sabato 23 agosto 2025

La grammatica verticale: come usare ‘sotto’ e ‘sopra’ senza inciampare

 

Le preposizioni improprie ‘sopra’ e ‘sotto’ indicano, generalmente, una posizione fisica o metaforica rispetto a un punto di riferimento. A differenza di quelle proprie, queste derivano da avverbi e possono comportarsi in modo più flessibile, adattandosi al contesto sintattico e semantico. Il loro uso corretto dipende dalla costruzione che le segue e dal tipo di relazione che si intende esprimere.

Quando sopra e sotto sono seguite da un sostantivo si uniscono direttamente a questo tramite l’articolo formando, così, una locuzione preposizionale articolata. Per esempio: – Il libro è sopra il tavoloLa valigia è sotto il letto. In questi casi, la relazione è spaziale e concreta, e l’articolo può essere determinativo (il, la, i, le) o indeterminativo (un, una), a seconda del contesto: – C’è polvere sotto una sediaHo messo il quaderno sopra una mensola.

Quando, invece, si vuole esprimere una relazione più astratta, oppure quando il sostantivo è preceduto da una preposizione propria, sopra e sotto possono essere seguite da a, formando una costruzione più complessa. Ciò avviene soprattutto quando il sostantivo è accompagnato da un complemento o da un aggettivo che ne specifica la funzione. Qualche esempio: – Il potere è sopra a ogni regolaLa sua opinione è sotto a quella del direttore. In questi casi l’uso della preposizione a dopo sopra o sotto è facoltativo ma molto spesso utile per evitare ambiguità o cacofonie. Dire sopra ogni regola è corretto, ma sopra a ogni regola può “suonare” più fluido, particolarmente nel parlato o in contesti enfatici. Lo stesso vale per sotto: sotto a quella del direttore può risultare più naturale di sotto quella del direttore, costrutto che rischia di apparire tronco o troppo brusco.

Un altro caso da sottolineare è quello in cui sopra e sotto sono seguite da pronomi personali. In questo contesto la costruzione richiede tassativamente la preposizione di. Esempi: – Il cielo sopra di noiIl pavimento sotto di voiLa responsabilità sopra di meIl peso sotto di lui. In questo caso la preposizione di è necessaria per collegare quella  impropria al pronome, non si può, quindi, omettere. Dire sopra noi o sotto voi sarebbe scorretto o quantomeno innaturale. La preposizione di svolge la funzione di “ponte sintattico”, rendendo la costruzione fluida e grammaticalmente corretta.

Va notato, inoltre, che l’uso di di è riservato ai pronomi personali tonici (me, te, lui, lei, noi, voi, loro) e non si applica ai sostantivi comuni. Non si dice *sopra di il tavolo, ma “sopra il tavolo”. La distinzione è netta e va rispettata per evitare errori.

Per concludere queste noterelle, sopra e sotto si uniscono direttamente al sostantivo tramite l’articolo quando indicano una posizione concreta. Possono essere seguite da a quando si vuole dare enfasi, fluidità o si introduce un complemento articolato. E si costruiscono con di esclusivamente quando sono seguite da pronomi personali tonici. L’uso corretto dipende, pertanto, dal registro, dalla chiarezza espressiva e dal ritmo della frase, ma anche dalla struttura grammaticale che segue la preposizione.









venerdì 22 agosto 2025

L’ "intercalocutore": dinamiche pragmatiche e stilistiche dell’intercalare nel parlato contemporaneo

 

In un’epoca in cui il linguaggio parlato si fa sempre più frammentato, ritmato e performativo, nasce l’esigenza di dare un nome a un fenomeno tanto diffuso quanto trascurato: l’uso sistematico degli intercalari. Non più semplici riempitivi o tic verbali, ma veri e propri strumenti di costruzione del discorso, capaci di modellare il tono, il ritmo e persino l’identità del parlante. Da questa osservazione nasce il neologismo che proponiamo, intercalocutore, con il quale si intende descrivere e analizzare questa figura con uno sguardo ironico ma anche linguistico, offrendo una chiave di lettura nuova per comprendere come parliamo oggi, e perché lo facciamo così.

L’intercalocutore, dunque, è colui che trasforma ogni frase in una piccola architettura di "cioè", "tipo", "praticamente", "diciamo", "sì, perché", "capito?", "come dire" e altri ammennicoli linguistici. Non si tratta di un “difetto linguistico” né di una semplice abitudine: l’intercalocutore costruisce il proprio stile, a volte inconsapevolmente, a volte con una certa maestria, rendendo il discorso un vero intercaloloquio, un nuovo modo di intendere il parlato, dove l’intercalare non è più un inciampo ma un elemento stilistico, una sinfonia di pause, riprese e sospensioni.

