domenica 12 ottobre 2025

Sgroi – 208 - “IL PALMO/LA PALMA DELLA MANO” NELL’USO DEI PARLANTI

 


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Mini-inchiesta sull’uso di Il palmo/la palma della mano

Dopo il precedente intervento su “Il palmo o la palma della mano?” di mercoledì 8 ottobre abbiamo posto a colleghi ed amici (in totale 33) la seguente domanda: “Tu dici LA PALMA DELLA MANO?”, ricevendo risposte diverse, a volte commentate metalinguisticamente.


2. Parlanti toscani

Come avevamo evidenziato nell’intervento dell’8 ottobre, il masch. il palmo della mano è etimologicamente un uso marcato geograficamente proprio della Toscana, rispetto al femm. la palma della mano.

La risposta alla domanda “Tu dici LA PALMA DELLA MANO?” è stata quindi ovviamente “No” da parte degli informanti toscani (4/33). Così l’informante toscano n.1 ha risposto: “Palmo della mano (ma sono fiorentino...); con un rinvio all’art. Palmo o palma della mano? - Consulenza Linguistica - Accademia della Crusca (risposta della Fanini).

Analogamente l’informante toscano n. 2: “Niente affatto”, con due rinvii bibliografici: “Ma sull’argomento c’è un articolo di Barbara Fanini negli SLeI nell’annata 2015; la Fanini se ne occupò prima brevemente anche in una consulenza della Crusca”.

L’informante toscano n. 3: “Interessante. Io dico il palmo/i palmi ma mi sembra di aver sentito anche le palme”.

L’informante toscano n. 4: “Per me è maschile!”.


3. Parlanti piemontesi

Un torinese, informante n. 5, si è così espresso: “No, io dico 'il palmo', e avrei creduto il femminile sbagliato, ma a quanto pare non è così”; con un successivo cenno al problema dei toscanismi nell’ottica ascoliana: “intervento carino […]. Non ci avevo mai pensato, ma evidentemente palmo è di nuovo uno di quei toscanismi che hanno fatto fortuna in italiano, in barba a quello che diceva Ascoli”.

L’informante n. 6 torinese: “No, io dico il palmo della mano (plur. palmi)”. Con l’avvertenza: “Tieni però presente che io sono un parlante un po' 'strano'” e un rinvio bibiografico.

In maniera essenziale, l’informante n. 7, torinese: “Io dico il palmo della mano”.


4. Parlanti del Veneto e del Friuli

L’informante n. 8, veneto, ha così risposto: No. Io dico il palmo”. L’informante n. 9 del Friuli, a sua volta, ha anche puntualizzato: Eh no. Dico il palmo della mano e non toscanizzo, almeno non consapevolmente”.


5. Parlanti lombardi

Un parlante lombardo, informante n. 10, ha fornito la seguente risposta: “Io ho sempre usato e sentito solo palmo della mano, al singolare”.

Un altro parlante lombardo, informante n.11: “Per me le palme sono solo alberi”.


6. Parlanti liguri

L’informante ligure, n. 12, si è soffermato con commento extra-linguistico:

Mai in vita mia ho detto palma/palme parlando delle mani. Nemmeno mai sentito. Che stranezza. Poi non devo parlare di palme oggi perché l'unica che avevo in giardino è improvvisamente morta per un parassita che circola, il diavolo se lo porti. E non sai che casino è rimuovere la defunta. Un caro saluto, e ti risparmio altre bestemmie che mi verrebbero alle labbra”.

L’informante ligure n. 13 invece in maniera asciutta: “Io dico il palmo della mano”.


7. Parlanti Emilia-Romagna

L’informante emiliano n. 14 ha precisato: “Con qualche differenza tra sing. e pl. Al singolare sicuramente dico "palmo". Al pl. non ricordo di averlo mai usato, ma inclinerei verso "le palme".

L’informante emiliano n. 15 per contro in maniera secca: “il palmo”.


8. Parlanti pugliesi

L’informante n. 16, pugliese, ha distinto due usi: “bella domanda! in realtà, uso palma al f. nella locuzione portare in palma di mano; se no, uso il palmo, m.”

L’informante n. 17, pugliese, ha puntualizzato: “direi anche io 'il palmo' della mano, non lo sento marcato diatopicamente”.

L’informante n. 18, pugliese, in maniera secca: “per me il palmo”.


