Un modo di dire può essere una finestra su un mondo che non c’è più: un frammento di mentalità, di paesaggio, di vita quotidiana che sopravvive solo nella lingua. Restare come un picchio sul macigno appartiene proprio a questa categoria di espressioni dimenticate, nate in un’Italia rurale e montuosa, dove l’osservazione della natura era parte integrante dell’esperienza umana. Oggi suona quasi enigmatico, ma proprio per questo affascina: è un piccolo rudere linguistico che merita di essere riportato alla luce.
L’espressione nasce dall’immagine concreta del picchio che, ostinato, continua a battere il becco sempre sullo stesso punto della roccia o del tronco, senza spostarsi di un millimetro. Da qui l’etimologia figurata: il “macigno” è la posizione rigida, immobile; il “picchio” è la persona che insiste, che non molla, che non cambia idea neppure di fronte all’evidenza. Il significato è quindi quello di una testardaggine inflessibile, una fermezza che può essere virtù o difetto a seconda del contesto.
Nell’uso, la frase veniva impiegata soprattutto nelle zone appenniniche dell’Italia centrale, in contesti familiari o popolari. Oggi è quasi scomparsa, ma può ancora funzionare in un registro colloquiale ricercato, come scelta stilistica per dare colore o ironia. Si potrebbe dire, i.e.: Gli ho mostrato i dati, gli ho spiegato la situazione, ma lui niente: resta come un picchio sul macigno. Oppure: Quando si convince di qualcosa, diventa un picchio sul macigno: non lo smuovi.
È un modo di dire che porta con sé un sapore antico, una lentezza di osservazione che contrasta con la rapidità del linguaggio contemporaneo. Recuperarlo significa non solo arricchire il proprio vocabolario, ma anche riannodare un filo con un’Italia che parlava attraverso immagini vive, prese direttamente dalla natura che la circondava.

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