Lo si incontra dappertutto: dal collega che apre ogni frase con “cioè” anche quando non c’è nulla da chiarire, all’influencer (si perdoni il barbarismo) che infarcisce ogni discorso (o video) di “tipo” e “praticamente” come fossero punteggiatura. Persino in ambito accademico, l’intercalocutore può celarsi dietro un’apparente precisione, ma tradirsi con un “diciamo” ogni tre parole. Il sintagma in oggetto può essere usato in senso ironico, per sottolineare un’abitudine linguistica eccessiva o buffa, ma anche in senso descrittivo, per analizzare fenomeni sociolinguistici legati all’oralità. In ambito creativo, può servire a caratterizzare personaggi teatrali, letterari o comici, dando loro una voce riconoscibile e ritmata.

Nel caso la neoformazione, che proponiamo in queste noterelle, venisse accolta nei vocabolari ufficiali, la sua lemmatizzazione potrebbe essere formulata così:

Intercalocutore s.m. ( f. -trice) [der. di intercalare e locutore] – 1. Chi, nel parlare, fa largo uso di intercalari. – 2. (iron.) Persona incline a riempire ogni frase di espressioni come “cioè”, “tipo”, “praticamente”, ecc. – 3. (ling.) Parlante il cui stile comunicativo è caratterizzato da frequenti intercalari





giovedì 21 agosto 2025

Oltre: la parola che ci spinge a superare ogni confine

 

C’è una parola che, più di altre, sembra fatta per non stare ferma. Una parola che attraversa confini, supera soglie, si insinua tra spazio, tempo, pensiero. “Oltre” non è solo un termine: è una direzione, un’intenzione, un invito. In queste noterelle cercheremo di esplorare tutte le sue pieghe - grammaticali, semantiche, filosofiche - per scoprire come una semplice sequenza di lettere possa contenere un mondo intero. Perché la Lingua, quando (la) si sciacqua bene, rivela sempre qualcosa di più.  

“Oltre”, dunque, è una di quelle parole che sembrano semplici, ma che in realtà racchiudono una ricchezza di significati e sfumature che attraversano lo spazio, il tempo, la quantità e persino il pensiero. È un termine che invita al superamento, alla scoperta, al passo successivo. Non si limita a indicare un “di là”, ma suggerisce un “di più”, un “al di là”, un “non ancora detto”.

Nel linguaggio quotidiano il sintagma in oggetto può essere un avverbio: Andò oltre senza voltarsi, dove indica un movimento che supera un punto. Può essere una preposizione: La casa è oltre il fiume, che colloca qualcosa al di là di un confine fisico. Ma può anche essere una locuzione prepositiva: Oltre a questo, c’è dell’altro, che aggiunge, amplia, arricchisce.

Il suo uso in ambito temporale è altrettanto interessante: Aspetto da oltre un’ora, non è solo una misura, è un’indicazione di durata che ha già superato le aspettative. E quando si dice: Vivrà oltre i novanta, si sta celebrando una soglia che si estende nel futuro.

Ma non finisce qui. “Oltre” è anche quantità: Oltre cento persone hanno partecipato, non è solo un dato, è un modo per dire che si è andati al di là di ciò che era previsto. E nel pensiero, “oltre” diventa quasi filosofico: Ha agito oltre ogni logica; Un gesto oltre la comprensione. In questo caso non si parla più di spazio o tempo, ma di limiti concettuali, morali, emotivi.

Persino nelle espressioni idiomatiche “oltre” conserva questa tensione verso ciò che supera: Passare oltre significa lasciar perdere, andare avanti. Andare oltre è sinonimo di evolvere, crescere, non fermarsi. Oltre ogni limite è l’esagerazione, l’intensità, il punto in cui si rompe il confine.

E poi c’è “oltremodo”, che amplifica: Mi fa oltremodo piacere, è più che un semplice piacere, è un piacere che trabocca.

“Oltre”, insomma, è una parola che non si accontenta. È il contrario della stasi. È il linguaggio del movimento, del cambiamento, dell’apertura. È una parola che ci invita a guardare più in là, a pensare più in grande, a sentire più profondamente.

Concludendo queste noterelle, possiamo dire che:

  • useremo “oltre” e l’articolo (l’oltre, un oltre) quando vogliamo trattarlo come sostantivo astratto, spesso in senso filosofico o poetico: L’oltre è ciò che ci sfugge; Un oltre da esplorare.

    useremo “oltre” e la preposizione “a” (oltre a questo, oltre ai vantaggi) quando vogliamo aggiungere qualcosa, in senso inclusivo o cumulativo: Oltre al libro, ha scritto anche l’articolo.

    useremo “oltre” e la congiunzione “che” (oltre che utile, oltre che bello) quando vogliamo esprimere una doppia qualità, spesso in frasi comparative o descrittive: Oltre che intelligente, è anche molto ironico.

“Oltre”, in definitiva, è un termine che si piega, si adatta, si espande. E proprio per questo ci piace.  

