giovedì 8 aprile 2021

La "linguistica infantile"

 


I non addetti ai lavori quando sentono parlare di linguistica storcono il naso e pensano a un argomento noioso e non “degno” di essere preso in considerazione; tutt’al piú si limitano a dire che è un “qualcosa che riguarda la lingua”. Queste noterelle si prefiggono lo scopo - se possibile - di avvicinare anche i piú riottosi allo studio (o, se preferite, alla conoscenza) di questa meravigliosa “scienza” che ci permette di parlare e scrivere senza commettere errori e, per di piú, con un certo... “tocco”. 

   Sí, ne conveniamo, di primo acchito l’argomento può risultare “fastidioso” ma, a mano a mano che andiamo avanti con la lettura ci imbattiamo in “scoperte” che ci invogliano a proseguire perché, come dice Ferdinand de Saussure, “ogni teoria chiara, e quanto piú è chiara, è inesprimibile in linguistica; perché (...) non esiste un solo termine di questa scienza che non abbia mai riposato su un’idea chiara”.

   E non possiamo non essere d’accordo con de Saussure - anche se può sembrare un contro senso - quando vediamo che alcuni linguisti si “accapigliano” per far prevalere le loro “teorie linguistiche”. Un esempio per tutti: alcuni sostengono, e noi con loro, che il pronome personale “sé” deve essere sempre accentato, anche quando è seguito da “stesso” e “medesimo”; altri, come è noto, sostengono l’esatto contrario. Chi ha ragione? Ma torniamo alla linguistica che è, come la definiscono i vocabolari, la “scienza del linguaggio”. E come ogni scienza moderna, in linguistica, si possono distinguere piú campi di “ricerca” che corrispondono a modi di suddividere l’analisi linguistica. Insomma, che cosa studia la linguistica? 

  A questa domanda tenteranno di dare una risposta queste modestissime noterelle, per l’appunto. Abbiamo detto che la linguistica è una scienza suddivisa in vari campi di ricerca; vediamo, quindi, questi campi cosí avremo il “quadro” completo di tutto ciò che riguarda (e studia) la linguistica. Questa scienza, dunque, si suddivide in linguistica generale (e in questo campo possiamo metterci la fonologia, la morfologia, la sintassi e la semantica) la quale analizza il linguaggio per accertare i modi generali della sua organizzazione, la sua funzione e la sua “posizione” rispetto ad altre facoltà dell’uomo. A sua volta la linguistica generale si suole suddividere in linguistica “interna” ed “esterna”; la prima si occupa del funzionamento e dell’evolversi della lingua; la seconda, invece, come dice la stessa parola, dell’influenza del mondo esterno, vale a dire l’influenza della storia e della società sulla lingua.

   Abbiamo, poi, la linguistica applicata, che prende in considerazione l’applicazione, appunto, dei vari princípi linguistici a tecniche particolari: la traduzione, l’uso dei calcolatori, l’insegnamento delle cosí dette lingue vive; la linguistica storica, il cui fine è la “ricostruzione” delle fasi antiche di una o piú lingue. Rientra in questo campo la linguistica comparata: allorché si vogliono mettere in luce i rapporti fra lingue che appartengono alla medesima famiglia (si pensi alla famiglia indeuropea e a tutte le lingue romanze). Abbiamo, infine, due “campi” che potremmo definire moderni: la sociolinguistica e la psicolinguistica. 

  La prima si occupa delle diversità e delle varietà della lingua che si manifestano in rapporto alle differenze sociali, culturali ed economiche degli uomini, quindi della società; la seconda si interessa dei rapporti che intercorrono fra la lingua e il pensiero, studiando i problemi della comprensione del linguaggio, della memoria e dell’apprendimento da parte del fanciullo. In questo caso si potrebbe azzardare il termine di “linguistica infantile”. Non va dimenticato, inoltre, ed è forse la cosa piú importante, il fatto che la linguistica ha strettissimi rapporti con lo studio sistematico dei testi letterari. Come non ricordare, quindi, la branca della linguistica che va sotto il nome di “stilistica”? La stilistica cosa è, infatti, se non lo studio dello “stile” di un autore, di un’epoca, di una scuola? Non sappiamo, francamente, se siamo riusciti nello scopo prefissoci: avvicinare alla lingua i piú restii. Ma tant’è.

