Quando denigriamo una persona
sappiamo benissimo - "per pratica" - che il suddetto verbo significa diffamare, screditare, togliere ad altri
il buon nome con volontaria malizia. Quando denigriamo qualcuno, dunque,
gli "togliamo il buon nome". Ma come? Tingendolo di nero.
Il verbo in
questione, infatti, vale - propriamente - "tingere di nero" venendo
pari pari dal latino denigrare,
composto con la particella intensiva de
e il sostantivo niger, nigri, nero. È
un verbo denominale, quindi. Adoperato estensivamente nel senso di
"annerire il buon nome" il verbo in oggetto ha acquisito, in lingua
volgare (l'italiano), l'accezione figurata di diffamare tingendo di nero, per
l'appunto, il (buon) nome di una persona.
Quando,
invece, insultiamo qualcuno, vale a dire l'ingiuriamo, l'oltraggiamo,
figuratamente gli "saltiamo sopra". Anche questo verbo è pari pari il
latino insultare, forma intensiva di insilire, "saltar su",
composto con la particella in (su,
sopra, contro) e salire, saltare. Non
diciamo, infatti, sempre in senso figurato, che «quella persona mi è saltata
addosso»? Vale a dire mi ha offeso, ingiuriato.
E a proposito di ingiuria, cioè
di offesa, quando la "mettiamo in atto" non facciamo altro che una
"cosa ingiusta" ledendo il diritto di una persona. Questo termine,
infatti, è un derivato del latino iniurius,
ingiusto, formato con il prefisso in negativo
(che toglie) e ius, iuris, diritto. L'ingiuria, per tanto,
è «tutto ciò che è fatto in onta al diritto di qualcuno». L'ingiuria, insomma,
è ogni fatto detto o scritto dolosamente allo scopo di "togliere il buon
nome" a una persona ed è affine, quindi, ma non "uguale", alla
denigrazione.
martedì 14 maggio 2019
domenica 12 maggio 2019
Ancora sulla "lingua" della stampa
Da un quotidiano in rete
riportiamo lo stralcio di un articolo che - a nostro modo di vedere - contiene
delle "imperfezioni" grammaticali e delle ambiguità:
Il battesimo del fuoco del nuovo prefetto di Roma potrebbe essere lunedì 13 maggio alla Sapienza, se i neofascisti di Forza Nuova daranno seguito alla minaccia di voler impedire a Mimmo Lucano di parlare agli studenti. Gerarda Pantalone dovrà assumersi in quel caso una grossa responsabilità: consentire o meno, come naturalmente speriamo, che l’università ripiombi nella cupa atmosfera di mezzo secolo fa quando le provocazioni squadriste erano all’ordine (…).
Cominciamo con il "nuovo prefetto" in luogo della forma corretta "nuova prefetta", perché si tratta di una gentile donna, per l'appunto. Quanto a "o meno", in funzione disgiuntiva, con il significato di "no" ("non") in buona lingua italiana è da evitare, come fa rilevare Luca Serianni, accademico della Crusca: «Locuzione molto diffusa ma da evitare almeno nello scritto e nel parlato piú formale». Non si capisce, infine, dall'inciso ("come naturalmente speriamo") che cosa spera l'autore (ripiombare nell'atmosfera di mezzo secolo fa, o no?).
***
Il battesimo del fuoco del nuovo prefetto di Roma potrebbe essere lunedì 13 maggio alla Sapienza, se i neofascisti di Forza Nuova daranno seguito alla minaccia di voler impedire a Mimmo Lucano di parlare agli studenti. Gerarda Pantalone dovrà assumersi in quel caso una grossa responsabilità: consentire o meno, come naturalmente speriamo, che l’università ripiombi nella cupa atmosfera di mezzo secolo fa quando le provocazioni squadriste erano all’ordine (…).
Cominciamo con il "nuovo prefetto" in luogo della forma corretta "nuova prefetta", perché si tratta di una gentile donna, per l'appunto. Quanto a "o meno", in funzione disgiuntiva, con il significato di "no" ("non") in buona lingua italiana è da evitare, come fa rilevare Luca Serianni, accademico della Crusca: «Locuzione molto diffusa ma da evitare almeno nello scritto e nel parlato piú formale». Non si capisce, infine, dall'inciso ("come naturalmente speriamo") che cosa spera l'autore (ripiombare nell'atmosfera di mezzo secolo fa, o no?).