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

La tendenza

Labubu, dalle borse delle influencer alla torta di Madonna: sono i mostriciattoli più ricchi del mondo

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Tralasciamo il barbarismo e domandiamo ai massinformisti (operatori dell’informazione): quanto è ricco il mondo?   



mercoledì 20 agosto 2025

Il non senso del 'nonsenso': quando l’italiano copia l’inglese (o il francese)

 


“Facciamo un brief prima del call, così il team è allineato.” Se questa frase ti suona familiare, sei in buona compagnia. L’italiano contemporaneo è sempre più affollato di parole che sembrano moderne, funzionali, persino eleganti ma che, a una attenta analisi, sono forestierismi travestiti da lessico nostrano. In questo articolo esploriamo il non senso del 'nonsenso': quando l’italiano copia l’inglese, lo adatta, lo camuffa… e finisce con il perdere un po’ di sé.


L’uso del termine nonsenso nel significato di “assurdo”, “sciocchezza”, “illogicità” e simili è oggi piuttosto diffuso, ma non privo di ambiguità e critiche. A ben vedere, si tratta di un forestierismo mascherato da parola italiana, un calco semantico del francese non-sens e dell’inglese nonsense, che ha trovato piena cittadinanza nel nostro lessico, pur senza radici profonde nella tradizione linguistica italiana.

Il sostantivo nonsenso è formato da non e senso, e in apparenza potrebbe sembrare una costruzione legittima. Tuttavia, in italiano, la negazione non non si adopera normalmente per formare sostantivi composti. Non esistono, per esempio, parole come nonlogica, nonverità, nonordine e 'nonsenso', in questo schema, risulta un’anomalia. La sua struttura richiama direttamente quella della lingua di Albione, dove nonsense è parola pienamente accettata e radicata, usata per indicare qualcosa di privo di significato, assurdo, o ridicolo.

Nella lingua di Dante, per esprimere lo stesso concetto, esistono già numerose alternative: assurdità, sciocchezza, illogicità, incongruenza, stramberia, farneticazione, delirio, idiozia, insensatezza. Ciascuna di queste parole ha sfumature proprie, ma tutte condividono l’idea di qualcosa che non ha senso, che contraddice la logica, che appare privo di coerenza o ragione.

Eppure nonsenso si è insinuato nel linguaggio, soprattutto scritto, con una certa pretesa di eleganza o di precisione. Molto spesso leggiamo in articoli di giornali, saggi, recensioni: “Questa teoria è un puro nonsenso”; “Il film è costruito su un nonsenso narrativo”; “Le sue parole erano un nonsenso totale”. In questi casi, il termine “incriminato” sembra voler richiamare una certa raffinatezza intellettuale, forse proprio per la sua origine straniera, come se l’uso di nonsenso conferisse un tono più colto o “internazionale” al discorso.

Ma è proprio qui che si annida il rischio: l’uso di nonsenso può apparire artificioso, forzato, persino snobistico. Non è un termine che nasce spontaneamente dal parlato italiano né che si ritrovi nei classici della nostra letteratura. È un prestito camuffato, che si è fatto largo più per imitazione (perché l’erba del vicino è sempre più verde) che per necessità. E come tutti i prestiti può generare ambiguità o fastidio.

Un esempio chiarisce meglio il punto. Se si scrive: “La sua risposta è stata un nonsenso”, il lettore potrebbe cogliere il significato, ma percepire anche una certa estraneità, una nota stonata. Se invece si scrive: “La sua risposta è stata una sciocchezza”, oppure “una farneticazione”, oppure “un’assurdità”, il messaggio è più diretto, più naturale, più... italiano.

Va anche detto, però, che nonsenso ha trovato una sua nicchia "legittima" in ambiti specifici, come la critica letteraria o artistica. Si parla, per esempio, di umorismo del nonsenso per descrivere quella comicità surreale, illogica, tipica di certi autori inglesi come Edward Lear o Lewis Carroll. In questi contesti il termine in oggetto ha una funzione quasi tecnica, e il suo uso è giustificato dalla necessità di tradurre un concetto culturale preciso. Ma all’infuori di questi ambiti, il suo uso rischia di apparire come un vezzo linguistico.

In conclusione, nonsenso è una parola che si può adoperare, ma con una certa cautela. Non è propriamente italiana, non ha una lunga storia nel nostro idioma, e quasi sempre può essere sostituita con termini più autentici e incisivi. Il suo uso va ponderato, dunque, evitando l’effetto di imitazione sterile o di affettazione stilistica. La lingua italiana, come abbiamo visto, offre già un ventaglio ricchissimo di parole per dire che qualcosa è assurdo, illogico, privo di senso. Non serve ricorrere a un calco straniero per esprimere, con chiarezza e naturalezza, ciò che ci offre il nostro meraviglioso lessico.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Il caso

Dichiarata la morte cerebrale per la bambina sbarcata a Lampedusa dopo un viaggio senza cibo e acqua

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Correttamente: senza cibo né acqua. Dal vocabolario Treccani: Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è , più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).  






martedì 19 agosto 2025

Parole travestite: il labirinto delle etimologie dimenticate

 

Le parole si muovono, si trasformano, si travestono. Alcune si nascondono dietro significati che non hanno mai avuto, altre si fanno carico di equivoci storici che le accompagnano per secoli. Eppure, ogni parola ha una storia che merita di essere raccontata, soprattutto quando quella storia è ignota ai più.