   Abbiamo cercato di essere concisi al massimo per non “appesantire” il tutto sforzandoci, nel contempo, di essere chiari. Se non ci siamo riusciti confidiamo nel vostro “perdono” accomiatandoci con una massima di Ferdinand de Saussure: “Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica”. 

 

 

mercoledì 7 aprile 2021

L'Assise? Per carità!, le Assise

 


Riproponiamo un nostro vecchio intervento perché i massinforma (operatori dell'informazione) continuano, imperterriti...

Pregiatissimo Direttore del portale,

approfitto della sua consueta e cortese disponibilità per chiederle di pubblicare sul suo sito — che risulta essere abbastanza seguito — una lettera aperta indirizzata ai lettori amanti della lingua. L'argomento — fritto e rifritto, come usa dire — è di capitale importanza per me in quanto causa di notti trascorse totalmente in bianco. Mi presento e mi spiego.

Il mio nome richiama alla mente, per assonanza, la città del Poverello: Assisi. Al contrario del santo, però, non perdono se prima non giudico. Sono, infatti, la corte d'Assise e, più in generale, le assise nel significato di adunanza, assemblea, consesso e simili.

Come tutte le persone che si rispettano tengo moltissimo alla mia identità (e personalità): sono un sostantivo femminile esclusivamente plurale. E le notti in bianco che cosa c'entrano? Vi starete domandando. C'entrano eccome! I così detti mezzi di comunicazione di massa — radiotelevisioni e giornali — mi adoperano in modo orrendamente errato: mi singolarizzano; ciò è lesivo della mia personalità e turba i miei sonni.

Ho deciso, quindi, di narrarvi la mia origine — e il perché del solo plurale — anche se, credo, i più la conoscano e volutamente la ignorino e anche se so di già che per alcune cosí dette grandi firme del giornalismo sarà come parlare al vento. Però... chissà. I Latini dicevano... Vediamo, dunque. Alcuni mi fanno derivare dal sostantivo femminile singolare assisa che significa seduta (attenzione: assisa ha anche l'accezione di divisa, uniforme perché è un così detto sostantivo polisemico) derivante a sua volta dal verbo assidersi.

Il mio uso, però, è giunto a voi — che mi fruite — dalla lingua francese nella forma plurale: les assises. Perché plurale? È presto detto. Il termine assises indicava le sedute di un'assemblea nel loro complesso. La corte d'Assise che cosa indica se non le sedute di un'assemblea di giudici?

Le parole, si sa, corrono di bocca in bocca, dal colto all'ignorante, e molto spesso finiscono con l'essere storpiate, come nel mio caso. Una mattina, gentili amici, rimasi di stucco sentendo un giornalista del Gr annunciare che «le corti d'Assisi di Roma e di Milano si contendono il processo». Ma non è finita.

Un altro giorno, non ricordo su quale quotidiano, lessi che «l'assise del partito è cominciata questa mattina». Confesso che il mio cuore non resse: dovetti prendere un cardiotonico. Sì, la mia personalità — o, se preferite, identità — fu completamente calpestata. Nel primo caso mi hanno pluralizzato senza alcun motivo essendo già plurale; nel secondo caso, invece, da plurale, quale orgogliosamente sono, mi hanno barbaramente singolarizzato.

Morale: in entrambi i casi la mia personalità è stata selvaggiamente violentata. Il sostantivo assise, insomma, è solo plurale. Così sono nato e così voglio restare.

Cortesi amici, io non sono come il patrono d'Italia che cristianamente perdona senza giudicare, io giudico, eccome! e le persone le giudico secondo l'uso che fanno di me. Se volete che non vi giudichi negativamente, quindi, e tenete alla mia amicizia, non continuate a usarmi violenza: lasciatemi sempre plurale. Così facendo io dormirò sonni tranquilli e voi non sarete tacciati di ignoranza linguistica.

