domenica 10 dicembre 2023

Sull'uso corretto di 'questi' e 'quegli'



A
bbiamo notato, con sommo rammarico, che va sempre di più prendendo piede l’usanza (deleteria) di adoperare i pronomi singolari maschili “questi” e “quegli” non – come prescrive la norma grammaticale – in posizione nominativa, vale a dire come soggetti, sibbene come complementi. 

È un errore madornale che in buona lingua italiana non è ammissibile. Riteniamo superfluo aggiungere che la causa di questo scempio linguistico vada ricercata nel mondo della carta stampata e no, e in certi ambienti pseudoculturali dove alcuni così detti scrittori si vantano di fare la lingua. No, amici, costoro non fanno la lingua, la uccidono; sono dei linguicidi legalmente riconosciuti (sarebbe auspicabile un "appello" della prestigiosa Accademia della Crusca, indirizzato alle cosi dette grandi firme del giornalismo, per un uso ortodosso dei pronomi sopra citati).

Questi e quegli – sarà bene ricordarlo – sono una variante dei pronomi singolari dimostrativi questo e quello e usati, per lo più, in campo letterario: questi gli disse; quegli lo rimproverò. Mentre, però, questo e quello possono avere sia la funzione di soggetto sia quella dei vari complementi, questi e quegli possono essere adoperati solo ed esclusivamente (si perdoni la tautologia) in posizione di soggetto: questi è partito ieri per le vacanze; quegli è andato al cinema.

Errano, per tanto, quegli scrittori che per snobismo o per saccenteria (?) scrivono frasi tipo: a questi piaceva passeggiare per i prati; a quegli era stato ritirato il passaporto. Come si può notare dagli esempi questi e quegli non sono soggetti ma complementi, il loro uso, quindi, è errato. Lo stesso Manzoni usa questi e quegli solo in posizione di soggetto: «Questi parea che contra me venesse.» Perché contraddirlo?

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Da un giornale: «Gli odii razziali». Il plurale di odio è odi, con una sola i in quanto la grammatica prescrive la doppia i solo per le parole in -io con la i tonica, come, per esempio, addio che fa addii oppure oblio che diventa oblii. E a proposito di razziale, molti adoperano il sostantivo razzista con valore aggettivale: politica razzista. In buona lingua è preferibile solo l'aggettivo razzistico: teoria razzistica.



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giovedì 7 dicembre 2023

Si parte o si esce?



D
ue parole, due, sul verbo partire: molti lo adoperano alla francese con l'accezione di uscire, ripetendo l'uso del francese partir. È un uso improprio, se non errato perché, come fa notare il linguista Giuseppe Rigutini, partire include sempre il fine di un viaggio.
Sbagliano coloro che dicono, per esempio, parto ora dall'ufficio, sarò da te fra un'ora. Dall'ufficio si esce, non si parte. Si parte quando si lascia una località per andare in un'altra. Diremo correttamente, quindi, domani partiremo da Cosenza per Reggio Calabria.
E sempre a proposito di partire, lasciamo al gergo burocratico l'espressione a partire da: a partire da domani gli uffici saranno chiusi al pubblico tutti i giovedì. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere dirà: da domani o cominciando da domani o, ancora, da ...

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Daccanto e d'accanto. Si presti attenzione ai due termini perché non hanno lo stesso significato; non si possono adoperare, quindi, indifferentemente.
Daccanto è una locuzione avverbiale che vale vicino, accanto, dappresso (anche in grafia analitica: da presso) e simili: erano seduti l'uno daccanto all'altro.
D'accanto corrisponde, invece, a di torno, da vicino: fammi il favore, togliti d'accanto!

Datare, verbo transitivo. Significa, propriamente, mettere la data, porre la data. Molti lo adoperano alla francese, dandogli un'intransitività (che non ha, appunto), nell'espressione a datare da... Si dirà, correttamente, a cominciare da... e simili.

Economizzare
. Verbo che riprende pari pari il francese économiser. Chi ama la buona lingua dirà, italianamente, risparmiare o ricorra alla locuzione fare economia.

