domenica 4 gennaio 2026

Il vento parla, l’antenato risponde

 

Il “gesto” di dare voce a ciò che è muto - un oggetto inanimato, un concetto astratto o, nel modo più intenso, una persona defunta - accompagna la letteratura fin dalle sue origini. È un artificio che infrange i confini del possibile, trasformando il silenzio in parola e l’assenza in presenza. Due termini, strettamente legati ma non sovrapponibili, definiscono questa tecnica: prosopopea e nekyia.

La prosopopea, dal greco prosōpon poiein (“creare un volto, una persona”), è la figura retorica che attribuisce voce, pensieri e azioni a entità che non possono averne. È la base di ogni discorso che anima l’inanimato: “il vento sussurrò segreti”, oppure l’evocazione di un antenato che prende parola in un testo. Quando applicata ai defunti, la prosopopea è la pura attribuzione di un discorso a chi non è più in vita, con un effetto che può essere didascalico, emotivo o persuasivo. È la forma essenziale che consente di realizzare l’impossibile: far parlare chi non può.

La nekyia, invece, ha un respiro più ampio. Il termine deriva dal greco antico nékyia, da nekys, forma arcaica di neκρός (“morto”), e indica originariamente il rito di evocazione dei defunti. Non si limita a una figura retorica isolata, ma descrive un motivo narrativo codificato: l’intero episodio in cui un eroe vivente discende nell’oltretomba - la catabasi - per interrogare le anime attraverso un rito sacro. Nell’XI libro dell’Odissea, Odisseo compie sacrifici e libagioni per evocare Tiresia e conoscere il proprio destino. Virgilio riprende il tema nel VI libro dell’Eneide, con Enea che incontra il padre Anchise nell’Averno. Dante, nella Divina Commedia, trasforma la nekyia in un viaggio universale: l’oltretomba diventa teatro di rivelazioni morali e teologiche.

La differenza è chiara: la prosopopea è l’ “atto linguistico” di dare voce, mentre la nekyia è la struttura epica che ingloba quella voce in un viaggio rituale e narrativo. La prima è diffusa dappertutto, dalla poesia al linguaggio quotidiano; la seconda è un motivo epico che ha segnato la tradizione occidentale.

Esempi quotidiani mostrano quanto la prosopopea sia radicata nel nostro parlare: “la storia ci insegna”, “la coscienza mi parla”, “il tempo corre”. Persino la pubblicità la sfrutta: “la pelle ringrazia”, “la natura ti parla”. Sono tutte “microprosopopee” che rendono più immediata la comunicazione.

In conclusione, la prosopopea e la nekyia sono due facce dello stesso gesto: dare voce ai morti, agli assenti, agli inanimati. La prima è la scintilla linguistica, la seconda è il grande racconto che la accoglie e la amplifica. Insieme, mostrano come la parola possa attraversare i confini della vita e della morte, rendendo il silenzio eloquente e l’assenza narrativamente fertile. È in questo spazio sospeso che la letteratura trova la sua forza più catturante: trasformare ciò che tace in rivelazione, e ciò che è finito in memoria viva.






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