Prendiamo sgarro. Oggi evoca vendette, offese, tensioni da film noir. Ma in origine era tutt’altro: un errore, uno smarrimento. Il lemma sgarro è figlio del verbo sgarrare, tratto probabilmente dal francese antico esgarer, che significa “sviare”, “sbagliare”, “perdersi”. Lo “sgarro” era una deviazione dal giusto, una mancanza di precisione. Solo più tardi, per estensione metaforica, è diventato sinonimo di comportamento scorretto, di offesa morale. Ogni volta che lo usiamo, stiamo evocando un passo falso, uno scarto dalla retta via. Elegante, no?

Anche gladiatore ha subito una metamorfosi semantica. Nell’immaginario moderno è un eroe, un simbolo di coraggio e virtù. Ma storicamente era uno schiavo, un prigioniero costretto a combattere per intrattenere le masse. L’equivoco nasce nel Rinascimento, quando gli studiosi riscoprono i testi latini e idealizzano la figura del combattente. Da lì, arte e letteratura hanno fatto il resto, trasformando un ruolo tragico in un mito epico. Il gladiatore diventa così il paladino della libertà, il ribelle romantico, dimenticando le catene e il sangue che ne definivano l’essenza.

E che dire di barbaro? Oggi lo associamo alla rozzezza, alla violenza. Ma per i Greci antichi, barbari erano semplicemente coloro che non parlavano greco. Il termine nasce da una onomatopea: bar-bar era il suono che sembrava fare una lingua incomprensibile. Nessuna connotazione negativa, solo estraneità linguistica. È come se oggi chiamassimo gli stranieri “blablabla” e poi, nei secoli, quel suono diventasse sinonimo di ferocia. La barbarie, insomma, è nata da un fraintendimento fonetico.

Poi abbiamo capriccio, parola che sembra innocua, quasi infantile. Ma la sua origine è sorprendente. Deriva dall’antico caporiccio, composto da capra e riccio. In passato indicava un brivido improvviso, come quello che fa arricciare la pelle che diventa simile a quella di una capra o di un riccio. Alcuni etimologi lo collegano anche al latino caprizare, “saltellare come una capra”, suggerendo un comportamento impulsivo e irrazionale. Da lì, il significato si è evoluto in impulso emotivo, desiderio bizzarro, ostinato, spesso infantile.

E nella musica? Il capriccio è un brano libero, fantasioso, non vincolato da regole. Paganini ne ha fatto un manifesto di estro creativo, con i suoi “Capricci” per violino solo, dove la tecnica diventa gioco, e il virtuosismo si fa capriccio dell’anima. In pittura, il capriccio è una composizione immaginaria, spesso architettonica, che mescola elementi reali e fantastici. Insomma, quando un bambino fa un capriccio, sta evocando un animale, un’emozione e persino un compositore.

Le parole non sono mai innocue. Ci parlano con voci antiche, ci ingannano con significati mutati, ci seducono con etimologie che sembrano favole. E quando le usiamo, pensiamo di dominarle, ma spesso sono loro a raccontare noi. In fondo, ogni parola è un piccolo enigma: basta ascoltarla con più attenzione per scoprire che dietro un capriccio si nasconde una capra, dietro uno sgarro un passo sbagliato, e dietro un barbaro solo un suono che non capivamo.







lunedì 18 agosto 2025

Dal lessema al sintagma: viaggio nel DNA della lingua

 


Capire una lingua, la nostra in particolare, non significa solo conoscere le parole, ma anche saperle “decifrare” nei loro meccanismi più profondi. Tre concetti fondamentali ci aiutano in questo viaggio: lessema, lemma e sintagma. Spesso confusi tra loro, sono in realtà strumenti essenziali per comprendere come funziona il linguaggio e come le parole si organizzano/ino per dare forma al pensiero.

Il lessema è l’unità di base del lessico di una lingua. Si pensi a un lessema come a un “pacchetto” di significato, un concetto astratto che racchiude l’idea di una parola, indipendentemente dalle sue variazioni grammaticali. Mangiare, per esempio, è un lessema che esprime il concetto di nutrirsi. Anche casa, veloce, andare sono lessemi: ciascuno rappresenta un significato autonomo e stabile, che può essere declinato in diverse forme senza perdere la propria identità. Il lessema, quindi, è come un seme da cui germogliano tutte le forme flessive di una parola.