Eclissarsi
. Altro verbo francesizzante (s'éclipser). Gli amatori della buona lingua useranno, per dire che una persona è andata via furtivamente, i verbi italiani scomparire, svignarsela, andar via alla chetichella ecc.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Rapina con ostaggi alla banca Bpm: i criminali sono entrati nella notte dalla pizzeria affianco. Bottino da 160mila euro

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Probabilmente non tutti gli operatori dell'informazione conoscono la differenza che intercorre tra "affianco" e "a fianco". Il primo termine è la prima persona del presente indicativo del verbo "affiancare"; il secondo è una locuzione preposizionale  che significa "vicino a" e simili. Correttamente, quindi: dalla pizzeria a fianco.

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Litiga col barista e dà fuoco al gazebo esterno del locale, intervengono i vigili del fuoco

È successo a Ceccano, in provincia di Viterbo. La posizione dell’autore del gesto, un 60enne del posto, è al vaglio dei carabinieri

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Buona parte degli addetti all'informazione dovrebbero ripassare (o studiare?) oltre la grammatica (e l'ortografia) italiana anche la geografia. Ceccano è un comune della provincia di Frosinone.

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Nel reggiano la liberazione di uno sciacallo dorato intrappolato in un vascone

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Correttamente: Reggiano, con la "R" maiuscola trattandosi di un'area geografica. 






 


Qui per scaricare, gratuitamente, il libro.






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martedì 5 dicembre 2023

Il “fake english” dei cittadini del mio Stivale




 Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

Nell’articolo “Italians have embraced ‘fake English’” (F.T., 4 ott. 2023), la corrispondente del Financial Times a Roma, Amy Kazmin, mette in evidenza la strana infatuazione degli italiani per il “fake English” o “inglese farlocco”. Un esempio fra i tanti: i distributori automatici di bibite e merendine delle stazioni ferroviarie italiane sono chiamati “self-bars”.  

L’inglese maccheronico dei cittadini del Belpaese suscita l’ilarità della giornalista americana. Kazmin descrive il momento in cui, in un passato ormai lontano, udì in Tv Adriano Celentano cantare, a ritmo di rock, la canzone “Prisenclinensinainciusol”, fatta di una lingua torrenziale inventata [“grammelot”] carica di fonemi pseudo inglesi, e in cui la sola espressione intelligibile era “All right!” ripetuta alla fine di ogni strofa. Il nostro Celentano, che allora aveva uno stile alla Jerry Lewis, con quella canzone consacrò musicalmente il “fake English”, “made in Italy”, che al contrario degli altri prodotti “made in Italy” meriterebbe solo pernacchie. Nella penisola, invece, se ne beano felici. 

Amy Kazmin fa sapere al lettore che “L’infatuazione degli italiani iniziò nella seconda Guerra mondiale, allorquando le truppe USA liberarono l’Italia dai fascisti.” La linguista Licia Corbolante spiega alla giornalista americana “Se tu usi l’inglese, trasmetti modernità, stile, progresso tecnologico, e in un certo senso, status”. È doveroso ma triste ricordare che i primi a scimmiottare la lingua dei conquistatori furono i nostri “sciuscià”, ossia i lustrascarpe.  

Nel governo dell’“underdog” Meloni, come questa si è definita, vi è stato un tentativo d’imporre la lingua italiana nelle comunicazioni rivolte al pubblico, attraverso un disegno di legge che sanziona con pesanti ammende chi faccia ricorso a termini inglesi. Ma – preciso io – da allora non si è sentito più parlare della cosa. Inoltre l’opposizione ha immediatamente subissato di accuse il pericoloso “sovranismo” dell’attuale governo. E non si è persa l’occasione per ricordare la censura fascista contro le parole straniere, l’uso del voi al posto del lei, e le tante altre nefandezze di un fascismo perennemente in agguato. 