Grazie, signor Direttore.

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La lingua "biforcuta" della stampa

CULTURA

Bandito o patriota? L'enigma  Frà Diavolo a 250 anni dalla nascita

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Correttamente: Fra Diavolo (senza accento sulla "a"). Fra è troncamento di fra(te). Le parole "troncate" non si apostrofano e non si accentano (salvo qualche rara eccezione). 





martedì 6 aprile 2021

Un complemento snobbato (da alcuni "sacri testi")


 Abbiamo notato che molti  testi (se non tutti) di lingua, anche quelli di autorevoli esponenti della  “lingua ufficiale”, tralasciano la trattazione del complemento di circostanza. Questo complemento, invece – anche se poco conosciuto, perché  “snobbato” da molti autori, appunto – è importantissimo perché compare di frequente nel quotidiano linguaggio familiare. Va conosciuto, quindi, e adoperato in modo corretto. I complementi, dunque, chiamati anche  “espansioni” o  “determinazioni”, lo dice la stessa parola che viene dal latino  “complère” (completare), servono a "completare", a  “determinare”, a “espandere” in modo piú ricco e dettagliato lo schema-base della frase, costituito dal soggetto e dal predicato (verbo). Quando diciamo, per esempio,  “Franco legge un libro”, con la parola  “libro” completiamo o  “espandiamo” in modo dettagliato lo schema-base della frase  “Franco legge”. In questo caso abbiamo il complemento oggetto (libro). Tra i complementi, dicevamo, bisogna includere quello di  “circostanza” che indica in quali circostanze (temporali, fisiche, ambientali ecc.), appunto, si verifica l’azione espressa dal predicato. Si riconosce facilmente perché risponde alla domanda (sottintesa)  “in quali circostanze?”,  “in quali condizioni?” ed è introdotto dalla preposizione  “con”: ho letto quel libro  “col ” mal di testa. In quali condizioni (ero quando) ho letto il libro?  “Col ” mal di testa (complemento di circostanza).

A questo punto crediamo sia meglio dare la  “parola” la linguista Leo Pestelli, il quale, con somma maestria, farà chiarezza sul sopra citato e  “snobbato” complemento meglio di quanto abbia tentato di fare l’estensore di queste modeste noterelle:

  Della cospicua famiglia dei complementi, quello di circostanza è uno dei minori: ma non perciò vuol essere strapazzato come facciamo. Il complemento di circostanza, anche quando sia significato per mezzo d’una locuzione assoluta articolata, dev’essere in lingua italiana preceduto dalla preposizione  “con”: in lingua italiana, giacché chi parla e scrive una traduzione dal francese la può saltare benissimo. Non dunque:  “Miss Italia, la sciarpa intorno al collo, sorride...”, ma  “con la sciarpa” eccetera. Cosí il Pellico, che scriveva italianamente bene (almeno per i nostri tempi), è ripreso dai grammatici quando in  un luogo del suo capolavoro si fa trovare  “ritto sul finestrone, le braccia tra le sbarre, le mani incrocicchiate”, avendo lasciato sul pancaccio due necessarissimi  “con”. Lodano invece gli stessi grammatici l’insensato  “uomo nudo, ‘con’ le mani in tasca ”. Giacché il  “purus grammaticus” non bada al senso e, come osservava Benedetto Croce, niente trova da dire sulla proposizione: “questa tavola rotonda è quadrata”, la quale per lui sta benissimo.

 Dimenticavamo, per concludere, di raccomandarvi di prestare attenzione al fatto che, a volte, il complemento di circostanza si può confondere con quello di causa, essendo, il primo complemento, affine a quest’ultimo: cammina con la testa bassa (complemento di circostanza); con tutti quegli acciacchi (complemento di causa) non potrà uscire di casa. 