9. Parlanti romani

Un romano, informante n. 19, ha risposto: “... il palmo ... in palmo di”.

L’informante n. 20, romano:Sono anch'io per il palmo/i palmi, anche perché le palme mi suonano quelle dei pesci ...”.


9.1. Diacronia di un parlante

L’informante n. 21, romano, ha dichiarato un’evoluzione nel proprio uso, per essere passato dal femm. (la palma della mano) al masch. (il palmo della mano): “sì, lo direi, e credo di averlo pure detto (naturalmente) e scritto più volte, in passato. Oggi però sento più naturale e a me vicino palmo”.


9.2. Un romano fedele a “La palma della mano

L’informante 22, romano, si è dichiarato fedele a la palma della mano nella sua risposta: “Sì, lo direi, per descriverla”.

Dinanzi alla mia precisazione: “PER DESCRIVERLA = A LIVELLO METALINGUISTICO. Ma diresti: si è fatto male nella palma della mano? ha confermato senza esitazioni: “Dicendo ‘per descriverla’ intendevo in senso proprio, anatomico”.


10. Parlanti siciliani

Un siciliano, informante n. 23, si è mostrato disposto, dietro la suggestione della risposta del presidente della Crusca nell’intervento dell’8 ottobre, a modificare in un primo momento il proprio uso:

Io dico il palmo della mano e difficilmente utilizzo il plurale! Ho visto la trasmissione di domenica scorsa e la risposta del "crusco" mi è sembrata strana, ma poi ho pensato che se lo dice lui bisogna crederci.

Adesso leggendo il tuo accurato studio non sono più tanto convinto e continuerò a dire il palmo della mano.

In aggiunta a quanto ti ho scritto, ho intervistato informante n. 9, mia moglie la quale mi ha detto che lei dice il palmo e che la palma significa tutta un'altra cosa!”.

.L’informante n. 24, ha dichiarato: Veramente ho sempre detto palmo della mano (e quindi palmi). Apprendo solo ora che la forma principale e più antica, è palma della mano: ma io non la userei mai”.

L’informante n. 25, siciliano, quasi con stupore: “Ma proprio no, mai sentito!”.

L’informante n. 26, siciliano: No. Per me è sempre stato il palmo della mano...”.

Secca la risposta dell’informante siciliano n. 27: “Il palmo”.


11. Informanti calabresi

Un calabrese, informante n. 28, ha distinto l’uso fig. da quello anatomico: “ti tengo, ti porto in palma di mano; sul palmo della mano”. E ha aggiunto: “E poi c'è Palmi in Calabria!!!” E quindi ha precisato: “Ma già non ci sono saggi specifici sull'argomento (Barbara Fanini)?”

In maniera essenziale, l’informante n. 29, calabrese: No. Il palmo della mano”.


11.1. Un calabrese oscillante

Un calabrese, informante n. 30 si è dichiarato oscillante nel suo uso: “In ambedue i modi. Dipende dall'ispiraz.”. Però ha esemplificato al masch. l’uso fig. “Tenere una persona sul palmo della mano”. E alla mia domanda: “diresti anche al fig. tenere una persona sulla palma della mano? e diresti si è tagliata la palma della mano?” non ha confermato il femminile.


12. Parlante della Sardegna

Un sardo, informante n. 31, ha fornito una “Risposta a bruciapelo. Il palmo. Scusa la fretta”.


13. Parlante della Svizzera italiana

Un informante della Svizzera italiana, n. 32, in maniera essenziale ha risposto: “Dico il palmo”.


14. Un bilingue

Infine, un informante bilingue italo-tedesco, n. 33, ha voluto avvertirmi: “Guarda che io non sono un interlocutore attendibile, comunque direi: “lo colpì con il palmo della mano”, senza esitazioni”.


Sommario

1. Mini-inchiesta sull’uso di Il palmo/la palma della mano

2. Parlanti toscani

3. Parlanti piemontesi

4. Parlanti del Veneto e del Friuli

5. Parlanti lombardi

6. Parlanti liguri

7. Parlanti Emilia-Romagna

8. Parlanti pugliesi

9. Parlanti romani

9.1. Diacronia di un parlante

9.2. Un romano fedele a “La palma della mano

10. Parlanti siciliani

11. Informanti calabresi

11.1. Un calabrese oscillante

12. Parlante della Sardegna

13. Parlante della Svizzera italiana

14. Un bilingue







“Così così” o “così e così”? Questione di equilibrio

 

Nel vasto repertorio delle espressioni italiane, alcune locuzioni apparentemente simili celano significati distinti e usi specifici che meritano attenzione. Tra queste, “così così” e “così e così” sono spesso confuse, ma in realtà rispondono a logiche diverse e svolgono funzioni linguistiche ben precise. Comprenderne la differenza non è solo un esercizio di stile, ma un gesto di rispetto verso la chiarezza espressiva e la precisione comunicativa. Saperle distinguere significa padroneggiare non solo la grammatica, ma anche la sottile arte del dire.

