lunedì 22 aprile 2019
domenica 21 aprile 2019
Indurre e indulgere: sinonimi?
Molto spesso questi due
verbi (indurre e indulgere) vengono confusi perché ritenuti l’uno sinonimo dell’altro. Sono, invece,
due verbi a sé stanti con significati completamente diversi. Il primo – come
recitano i vocabolari – significa “spingere a un determinato atteggiamento o
comportamento”, quindi “incitare”, “convincere”, “persuadere” e può essere
seguito tanto dalla preposizione ‘in’ quanto dalla preposizione ‘a’: indurre
qualcuno ‘in’ tentazione; indurre ‘in’ errore; il suo comportamento mi ha
indotto ‘a’ lasciare la comitiva. L’uso di questa o quella preposizione
dipende, naturalmente, dal contesto. Il secondo sta per ‘accondiscendere’,
‘acconsentire’ e simili e si costruisce esclusivamente con la preposizione ‘a’:
indulgere ‘agli’ errori; indulgere ‘alla’ tentazione; indulgere ‘ai’ desiderata
di qualcuno. Alcuni vocabolari, forse per analogia con indurre, consentono
l’uso della preposizione ‘in’, ma è un uso “arbitrario” che non trova riscontri
nei testi letterari.
***
Una serena Pasqua a tutte le amiche e a tutti gli amici che seguono le
nostre modeste noterelle sulla lingua italiana.
***
C'è dato e... dato...
... e con significati distinti,
perché può essere sia sostantivo sia aggettivo. Come sostantivo maschile viene
adoperato nel linguaggio giuridico con l'accezione di "fatto vero",
"fatto accertato". Molti lo adoperano "abusivamente"
dandogli il significato di "notizie", "dimensioni",
"misure", "elementi" e simili: si attendono i dati del referendum. Chi ama la lingua
aborrisca da questo uso. Come aggettivo sta per "dedito",
"propenso", "appassionato", "incline",
"interessato", "consentito", "determinato" e
simili (ovviamente secondo il contesto): è un ragazzo dato (dedito) solo allo studio; quella porta si apre solo in date occasioni. sabato 20 aprile 2019
Sul verbo "andare"
Il verbo "andare",
della prima coniugazione, nella sua accezione primaria vale
"spostarsi", "muoversi da un luogo a un altro": vado a Roma
(vale a dire mi sposto dal luogo abituale per andare in un altro). Può anche,
di volta in volta, acquisire il significato di "dirigersi",
"recarsi" e cosí via. È bene, quindi, che coloro che amano il bel
parlare e il bello scrivere non abusino di questo verbo "multivalente"
ma adoperino - secondo i casi - un verbo
piú appropriato tranne, ovviamente, in alcune locuzioni particolari - proprie
del nostro idioma - in cui "andare" la fa da padrone per dare una
maggiore efficacia espressiva al discorso. Vediamole assieme. "Andare a
fondo", esaminare attentamente una questione; "andare a zonzo", girellare
qua e là, senza una precisa meta; "andare per le lunghe", indugiare
troppo, procedere con molta lentezza; "andare a genio", soddisfare,
piacere; "andare per la maggiore", essere fra i primi, essere "di
moda"; "andare in fumo", non concludere nulla; "andare a
ruba", essere venduto in pochissimo tempo; "andare a rotoli",
essere rovinato; "andare a nozze", sposarsi, ma anche
"piacere"; "andare con uno", frequentarlo assiduamente;
"andare a Canossa", pentirsi; "andare col vento in poppa", procedere
favorevolmente, non incontrare ostacoli di sorta; "andare a vuoto",
riuscire vano; "andare per terra", cadere; "andare in
persona" (espressione poco usata), recarsi personalmente; "andare
d'amore e d'accordo", essere in perfetta armonia con qualcuno. Potremmo
continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Non possiamo chiudere, però,
queste noterelle senza rammentarvi che il verbo in oggetto è adoperato
correttamente per indicare un particolare modo di abbigliarsi, di atteggiarsi:
"andare pulito", vestito bene; "andare in maniche di
camicia".
***
Diritto "di" o diritto "a"?