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 È il caso di ricordare agli amatori della lingua, a coloro, cioè, che amano il bel parlare e il bello scrivere, che il verbo alleare (allearsi) si costruisce con la preposizione con (non “a”). Molto spesso si leggono  sulla stampa frasi tipo “Giovanni si è alleato a Mario al fine di aumentare le possibilità di vittoria”. Frasi del genere sono "poco ortodosse" [anche se non mancano esempi di scrittori che fanno seguire il verbo dalla preposizione "a": La severità del fato s’è a tal fine alleata e sottomessa a quella carità dello spirito, suprema, che noi chiamiamo provvidenza divina. (Bacchelli)]. Il verbo alleare pur essendo un barbarismo perché ci è giunto dal francese, ha un’origine latina; l’etimo del vocabolo è, infatti, la preposizione “ad” e il verbo “ligare” (legare insieme). Alla lettera, quindi, alleare significa “legare insieme con...”: Giovanni si è alleato con Mario.

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La parola proposta da questo portale, presa dal Dizionario Italiano Olivetti: rupografia (o ripografia). Sostantivo femminile con il quale si indica una riproduzione pittorica di cose volgari. È composto con le voci greche "rupo(-)" (sporcizia, immondizia) e "grafía" (scrittura, descrizione).








lunedì 5 aprile 2021

Il retrobottega e il retroscena

 


Alcuni vocabolari registrano il lemma ‘retrobottega’ fra le parole sovrabbondanti, parole, cioè, che possono appartenere ai due generi: il retrobottega e la retrobottega. Altri, addirittura, solo maschile. A costo di attirarci le ire di tanti linguisti improvvisati diciamo, subito, che il vocabolo in oggetto è tassativamente femminile, con il regolare plurale ‘retrobotteghe’. Come mai, si domanderà qualcuno, prevale la forma errata maschile: il retrobottega? La risposta è semplice: per effetto della sua abbreviazione – “il retro” (della bottega) –  il cui uso è molto discutibile. 
   
 Retrobottega, insomma, è soltanto femminile per due motivi: 1) la maggior parte dei sostantivi in ‘-a’ sono femminili; 2) tutte le parole composte con  ‘retro-’ assumono il medesimo genere della parola che segue il prefisso. Qualcuno, forse, dice  “il retroguardia”? qualcuno, insistiamo, dice  “il retromarcia”? Due parole ancora. Retro, adoperato assoluto, cioè da solo, perde il valore di prefisso e diventa un sostantivo che sta per “deretano”. 
   C’è da dire, però – per amore della verità – che da solo “retro” ha anche un significato piú “nobile”: si adopera, infatti, in numismatica per indicare la “faccia” di  una medaglia ma anche per indicare il “dietro” di un foglio. Tornando all’uso corretto, cioè al prefisso, si adoperi secondo logica. Se è prefissato a un nome maschile si usi l’articolo maschile, se è prefissato a un sostantivo femminile si adoperi l’articolo femminile: il retroaltare; la retrobottega. Abbiamo notato, in proposito, che alcuni vocabolari per certe parole sono “salomonici”, per altre, invece, sono categorici. Ci spieghiamo. 
  Prendiamo il termine “retroscena”. Per alcuni dizionari il vocabolo è salomonicamente “bisessuale” o, se preferite, ermafrodito: il retroscena e la retroscena. Retrobocca, invece, categoricamente maschile. La bocca, fino a prova contraria, è di genere femminile. Se questo termine composto (retrobocca) non si vuole classificare di genere femminile lo si faccia, per lo meno, 'ermafrodito': il retrobocca e la retrobocca. Perché due pesi e due misure?  
   Cosa ha da dire, in proposito, la Crusca? Approva questa aberrante discriminazione? Non attendiamo, certo, una risposta; però... non si sa mai. Tornando “al” o “alla” retroscena, non condividiamo affatto i “distinguo” che fanno certi vocabolari per giustificare la “bisessualità” del termine: femminile se indica la parte del palcoscenico che rimane invisibile agli spettatori; maschile, invece, per indicare ciò che accade dietro la scena e soprattutto, in senso figurato, l’insieme dei maneggi occulti che si nascondono dietro un affare. Ciò che abbiamo scritto sono opinioni personali; voi, amici blogghisti, seguite la vostra “coscienza linguistica”.

