martedì 11 gennaio 2011

«Estemporaneo» ed «estraneo»


Due parole su due... parole di uso comune non sempre adoperate a dovere: “estemporaneo” ed “estraneo”. Cominciamo con il primo termine, che non significa - come molti credono - bizzarro, avventato, strampalato e simili, ma improvvisato, immediato, senza alcuna preparazione. Si clicchi su estemporaneo . Il secondo, checché ne dicano i soliti vocabolari, sarebbe corretto riferito solo a persona: in questa casa mi sento un estraneo. Adoperato in altri contesti è un francesismo, che - come abbiamo sempre sostenuto - in buona lingua è da evitare. Non si dirà, per esempio, “ciò che dici è estraneo a quello di cui stiamo discutendo”; si dirà, piú appropriatamente (e, quindi, “piú correttamente”) “ciò che dici non ha nulla che fare (non riguarda, non c’entra e simili) con quello di cui stiamo discutendo”. Si clicchi su estraneo.

lunedì 10 gennaio 2011

Due complementi distinti ("rapporto" e "relazione")


Abbiamo notato - con stupore - che la grammatica di Maurizio Dardano e Pietro Trifone assimila il complemento di relazione a quello di rapporto. Citiamo testualmente: «Rapporto o relazione (tra chi?, tra quali cose?): indica un rapporto, una relazione: c’è stato un battibecco tra loro; tra l’uno e l’altro c’è poca differenza; sono in buoni rapporti con il direttore. È retto dalle preposizioni “tra (fra)”, “con”».
Saremo lieti di essere smentiti, ma a nostro modo di vedere sono due complementi distinti. Il complemento di relazione, chiamato anche “accusativo alla greca” (tipico del costrutto sintattico del greco antico) non è introdotto da alcuna preposizione e indica in relazione e limitatamente a che cosa venga espressa l’idea contenuta in un verbo al participio passato come, per esempio, “colpito”, “ferito”, incoronato”, “cinto”, “vestito” ecc. o in un aggettivo come, sempre a mo’ d’esempio, “nudo”, “biondo”, “pallido” e via dicendo. Vediamo qualche esempio d’Autore: “Ebe, ilare il volto e l’abito succinta, le corse incontro” (V. Monti); “Sparsa le trecce morbide sull’affannoso petto” (Manzoni).
Il complemento di rapporto, introdotto dalla preposizione “con” (a volte anche “fra” o “tra”) indica, come dice lo stesso termine, la persona, l’animale o la cosa con cui si stabilisce un... rapporto, un legame. Qualche esempio: Alcuni genitori hanno dei gravi contrasti con i figli; Con quell’individuo non voglio averci che fare; Fra compari, di solito, c’è molta intesa.

domenica 9 gennaio 2011

«Acceffare»


Tra le parole da rispolverare del nostro soave idioma metteremmo il verbo denominale “acceffare”: “prendere per il ceffo”, “abboccare”, “addentare”, “azzanna-re”: il cane ha acceffato quel povero fanciullo. Il ceffo, forse è bene ricordarlo, è il muso degli animali e, per estensione, il volto umano deforme e sinistro. Non si dice, infatti, “quel brutto ceffo”, riferendosi a una persona brutta e malvagia? Bisogna stare lontano da quei brutti ceffi. Non si dice, anche, “dare un ceffone”, cioè colpire nel ceffo, nel volto?
http://www.etimo.it/index.php?term=ceffo
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Essere la panca delle tenebre

Forse pochi conoscono questo modo di dire, che significa “essere sistematicamente maltrattati”, “essere la vittima di turno” per cui nessuno ha rispetto e tanto meno pietà. La locuzione trae origine dalle cerimonie liturgiche che si svolgevano, in passato, durante la settimana santa. Nel corso della suddetta settimana, durante l’ufficio religioso delle Tenebre i devoti percotevano le panche della chiesa con delle verghe.
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Una scoperta sconcertante, fior di personaggi che scrivono innoquo.
Lo strafalcione - cosa ancor piú grave - si trova in testi redatti da docenti universitari..._________________

sabato 8 gennaio 2011

«Disarmare»








Ecco un altro verbo, disarmare, che adoperato in senso figurato (e sempre con il beneplacito dei vocabolari) è un francesismo da evitare in buona lingua italiana. Il significato “principe” del verbo è “privare delle armi”, “togliere le armi”: tutti gli uomini furono catturati e “disarmati”. Impiegarlo - come molti fanno - con il significato di “placare”, “rabbonire”, “domare”, “conquistare” e simili è - ripetiamo, a nostro modo di vedere - un gallicismo da respingere recisamente. Non si dica, per esempio, quella ragazza ha un sorriso che disarma, ma ha un sorriso che conquista. Si può accettare - sempre a nostro avviso - solo nel significato di “cedere”, “rinunciare”, “ritirarsi”, “mollare”: nonostante le pressioni ricevute quell’individuo non disarma (non rinuncia a...).
http://www.etimo.it/?term=disarmare&find=Cerca

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Chiediamo scusa. Ma dobbiamo tornare, ancora una volta, su “monolingue” perché abbiamo scoperto che la versione in rete del vocabolario “Treccani” differisce da quella cartacea.