Spesso si è in dubbio sull'uso
delle due preposizioni. Secondo il linguista Luciano Satta «Il sostantivo si
costruisce preferibilmente cosí: “diritto a” in presenza di un sostantivo se vi
è la preposizione articolata (diritto alla retribuzione) o l’articolo
indeterminato (diritto a una retribuzione) o l’aggettivo indefinito (diritto a
qualche retribuzione); “diritto di” ancora in presenza di un sostantivo, se non
vi è articolo (diritto di sciopero) o in presenza di un verbo all’infinito
(diritto di scioperare). È superfluo dire che se il verbo dipendente è di modo
finito si usa la congiunzione “che”, con il verbo al congiuntivo (il diritto che
si sappia la verità)».
mercoledì 17 aprile 2019
Far la pace di Marcone
Questa locuzione - forse non
molto conosciuta - si adopera quando si vuole mettere in evidenza il carattere
iracondo di una persona, che si cruccia per un nonnulla e subito dopo è pronta
a far pace; ma è una pace di brevissima durata perché poi... ricomincia daccapo. Sull'origine del modo di dire si narrano
molte storielle antiche di autori popolari, quindi... sconosciuti. Ne riportiamo alcune, tra le
quali la prima ci sembra piú verosimile. «Marcone fu un uomo plebeo di carattere
bestiale e bizzarro; però di cuore non duro. Quando alcuna cosa gli andava a
traverso, se la prendeva con la moglie; ma passato l'impeto tornava in sé.
Taroccava e bastonava la moglie; e poi la pettinava. Il giorno appresso tornava
a far lo stesso; e il vicinato che assisteva a queste scene lo messe in
proverbio: la pace non cementata dall'affetto e dal pentimento sincero è la
pace di Marcone». La seconda storiella - che riteniamo interessante - «narra di
un tale Marcone, che, fieramente sdegnato contro uno che lo aveva offeso,
voleva vendicarsi. Intromessisi gli amici, disse di far pace, e quegli gli
credettero. Venuto il nemico per dare e ricevere il bacio, la fiera di Marcone gli
staccò il naso netto netto con un morso». L'ultima che abbiamo scelto «narra di
uno scimunito di un villaggio della Toscana, certo Marcone. Qui essendo alcune
private inimicizie, il Pievano volle adoperarsi a mettere la pace fra le parti,
e preparò la predica in forma sulla pace. Fra i molti temi volle figurasse
questo: che anche le persone sciocche amano di stare in pace col prossimo; e
perché l'argomento non patisse eccezioni, e facesse l'effetto suo in modo
sorprendente, chiamò a sé Marcone, e segretamente gli disse che avrebbe fatto
la domenica appresso una predica così così, e che a un certo punto avrebbe
detto: "E tu Marcone, che vuoi? Rispondi franco la pace, la pace".
Fecero le prove, e la cosa pare dovesse riuscire a meraviglia. Venuta la
domenica, e andato in chiesa tutto il villaggio, il buon Pievano attaccò a
predicare, e via via accalorandosi quando venne al forte argomento, il quale
dovea, come si dice, tagliar la testa al toro, e con voce altisonante esclamò:
"E tu Marcone, che vuoi? ". Marcone disgraziatamente sonnecchiava. Si
riscuote a quel grido, e tutto insonnolito non risponde "pace pace",
ma una parolaccia strana che fece sganasciar dalle risa tutto il popolo. Così
la pace di Marcone andò in proverbio, per pace ridicola, che non ha fondamento
sodo; ed anche per la pace di chi non si dà un pensiero al mondo; vive e lascia
vivere». Allora, amici che seguite queste noterelle, in quanti Marcone/i vi
siete imbattuti nel corso della vostra vita?
Da un quotidiano in rete:
LA STORIA
Sul ring senza hijab: Teheran chiede l'arresto della pugile
Sadaf
La boxer iraniana si trova in Francia
-------------
Dal vocabolario Sabatini Coletti: boxer
------
boxeur
s.m. fr. (pl. boxeurs);
in it. s.m. inv. (o pl. orig.)
***
Ancora sulla lingua "biforcuta" della stampaDa un quotidiano in rete:
LA STORIA
La boxer iraniana si trova in Francia
-------------
Dal vocabolario Sabatini Coletti: boxer
s. ingl. (pl. boxers);
in it. s.m. inv. (o pl. orig.), pr. adatt.