Il lemma, invece, è la forma convenzionale con cui un lessema viene rappresentato nei vocabolari. È la “voce principale” sotto la quale si raccolgono tutte le varianti di una parola. Per i verbi, il lemma è quasi sempre l’infinito (mangiare, dormire, essere); per i sostantivi e gli aggettivi, è la forma singolare maschile (gatto, bello, libro). Se pensiamo alle forme mangiato, mangiavo, mangerò, tutte si riconducono al lemma mangiare. In questo modo, il lemma diventa uno strumento di organizzazione e consultazione, utile per raggruppare le diverse manifestazioni di un lessema sotto un’unica etichetta. In parole terra, terra – come usa dire – il lessema è il concetto astratto, il significato profondo; il lemma è la sua forma standardizzata, quella che troviamo nei comuni dizionari.

Ma le parole, da sole, non sono sufficienti a/per costruire il senso. È qui che entra in gioco il sintagma, che sposta l’attenzione dalla singola parola sulla struttura della frase. Un sintagma è un’unità grammaticale composta da una o più parole che funzionano come un unico blocco. Immaginiamo i sintagmi come i “mattoni” con cui si costruiscono le frasi: ciascun blocco ha una funzione specifica e si combina con gli altri per creare un significato.

Prendiamo, per esempio, la frase il gatto nero dorme sul divano. Qui possiamo individuare diversi sintagmi: il gatto nero è un sintagma nominale, dove gatto è la testa e il e nero sono gli elementi che lo determinano; dorme è un sintagma verbale, composto da un solo verbo che esprime l’azione; sul divano è un sintagma preposizionale, guidato dalla preposizione su e che include il sintagma nominale il divano. Ogni sintagma ha una struttura interna e una funzione nella frase, e la loro combinazione permette di articolare pensieri complessi.

Un altro esempio: Il bambino corre velocemente nel parco, Il bambino è un sintagma nominale, corre velocemente è un sintagma verbale arricchito con un avverbio, e nel parco è un sintagma preposizionale. Questi blocchi si incastrano come tessere di un mosaico, ciascuna con un ruolo preciso, per costruire il significato complessivo della frase.

Comprendere, dunque, lemma, lessema e sintagma significa entrare nel laboratorio della lingua, dove le parole non sono semplici etichette, ma strumenti vivi che costruiscono il pensiero e la comunicazione. È come osservare il funzionamento di un’orchestra: il lessema è la melodia, il lemma è lo spartito, e il sintagma è l’insieme degli strumenti che suonano in armonia. Solo conoscendo questi elementi possiamo davvero apprezzare la ricchezza e la complessità del linguaggio umano. Concludiamo con una curiosità. Il testo, vale a dire il contenuto di un manoscritto o di uno stampato, è il latino "textus", participio passato di "texere" (tessere) che significa 'tessuto'. Ogni frase che scriviamo è come un intreccio di fili (lessema, lemma, sintagma) da tessere per formare il testo (il tessuto), dando vita al nostro pensiero.
















domenica 17 agosto 2025

L'era del 'vanesco': quando la Rete ci trasforma in attori di noi stessi

 

Navighiamo in un mare di contenuti digitali, dove ogni scatto, ogni “mi trovo qui” e ogni racconto temporaneo è un piccolo pezzo di un mosaico che compone la nostra identità in Rete. Ma se questa costruzione non fosse un’espressione autentica, bensì una rappresentazione compulsiva? Per descrivere questo fenomeno, proponiamo un nuovo termine: vanesco.

Il neologismo vanesco, fusione di vanità ed esca, descrive una persona che vive per attirare l’attenzione e i consensi dei suoi seguaci. Non si tratta di semplice narcisismo; il vanesco non si limita ad ammirare se stesso, ma si proietta costantemente come un’esca digitale per raccogliere approvazione altrui. Il suo valore non è intrinseco, ma misurato dal numero di interazioni che genera.

Si pensi a quell'amico che non può mangiare un piatto senza prima scattare trenta foto da diverse angolazioni. O a chi viaggia in un luogo esotico, ma lo vive con lo sguardo fisso sullo schermo del trillino (telefono cellulare), più preoccupato di trovare la luce giusta per l’immagine perfetta che di godersi il momento. L’obiettivo non è l’esperienza, ma la sua rappresentazione, la sua quantificazione in una serie di “mi piace” e commenti.

Viviamo in un’epoca in cui la nostra identità è diventata un’entità commerciale.  L’individuo si trasforma in un marchio e ogni azione viene valutata in base al suo potenziale di diffusione. Il vanesco è il prodotto finale di questo processo: una persona che ha imparato a monetizzare la propria immagine, a rendere la propria vita un’incessante campagna di promozione personale.