Da “Prisenclinensinainciusol” ad oggi l’anglo-italiano, o italianese, si è grandemente diffuso entrando in TV, nelle case, nelle stanze del potere, nelle redazioni dei giornali, persino in parlamento. La lista delle tante parole inglesi che hanno preso il posto di validissimi termini italiani non fa che allungarsi. I nostri Jerry Lewis sono divenuti un esercito in un paese ormai sbracatamente spalancato agli sgangherati suoni di un inglese all’amatriciana.  

I governi di un’Italia, nata dalla Resistenza, hanno opposto resistenza alla lingua dei padri considerata troppo nazionalistica, non esitando quindi a far ricorso all’inglese per designare leggi, attività, settori, programmi, realtà amministrative. La giornalista, divertita, cita “Stepchild adoption”, “Jobs Act”, “Hotspots”, “Click Day”, “Made in Italy”, “Smart working”…  Al che io aggiungo “Question Time”, “Stalking”, “Welfare”, “Social card”, “Green pass”, “Welfare”, “Flash mob”…. Il fondo fu toccato quando la marina militare italiana usò l’inglese – “Join the Navy” – per incoraggiare i giovani della penisola ad arruolarsi.  

C’è da sperare che l’attuale governo non persista in questa umiliante tendenza (“trend” per i nostri italiani dello Stivale). 

 Noi italiani espatriati siamo particolarmente sensibili alle questioni di dignità collettiva. Sensibilità che invece manca, si direbbe, ai nostri compaesani della penisola. I quali si credono progressisti e cosmopoliti, mentre si rivelano, con questa loro smodata passione per il “fake English”, dei ridicoli provinciali esterofili, che all’estero suscitano una normale reazione fatta di ilarità e sberleffi. 


Claudio Antonelli



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domenica 3 dicembre 2023

Il malapropismo ovvero un granciporro

 

Probabilmente numerosi lettori si imbatteranno per la rima volta in un termine linguistico non sufficientemente "sviluppato", se non addirittura ignorato, da molti "sacri testi" di lingua italiana: il malapropismo (vocabolo non schiettamente italiano). Per il significato del termine diamo la "parola" al nuovo De Mauro in rete: "ma|la|pro|pì|smos. m.1991; dall’ingl. malapropism, der. di (Mrs.) Malaprop, nome di un personaggio della commedia “The Rivals” di R.B. Sheridan (1751–1816)*.
TS ling.
scambio di una parola con un'altra, dal significato molto diverso ma dal suono simile, che in determinati contesti provoca effetti comici".  Altre volte, invece -- aggiungiamo -- oltre agli effetti comici, il malapropismo è un vero e proprio granciporro (strafalcione).  Si presti attenzione, dunque, quando si parla o si scrive. 

Vediamo,  piluccando qua e là tra le varie pubblicazioni, alcuni malapropismi (in parentesi il termine corretto). "Quel giovane si è rilevato (rivelato) essere un grande talento"; "Nel corso della conferenza l'oratore è stato preda di numerosi raptus (lapsus)"; "Dopo la partita l'attaccante è stato sottoposto a un esercizio defatigante (defaticante)"; "Tutta la cerimonia si è svolta col bene placido (placito) dei genitori"; "La proposta, prima di essere approvata, ha avuto un'accurata disanima (disamina) da parte di tutti gli astanti"; "La copia che ci hanno dato è deforme (difforme) dall'originale"; "Grazie al relatore (delatore) la polizia ha arrestato quel  delinquente"; "Il ragazzo non andava bene a scuola, aveva delle lagune (lacune) in molte discipline"; "Tutti gli arrestati sono stati colti in fragranza (flagranza)"; "L'autore del libro è stato un grande poligrafico (poligrafo)". Ancora. E qui, veramente, ci viene da/di (sic!) ridere: "Gradisca, signor direttore, le mie più fervide esequie" (ovviamente: fervidi ossequi).

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* Qui


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Ecco fresco fresco un malapropismo, o meglio, un orrore linguistico tratto dalla stampa: In Alabama, nel comune di Chelsea, questi sono giorni di lutto. Per la morte prematura del piccolo, i genitori non si danno pace e la comunità è assuefatta dal dolore.


 

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