1 Cane da guardia e da difesa, a pelo raso fulvo o tigrato, con testa corta,
muso schiacciato, labbra pendule, coda a mozzicone
2 Mutande a calzoncino che ricordano i pantaloncini dei pugili
boxeur
·
Pugile
*
Dallo stesso quotidiano
Pioggia di pietre sul marciapiedi. L'area transennata e
messa in sicurezza dai vigili del fuoco
-----------
Correttamente: sul marciapiede
*
Ancora:
*
Ancora:
Dipendenti Ama
sversano olii esausti in tombino. Raggi posta video su Fb
---------------------
Il plurale di olio, secondo la "legge
grammaticale", è con una sola "i". Prendono due "i" le
parole che hanno la "i" tonica, come addio: gli addii. Vocabolario
Sabatini Coletti: olio [ò-lio] s.m. (pl.
oli)
lunedì 15 aprile 2019
Considerazioni sull'uso "distorto" di alcune locuzioni
Ci
sono alcune locuzioni nella lingua italiana che - a nostro modo di vedere
- non sono adoperate a dovere; vengono
usate impropriamente, per non dire "stortamente", con il beneplacito
dei vocabolari (tutti?) dell'uso. Già sentiamo il sibilo degli strali che ci
lanceranno i "linguisti d'assalto" se, per caso, si imbatteranno in
questo sito. Ma noi facciamo spallucce e andiamo avanti, sempre piú convinti di
quanto stiamo per scrivere. Cominciamo, dunque, con l'espressione "prendere
atto" (o "dare atto"). Qualche giorno fa, su un giornale
"che fa opinione" abbiamo letto: «Il ministro deve prendere atto che
ognuna delle sue parole ha un peso politico non indifferente, anche se
concordiamo con quanto ha scritto circa la proposta di legge per la lotta alla
delinquenza organizzata». Dov'è l'improprietà o la stortura? Sull'uso della
congiunzione "che" invece della preposizione "di". Si
prende e si dà atto "di" qualcosa. Prendo atto della tua buona fede,
quindi la riconosco, l'ammetto, la confermo. Ci sono dei casi, però, in cui non
si può assolutamente adoperare la preposizione "di" in quanto si
andrebbe incontro a una stonatura fono-sintattico-grammaticale. Come
comportarsi, allora? Semplicissimo. Si fa seguire "prendere atto" (e
"dare atto") dalla locuzione "del fatto che": prendo atto
del fatto che sono stato ingannato. Quanto scritto vale anche
- sempre a nostro modo di vedere - per la locuzione "rendere
conto": si rende conto "di" qualcosa. Mi rendo conto
"di" avere sbagliato, non "che" ho sbagliato. Quanto a "ognuna"
- sempre secondo la nostra "ottica linguistica" - non si può riferire
a una cosa. Ognuna è il femminile del pronome/aggettivo ognuno che significa
"ogni uomo", "ogni persona". Le parole sono persone?
"Ognuna delle sue parole" ci sembra, quindi, se non proprio un
errore, un uso improprio dell'aggettivo/pronome, che, alla bisogna, può essere sostituito
con "ciascuna": ciascuna delle sue parole. Ciascuna, oltre tutto, al
contrario di ognuna, avendo un valore distributivo distingue maggiormente ogni
singola unità: ciascuna parola, vale a dire "parola per parola",
esaminata singolarmente. E concludiamo con il verbo "concordare"
perché nel periodo sopra riportato è stato costruito in modo errato: con la preposizione "con" e non, correttamente, con la sorella "su". Concordare, dunque, può essere tanto transitivo quanto
intransitivo. Nel primo caso ha i significati di: “stabilire una cosa di comune
intesa” e “riuscire a mettere d’accordo persone che sono tra loro in dissidio o
in urto”, quindi “comporre divergenze”,
“superare contrasti” e simili: Dopo
lunghe trattative le varie fazioni hanno concordato un periodo di tregua; Giovanni e Mario hanno finalmente concordato un comune piano d’azione. Nel secondo
caso assume il significato di coincidere:
le tue idee concordano, vale a dire coincidono con le mie. In questo esempio il verbo concordare è costruito in
modo corretto con la preposizione con.
Quando, però, il predetto verbo sta per “convenire”, “essere d’accordo” si deve
costruire con la preposizione (semplice o articolata) su: concordo con te su
quanto hai detto, sono, cioè, d’accordo con te sulle tue idee. Si è d’accordo (si concorda), insomma, su una cosa, non con una cosa. Quest’ultima preposizione si adopera esclusivamente
con le persone: concordo con Luigi su
quanto ha esposto.