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Auguri a tutte le mamme, lettrici di questo portale
sabato 11 maggio 2019
I "cacasenni"? No. I "cacazibetti"? Sí
Perché "cacasenno" non
si pluralizza e "cacazibetto" sí? Ci piacerebbe che qualche linguista
(o lessicografo) - piú "esperto" di chi scrive - ci svelasse questo
arcano.
Entrambi i vocaboli sono composti
di una voce verbale e di un sostantivo maschile singolare, e i nomi cosí formati
nella forma plurale mutano la desinenza del sostantivo: il parafango / i parafanghi; il rompicollo / i rompicolli; il passaporto / i passaporti. Non ci "entra nella
testa", quindi, perché cacasenno debba rimanere invariato.
Ma non è finita, perché per
quanto attiene al "cacazibetto", sinonimo di
"elegantone", "bellimbusto", "vanesio", alcuni vocabolari
attestano il femminile "cacazibetta" con il rispettivo plurale
"cacazibette".
Altri, invece, sono "salomonici":
invariato o plurale. Il termine in questione, invece, come
"ficcanaso", non ha il femminile e si pluralizza solo se riferito a
un maschile: il cacazibetto / i
cacazibetti. Nel femminile resterà invariato: la cacazibetto / le cacazibetto.
…….
DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia)
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DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia)
giovedì 9 maggio 2019
Lo avreste mai immaginato che...
... contrariamente a quanto
uno portato a credere colui che medita
non è tanto il filosofo quanto e soprattutto il medico? Sotto il profilo
etimologico - ovviamente - il medico si può definire, infatti, "il
meditabondo".
Se ricerchiamo l'origine del termine vediamo che esso non è altro che il solito... latino "medicu(m)", derivato del verbo "mederi", riflettere, meditare per curare, sanare e per estensione, quindi, "curare" (dopo aver riflettuto, meditato).
Se ricerchiamo l'origine del termine vediamo che esso non è altro che il solito... latino "medicu(m)", derivato del verbo "mederi", riflettere, meditare per curare, sanare e per estensione, quindi, "curare" (dopo aver riflettuto, meditato).
... con il termine
"ingenuo" - il cui significato, crediamo, è noto a tutti - in origine
si intendeva il neonato "preso dal padre sulle sue ginocchia"? Come
si è arrivati all'accezione di "persona poco accorta", "persona
priva di malizia"? Vediamo assieme i vari passaggi semantici risalendo,
come sempre, alla lingua dei nostri padri latini.
Ingenuo, dunque, è il latino "ingenuu(m)", derivato di "genu" (ginocchio) e aveva il significato su detto, valendo, per tanto, "riconosciuto autentico" (dal padre). Con il trascorrere del tempo il vocabolo fu inteso come formato da "in" e "genus" (casato, stirpe) conservando press'a poco l'accezione originaria: nato da stirpe interna (non da schiavi o barbari) e, quindi, "libero", "nobile".
Passato in lingua volgare (italiano), il vocabolo, attraverso il significato di "schietto", "genuino", "libero nel parlare", ha acquisito l'accezione di "eccessivamente spontaneo", "poco accorto", "senza malizia".
Ma le sorprese non finiscono. Prima che il termine approdasse in Italia (si fa per dire) anche nella lingua di Cicerone "ingenuus" era adoperato, talvolta, come sinonimo di "limitato", "sprovveduto", "debole", "delicato".
Ingenuo, dunque, è il latino "ingenuu(m)", derivato di "genu" (ginocchio) e aveva il significato su detto, valendo, per tanto, "riconosciuto autentico" (dal padre). Con il trascorrere del tempo il vocabolo fu inteso come formato da "in" e "genus" (casato, stirpe) conservando press'a poco l'accezione originaria: nato da stirpe interna (non da schiavi o barbari) e, quindi, "libero", "nobile".
Passato in lingua volgare (italiano), il vocabolo, attraverso il significato di "schietto", "genuino", "libero nel parlare", ha acquisito l'accezione di "eccessivamente spontaneo", "poco accorto", "senza malizia".
Ma le sorprese non finiscono. Prima che il termine approdasse in Italia (si fa per dire) anche nella lingua di Cicerone "ingenuus" era adoperato, talvolta, come sinonimo di "limitato", "sprovveduto", "debole", "delicato".
mercoledì 8 maggio 2019
Un incarico (o un posto) si "(ri)copre" o si "occupa" (si "tiene")?