“Così così” è una locuzione avverbiale cristallizzata, che si usa per esprimere una valutazione tiepida, intermedia, né positiva né negativa. È la risposta tipica alla domanda “Come stai?” quando non si vuole né lamentarsi né esultare: “Così così”, appunto, significa “né bene né male”. È una formula sintetica, quasi sospesa, che comunica uno stato d’animo incerto, una qualità mediocre, una riuscita parziale.

Si può dire, e.g.:  “Il film? Così così. Non mi ha entusiasmato, ma neppure annoiato.” - “La cena era così così: il primo discreto, il secondo deludente.” In questi casi, la ripetizione dell’avverbio “così” rafforza l’idea di mediocrità, di equilibrio instabile tra il soddisfacente e l’insoddisfacente.

Completamente diversa è la locuzione “così e così”, che si costruisce con la congiunzione “e” e assume un valore più descrittivo o strutturale. Qui non si tratta di una valutazione, ma di un riferimento a modalità, esempi o spiegazioni già date o che stanno per essere fornite. È una formula che introduce o richiama un modo di fare, di dire, di procedere. 

Per esempio: "Abbiamo organizzato il lavoro così e così"; prima la ricerca, poi la stesura.  “Il maestro ci ha spiegato il problema così e così, ma non era molto chiaro.” In questi casi, “così e così” equivale a “in questo modo e in quest’altro”, oppure “in modo approssimativo”, “come segue”, “come già detto”. È una locuzione che apre o chiude una descrizione, che collega il discorso a un contenuto concreto, spesso implicito o sottinteso.

La differenza tra le due locuzioni è sottile ma fondamentale. “Così così” è una valutazione, “così e così” è una modalità. La prima si usa per dire “non troppo bene”, la seconda per dire “in questo modo”. Confonderle può generare ambiguità. Dire “abbiamo fatto così così” può suonare come una critica, mentre “abbiamo fatto così e così” è una spiegazione. La virgola, spesso trascurata, può aiutare a distinguere: “così, così” (con pausa) può suggerire esitazione o incertezza, mentre “così e così” è una sequenza logica.

Per concludere queste noterelle, l’italico idioma offre strumenti raffinati per esprimere sfumature e intenzioni. Saper distinguere tra “così così” e “così e così” significa padroneggiare non solo la grammatica, ma anche la sottile arte del dire. E come sempre, è il contesto a guidare la scelta: così, e così.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Le camice nere marciano su Roma

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Il redattore titolista non è riuscito a trovare l’altra “i” per il plurale di camicia.


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C’è un Italia che non si arrende

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Purtroppo si è arresa l’ortografia davanti agli operatori dell’informazione.

 

 







sabato 11 ottobre 2025

Spacciare: il verbo che si è liberato di sé stesso

 

Ci sono verbi che sembrano nati per una funzione precisa, ma che nel tempo si sono infilati in contesti sempre più diversi, fino a diventare polisemici, ambigui, talvolta compromessi. “Spacciare” è uno di questi. Oggi lo associamo quasi automaticamente al traffico di stupefacenti, ma il suo percorso etimologico e semantico è ben più articolato, e merita di essere ripercorso con attenzione.

Il verbo “spacciare” deriva dall’antico “dispacciare”, forma oggi desueta ma un tempo comune, che significava “sbrigare”, “mandare via”, “concludere”. L’etimo risale al provenzale despachar, affine al francese dépêcher, e più indietro ancora al latino dis- (separazione) e impedicare (impacciare, ostacolare). “Spacciare”, dunque, nasce come gesto di liberazione: togliere gli impacci, sbrigare una faccenda, mandare via qualcuno o qualcosa.