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Vocabolario Palazzi: retrobottéga sf. stanza o vano che è dietro la bottega: la retrobottega. M.E. è errore considerare tal nome come maschile, dovendosi sottintendere il nome femminile stanza.


domenica 4 aprile 2021

Una serena Pasqua

 


Una serena Pasqua 2021 a tutti gli amici di questo portale

sabato 3 aprile 2021

Verbi intransitivi: quale ausiliare?

 


Con i verbi intransitivi, vale a dire con quelli che non hanno il complemento oggetto, l'ausiliare da adoperare, in linea di massima, è "essere": sono andato, sono partito, sono fuggito. Alcuni verbi, però, pur essendo intransitivi  possono prendere tanto l'ausiliare essere quanto l'ausiliare avere. In questo caso i sacri testi  grammaticali danno ─ quando lo danno ─ uno scarso aiuto: sono corso o ho corso? Con i verbi intransitivi che indicano un moto  adopereremo l'ausiliare essere  quando vogliamo mettere in evidenza il risultato dell'azione stessa del verbo: sono corso subito al suo capezzale. Useremo, invece, l'ausiliare avere quando vogliamo mettere in rilievo l'azione del verbo nel suo svolgersi: ho corso tutta la notte alla ricerca di una farmacia. Il medesimo discorso vale per altri verbi ─ anche se non indicano "un'azione movimentata" ─ come, per esempio, durare, sussistere, consistere. Per concludere  ─  come ci sembra di avere scritto altre volte ─ con i verbi che esprimono un moto fine a sé stesso si deve adoperare l'ausiliare avere: abbiamo volato, abbiamo corso.

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Derubare e rubare

Molte persone, anche quelle cosí dette acculturate, ritengono i due verbi l'uno sinonimo dell'altro e li adoperano, quindi, indifferentemente. Non è affatto cosí . Chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve seguire i "dettami" del linguista Giuseppe Rigutini secondo il quale "si rubano le cose" e "si derubano le persone". Non si dice, infatti, che "i banditi hanno rubato un miliardo" e che il signor Bianchi "è stato derubato del portafogli"?  Da notare, sotto il profilo strettamente etimologico, che il verbo "rubare" non è schiettamente italiano ma teutonico: raubon, tratto da rauba (bottino, roba). Da questo "raubon" ─  attraverso il solito passaggio semantico ─  si è coniato "rubare": colui che ruba sottrae con la forza il... bottino (rauba).

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La lingua "biforcuta" della stampa

Una telecamera nascosta nell'ufficio ha ripreso i momenti l'ufficiale scatta fotografie con il telefonino verso lo schermo del pc

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Gli addetti alla titolatura rileggono ciò che scrivono? Sembrerebbe di no.

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Un caso ogni 100mila iniezioni sotto ai 60 anni. Le trombosi di AstraZeneca restano rarissime. Ma l'Olanda decide lo stop

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Correttamente: sotto i 60 (non ai). La preposizione "sotto" si unisce al sostantivo che segue tramite l'articolo.




venerdì 2 aprile 2021

Pillole "idiomatiche"


 Il sostantivo “malafede” si pluralizza? Secondo il vocabolario Treccani si adopera solo nella forma singolare, altri dizionari, tra cui il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia), non specificano, il che lascia intendere che il sostantivo in oggetto si pluralizza normalmente: la malafede, le malefedi.

Disopra e di sopra. Entrambe le grafie sono corrette, tuttavia è preferibile fare un distinguo. In grafia univerbata (tutta attaccata) quando la locuzione è adoperata come sostantivo, quando, cioè, indica la parte superiore di qualcosa (il disopra del divano); in due parole quando è avverbio vero e proprio (vai di sopra se non sopporti questo chiasso).