Alla cortese attenzione della redazione
Da Vocabolario on line TagT:
monolingue
monolìngue agg. [comp. di mono- e lingua, sul modello di bilingue], invar. – 1. Scritto o redatto in una sola lingua (contrapp. a bilingue, plurilingue, multilingue): iscrizione m.; documento, contratto m.; di opera lessicografica, che registra le parole e la fraseologia di una sola lingua, spiegandole e definendole con altre parole della lingua stessa, come per es. un vocabolario o dizionario italiano, o francese, o inglese, o russo (in contrapp. ai vocabolarî o dizionarî bilingui, che registrano, in genere senza definizione, le parole e le locuzioni di una lingua per darne la traduzione in un’altra lingua, come sarebbe, per es., un vocabolario italiano-tedesco e viceversa). 2. Di individuo o gruppo etnico che conosce e usa una sola lingua, o di luogo in cui è conosciuta e parlata una sola lingua o il solo dialetto locale: essere m.; popolazione m., zona monolingue.

COMMENTI
Monolingue (2) La versione cartacea del "Treccani", correttamente - a mio avviso - non specifica l'invariabilità. Se ne deduce, quindi, che il plurale è "normale": monolingui. Come si spiega questa disparità di opinioni tra i due "Treccani"? A chi deve dare ascolto una persona sprovveduta? Fausto Raso

da fauras- 07/01/2011 17:55:01

Monolingue Sono stupefatto! L'aggettivo in oggetto non è invariabile, il suo plurale è "monolingui", come i plurali di bilingue, plurilingue, multilingue (bilingui, plurilingui, multilingui). Il Dop, il Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, è chiarissimo: monolingui. Fausto Raso

da fauras- 05/01/2011 18:25:44

venerdì 7 gennaio 2011

Unilingue


Gentilissimo dott. Raso,
veramente interessante la diatriba circa “monolingue/monolingui”. Le confesso che ho sempre ritenuto che tale aggettivo fosse invariabile: il dizionario monolingue, i dizionari monolingue. Scopro ora, grazie a lei, che ho sempre... sbagliato. A questo proposito vorrei sapere se, invece di monolingue, si può usare “unilingue”, con il relativo plurale, sulla scia di unilaterale. I vocabolari in mio possesso non ne fanno menzione. Lei cosa ne pensa?
Grazie e auguri per un sereno 2011.
Goffredo D.
Latina
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Cortese Goffredo, i vocabolari non lo attestano (la sola eccezione, mi sembra, il GDU del De Mauro) perché, pure esistendo, non è adoperato in quanto non si è cristallizzato nell’uso, come monolingue. Se le piace, lo usi pure, nessuno - se conosce e ama la Lingua - potrà meravigliarsi. Unilingue è stato “immortalato” dal linguista Gaetano Berruto. Clicchi su questo collegamento:
http://books.google.it/books?id=6LJhAAAAMAAJ&q=unilingue&dq=unilingue&hl=it&ei=aOsgTbikB8OVswaEpdzqDA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=11&ved=0CFEQ6AEwCg

giovedì 6 gennaio 2011

Monolingua? No, monolingue


Ancora sul corretto plurale di "monolingue". Si clicchi su questo collegamento: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=79336&r=32648

mercoledì 5 gennaio 2011

Purchessiano


Riproponiamo quanto scrivemmo - moltissimo tempo fa - sul “Cannocchiale” circa il plurale di “purchessia” in quanto il Gabrielli era il solo a sostenere la non invariabilità. Poi, improvvisamente, i suoi collaboratori hanno cambiato opinione.

Sarebbe interessante conoscere i motivi che hanno indotto i redattori dell’edizione 2008 del vocabolario della lingua italiana di Aldo Gabrielli a “correggere” il loro Maestro.
Nel “Dizionario Linguistico Moderno” del linguista scomparso, alla voce “purchessia” si legge: Aggettivo (pl. purchessiano). Sempre posposto al nome: “Una veste purchessia”, “Tre libri purchessiano”. Anche ‘pur che sia (siano)’.

Nel Gabrielli 2008 in rete si legge:
purchessia
[pur-ches-sì-a]
ant. pur che sia
agg. indef. inv.
(sempre posposto a un s. sing.) Qualsiasi, qualunque sia: bisogna trovare un mezzo p.; sceglierete nel mazzo una carta p.