***
I giovani credono ancora nell’Ue: ecco l’antidoto all’eurocinismo italiano
----------------
In buona lingua italiana il sostantivo "antidoto" si fa seguire dalla preposizione/avverbio "contro", non dalla preposizione semplice o articolata "a". Viene, infatti, dal latino tardo "antidotum", che significa "(medicinale) dato contro". Correttamente, quindi: "(...) ecco l'antidoto contro l'erurocinismo italiano".
Dal vocabolario Sabatini Coletti:
an-tì-do-to] s.m.
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La lingua "biforcuta" della stampa
Da un "autorevole" giornale in rete:I giovani credono ancora nell’Ue: ecco l’antidoto all’eurocinismo italiano
----------------
In buona lingua italiana il sostantivo "antidoto" si fa seguire dalla preposizione/avverbio "contro", non dalla preposizione semplice o articolata "a". Viene, infatti, dal latino tardo "antidotum", che significa "(medicinale) dato contro". Correttamente, quindi: "(...) ecco l'antidoto contro l'erurocinismo italiano".
Dal vocabolario Sabatini Coletti:
an-tì-do-to] s.m.
1 Sostanza che annulla gli effetti di un veleno
2 fig. Rimedio, conforto, sollievo: un bel film è un a. contro la noia
domenica 14 aprile 2019
Falsi errori
Qualche anno fa, l'Accademia
della Crusca scese in campo - come usa dire oggi - per denunciare i troppi
errori linguistico-grammaticali di cui sono infarcite le varie pubblicazioni
che circolano nelle case degli italiani (quotidiani, settimanali, mensili, libri
e opuscoli vari) e auspicava, per bocca del suo presidente, la nascita di un
"organismo per l'omogeneità e la regolamentazione della lingua". A
distanza di qualche anno le cose non sono affatto cambiate, anzi... gli
strafalcioni sono in "perenne crescita". A nostro modo di vedere, per
raggiungere l'omogeneità e la correttezza della lingua non è necessaria la
creazione di un organismo ad hoc, è sufficiente che la scuola insegni bene la
madre lingua, affidando questo gravoso compito a docenti ben preparati e che
non attingano da grammatiche non degne di tale nome. E ce ne sono molte,
purtroppo, compilate da insegnanti che - per il bene della lingua italiana -
dovrebbero cambiare mestiere. Che cosa dire, infatti, di quei testi scolastici
che ancora insistono nel considerare errata l'espressione "ma però"? Gli
autori (sedicenti) sostengono la tesi secondo cui la locuzione è errata in
quanto il "ma" (congiunzione avversativa) è unito a "però"
(un'altra congiunzione avversativa): bisogna, quindi, scegliere nello scrivere
e nel parlare tra il "ma" e il "però" (o l'uno o l'altro,
insomma). Osservazione non pertinente perché la ripetizione delle due
congiunzioni avversative ha soltanto una funzione rafforzativa come, per
esempio, "ma pure", "ma tuttavia", "ma
nondimeno", espressioni che nessun grammatico (con la G maiuscola) ritiene
di dover condannare. Perché, dunque, il "ma però" dovrebbe esser
messo alla gogna quando è adoperato dal principe degli scrittori? Vogliamo -
presuntuosamente - condannare il Manzoni là dove scrive "... ma però c'era
abbondantemente da fare una mangiatina"? Chi condanna il "ma
però", insomma, dovrebbe condannare il "ma bensí"; questo sí, un
orrore, sebbene sulla bocca e sulla penna di giornalisti e di scrittori. Ma
tant'è. E sempre a proposito della congiunzione "ma", alcune
grammatiche (e, quindi, alcuni insegnanti) ritengono uno strafalcione
cominciare un periodo con la predetta congiunzione perché essendo avversativa
si può adoperare solo tra due frasi o due elementi che indicano contrasto come,
per esempio, "era bello 'ma' non elegante". E dove sta scritto? Quale
legge grammaticale proibisce l'uso della congiunzione "ma" a inizio
di un periodo? Si può benissimo - ed è formalmente corretto - cominciare una
frase o un periodo con il "ma" in quanto questa congiunzione indica
la conclusione o l'interruzione di un discorso per passare a un altro. Dunque,
cari amici, quando avete dei dubbi sintattico-grammaticali non consultate testi
di lingua scritti da illustri sconosciuti, amici di editori compiacenti: troppo
spesso questi "sacri testi" sono l'esempio della contraddizione, per
non dire delle "mostruosità linguistiche". In questo campo sarebbe
auspicabile e utilissimo l'intervento dell'Accademia della Crusca. Tutte le
pubblicazioni scolastiche inerenti alla lingua dovrebbero avere l'
"imprimatur" della suddetta Istituzione: in questo modo si
raggiungerebbe quell' "uniformità linguistica" auspicata - a suo
tempo - dal presidente dell'Accademia e le pubblicazioni che circolano nelle
nostre case sarebbero "piú leggibili" perché prive di strafalcioni e
improprietà varie.
