Capita spesso che l’orecchio, più veloce della mente, ci suggerisca parentele linguistiche inesistenti. È il caso di digressione e regressione: due lessemi che si assomigliano, si rincorrono nel suono, quasi si imitano, ma che non condividono né origine né significato. L’assonanza inganna, e l’uso frettoloso finisce con il sovrapporli come se fossero intercambiabili. Non lo sono. Per comprenderlo davvero occorre tornare alle radici, osservare la forma, ascoltare la storia che ciascun lemma porta con sé e, soprattutto, vedere come “funzionano” nella lingua viva.
Regressione è voce dotta e limpida, dal latino regressio, derivato di regredi, “tornare indietro”. L’idea è quella di un movimento a ritroso: un ritorno, un arretramento, un passo che annulla o riduce ciò che era stato compiuto. È un termine tecnico in molti ambiti - statistica, psicologia, economia - ma resta perfettamente trasparente anche nell’uso comune: regressione significa retrocedere, perdere terreno, ritornare a uno stadio precedente. La sua forza semantica è lineare, quasi geometrica: una freccia che punta all’indietro.
Digressione, invece, appartiene a un’altra famiglia. Viene dal latino digressio, derivato di digredi, “allontanarsi dal cammino”. È la deviazione dal filo principale del discorso, lo scarto laterale che apre una parentesi, un ricamo, un sentiero secondario. Non è un arretramento, ma un allontanamento: non si torna indietro, si va di lato. È un movimento libero, spesso utile, talvolta ornamentale, altre volte semplicemente umano: perché il pensiero non procede sempre in linea retta.
Un aneddoto curioso circola tra alcuni gruppi di scrittori: si racconta che una delle digressioni più celebri della narrativa italiana nacque per errore. Durante una lettura pubblica, un autore - tradito dall’emozione - si perse per un attimo nel testo e improvvisò una parentesi che non era prevista. Il pubblico reagì con un’attenzione nuova, quasi ipnotica. Quella deviazione inattesa piacque così tanto che lo scrittore decise di inserirla nella versione definitiva del libro. Una digressione nata da uno smarrimento, diventata poi una delle pagine più amate: la lingua, quando vuole, sa trasformare l’incidente in stile.
Confondere regressione e digressione significa, dunque, ignorare la loro natura: la prima è un concetto serio, strutturato, con un significato stabile e riconosciuto; la seconda è un gesto retorico, un movimento laterale, una parentesi che arricchisce o complica il discorso. La regressione appartiene al lessico tecnico; la digressione al registro narrativo, argomentativo, persino confidenziale. La regressione indica un ritorno a uno stadio precedente; la digressione un allontanamento dal tema principale.
Usare i due termini correttamente non è solo una questione di precisione, ma di stile. Una regressione si misura, si valuta, si diagnostica. Una digressione si racconta, si concede, si assapora. La regressione è un arretramento; la digressione è una deviazione. E quando la lingua ci offre sfumature così nette, vale sempre la pena rispettarle: perché ogni parola, anche la più laterale, porta con sé un gesto, un’intenzione, un modo di guardare il mondo.

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