Come mai, dunque, “purchessia” da variabile è divenuto invariabile?

Il plurale, “purchessiano”, si trova, comunque, in molti libri:

Nuova antologia

Francesco Protonotari - 1932
... antipatiche pel vezzo di esaltare al sommo della scala i cultori purchessiano della critica estetica o psicologica — fra i quali, naturalmente, sarebbero compresi essi in prima fila — come i privilegiati possessori della genialità, ...

Giornale storico della letteratura italiana: Volumi 101-102

Vittorio Cian, Egidio Gorra, Francesco Novati - 1933
... e rese più antipatiche pel vezzo di esaltare al » sommo della scala i cultori purchessiano della critica estetica o » psicologica — tra i quali, naturalmente, sarebbero compresi essi •< in prima fila — come i privilegiati possessori ...

·
La Critica: Volume 31

Benedetto Croce - 1933
Cr., il poeta ci appare preso dalle più cocenti preoccupazioni filosofiche del tempo, ben lontano dal cristianesimo, ben lontano dell'accodarsi a situazioni politiche purchessiano. Che cosa, invece, bisogna pensare delle Georgiche e ...



martedì 4 gennaio 2011

Declinare e Detenere


Altri due verbi della nostra bellissima lingua adoperati impropriamente e sempre con la “complicità” dei soliti vocabolari: declinare (http://www.etimo.it/?term=declinare&find=Cerca) e detenere (http://www.etimo.it/?term=detenere&find=Cerca). Cominciamo con l’ “analizzare” il primo, che propriamente significa ‘piegare’, ‘calare’, ‘modificare’, ‘scendere inclinandosi’ e simili: le colline declinano verso il mare. Non è adoperato correttamente, dunque, nell’accezione di “rifiutare” , "dichiarare", “dare” e simili: Giovanni ha declinato l’invito; la polizia ha chiesto ai presenti di declinare le generalità. In questi casi ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: respingere, rifiutare, ricusare, rinunciare, dichiarare, dire, esporre, a seconda del contesto. Si dirà correttamente: Giovanni ha rifiutato l’invito; la polizia ha chiesto ai presenti di dichiarare le generalità.
Il secondo, detenere, vale ‘tenere presso di sé (qualcuno o qualcosa) con la forza’ e solo con questo significato andrebbe adoperato. I detenuti non sono trattenuti “con la forza”? Non ci sembra corretto, quindi, usarlo in altre accezioni come, per esempio, “detenere un primato”, “detenere il brevetto” e simili. Anche in questi casi ci sono altri verbi per l’occorrenza: vantare, tenere, avere, possedere ecc.

lunedì 3 gennaio 2011

La (arte) cucinaria non è "degradante"





Non vorremmo rovinare l’inizio del nuovo anno a qualche linguista (molto spesso improvvisato, e la rete pullula di questa “gente”) che si dovesse imbattere, casualmente, in questo sito. Ciò che stiamo per scrivere, infatti, farà storcere il naso a qualcuno, ma non possiamo sottacere l’uso improprio - a nostro avviso - che taluni fanno dell’aggettivo “degradante”, ‘spalleggiati’, purtroppo, da alcuni vocabolari. Degradante, dunque, è il participio presente del verbo “degradare”, che significa “privare del grado”: quell’ufficiale è stato degradato. E solo in questo significato - in buona lingua - andrebbe adoperato. All’infuori di questa accezione si dovrebbero adoperare altri aggettivi che fanno alla bisogna: avvilente, umiliante e simili. Non diremo, quindi: Giulio è stato costretto a un lavoro degradante, ma, “correttamente”, a un lavoro umiliante. C’è anche un caso inverso, però, un aggettivo ritenuto scorretto, che... scorretto non è: cucinario. Molti linguisti, infatti, lo condannano e “consigliano” culinario. Quest’ultimo aggettivo, invece, pur avendo origini latine (http://www.etimo.it/?term=culinario&find=Cerca) è un francesismo da evitare. Meglio, dunque, arte cucinaria, non culinaria. Ma tant’è.

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Questione di imperativo
Gentile Professore, le chiedo se esiste ed eventualmente qual è l'imperativo del verbo assuefare.
Colgo l'occasione per inviarle cordialissimi auguri per un sereno 2011 in buona salute e in serenità.
Grazie.
Firma
Risposta del linguista:
De Rienzo Domenica, 02 Gennaio 2011
Esiste sicuramente quello del riflessivo: assuefati.
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Esiste anche quello “normale”, eccolo:
assuefa, assuefai, assuefa', assuefaccia, assuefacciamo, assuefate, assuefacciano.

sabato 1 gennaio 2011

Buon anno


Un sereno e proficuo 2011 agli amici
blogghisti che ‘onorano’ questo sito