sabato 13 aprile 2019
Avere (o essere) il pozzo di San Patrizio
«Papà, ho bisogno di quindicimila
euro per l'acquisto di una motocicletta, usata, che mi venderebbe un mio
amico», disse Raimondo appena entrato in casa, di ritorno da un viaggio in
lungo e in largo per l'Italia. Il padre, indignato per le pretese del figlio,
sbottò «io vivo di stipendio, figliolo, non ho il pozzo di San Patrizio!». Quante
volte, anche a voi, cortesi amici, sarà capitato di pronunciare frasi del
genere, inconsciamente, per sottolineare che non si è in possesso di una fonte
di ricchezze inesauribili, come sta a significare l'espressione "avere il
pozzo di San Patrizio". Vediamo, quindi, come è nata questa locuzione, anche
se il suo uso è improprio. Narra una leggenda che questo pozzo altro non era
che una profondissima caverna, situata in un'isola del lago Derg, in Irlanda e
rivelata da Cristo, nel VI secolo, al santo patrono di quella nazione, il
vescovo Patrizio e da questo miracolosamente aperta per convincere gli
irlandesi a convertirsi alla fede cristiana. Sempre secondo la leggenda dal
"pozzo" si poteva intravedere una "via" che menava
all'altro mondo, fino all'inferno. Coloro che vi si trattenevano in preghiera -
ininterrottamente - per un giorno e una notte ottenevano la remissione dei
peccati. L'espressione suddetta, dicevamo, è adoperata impropriamente per
indicare una fonte di denaro, ritenuta inesauribile da colui che vi attinge. Si
potrebbe azzardare l'ipotesi, quindi, che la "via" del pozzo era
molto lunga, "inesauribile" e da qui, per l'appunto, il detto
popolare "essere o avere il pozzo di San Patrizio".
***
Due parole sull'uso corretto della congiunzione "nonché", in grafia analitica anche "non che", perché alcuni vocabolari l' attestano con il significato di "e", "e anche", "e inoltre", "come pure". La congiunzione suddetta significa, invece, "tanto piú", "tanto meno", "per di piú" ecc. e ha valore rafforzativo o intensivo. Il vocabolario Palazzi riporta, infatti, M.E. è errato l'uso nel senso di e anche: c'era lui nonché sua moglie; dirai meglio: c'era lui e anche sua moglie. Si leggono spesso sui giornali frasi del tipo: "sono intervenuti il ministro nonché alcuni rappresentanti del mondo imprenditoriale". Quel "nonché" in buona lingua va sostituito con "e anche". La congiunzione "nonché" è bene adoperata, invece, in frasi del tipo: "è un giovane intelligente nonché (per di piú) studioso".
***
Due parole sull'uso corretto della congiunzione "nonché", in grafia analitica anche "non che", perché alcuni vocabolari l' attestano con il significato di "e", "e anche", "e inoltre", "come pure". La congiunzione suddetta significa, invece, "tanto piú", "tanto meno", "per di piú" ecc. e ha valore rafforzativo o intensivo. Il vocabolario Palazzi riporta, infatti, M.E. è errato l'uso nel senso di e anche: c'era lui nonché sua moglie; dirai meglio: c'era lui e anche sua moglie. Si leggono spesso sui giornali frasi del tipo: "sono intervenuti il ministro nonché alcuni rappresentanti del mondo imprenditoriale". Quel "nonché" in buona lingua va sostituito con "e anche". La congiunzione "nonché" è bene adoperata, invece, in frasi del tipo: "è un giovane intelligente nonché (per di piú) studioso".
mercoledì 10 aprile 2019
Sgroi - 18 - La rimozione dell'inconscio, ovvero la censura della "virgola tematica"
4.