Il verbo
"coprire", leggiamo dal Tommaseo-Bellini, significa «porre alcuna
cosa sopra a checché sia, che l'occulti o che la difenda». Tutti (?) i
vocabolari - e la stampa li segue - gli danno un'accezione che etimologicamente
non ha: reggere, tenere, percorrere, occupare e simili.
Quando
sulla stampa leggiamo frasi del tipo «il corridore ha coperto i restanti chilometri in dieci minuti; i fondi ha
disposizione non sono sufficienti per coprire
le spese; il Tizio ha (ri)coperto
l'incarico per tre anni» non possiamo trattenerci dal ridere perché davanti ai
nostri occhi compaiono le immagini del corridore che si ferma e copre i restanti chilometri con un
tappeto. Nelle frasi su menzionate il verbo coprire è
"spudoratamente" errato.
I verbi che
fanno alla bisogna sono, nell'ordine: percorrere,
sostenere, tenere. Sí, saremo censurati da qualche linguista, ma... facciamo
spallucce e andiamo avanti. E agli amanti del bel parlare e del bello scrivere
consigliamo di attenersi al vocabolario del Palazzi che scrive: «erroneo dire coprir le spese, per ricavare da una cosa le
spese occorse per essa; coprire un posto, un ufficio, per occuparlo,
sostenerlo; coprirsi, per mettersi in capo il cappello il N. adombrare,
ammantare, avvolgere, bendare, celare, circondare, chiudere, difendere,
fingere, imbacuccare, mascherare, mimetizzare, nascondere, occultare,
ricoprire, riparare, rivestire, soffocare, tappare, velare, verniciare i contr.
scoprire».
domenica 5 maggio 2019
L'articolo con i nomi di parentela
Molto spesso siamo incerti sull'uso dell'articolo con i nomi di parentela, chiamati "singenionimi", dal greco "syngenes" (‘parente’) e "-onimo" (nome). Vediamo, nel nostro piccolo, di fare un po' di chiarezza, perché non tutti i "sacri testi" trattano l'argomento. Con padre, madre, figlio, figlia l’articolo si omette; va sempre espresso, invece, con le varianti affettive, vale a dire con babbo, papà, figliolo, figliola. Vediamo, in proposito, un bellissimo esempio del Verga: «Ringraziava Dio e i santi che avevano messo il suo figliuolo in mezzo a tutte quelle galanterie».
Nell’uso familiare sono ben radicati i tipi mia mamma e mio papà – anche fuori della Toscana, dove questi linguismi la fanno da padroni – ma che noi sconsigliamo recisamente perché cozzano, per l’appunto, con il buon uso della lingua di Dante.
Con altri singenionimi (sorella, fratello, nipote, ecc.) l’uso toscano predilige l’articolo ma non per questo sono da considerare fuori legge le forme senza, ben rappresentate, del resto, anche in ottimi scrittori della terra del Divino. Personalmente preferiamo le forme non toscaneggianti (quelle senza articolo): tuo cugino, quindi, a nostro modestissimo avviso, è meglio che non il tuo cugino. Non siete d’accordo anche voi?
E in questo caso – una tantum – ci facciamo forti della legge dell’orecchio. Insomma, amici, la grammatica, a questo proposito, ci lascia agire secondo coscienza linguistica, vale a dire ci lascia liberi di adoperare o no l’articolo senza incorrere – nell’un caso o nell’altro – in madornali strafalcioni.
Ci obbliga, invece, all’uso dell’articolo davanti ai singenionimi – sempre che lo scrivente o il parlante voglia rispettare le leggi linguistiche – nei seguenti casi:
a) con gli alterati (la mia sorellina);
b) con alcuni singenionimi particolari, tipo figliastro, patrigno e matrigna (il vostro patrigno non meritava una simile umiliazione);
c) con i sostantivi che potremmo definire parasingenionimi, ossia con i nomi che esprimono un rapporto sentimentale che non rientra, o non rientra ancora, nei vincoli di parentela: fidanzato, amante, moroso, bella, bello, ragazzo e simili (la mia bella, il mio ragazzo, la mia morosa, la sua fidanzata);
d) quando, in costrutti con valore enfatico, l’aggettivo possessivo è posposto al singenionimo (il nonno tuo, la suocera sua, il nipote vostro).