Due parole sul verbo "sortire", che può essere transitivo e intransitivo con significati diversi. Cominciamo con il dire che "sortire" nell'accezione di "uscire" è di uso prettamente regionale, da non adoperare, quindi, in uno scritto formale. E veniamo ai due significati del verbo adoperato in senso proprio. Quando sta per "avere in sorte", "conseguire", "ottenere" e simili è transitivo e si coniuga con l'infisso "-isc-" (io sortisco): l'impresa non ha sortito l'effetto sperato. Nel significato, invece, di "uscire in sorte", "essere sorteggiato" è intransitivo (ausiliare essere) e si coniuga normalmente (io sorto): i numeri 8 e 15 non sortono da una settimana; il terno non è sortito.

La parola che proponiamo oggi è un termine linguistico di provenienza barbara: truismo. Sostantivo maschile che vale "verità ovvia". Si ha il truismo quando adoperiamo un sostantivo riferito a un'azione che già di per sé è riportata nella frase: i cantori cantavano; il lettore leggeva; lo sciatore sciava ecc. Perché il termine è barbaro? Perché è l'adattamento dell'inglese "truism", da "true", 'vero'.

Ci piacerebbe conoscere il motivo per cui, secondo i "revisionisti" del vocabolario Gabrielli, "buonumore" è solo singolare, mentre "malumore" si può pluralizzare. Eppure entrambi i sostantivi sono composti allo stesso modo (aggettivo e sostantivo). Mistero eleusino!


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La lingua "biforcuta" della stampa

Malpensa, maxi sequestro di «droga dello sciamano»: nelle cortecce di mimosa

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Correttamente: maxisequestro. Non ci stancheremo mai di ripetere che i prefissi e i prefissoidi si scrivono "attaccati" alla parola che segue. Nuovo De Mauro: maxi- mà|xi–conf., di grandi dimensioni o potenza o durata:tratto dal lat. maximus, superl. di magnus “grande”. conf. di grandi dimensioni o potenza o durata: maxicalcolatore, maxicappotto, maxiprocesso.

 



mercoledì 31 marzo 2021

Lo studente e lo studiante


 I vocabolari che abbiamo consultato attestano il lemma "studiante", lo stesso che studente, di uso prettamente letterario. Chi scrive, invece, farebbe un distinguo sull'uso "corretto" dei due lessemi. Adopereremo "studente", dal latino "studente(m)", participio presente del verbo "studere", studiare, quando il termine indica "chi frequenta un corso di studi medi o è iscritto a una facoltà universitaria" (Sabatini Coletti): studente di seconda media; studente di quinta ginnasiale; studente di architettura. Useremo "studiante", participio presente di studiare, allorché il sintagma sta per "studioso", cultore di una determinata scienza o personaggio: Giovanni  è uno studiante del Manzoni. Potremmo dire, insomma, che gli studenti non sempre sono "studianti" (che si applicano con zelo, soprattutto verso una determinata disciplina). E se non cadiamo in errore, il Tommaseo-Bellini è di questo avviso. Studiante si trova in numerose pubblicazioni. E sempre a proposito di studente, consigliamo di seguire le indicazioni del Palazzi: 
«È errore dire uno studente in lettere, in medicina, ecc.; dirai correttamente uno studente di lettere, di medicina».


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La lingua "biforcuta" della stampa

Pd, Debora Serracchiani eletta nuovo capogruppo alla Camera. La dem: "Passo avanti non per le donne, per il partito", Letta: "Con lei e Malpezzi ottima squadra".

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Correttamente: nuova capogruppo (la capogruppo, come la caposala).









Scaricabile, gratuitamente, dalla rete.

martedì 30 marzo 2021

I numerali composti con "uno": si accordano o no col sostantivo?


 L'argomento che trattiamo – ci sembra – non è… trattato a dovere dai cosí detti sacri testi: l'accordo dei numerali composti con "uno" (ventuno, cinquantuno ecc.).

