domenica 28 giugno 2026

Ripugnevole, la parola che c’era e non c’è più

 Storia discreta di un aggettivo rimasto ai margini dell’uso


C
i sono parole che sembrano nate con tutte le carte in regola: forma impeccabile, trasparenza semantica, perfetta collocazione nella morfologia italiana. Eppure, per ragioni che la lingua non spiega mai del tutto, restano ai margini, come figure intraviste e subito svanite. Ripugnevole appartiene a questa zona d’ombra: un aggettivo costruito con esattezza, dal significato limpido - che provoca ripugnanza, che suscita ribrezzo - e tuttavia assente dai vocabolari dell’uso. La sua unica casa è il Grande dizionario della lingua italiana, il Battaglia, che lo registra con la sua consueta attenzione alle forme rare, effimere, laterali.

La struttura in ‑evole gli conferisce un’intonazione particolare, quasi morale. È la stessa cadenza che ritroviamo in spregevole, biasimevole: parole che non si limitano a descrivere un moto fisico, ma suggeriscono un giudizio, una valutazione che riguarda la condotta, il comportamento, la dignità. In questo senso, ripugnevole avrebbe potuto trovare spazio nella prosa riflessiva, nei romanzi che cercano una sfumatura più meditata del disgusto, nei saggi che vogliono distinguere tra ciò che offende il corpo e ciò che offende la coscienza. Avrebbe potuto dire una condotta ripugnevole, un gesto ripugnevole, con quella gravità composta che appartiene alle forme un po’ appartate.

La lingua, però, ha seguito un’altra via. Ha preferito parole più rapide, più istintive, più corporee: ripugnante, ributtante, rivoltante. Termini che arrivano subito al punto, che non chiedono tempo né mediazione. Ripugnevole, con la sua lentezza quasi etica, è rimasto indietro. Non ha trovato circolazione, non ha messo radici nell’uso quotidiano, non è diventato familiare. È rimasto una possibilità, un ramo laterale che la lingua ha lasciato intatto ma non ha percorso.

E proprio questa condizione sospesa gli dà un fascino particolare. È una parola che porta con sé la memoria di ciò che la lingua avrebbe potuto essere: un lessico più ampio, più sfumato, più disposto a distinguere tra il disgusto immediato e quello meditato. Ripugnevole è un reperto vivo, non perché appartenga al passato, ma perché appartiene a un passato possibile. È una forma che la lingua ha sfiorato e poi abbandonato, lasciandola come un segno di ciò che resta ai margini, di ciò che non diventa uso ma continua a esistere come traccia.

Usarla oggi significa richiamare quella regione discreta dove le parole non sono morte, ma non sono nemmeno vive: sono forme che attendono (potremmo dire nel “limbo del lessico”), che conservano un eco (sic!), che illuminano per contrasto la vitalità delle altre. Ripugnevole ci ricorda che il lessico non è un inventario chiuso, ma un territorio pieno di deviazioni, di tentativi, di possibilità rimaste tali. E che proprio lì, in quella zona di quiete, si nasconde spesso la parte più suggestiva della nostra meravigliosa lingua.

Scheda lessicale

Lemma: ripugnevole

Categoria grammaticale: aggettivo

Significato: che provoca ripugnanza, che suscita ribrezzo

Etimologia: derivato regolare da ripugnare, sul modello di aggettivi in ‑evole (spregevole, biasimevole).

Attestazione: documentato esclusivamente nel Grande dizionario della lingua italiana (Battaglia).

Registro: letterario, raro, non presente nei vocabolari dell’uso corrente.

Area semantica: disgusto, riprovazione morale.

Esempio d’uso: una condotta ripugnevole, un gesto ripugnevole.

Note: forma morfologicamente legittima ma non entrata nell’uso vivo; conserva una sfumatura etica e riflessiva rispetto a ripugnante.

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Qui la prova che l'aggettivo, esistente, è stato relegato nella "soffitta della lingua".

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