Nella nostra cara lingua italiana capita spesso vedere come due forme graficamente simili si separino poi in significati lontanissimi, quasi come due rami nati dallo stesso tronco ma cresciuti in direzioni opposte. È il caso di dirotto e di rotto, coppia che inganna l’occhio e talvolta anche l’orecchio, ma che non ammette incertezze d’uso: la scelta corretta dipende sempre dal contesto, perché le due espressioni appartengono a famiglie grammaticali diverse e rispondono a logiche semantiche incompatibili. Distinguere l’una dall’altra non è solo un esercizio di precisione, ma un modo per cogliere la finezza con cui la lingua di Dante sa differenziare intensità e rottura, impeto e residuo.
Dirotto affonda le sue radici nel latino diruptus, participio di dirumpere, “spezzare con forza”, “rompere di colpo”. L’idea originaria è quella di qualcosa che si apre, si frattura, si disgrega. Nel passaggio al volgare e poi all’italiano, però, il significato si è spostato dal concreto al figurato, trasformando la rottura fisica in un’immagine di violenza, impeto, continuità inarrestabile. Così dirotto è diventato l’aggettivo e l’avverbio dell’intensità: una pioggia che cade senza tregua, un pianto che sgorga come un fiume, un moto emotivo o naturale che non conosce freni. Dire «piove a dirotto» significa evocare un cielo che non concede pause; dire «un pianto dirotto» significa restituire la forza di un’emozione che travolge. In qualche pagina letteraria antica, dirotto conserva ancora il suo senso originario di “scosceso”, “dirupato”, ma si tratta di “reliquie linguistiche”, come fossili semantici che testimoniano un passato ormai lontano.
Di rotto, invece, non ha nulla (a) che vedere con l’impeto: è un semplice connubio della preposizione di con l’aggettivo rotto, e appartiene alla sfera della concretezza, della materialità, del resto che avanza. Si usa per indicare ciò che è spezzato, guastato, danneggiato, oppure per segnalare una quantità eccedente, un piccolo scarto rispetto a un numero intero. Dire «qualche minuto di rotto» significa aggiungere un margine, un di più non quantificato; dire «non c’è nulla di rotto» significa rassicurare che nessun oggetto - o nessuna parte del corpo - ha subito danni. È una locuzione che vive nella quotidianità, nei gesti, nelle verifiche dopo una caduta, nei conti approssimativi del tempo. E, come spesso accade, la lingua parlata ha prodotto una variante più agile e oggi più comune: «e rotti», forma che ha quasi soppiantato l’originaria.
Curiosamente, le due espressioni condividono un’ombra semantica:
ambedue, in modi diversi, parlano di rottura. Ma mentre dirotto
trasforma la rottura in energia, in forza che scroscia o travolge, di
rotto la mantiene nella sua dimensione concreta, come un oggetto
incrinato o un numero che non torna preciso. È un caso in cui la
lingua mostra la sua capacità di far convivere l’immagine e la
materia, l’astrazione e il quotidiano.
In
proposito, un piccolo aneddoto circolava tra i correttori di bozze
(“ammazzati” dalla tecnologia): pare che un giovane redattore,
alle prime armi, abbia corretto un «pianto dirotto» trasformandolo
in «pianto di rotto», convinto che si trattasse di un errore di
battitura. Il risultato, oltre a un sorriso amaro del caporedattore,
fu una scena involontariamente comica: un pianto “rotto”, come se
il protagonista avesse smarrito un pezzo del proprio dolore. Da
allora, in quella redazione, «non rompere un pianto dirotto» è
diventato un modo scherzoso per ricordare che le parole, anche quando
si somigliano, non sono mai intercambiabili.
Per concludere queste noterelle, dirotto e di rotto non sono varianti, ma mondi distinti: il primo appartiene all’intensità, il secondo alla rottura; il primo scorre come un fiume, il secondo si spezza come un oggetto. Conoscerli e adoperarli con precisione significa restituire alla lingua la sua ricchezza e alla comunicazione la sua esattezza.

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