Ciò è causa di molti dubbi anche in persone non sprovvedute in fatto di lingua. Vediamo, quindi, come dobbiamo regolarci.

Gli aggettivi numerali cosí composti sono invariabili se anteposti al sostantivo: ventuno quaderni, cinquantuno penne. È molto diffusa, in questo caso, la forma tronca (che noi sconsigliamo recisamente): quarantun persone, trentun bambini.

Se il numerale segue, invece, il sostantivo al quale si riferisce si concorda con quest'ultimo, ma nella forma singolare: uomini quarantuno, donne cinquantuna. Possiamo benissimo dire e scrivere, per esempio: «nel mio giardino ci sono: orchidee trentuna, ciclamini quarantuno, rose settantuna».

lunedì 29 marzo 2021

Due parole sulla "tassonomia" (2)


 Riprendiamo il discorso sulla “tassonomia”. In quelle noterelle avevamo dimenticato di dire che il termine è un prestito del linguaggio scientifico perché con tassonomia si intende una branca della storia naturale che studia la classificazione degli esseri viventi e dei fossili (dal greco “taxi”, collocazione e “nomía”, nome). La “tassonomia linguistica” si potrebbe definire, quindi, la scienza che studia il “sesso” dei sostantivi in base alla loro collocazione nei vari settori. In base a questa classificazione, contrariamente al “buon senso”, tendono a collocarsi nel genere femminile i nomi militari che indicano mansioni: guardia; ronda; pattuglia; sentinella e via dicendo. Ma perché proprio femminili dal momento che queste mansioni erano svolte, fino a qualche anno fa, esclusivamente dagli uomini?  

    Perché, fa notare il linguista Bruno Migliorini, il loro genere è dovuto al valore “astratto-collettivo” della funzione che questi sostantivi designano, valore che, per l’appunto, la tassonomia lo preferisce rappresentato dal femminile. Sono altresí di genere femminile i nomi di nozioni astratte, di discipline, di scienze: la bontà, la fiducia; la pace; la grammatica; la geografia, l’informatica (oggi tanto “di moda”); la passione; la collera ecc. Ma anche in questo “settore” non mancano le eccezioni come si può notare dal fatto che accanto a molti nomi femminili ci sono sinonimi maschili: allegria/buonumore; giustizia/diritto; discordia/disaccordo; passione/amore e altri che ora non ci sovvengono.

   Per quanto riguarda il “sesso” degli alberi avevamo visto che questi tendono a collocarsi nel genere maschile, anche se non mancano numerosi alberi orgogliosi della loro “femminilità”: la vite; la quercia; la betulla; la palma; la sequoia; la magnolia. Per quanto attiene, infine, al genere del frutto degli alberi della vite, della palma e della quercia – l’uva, il dattero e la ghianda – è interessante notare che il loro nome non si forma dalla medesima radice del nome dell’albero come avviene, per esempio, per castagno/castagna; ciliegio/ciliegia e dunque il loro “sesso” non è stato vincolato dall’opposizione “albero” (maschile) / “frutto” (femminile), come prevede, di norma, la tassonomia. La vite, tra l’altro, ha conservato lo stesso genere del latino “vitis” perché nel passaggio dal latino al volgare (l’italiano) i parlanti l’hanno sentita – per il suo aspetto e per il tipo di coltivazione in filari e pergolati – piú come “pianta” che come “albero”. 

   Ed ecco spiegato anche il motivo per cui diciamo “la” vite e non “il” vite, pur trattandosi del nome di un albero. Tendono a collocarsi nel genere maschile – e concludiamo queste modeste noterelle – e sempre in base alla “legge tassonomica” i sostantivi indicanti preghiere perché molto spesso conservano il loro antico nome latino o lo affiancano a quello volgare, cioè all’italiano: il Credo; l’Angelus; il Gloria; il Te Deum; il Pater; il Requiem; il Salve. Quest’ultimo, talvolta, si può trovare anche nella forma femminile, come l’Avemmaria (che, però, è rigorosamente di genere femminile).