Nel Trecento e nel Quattrocento, il verbo aveva un uso ampio e neutro. Boccaccio scrive: “Avendo il mercatante cipriano ogni suo fatto in Rodi spacciato”, cioè sbrigato, concluso. In altri testi si legge di messi che vengono “spacciati” in fretta, ovvero inviati con urgenza. Il significato primario è dunque quello del disbrigo, della risoluzione, della spedizione. Anche il senso di “uccidere” o “far fuori” si affaccia presto, ma in modo figurato: “spacciare qualcuno” significava liberarsene, eliminarlo, come si fa con un impiccio.

Col passare del tempo, il verbo si piega a nuovi usi. In ambito commerciale, “spacciare” diventa sinonimo di vendere, soprattutto in modo rapido o poco ortodosso: “spacciare una partita di merce”, “spacciare le rimanenze”, “spacciare a buon prezzo”. Qui il senso originario di “liberarsi di qualcosa” si conserva, ma si applica al mondo degli scambi. Il venditore spaccia ciò che ha in magazzino, lo smaltisce.

Da questo uso commerciale nasce, per slittamento semantico, l’accezione negativa: spacciare merce contraffatta, spacciare banconote false, spacciare olio di semi per extravergine. Il verbo si sporca, si avvicina all’inganno, alla truffa. E quando la merce diventa droga, il verbo si cristallizza nel linguaggio giuridico e giornalistico: “spacciare stupefacenti” è oggi l’uso più comune, quasi esclusivo, tanto da oscurare gli altri significati.

Ma non è finita. “Spacciare” può anche riferirsi alla diffusione di notizie false o tendenziose: “spacciare una bufala”, “spacciare una teoria infondata”, “spacciare per verità ciò che è menzogna”. Il verbo qui si fa ideologico, entra nel campo della propaganda, della manipolazione. E ancora: “spacciarsi per medico”, “spacciarsi per esperto”, “spacciarsi per nobile decaduto”. Il verbo si riflette su chi lo usa, diventa maschera, finzione, millanteria.

In tutti questi usi, il nucleo semantico resta sorprendentemente coerente: spacciare è sempre un atto di liberazione, di passaggio, di travestimento. Si spaccia ciò che si vuole far passare per altro, si spaccia ciò che si vuole togliere di mezzo, si spaccia ciò che si vuole diffondere, vendere, fingere. È un verbo che agisce sul confine tra vero e falso, tra lecito e illecito, tra ciò che è e ciò che si fa credere.

Oggi, nel linguaggio comune, “spacciare” è quasi sempre associato al crimine. Ma chi ama la lingua sa che ogni parola ha una storia, e che dietro ogni uso c’è un reticolo di significati, di immagini, di evoluzioni. “Spacciare” è il verbo del traffico, sì, ma anche della risoluzione, della finzione, della velocità. È una parola che ha fatto carriera, e che merita di essere trattata con la stessa attenzione che riserviamo ai grandi protagonisti del nostro lessico.


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La lingua "biforcuta" della stampa

 Il sindaco: “Abbiamo apposto le transenne per evitare il passaggio dei pedoni”

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Correttamente: abbiamo posto. Apporre significa “mettere una firma o un sigillo”, non “collocare fisicamente qualcosa”.

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Pultroppo la coppia si è separata

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Pultroppo per purtroppo è uno strafalcione frequente, purtroppo...

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«Fa attenzione a chi ti stà vicino»

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Correttamente: fa’ (con l’apostrofo) e sta (senza accento).





venerdì 10 ottobre 2025

L’estraneo è sempre una persona

 

In un’epoca in cui il lessico si piega spesso alle comodità dell’uso, è doveroso ogni tanto rispolverare le “buone norme del dire”, quelle che custodiscono la precisione, la coerenza e l’eleganza espressiva. Tra i numerosi casi di scivolamento semantico, uno riguarda l’aggettivo e sostantivo “estraneo”, termine che, nella sua forma corretta (e consapevole), dovrebbe essere riservato esclusivamente alle persone. Eppure, è frequente imbattersi in frasi come “questi discorsi sono estranei al tema trattato”, dove l’aggettivo viene riferito impropriamente a concetti, argomenti, oggetti astratti. È una forzatura che, pur diffusa, merita di essere corretta.