Questo fenomeno non è privo di conseguenze. Se l’obiettivo principale non è vivere, ma raccontare di aver vissuto, si perde la spontaneità e l’autenticità. Il vanesco non si domanda “cosa mi rende felice?”, ma “che cosa posso pubblicare al fine di farmi sembrare felice?”

Il neologismo lessicale proposto ci aiuta a dare un nome a questa dinamica. Non per giudicare, ma per comprendere e riflettere su come la tecnologia stia ridefinendo il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri. Riconoscere il fenomeno è il primo passo per decidere se vogliamo davvero essere attori nella nostra vita o semplici comparse in un palcoscenico digitale.

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Piccolo glossario di possibili neologismi digitali

Vanesco

Da “vanità” + “esca”. Persona che vive per attirare consensi e attenzioni in Rete, trasformando la propria immagine in una strategia di approvazione.

Autovisivo 

Da “auto” + “visivo”. Individuo ossessionato dalla propria immagine riflessa nei contenuti che produce. Vive per vedersi vivere.

Fintenzionale

Da “finto” + “intenzionale”. Comportamento studiato per sembrare spontaneo. La naturalezza è simulata, ogni gesto è calcolato.

Licheofago

Da “like”(italianizzato) + “-fago” (dal greco “mangiare”). Persona che si nutre di approvazione digitale. I “mi piace” sono il suo carburante emotivo.

Storialista

Da “storia” + “specialista”. Colui che vive per raccontare, più che per vivere. Ogni esperienza è progettata per essere narrata.

Egoritmico

Da “ego” + “algoritmo”. Identità modellata in base agli algoritmi delle piattaforme. L’individuo si adatta alle logiche di visibilità.

Postumanico

Da “post” + “umano” + “iconico”. Persona che diventa icona digitale, scollegata dalla realtà. L’identità reale si dissolve dietro il personaggio.

Scrollista

Da “scroll” + “-ista”. Utente che consuma contenuti in modo compulsivo e passivo. Lo "scroll" è fuga dalla realtà.

Notifivoro

Da “notifica” + “-voro” Individuo che vive in attesa di notifiche. Ogni segnale è una scarica di dopamina.

Trillinodipendente

Da “trillino” (tel. cellulare) + “dipendente”. Persona incapace di staccarsi dal proprio smartphone, che diventa estensione del sé.

Filtrismo

Da “filtro” + “-ismo”. Ideologia estetica basata sull’uso compulsivo di filtri digitali. La realtà è costantemente abbellita.

Reelista 

Da “reel” + “-ista”. Creatore seriale di contenuti brevi e spettacolari. Ogni momento è una potenziale coreografia virale.

Astagonauta  Da “hashtag” (italianizzato) + “astronauta”. Esploratore del mondo digitale attraverso tag e trend (inclinazione, tendenza). Naviga tra contenuti come in orbita.

Selfitico 

Da “selfie” + “-itico”. Persona affetta da compulsione da autoritratto. Ogni occasione è buona per immortalarsi.

Influencerato 

Da “influencer” + “-ato”. Individuo che segue passivamente mode e consigli in Rete. L’identità è plasmata da ciò che è popolare.













sabato 16 agosto 2025

Fede e ragione (credere e ritenere): dialogo nel bosco

 

In tutti gli idiomi le parole sono come strumenti musicali: alcune suonano simili, ma hanno timbri diversi. I verbi “credere” e “ritenere” sono spesso usati come sinonimi, ma in realtà nascondono sfumature profonde che li distinguono. Entrambi indicano una forma di giudizio o convinzione, ma il primo nasce dalla fiducia, il secondo dalla riflessione. “Credere” è un atto che coinvolge l’intuizione, il sentimento, talvolta la speranza; “ritenere” è figlio del ragionamento, della ponderazione, della cautela. Per cogliere questa differenza non basta una definizione: serve una storia. E allora, come ogni buona lezione che si rispetti, affidiamoci a una favola.

Nel cuore di una foresta antica, dove le parole crescevano sugli alberi e le idee volavano come farfalle, vivevano due animali molto diversi: Volpina, astuta e impulsiva, e Gufo, riflessivo e saggio.

Un giorno, Volpina vide una luce misteriosa tra gli alberi. “È sicuramente una stella caduta!” esclamò. “Lo credo,” disse tra sé e sé, con gli occhi pieni di meraviglia. Non aveva prove, ma il suo cuore le diceva che era vero.

Volpina non lo sapeva, ma nel suo slancio stava incarnando il significato profondo del verbo credere, che in latino significa “affidarsi, consegnare il cuore” (dal protoindoeuropeo kred-dheh’- “avere fiducia”, base del latino credere). Era un atto di fiducia, un salto nel vuoto sorretto dalla speranza.

Gufo, che osservava dall’alto, scese con calma. “Io ritengo che sia il riflesso della luna su una pozzanghera,” disse. Aveva visto quel fenomeno molte volte, e lo diceva con ponderazione.