Possiamo scegliere di omettere l’articolo, invece – la grammatica ci dà ampia facoltà – quando un singenionimo è accompagnato dal nome o dal cognome: mio cognato Arturo, sua nonna Evelina, vostra nuora Palmira. Non sono errate, come dicevamo, le forme con l’articolo; nell’uso, però, è più frequente l’omissione e noi propendiamo per quest’ultima.
C’è da dire, per concludere, che senza l’aggettivo possessivo l’uso formale richiede sempre l’articolo con i nomi di parentela, anche se babbo, mamma e papà – comunemente – si adoperano senza articolo. In quest’ultimo caso, però, la soppressione dell’articolo è in regola con le leggi della grammatica solo quando il singenionimo si riferisce ai genitori dell’interlocutore o del parlante.
Non si potrebbe dire, infatti – ed è evidente la stonatura – mamma di Maria non è partita. La sola forma corretta – va da sé – è la mamma di Maria non è partita. E noi speriamo che non parta – lancia in resta – qualche pseudolinguista - nel caso si imbatta in questo sito - pronto a contraddirci… Se così fosse, però, la cosa ci lascerebbe nella più squallida indifferenza.
venerdì 3 maggio 2019
Cavalcar la capra
Questo modo di dire - forse poco
conosciuto - si riferisce a coloro che si comportano in modo sconsiderato
mettendosi, per tanto, in una situazione a loro sfavorevole, prestandosi a un
tiro... mancino.
La capra - si sa - è considerata un animale un po' matto; cavalcarla è, quindi, il colmo dell'imprudenza, soprattutto verso la china (i dirupi sono "prediletti" da questo quadrupede).
Lo scrittore francese Buffon (Georges-Louis-Leclerc) cosí "dipinge" questo animale: «La capra è viva, capricciosa e vagabonda. L'incostanza della sua natura si evidenzia dalla irregolarità delle sue azioni; cammina, si arresta, corre, salta, si avvicina, si allontana, si mostra e si nasconde, o fugge, come per capriccio e senza altro motivo determinante che quello della sua vivacità bizzarra del suo sentimento interiore; e tutti i nervi del corpo sono appena sufficienti alla rapidità di questi movimenti che le sono naturali».
Colui, quindi, che, in senso figurato, cavalca la capra sa benissimo a cosa va incontro. Uomo avvertito...
Prendiamo l'aggettivo "squallido" che etimologicamente significa "rozzo", "sudicio", essendo tratto dal verbo latino "squalere" (esser ruvido, aspro); quest'aggettivo, dicevamo, è bene adoperarlo solo in senso proprio: una casa squallida, cioè "misera", "rozza", arredata con mezzi di fortuna.
Molto spesso i giornali ne fanno un uso metaforico adoperandolo a ogni piè sospinto, con considerazioni morali: il delitto è maturato nello squallido ambiente della prostituzione; oppure: l'imputato ha avuto un ruolo di primo piano in quella squallida vicenda.
Squallido, è bene ripeterlo, è tutto ciò «che si trova in uno stato di miseria e di abbandono, tale da infondere tristezza», l'uso metaforico eccessivo ha reso questo aggettivo... "squallido", non sarebbe bene, quindi, relegarlo in soffitta e adoperare, volendo fare un apprezzamento morale, i piú appropriati "sostituti", vale a dire avvilente e deprimente? Un ambiente deprimente; una vicenda avvilente.
Sappiamo benissimo di predicare al vento. Però, non si sa mai...
La capra - si sa - è considerata un animale un po' matto; cavalcarla è, quindi, il colmo dell'imprudenza, soprattutto verso la china (i dirupi sono "prediletti" da questo quadrupede).
Lo scrittore francese Buffon (Georges-Louis-Leclerc) cosí "dipinge" questo animale: «La capra è viva, capricciosa e vagabonda. L'incostanza della sua natura si evidenzia dalla irregolarità delle sue azioni; cammina, si arresta, corre, salta, si avvicina, si allontana, si mostra e si nasconde, o fugge, come per capriccio e senza altro motivo determinante che quello della sua vivacità bizzarra del suo sentimento interiore; e tutti i nervi del corpo sono appena sufficienti alla rapidità di questi movimenti che le sono naturali».
Colui, quindi, che, in senso figurato, cavalca la capra sa benissimo a cosa va incontro. Uomo avvertito...