Il lemma in oggetto, “estraneo”, deriva dal latino extraneus, che significa “di fuori”, “non appartenente”, e ha sempre avuto una connotazione relazionale riferita a soggetti umani. Un “estraneo” è colui che non appartiene a un gruppo, a una famiglia, a un contesto sociale o affettivo. È una persona che non ha legami, che non è coinvolta, che non è parte. Anche quando usato come aggettivo, “estraneo” conserva questa vocazione antropocentrica: si dirà “una persona estranea ai fatti”, “un individuo estraneo alla vicenda”, “un testimone estraneo al reato”. In tutti questi casi, il sintagma mantiene la sua dignità semantica, riferendosi a esseri umani e al loro rapporto con eventi o contesti.

Quando invece lo si applica a elementi non umani - discorsi, argomenti, oggetti, fenomeni - si dà un calcio alla lingua di Dante. Dire “questi discorsi sono estranei al tema trattato” è una costruzione che suona artificiosa, quasi burocratica, e tradisce una certa pigrizia espressiva. In buona lingua, si preferisce dire “questi discorsi non hanno nulla (a) che vedere con il tema trattato”, oppure “questi discorsi sono fuori tema”, “non pertinenti”, “non attinenti”. Sono formule più limpide, più aderenti al significato, e soprattutto rispettose della natura del termine “estraneo”.

La distinzione – secondo chi scrive - non è solo formale, ma anche sostanziale. Usare “estraneo” per indicare una persona implica una distanza relazionale, una mancanza di coinvolgimento. Adoperarlo per un concetto astratto, invece, genera ambiguità: che cosa significa, in fondo, che un discorso è “estraneo”? Che non appartiene? Che non è pertinente? Che è fuori luogo? Meglio allora scegliere termini che chiariscano il tipo di scarto: “non pertinente”, “fuori contesto”, “non coerente con il tema”. La meravigliosa lingua italiana offre una gamma ricchissima di alternative, e ogni scelta lessicale è un atto di responsabilità.

A conclusione di queste noterelle, “estraneo” è un termine che merita rispetto. Va usato con consapevolezza, riservandolo a ciò che gli compete: le persone. Quando si tratta di concetti, argomenti, discorsi, è preferibile ricorrere a espressioni più precise e meno forzate. È un piccolo gesto di cura (e amore) verso la lingua, ma anche verso chi ci legge o ci ascolta. Perché parlare (e scrivere) bene non è solo una questione di forma: è una forma di rispetto.


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La lingua “biforcuta” della stampa

La ministro ha illustrato le misure anti-crisi

Se il governo avrebbe agito prima, la crisi si sarebbe evitata

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Non è necessario commentare...

Un boato fortissimo, due caccia italiani sono decollati d'urgenza: cosa è successo

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Correttamente: hanno decollato.







mercoledì 8 ottobre 2025

Sgroi – 207 - “IL PALMO” O “LA PALMA” DELLA MANO?

 



di Salvatore Claudio Sgroi



1. Evento televisivo

Nella rubrica bisettimanale “Pronto Soccorso Linguistico” di RAI-1 Famiglia del 5 ottobre, Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, in risposta alla domanda di un telespettatore che chiedeva se bisognava dire “I palmi della mano” o “Le palme della mano” da lui usato, ma giudicato errato da un suo amico, ha risposto che la forma al femminile “Le palme della mano”, è preferibile al maschile “I palmi della mano” di uso invece toscano.


2. Uso marcato o uso panitaliano?

Se etimologicamente il masch. “I palmi della mano” è un uso marcato diatopicamente / geograficamente, devo dire che io non direi mai “La palma/le palme della mano” ma “il palmo/i palmi della mano” in netta contrapposizione con la “La palma/Le palme del deserto”. Come dire che l’uso maschile marcato etimologicamente toscano non è più percepito come tale, perché ormai panitaliano.

Stando a Google Libri Ricerca Avanzata, “il palmo della mano” appare in 36 videate VS la palma della mano” in 26 videate. Invece al plurale “le palme della mano” appare in 30 videate VS “i palmi della mano” in 17 videate.


3. Il palmo della mano nella lessicografia

Il masch. il palmo della mano è presente nello Zingarelli (2026) come toscanismo: “2 (tosc.)” con un es. di L. Pirandello [1925-1926] mi grattavo con una mano il p. dell’altra (in Uno nessuno centomila). E analogamente: nel Treccani-Simone (2005, 2009) palmo: “2. (tosc.) Palma, la parte ventrale della mano”; nel De Mauro (2000): palmo s.m. “3. RE tosc., palma della mano”; nel Gabrielli-Hoepli (2008) palmo: “4 tosc. Palma della mano”; nel “DIR. Dizionario Italiano ragionato di A. Gianni – L. Satta (1988) palmo: “Tosc. Lo stesso che palma: Il palmo della mano”; nel De Felice-Duro (1993) palmo: “2. Forma concorrente con palma (della mano), com. soprattutto nell’uso toscano”.