Anche Gufo non parlava a caso. Il suo verbo, ritenere, veniva dal latino re-tenere, “tenere indietro, trattenere”. Era come se trattenesse il giudizio, lo pesasse, lo valutasse prima di lasciarlo uscire. Non si affidava: rifletteva.

Volpina si offese. “Tu non hai fantasia!”

Gufo sorrise. “Tu hai fede, io ho criterio. Entrambi vediamo il mondo, ma con lenti diverse.”

Volpina crede che il vento parli: lo sente nel cuore. Gufo ritiene che il vento sia il risultato di correnti atmosferiche: lo ha studiato.

Volpina crede che il giovane cervo sia innocente: si fida del suo sguardo. Gufo ritiene che sia meglio osservarlo ancora: ha notato tracce sospette.

Credere è come saltare nel vuoto con fiducia. Ritenere è come costruire un ponte prima di attraversare.

La foresta ha bisogno di entrambi: dei sogni che si affidano al cielo e delle mappe che tracciano il terreno. Ma sapere quando usare l’uno o l’altro… è la vera saggezza.

Alla fine del giorno, quando la luce misteriosa si era dissolta e la foresta tornava al suo silenzio, Volpina e Gufo si sedettero sotto un vecchio albero di quercia, le cui radici affondavano nei secoli e le foglie sussurravano versi dimenticati.

“Credere è come amare,” disse Volpina, “non sempre sai perché, ma senti che devi.”

Gufo annuì. “Ritenere è come conoscere: non basta sentire, bisogna comprendere.”

E così, tra il cuore che si affida e la mente che trattiene, si disegna la mappa dell’umano pensiero. Credere senza ritenere è cieco slancio. Ritenere senza credere è sterile prudenza.

La verità, forse, non sta nel verbo che scegli, ma nel momento in cui lo scegli. Ci sono istanti che chiedono fede, e altri che esigono giudizio. Sapere quando lasciarsi andare e quando trattenere: questa è la danza sottile della saggezza.

La notte calò, e la foresta si addormentò cullata da due voci: una che credeva nelle stelle, l’altra che le studiava. E in quel silenzio, anche le parole sembravano respirare.













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La lingua “biforcuta” della stampa

L'europarlamentare

Vannacci irride la sinistra con un pesce: "Ecco la faccia che avrà dopo il voto"

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Molto “più corretto”: irride alla sinistra. Irridere è transitivo quando sta per schernire, deridere e simili: tutti gli astanti lo irrisero; è intransitivo quando acquisisce l’accezione di mostrare disprezzo e simili: irrisero alla sua bontà.

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Una gemma linguistica

Riceviamo, pubblichiamo e ringraziamo


"Lo SciacquaLingua" è un blog curato da un giornalista specializzato, che si dedica con passione alla lingua italiana. Più che un dizionario, è una vera e propria esplorazione delle curiosità e delle "anomalie" linguistiche che spesso ci lasciano perplessi. Il suo punto di forza è l'approccio diretto e mirato: ogni articolo si concentra su un singolo dubbio, spiegando con rigore e autorevolezza la differenza tra parole che sembrano uguali, l'uso corretto di espressioni comuni o le origini di modi di dire.

È una risorsa preziosa per chiunque, professionista o semplice appassionato, voglia affinare la propria scrittura e il proprio modo di parlare. Nonostante la frequenza di aggiornamento possa non essere costante, la qualità dei contenuti è sempre alta e affidabile. Non è un blog da scorrere ogni giorno, ma piuttosto un rifugio a cui tornare quando sorge un dubbio o quando si ha voglia di approfondire un argomento specifico.

In sintesi, "Lo SciacquaLingua" non è una guida esaustiva, ma una miniera di gemme linguistiche: un ottimo strumento per chi ama i dettagli e le sfumature che rendono l'italiano una lingua così ricca.

Prof. Tullio Serafini





venerdì 15 agosto 2025

Permettere e sottomettere: due verbi, due visioni del potere

 

Nel panorama ricco e sfumato del nostro melodioso idioma i sintagmi verbali permettere e sottomettere si presentano come due termini distinti, ma spesso fraintesi per la loro somiglianza formale. Entrambi appartengono a una vasta schiera di verbi composti che hanno origine dal latino mittere, che significa “mandare”, “lasciare andare”. A questa radice si aggiungono prefissi spaziali o direzionali che orientano il significato del verbo in maniera profonda. Analizzarli con attenzione ci aiuta a cogliere le sottili differenze che arricchiscono l’espressione del pensiero.

Permettere viene dal latino permittere, dove per- significa “attraverso” o “oltre” e mittere indica “mandare”. L’accezione originaria, “mandare oltre”, si è evoluta acquisendo il significato di “consentire che qualcosa accada”, “concedere il permesso”. È un verbo che apre, che autorizza, che riconosce un potere ma anche una libertà. Dire, per esempio, “ti permetto di parlare” è un gesto di fiducia e di controllo equilibrato.