***
Ci sono alcuni vocaboli che - a
nostro modo di vedere - andrebbero relegati nella "soffitta della
lingua" perché consunti dall'uso improprio che - complice la stampa - se
ne fa. Le cronache dei giornali sono, per l'appunto, un esempio lampante.Prendiamo l'aggettivo "squallido" che etimologicamente significa "rozzo", "sudicio", essendo tratto dal verbo latino "squalere" (esser ruvido, aspro); quest'aggettivo, dicevamo, è bene adoperarlo solo in senso proprio: una casa squallida, cioè "misera", "rozza", arredata con mezzi di fortuna.
Molto spesso i giornali ne fanno un uso metaforico adoperandolo a ogni piè sospinto, con considerazioni morali: il delitto è maturato nello squallido ambiente della prostituzione; oppure: l'imputato ha avuto un ruolo di primo piano in quella squallida vicenda.
Squallido, è bene ripeterlo, è tutto ciò «che si trova in uno stato di miseria e di abbandono, tale da infondere tristezza», l'uso metaforico eccessivo ha reso questo aggettivo... "squallido", non sarebbe bene, quindi, relegarlo in soffitta e adoperare, volendo fare un apprezzamento morale, i piú appropriati "sostituti", vale a dire avvilente e deprimente? Un ambiente deprimente; una vicenda avvilente.
Sappiamo benissimo di predicare al vento. Però, non si sa mai...
martedì 30 aprile 2019
Osservazioni sulla lingua italiana
Alcuni vocabolari ritengono la forma apostrofata
dell'avverbio daccanto una variante di quest'ultimo. A voler sottilizzare, non
"sarebbe" proprio cosí. Le due grafie esprimono significati diversi.
A nostro avviso è un errore che in buona lingua italiana è da evitare. Non diremo, per esempio, i sindacati “rispetto agli” industriali rivendicano piú investimenti ma, correttamente, “nei confronti dei/degli”. La stessa locuzione – sempre a nostro avviso – è tremendamente errata se si adopera come termine di paragone: una città, per esempio, è piú o meno bella “di” un’altra, non “rispetto a” un’altra.
La forma senza
apostrofo sta per "vicino", "presso", "accanto" e
simili: mi raccomando, Giulio, stammi sempre daccanto (vicino); la grafia
apostrofata (ma si può scrivere anche in due parole, "di accanto")
vale, invece,"di torno": Giovanni, mi stai sempre tra i piedi,
togliti d'accanto!
***
Molti adoperano, indifferentemente, i termini affettività e
affezione. I due vocaboli, invece, hanno una differenza semantica, e ce la
spiega, magistralmente, Aldo Gabrielli.
«Affettività,
indica la capacità di provare o promuovere affetti; affetto o affezione è ogni
sentimento di viva benevolenza, suscitato nel nostro animo da una persona o da
una cosa. Attenti, perciò, a distinguerne l’uso».
***
«Guarda se quella tavola è ben franca, altrimenti si può
scivolare».
Secondo alcuni
sedicenti linguisti ciò che avete appena letto non “fa una grinza”, come usa
dire. La fa, la fa, eccome se la fa. La fa perché l’aggettivo franco
nell’accezione di sicuro, fermo, solido, saldo e simili non può riferirsi a
cose materiali. Bisogna dire, quindi, «guarda se quella tavola è ben ferma»,
non ben franca.
In lingua italiana
corretta l’aggettivo suddetto significa libero e, in senso figurato,
disinvolto: sii franco, cioè aperto, disinvolto e simili.
***
Il rispetto, sostantivo maschile, è un “sentimento di
riguardo, di stima e di deferenza nei riguardi di una persona”. Questa premessa
perché alcuni, “spalleggiati” dai vocabolari, fanno seguire questo sostantivo
dalla preposizione “a” formando una locuzione come termine di contrapposizione.
Bene. Anzi, male.A nostro avviso è un errore che in buona lingua italiana è da evitare. Non diremo, per esempio, i sindacati “rispetto agli” industriali rivendicano piú investimenti ma, correttamente, “nei confronti dei/degli”. La stessa locuzione – sempre a nostro avviso – è tremendamente errata se si adopera come termine di paragone: una città, per esempio, è piú o meno bella “di” un’altra, non “rispetto a” un’altra.
sabato 27 aprile 2019
Essere all'insalata
Non c'è lettore di questo portale
- crediamo - che non abbia provato su di sé - senza saperlo - la locuzione
suddetta, dal "sapore" un po' antico ma sempre attuale. Cosa sta a
significare, dunque, "essere all'insalata"? Essere all'inizio di
qualche azione: degli studi, della professione, della carriera e via dicendo.
