreti”, oppure l’evocazione di un antenato che prende parola in un testo. Quando applicata ai defunti, la prosopopea è la pura attribuzione di un discorso a chi non è più in vita, con un effetto che può essere didascalico, emotivo o persuasivo. È la forma essenziale che consente di realizzare l’impossibile: far parlare chi non può.

La nekyia, invece, ha un respiro più ampio. Il termine deriva dal greco antico nékyia, da nekys, forma arcaica di neκρός (“morto”), e indica originariamente il rito di evocazione dei defunti. Non si limita a una figura retorica isolata, ma descrive un motivo narrativo codificato: l’intero episodio in cui un eroe vivente discende nell’oltretomba - la catabasi - per interrogare le anime attraverso un rito sacro. Nell’XI libro dell’Odissea, Odisseo compie sacrifici e libagioni per evocare Tiresia e conoscere il proprio destino. Virgilio riprende il tema nel VI libro dell’Eneide, con Enea che incontra il padre Anchise nell’Averno. Dante, nella Divina Commedia, trasforma la nekyia in un viaggio universale: l’oltretomba diventa teatro di rivelazioni morali e teologiche.

La differenza è chiara: la prosopopea è l’ “atto linguistico” di dare voce, mentre la nekyia è la struttura epica che ingloba quella voce in un viaggio rituale e narrativo. La prima è diffusa dappertutto, dalla poesia al linguaggio quotidiano; la seconda è un motivo epico che ha segnato la tradizione occidentale.

Esempi quotidiani mostrano quanto la prosopopea sia radicata nel nostro parlare: “la storia ci insegna”, “la coscienza mi parla”, “il tempo corre”. Persino la pubblicità la sfrutta: “la pelle ringrazia”, “la natura ti parla”. Sono tutte “microprosopopee” che rendono più immediata la comunicazione.

In conclusione, la prosopopea e la nekyia sono due facce dello stesso gesto: dare voce ai morti, agli assenti, agli inanimati. La prima è la scintilla linguistica, la seconda è il grande racconto che la accoglie e la amplifica. Insieme, mostrano come la parola possa attraversare i confini della vita e della morte, rendendo il silenzio eloquente e l’assenza narrativamente fertile. È in questo spazio sospeso che la letteratura trova la sua forza più catturante: trasformare ciò che tace in rivelazione, e ciò che è finito in memoria viva.






giovedì 1 gennaio 2026

La notte in cui il mondo si ricorda di te

 

La signora Teresa non aveva più paura della solitudine: l’aveva “indossata” per anni, come un cappotto troppo grande che alla fine ti si adatta addosso. L’ultimo giorno dell’anno, però, la solitudine pesava di più. Non per i ricordi - quelli aveva imparato a tenerli in ordine - ma per il silenzio. Quel silenzio che, dopo una certa età, sembra dire: non ti aspetta più nessuno.

Teresa preparò la tavola come sempre: un piatto, un bicchiere, una candela. Non per illudersi, ma per rispetto. Perché anche la vita, quando si fa piccola, merita di essere apparecchiata.

Quando la candela tremò, capì che non poteva restare lì. Uscì. Non per festeggiare, ma per respirare un po’ di mondo prima che l’anno finisse.

Camminò senza meta, con il passo lento di chi non vuole disturbare. Le strade erano piene di luci, ma nessuna sembrava per lei. Finché non arrivò in una piazza dove un gruppo di ragazzi stava ridendo attorno a un tavolo improvvisato. Teresa si fermò a distanza, come si fa quando si guarda la vita degli altri da dietro un vetro.

Fu allora che una ragazza la notò. Non la guardò con pietà né con curiosità. La guardò come si guarda qualcuno che manca.

«Signora, venga qui» disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Teresa scosse la testa. La ragazza insistette. Poi si avvicinarono altri: un uomo con una sciarpa rossa, una coppia che si teneva per mano, un bambino con un cappello storto.

Non le chiesero nulla. Non le domandarono chi fosse, da dove venisse, perché fosse sola. Le fecero solo spazio.

E Teresa, che da anni non occupava più spazio da nessuna parte, sentì qualcosa cedere dentro. Un nodo, un peso, un inverno.

Quando la mezzanotte arrivò, qualcuno contò gli ultimi secondi. Teresa non contò. Chiuse gli occhi. E sentì braccia - tante, diverse, calde - stringerla come se la conoscessero da sempre.

Non era un abbraccio di festa. Era un abbraccio di riconoscimento. Di quelli che dicono: ti vedo, sei qui, esisti ancora.

Teresa pianse. Non lacrime rumorose, ma quelle silenziose, che scendono quando il cuore si ricorda di essere vivo.

Quando riaprì gli occhi, il nuovo anno era già iniziato. E per la prima volta dopo molto tempo, Teresa non ebbe paura del futuro. Perché aveva scoperto una verità semplice e feroce: a volte basta che qualcuno ti stringa per restituirti al mondo.

Da quella notte, in quella piazza, c’è sempre un posto in più. Non per chi vuole festeggiare, ma per chi non vuole essere dimenticato.

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