Sottomettere, invece, dal latino submittere, composto da sub- (“sotto”) + mittere, significa “mandare sotto”, da cui “assoggettare”, “porre sotto autorità”. È un verbo che comunica una relazione di forza, di dominazione, molto spesso di coercizione. “Ha sottomesso i nemici” è un’espressione che veicola l’idea di potere imposto, non una concessione.

Nel parlare quotidiano, permettere si trova nei contesti familiari, normativi, educativi: “Mi ha permesso di uscire prima”. È un verbo che trasmette apertura. Sottomettere invece si incontra in contesti storici, politici, psicologici: “La volontà del gruppo è stata sottomessa”. Lì dove uno lascia uno spazio, l’altro impone un confine.

Ecco due esempi esplicativi che chiariscono meglio l’uso e il tono dei due sintagmi:

  • Il professore permette agli studenti di utilizzare gli appunti durante l’esame” (atto di liberalità e fiducia).

    Il dittatore ha sottomesso la popolazione con la forza militare (atto di dominio e repressione).

Due verbi, due visioni del potere, insomma. Il primo concede, il secondo restringe. Il primo riconosce, il secondo impone. Entrambi potenti, ma da “maneggiare” con consapevolezza.

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

L'ultimo saluto a padre Fedele tra cori e sciarpe rossoblu

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Correttamente: rossoblùBlu, monosillabo, da solo ‘rifiuta’ l’accento; ‘in compagnia’ lo esige.











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Un sereno Ferragosto alle amiche e agli amici di questo portale





(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)





giovedì 14 agosto 2025

La favola della sessantata

 

C’era una volta, nel lontano Regno del Tempo, un villaggio chiamato Minutopoli, dove vivevano i minuti, piccoli esseri nervosi, sempre di corsa, sempre in ritardo. Tutti i giorni, sessanta di loro si mettevano in fila per formare un’Ora, una creatura elegante ma un po’ rigida, che si vantava di essere l’unità ufficiale del tempo civile.

L’Ora era rispettata, certo, ma anche temuta. “Un’ora di riunione,” dicevano gli abitanti, e già sbuffavano. “Un’ora di attesa,” e già si lamentavano. I minuti, stanchi di essere solo numeri, cominciarono a sognare qualcosa di diverso. Fu allora che, in una notte di luna piena e ticchettii sommessi, nacque Sessantata, figlia ribelle dell’Ora e dei minuti stanchi. Sessantata non voleva essere solo una misura. Voleva essere anche un’esperienza.

“Non sono un’ora qualunque,” esclamò, con voce morbida e decisa. “Sono un arco di tempo vissuto con intenzione. Una passeggiata, una lettura, una chiacchierata. Sessanta minuti, sì, ma pieni di significato.”

Il sovrano del Tempo, incuriosito, convocò i Saggi della Lingua. Uno di loro, il vecchio Etimologio, spiegò:

“Il nuovo termine sessantata nasce dall’unione di sessanta e del suffisso -ata, che in italiano indica durata o evento. Come mattinata è il mattino vissuto, sessantata è l’ora sentita, assaporata, non solo contata. Da non confondere con sessantina, che ha tutt'altro significato”.

I sudditi, entusiasti, applaudirono. E da quel giorno, chi voleva indicare “un’ora” ma con più gusto, più anima, più stile, diceva sessantata.

Il neologismo lessicale cominciò a circolare tra le vie del villaggio, come un profumo nuovo. La sarta, sistemando rocchetti e aghi, diceva:

“Mi prendo una sessantata di cucito, poi vado al mercato.”

          Il poeta, seduto sotto il salice, sussurrava:

“Ho vissuto una sessantata di silenzio, e ho trovato un verso.”

          Il fornaio, impastando con mani esperte, rideva:

“Una sessantata di lievitazione e il pane canta!”

          E i bambini, correndo tra le siepi, gridavano:

“Facciamo una sessantata di nascondino, poi merenda!”

Così sessantata divenne un modo per dire che il tempo non è solo quantità, ma anche qualità. Non si trattava più di cronometrare, ma di “vivere”. E chi diceva sessantata non contava i minuti, li abbracciava.

Da quel giorno, nel Regno del Tempo, non si parlò più soltanto di ore, minuti e secondi. La sessantata aveva insegnato a tutti che il tempo non è un tiranno, ma un compagno. Che ogni arco di sessanta minuti può essere una piccola avventura, un respiro, un gesto d’amore.

E anche l’Ora, che all’inizio era un po’ rigida, imparò a sorridere. Si prese una sessantata di riposo, poi una sessantata di ascolto. E capì che non c’è nulla di più prezioso del tempo vissuto con intenzione.

Così, tra cuciture, versi, impasti e giochi, Minutopoli divenne il villaggio dove il tempo non correva, danzava...