Il DELI di M. Cortelazzo – P. Zolli (19992) riporta anche la puntualizzazione del Tommaseo-Bellini (1871) sub palmo s.m. “di uso tosc.: ‘il pop. fior. dice palmo e non palma’ (TB)”, dal “Lat. pălm(um) da pălma ‘palma della mano’”. Il Grande dizionario [storico] della lingua italiana di S. Battaglia e G. Bárberi Squarotti (vol. XII, 1984) registra palmo con l’accezione “9. Region. e popol. Pianta della mano si contrappone a dorso) con 4 ess. di G. Giusti Proverbi toscani 1853, M. Pratesi av. 1921, U. Saba av. 1947, F. Jovine 1934 (“Lat. palmus, da palma”).

Invece Palazzi-Folena 1992 lemmatizza palmo con l’accezione “2. Palma della mano”, senza alcuna marca diatopica. Non diversamente il Garzanti 2020 sub palmo: “2 Parte interna della mano, opposta al dorso; palma”; “Lat pălmu(m), da pălma ‘palma della mano’” e il Sabatini-Coletti-Manfredini 2024: palmo con l’accezione3 Palma della mano”.

Accezione per contro ignorata nel Devoto-Oli 2017-2024 e ne l’Etimologico di Nocentini-Parenti 2010.


4. Palma della mano vs palma (pianta): un caso di omonimia (sincronica)

I citati dizionari lemmatizzano la palma (della mano) e la palma (pianta) come due omonimi sincronici in quanto semanticamente distanti nella percezione del parlante comune, pur avendo la stessa etimologia (< lat. pălma ‘palma della mano’), e non già come un caso di polisemia (un solo lemma).


5. Palma s.f. (i) ‘palma della mano’ e (ii) ‘palmo (della mano)’: un caso di polisemia

Per contro il s.f. palma nella duplice accezione di (i) ‘palma della mano e (ii) [tosc.] ‘palmo della mano’ è registrato nei citati dizionari come un es. di polisemia, malgrado la diversa etimologia: palma < lat. pălma(m), palmo < lat. pălmu(m).


6. Lat. palma, -ae vs palmus, -i

Il Dictionnaite étymologique de la langue latine di A. Ernout-A. Meillet (1932, 19594, ried. 1979) indica palma, -ae come polisemico: (i) “paume de la main” e (ii) “branche de palmier, palme”), mentre palmus, -i è indicato come variante di palma (“doublet de palma”).


7. Fr. paume vs palme

Da quanto sopra emerge che il problema semantico dell’italiano palma non si pone in francese in cui la paume (della mano) si oppone alla palme (del deserto).


Sommario

1. Evento televisivo

2. Uso marcato o uso panitaliano?

3. Il palmo della mano nella lessicografia

4. Palma della mano vs palma (pianta): un caso di omonimia (sincronica)

5. Palma ‘(i) ‘palma della mano’ e (ii) ‘palmo (della mano)’: un caso di polisemia

6. Lat. palma, -ae vs palmus, -i

7. Fr. paume vs palme











mercoledì 1 ottobre 2025

Sgroi – 206 - L’italiano tra “flottiglia” e “flotilla”

 



di Salvatore Claudio Sgroi


1. Un evento politico

Da parecchi giorni TV, stampa e mass media on line ci informano sulle vicende della Global Sumud Flotilla, coalizione non governativa di resistenza multinazionale, costituita nell’estate 2025, formata da oltre 50 imbarcazioni, provenienti da 44 Paesi, in navigazione verso Gaza per un soccorso umanitario ai palestinesi.


2. Global Sumud Flotilla

L’espressione inglese “Global Sumud Flotilla”, costituita da un arabismo (sumud) e un ispanismo (flotilla), vale ‘piccola flotta di resistenza multinazionale/globale’. Ed è spesso abbreviata in “Sumud Flotilla” e in Flotilla, per es. in (i) “RaiNews. La Sumud Flotilla entra nella zona a rischio: ‘Meno di 145 miglia da Gaza’" e in (ii)la Repubblica. Flotilla al limite delle 120 miglia nautiche da Gaza”.