La "teoria delle eccezioni"
La "teoria del refuso" regge
però poco perché lo stesso Antonelli, da bravo storico della lingua qual'è, non ha potuto fare a meno di
ricordare (sulla scorta della Enciclopedia
dell'italiano, on line) due esempi di tale presunto refuso in scrittori
moderni: uno di Alessandro Manzoni (i) ("Voi<,>
mi fate del bene, a venir qui") e uno di Italo Calvino (ii) ("il contrario<,> esiste").
L'A. li ha giustificati -- secondo
"la teoria delle eccezioni" -- sostenendo che si tratta di
"virgole d'autore", definendo per modestia la sua invece virgola
"sfuggita al varco".
Per
es. in un saggio di linguistica di L.
Renzi 2012, Come cambia la lingua.
L'italiano in movimento:
(vi) "Come emerge molto bene dagli esempi
sopra citati, la semplicità sintattica di periodi tenuti insieme da
connessioni asindetiche prevalentemente costituite da proposizioni
coordinate<,> agevola
la coincidenza della fine del verso con la fine della frase, sicché [...]"
(p. 369).
6.
"Virgola tematica" e non già "virgola sintattica"
In realtà, gli usi su citati, sottendono
un'altra Regola ("verità nascosta", si potrebbe dire), quella secondo
cui il soggetto isolato mediante la virgola, viene tematizzato, enfatizzato,
rispetto al predicato. Si tratta infatti della cosiddetta "virgola
tematica", ben diversa dalla tradizionale "virgola sintattica".
A ben vedere, i due ess. di Manzoni e
Calvino con la virgola trasmettono un particolare significato:
(ii) "Il contrario, [= quanto al
contrario,] esiste".
Antonelli sa peraltro che la virgola
tematica è ben presente anche in altre lingue (francese, inglese, spagnolo,
tedesco, cfr. la citata Storia della punteggiatura in Europa).
La "Regola-1" della virgola
tematica, riconosciuta dalla grammatica scolastica, dal "super-ego",
solo come "eccezione", con scarsa coerenza teorica.
E la "Regola-2" della virgola
sintattica, che separa per es. la principale dalla secondaria circostanziale
(nell'es. di Manzoni la seconda virgola della frase è appunto sintattica:
"Voi mi fate del bene<,> a venir
qui").
In Antonelli, italo-nativofono (colto),
ha così agito inconsciamente proprio la Regola-1 della virgola tematica,
negata, censurata, con conseguente dissociazione, dal super-ego grammaticale a
vantaggio della virgola sintattica.
martedì 9 aprile 2019
Essere in giulebbe e nuotare nel lardo
Due
modi di dire probabilmente non molto conosciuti. Chi è/si trova in giulebbe? Colui che
manifesta grandissima gioia (o piacere) al punto da sdilinquirsi, dando, cioè, l'impressione di sciogliersi. La locuzione fa riferimento a una bevanda
composta con succo di frutta bollita, acqua zuccherata e bianco d'uovo. Con il
medesimo nome si indica - in farmaceutica - una preparazione, adoperata come
emolliente, a base di acqua zuccherata e fiori d'arancio. "Nuota nel
lardo" una persona molto ricca. L'espressione ci viene
"consegnata" dal mondo contadino dove, un tempo, l'abbondanza del
lardo era indice di ricchezza in quanto testimoniava il numero di maiali
posseduti.
***
Due
parole, due, sul verbo "figurare" perché molto spesso si usa con
significati che - a nostro avviso - non ha: essere (essere presente),
comparire, risultare, trovarsi: il suo nome non figura nell'elenco degli indagati; tra gli invitati figuravano molte persone del mondo
imprenditoriale. Il verbo suddetto, la cui etimologia è incerta - sembra
provenga dal sostantivo latino "figura", è un denominale dunque
- significa "simboleggiare",
"rappresentare con figure", "plasmare",
"modellare", "dare forma" e simili: i santi sono raffigurati tutti con l'aureola. I
vocabolari dell'uso consultati ci smentiscono, solo il Palazzi ci
conforta: «(...) M.E. erroneo usare
questa voce (figurare, ndr) nel senso di essere, apparire, trovarsi: il suo
nome figura accanto al mio; fra gli intervenuti figuravano tutte le autorità
militari».
lunedì 8 aprile 2019
Si usa ancora la lingua italiana (corretta)?
Da un amante della lingua italiana riceviamo e
volentieri pubblichiamo.