Si è all'insalata, insomma, quando si comincia qualcosa. E l'insalata cosa ha
(a) che fare con il modo di dire? Diamo la parola a Ludovico Passarini, il
"re" dei modi di dire. «Non ricordo dove, ma so di aver detto che
nell'uso dicesi "nescio" colui, che per pigrizia e un po' per
testardaggine s'è tardo ad intraprendere un'opera, è più tardo a proseguirla.
Di lui parlando, si direbbe proverbialmente, ch'è sempre all'insalata. E che
cosa vuol dire "essere all'insalata"? Vuol dire essere al
cominciamento di qualche azione, presa la metafora dai pranzi, che una volta
avevano principio dall'insalata. Ora l'insalata propriamente detta si mangia
infine con l'arrosto; e in principio si dà il salato, prosciutto o salame. I
gusti variano, e "de gustibus non est disputandum", aforisma
inconcusso, e universalmente accettato. Il motto però è rimasto nell'originale
suo significato (...). Consideriamo ancora come van le cose di questo mondo. Ciò
che fu in capo di lista umana volubilità volle trasferirlo alla coda! E passi
dell'insalata: ma quante altre cose che un dì furono in onore e pregiate ora
son ciarpe vecchie affastellate nelle soffitte? E non discostandoci dal
soggetto nostro che è letterario, dimmi o lettore, non t' è venuto già in mente
che ora si insegna a' giovani d'ambo i sessi la lingua francese, o forse la
tedesca, e poi l'inglese, e la lingua "nazionale" in ultimo al pari
dell'insalata ne' pranzi odierni? (...)». Ora c'è qualcuno, tra gli amici
lettori, che in tutta coscienza (e onestà intellettuale) possa dire di non
ritenere attuale l'ultima 'considerazione' di Ludovico Passarini? Oggi ci sono
giovani che sanno tutto sulla lingua di Albione e nulla sulla lingua di Dante.
La colpa?
martedì 23 aprile 2019
È proprio un impiastro...
... vale a dire una persona molto
noiosa, lamentosa/lamentevole, che ha sempre necessità di qualcosa ma
soprattutto importuna. Il modo di dire fa riferimento agli impiastri (o
empiastri, dal greco "émplastros", derivato del verbo
"emplàssein", spalmare) medicamentosi, simili ai cataplasmi
adoperati, un tempo, in medicina a scopo terapeutico, per l'appunto. Erano
composti, generalmente, di sostanze vischiose, oleose, spesso molto puzzolenti
e quasi sempre appiccicaticce. Erano, per tanto, molto scomodi per coloro che
li preparavano in quanto se ne impiastricciavano abbondantemente prima di
racchiuderli nel panno destinato all'applicazione; ma erano scomodi,
soprattutto, per coloro che li "subivano" visto che erano puzzolenti,
a volte bollentissimi, a volte, al contrario, ghiacciati; erano, comunque,
pesanti e costringevano il paziente a una fastidiosa immobilità. I cortesi
lettori, non piú tanto giovani, li ricorderanno senza ombra di dubbio, avendoli
provati, probabilmente, sulla loro pelle.
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I fregi e i freghi
Si presti attenzione ai fregi e ai freghi, perché sono due parole distinte. Il primo vocabolo è il plurale di "fregio", sostantivo maschile con il quale si indica il finimento di una decorazione, un ornamento: molti libri antichi hanno fregi d'oro. Con il secondo si indica, invece, una linea tracciata su una scrizione al fine di cancellarla/scancellarla: il quaderno di Giuseppe è pieno di freghi.
***
Il presente indicativo del verbo "trasalire" (procuratevi un cardiotonico) secondo il coniugatore "Virgilio" (Sapere.it).
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I fregi e i freghi
Si presti attenzione ai fregi e ai freghi, perché sono due parole distinte. Il primo vocabolo è il plurale di "fregio", sostantivo maschile con il quale si indica il finimento di una decorazione, un ornamento: molti libri antichi hanno fregi d'oro. Con il secondo si indica, invece, una linea tracciata su una scrizione al fine di cancellarla/scancellarla: il quaderno di Giuseppe è pieno di freghi.
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Il presente indicativo del verbo "trasalire" (procuratevi un cardiotonico) secondo il coniugatore "Virgilio" (Sapere.it).
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