3. Flotilla in spagnolo

In sp. il Gran diccionario del español acutal di Aquilino Sánchez (SGEL 2001) registra flotilla definendolo: “2 Conjunto de barcos, aviones u otros vehículos de transporte, de tamaño pequeño o en número reducido, que se desplazan con una finalidad o cometido común”.

Il Diccionario de la lengua española della Real Academia Epañola (DRAE) on line registra a sua volta flotilla “f. Flota compuesta de buques pequeños”.

Il Grande dizionario spagnolo di Arqués-Padoan (2012) lemmatizza flotilla “s.f. (Mar.) flottiglia”.


4. Flottiglia in italiano

Il termine Flotilla è presente in italiano in quanto ispanismo fin dal ’500 nella forma adattata flottiglia: s.f. TS mar. piccola flotta di navi da pesca o da diporto: flottiglia di pescherecci, di barche a vela | l'insieme di due o più squadriglie di navi leggere della marina militare raggruppate sotto il medesimo organo di comando”, “dallo sp. flotilla, dim. di flota "flotta”, datato 1510, così il De Mauro 2000.


5. Flotilla in anglo-americano

La forma flotilla è invece ora vitale in italiano non come ispanismo ma come anglicismo, ovvero ispano-americanismo. Il termine, assente ancora nella lessicografia italiana (Gradit 2007, Zingarelli 2025, Devoto-Oli 2025), è presente nella lessicografia americana p.e. nel Merriam-Webster’s Collegiate Dictionary 200311, flotilla “Sp. dim. of flota fleet […]” che lo data 1711, e lo definisce “a fleet of ships or boats; esp.: a navy organizational unit consisting of two or more squadrons of small warships”.

L’Oxford English Dictionary (OED) on line conferma il 1711 come data di prima attestazione: “OED's earliest evidence for flotilla is from 1711, in London Gazette” e l’etimo spagnolo: “Flotilla is a borrowing from Spanish flotilla.

Il Ragazzini 2023 lemmatizza a sua volta flotilla “n. (naut.)”, seguito dal traducente “flottiglia”.


6. Flotilla in altre lingue

L’ispanismo flotilla è presente anche in ted., p.e. nel Duden (1982) nell’adattamento “Flottille

[auch: flotilje Germ-fr.-span.] die; -n. Verband kleinerer Kriegsschiffe”. E pure nel Diz. ted.it. it. ted. di Giacoma-Kolb (2009): Flottille “ <-, n.> f mil naut flottiglia f.”.

In francese il Petit Robert (2017) registra flottille datato 1691 “espagnol flotilla, diminutif de flota ‘flotte’”, definito “réunion de petits navires” e “formation aérienne (dans l’aéronavale)”.

Il Boch lemmatizza da parte sua “flottille s.f. flottiglia”.


7. Sintesi

Riassumendo, l’italiano conta su (i) flottiglia 1510 (ispan.) e (ii) flotilla 2025 (ispano-americanismo 1711), ovvero si muove tra Flottiglia” (ispanismo) e “Flotilla” (ispano-americanismo); in francese c’è flotille 1691 (ispan.); in tedesco Flottille, flotilje (fr.-span.).

Da tener presente infine che flotilla in italiano è comunemente pronunciato non all’inglese /flə(ʊ)’tɪlə/ o all’americana /floʊ’tɪlə/, /flə’tɪlə/ (v. OED), né ispanisticamente /flo’tija/, ma con fonia adattata, ovvero con doppia “t” e con la laterale palatale /flot’tiʎʎa/.


Sommario

1..Un evento politico

2.Global Sumud Flotilla

3. Flotilla in spagnolo

4. Flottiglia in italiano

5. Flotilla in anglo-americano

6. Flotilla in altre lingue

7. Sintesi


“Picchiato”: quando il colpo diventa concetto

 

Nel vastissimo lessico italiano, poche parole racchiudono una metamorfosi così suggestiva come “picchiato”. Da semplice participio passato del verbo “picchiare”, il lemma si è evoluto in una doppia accezione che abbraccia sia la concretezza della violenza fisica sia l’astrazione della devianza mentale. Questo slittamento semantico, che trasforma un impatto corporeo in una metafora della follia, offre uno spunto prezioso per riflettere su come la lingua trasfiguri l’esperienza sensibile in rappresentazione simbolica.