Buongiorno Dott. Raso,
sono letteralmente stufo di leggere sui giornali e di sentire, alla radio e alla televisione, storpiature inconcepibili della nostra lingua e obbrobri in lingue straniere – soprattutto inglese – per significati ben meglio esprimibili in italiano.
------------------
Con la speranza che questi lai non restino inascoltati.
Buongiorno Dott. Raso,
sono letteralmente stufo di leggere sui giornali e di sentire, alla radio e alla televisione, storpiature inconcepibili della nostra lingua e obbrobri in lingue straniere – soprattutto inglese – per significati ben meglio esprimibili in italiano.
Comincio
con alcuni esempi delle prime:
·
accellerare, forse volendo indicare una accelerazione ancor più
bruciante;
·
areoporto – effettivamente questi scali occupano grandi aree;
·
le fila; ormai unica espressione per indicare le file. Le fila
del PD; le fila dei soldati di Haftar. Forse sono tutti burattini?
Oltre ai
“falsi” femminili, van di moda anche quelli veri usati a sproposito: “neve su entrambe
i versanti del Bianco”.
L’errore
più grave però è evacuare, col suo participio evacuato, usato con
riferimento a persone, anziché a località, edifici, mezzi di trasporto. Pur
rendendomi conto che si sta parlando di tragedie, quando sento che sono state
fatte evacuare tutte assieme migliaia di persone, non posso
trattenermi dal ridere, ricordando la battuta di Paolo Villaggio: “ca..ta
pazzesca”. Ma non c’è limite al disastro linguistico! TG 5 delle ore 20,00 del
6 Aprile 2019: la giornalista (?) parla delle vicende libiche e ci racconta
della evacuazione dei dipendenti ENI. In basso compare la scritta “ENI evaqua
il personale italiano”! È forse una reminiscenza di quando, alle elementari,
alcuni scrivevano con la q iniziale il nome dell’organo
attraverso cui l’evacuazione avviene?
Vengo ora
all’abuso di parole inglesi. La pubblicità ne è piena; anche quella di prodotti
e di auto francesi (frequentando la Francia, so che là tutte le auto straniere
– italiane, tedesche, inglesi, … – sono reclamizzate in francese). Ormai però
ne è pieno anche il linguaggio corrente:
·
gli spettacoli “tutto esaurito” sono sold-out;
·
il Biellese morto in montagna un paio di settimane fa era un runner;
tali sono anche i partecipanti alla Stramilano, il cui logo per altro è “Run
generation”;
·
il 6 Aprile si è celebrato il “carbonara day” (a dispetto della cucina
mediterranea …);
·
il matrimonio, con palesi violazioni della legalità, celebrato a Napoli un paio
di settimane fa è stato definito trash (come se la spazzatura e
l’illegalità fossero sinonimi);
·
in commercio non ci sono più “affaroni” o “convenienze”: sono tutti deal;
·
le botteghe di barbiere sono diventate barber shop;
·
gli insediamenti per i terremotati sfollati sono new town (li hanno
mandati così lontano dall’Italia?); per altro non hanno nulla a che vedere con
il fenomeno urbanistico inglese (città di medie dimensioni, costituite da
villette piuttosto lussuose);
·
ci si mettono pure i nostri governanti: dopo lo stalking – con cui ci
hanno molestati per anni – e altre amenità del genere (authority, fake news,
flat tax, hotspot, jobs act, navigator, spending review, …), ora c’è pure
il reato di revenge porn.
La mania
dell’inglese colpisce anche a sproposito. Alcuni giorni or sono, il
corrispondente da Parigi di un noto telegiornale ci ha parlato della Tour Eiffel,
spiegandoci che i Francesi la chiamano affettuosamente Lady di ferro.
Avendo una seconda residenza in Francia, so bene che l’appellativo è “Dame de
fer”, quindi mi sarei atteso, in italiano, “Dama di ferro”; ma forse il
suddetto corrispondente l’ha confusa con Margaret Thatcher!
Anche lo
spagnolo, sia pure in misura minore, si fa sentire: vigilantes e murales
sono i termini più diffusi; naturalmente sempre con la s finale,
anche quando compaiono al singolare. Se no, si confonderebbero con gli
equivalenti italiani (però il singolare di murales è mural)!
Cordiali
saluti
(lettera
firmata)------------------
Con la speranza che questi lai non restino inascoltati.
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