“Picchiato”, dunque, deriva dal verbo “picchiare”, la cui origine è riconducibile a una radice onomatopeica pikk-, evocativa del suono secco e ripetuto di un colpo. In senso primario, il termine indica chi ha subito percosse, bastonate, urti o schiacciamenti. È l’accezione più immediata, legata all’idea di impatto fisico: “Il pugile è uscito dalla competizione picchiato (malconcio) ma vittorioso”; oppure, in uso regionale, “Il vaso è caduto e si è tutto picchiato”.

Ma è nel passaggio dal corpo alla mente che il vocabolo rivela la sua potenza evocativa. “Picchiato”, e ancor più il vezzeggiativo “picchiatello”, viene impiegato per descrivere chi è stravagante, eccentrico, “fuori di testa”. L’associazione tra colpo e follia si fonda su due meccanismi metaforici.

Il primo è la relazione fra trauma cranico e alterazione mentale: un colpo alla testa può compromettere la lucidità, e la lingua trasforma questa dinamica in immagine. Il secondo è l’analogia con un “macchinario” danneggiato: il cervello, concepito come macchina del pensiero, se “picchiato” diventa sregolato, con ingranaggi fuori asse. In registri più colloquiali, il sintagma può anche suggerire una punizione o un’esperienza sconvolgente che ha destabilizzato la psiche.

Il diminutivo “picchiatello”, diffuso nel doppiaggio cinematografico italiano (si veda il film È arrivata la felicità del 1936, adattato da Tullio Gramantieri e Pio Vanzi), ha contribuito a stemperare la violenza insita nel verbo, conferendo al termine una sfumatura affettuosa o ironica. Da insulto a bonaria presa in giro, il passaggio è emblematico della plasticità linguistica.

A conclusione di queste noterelle, “picchiato” è una parola che conserva la sua radice di “colpo ricevuto”, ma la trasporta dal piano fisico a quello mentale. Dire che qualcuno è “picchiato” o “picchiatello” è una sintesi linguistica che, attraverso la metafora del trauma, designa una mente che ha subito un urto e ne porta i segni. Un esempio vivido di come la lingua sappia trasformare l’esperienza in pensiero, e il pensiero in immagine.


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L’eleganza dell’affinità: quando la somiglianza non pretende identità


C
i sono parole che raccontano legami obliqui, prossimità che non si impongono ma si rivelano. “Cognato” è una di queste, già esplorata come figura di parentela mediata: non fratello, ma fratello del coniuge; non parola identica, ma parola con radice comune. In entrambi i casi, il legame è reale ma indiretto, e proprio questa distanza misurata ne rivela il fascino.

Su questa scia si colloca un altro termine altrettanto eloquente: “affine”. Anche qui, il significato si biforca tra il piano familiare e quello concettuale. Gli affini, in ambito parentale, sono i congiunti acquisiti per matrimonio: suoceri, generi, nuore, cognati stessi. In ambito semantico, invece, “affine” indica ciò che è simile, contiguo, compatibile. L’etimologia latina è rivelatrice: affinis, composto da ad- (“verso”) e finis (“confine”), designa ciò che è “al limite”, “vicino”, “accostato”. L’affine è colui che si trova al margine del proprio spazio, ma non lo invade; è il concetto che sfiora un altro, senza sovrapporsi. In chimica, l’affinità è la tendenza di due elementi a combinarsi; in filosofia, è la somiglianza che non coincide, ma richiama.

Come il cognato, anche l’affine incarna una forma di prossimità che non pretende identità. È il parente acquisito, non il consanguineo; è il concetto simile, non il sinonimo. In entrambi i casi, il legame è riconosciuto, ma non assoluto. E proprio in questa tensione tra vicinanza e differenza si cela una bellezza sottile: l’affinità è una forma di rispetto, una coabitazione senza fusione. È il modo in cui le parole, le persone, le idee si avvicinano senza annullarsi.

Questi termini ci insegnano che il linguaggio non è solo uno strumento di precisione, ma anche di sfumatura. Ci parlano di relazioni che non si impongono, ma si costruiscono; di somiglianze che non sono copie, ma echi; di parentele che non sono sangue, ma scelta. E ci ricordano che, a volte, è proprio nella distanza misurata che si trova la forma più alta di prossimità.

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La lingua “biforcuta” della stampa

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