martedì 13 marzo 2012

Complemento: predicativo o di modo? (3)

Ancora sul complemento predicativo del soggetto e sul complemento di modo o maniera. Leggiamo dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:


1. Ines Desideri scrive:

Gentile Professor Arcangeli,

innanzitutto desidero ringraziarLa per la ricca disamina offerta in risposta ai miei quesiti del 9 marzo.

Concordo pienamente con Lei (e non può essere altrimenti) sul fatto che gli ausiliari “essere” e “avere” possono acquisire, in alcuni casi, un valore autonomo e che i verbi “restare” e “andare” possono assumere la funzione predicativa in determinati contesti comunicativi, come avviene anche con altri verbi copulativi.

Non credo che mi si possa attribuire una visione manichea della lingua per averLe chiesto alcune delucidazioni in merito alla funzione di “zitte zitte” e sono certa che Lei – proprio perché contrario a ogni forma di manicheismo – accetterà di buon grado il mio punto di vista. Accettarlo non significa necessariamente condividerlo: questa condizione mi sembra non soltanto ovvia ma necessaria in ogni scambio di opinioni che sia realmente basato sul rispetto reciproco.

Premesso che bisogna analizzare di volta in volta la specificità dei contesti comunicativi (come da Lei giustamente sottolineato), sono dell’avviso che nel contesto specifico “Le donne se ne andarono zitte zitte” gli aggettivi “zitte zitte” costituiscano un complemento di modo. L’esempio, infatti, è ben diverso dal “Tu vai, io resto” da Lei citato, nel quale si deduce una situazione comunicativa in cui è sottinteso, perché noto sia al mittente sia al destinatario del messaggio (chiaramente informale), il luogo e/o il tempo in cui le azioni di “andare” e di “restare” si svolgono.

Se dicessi “Le donne se ne andarono” e se Manzoni avesse scritto “Presero per i campi pensando ognuno a’ casi suoi” le due frasi conserverebbero la loro compiutezza, data la presenza di verbi che assumono la funzione predicativa, che non necessita dunque di un complemento predicativo, come avviene invece per i copulativi.

Ciò che Lei esclude, se ho ben capito, è che un aggettivo possa svolgere anche la funzione modale. Invece a mio avviso, e proprio perché ogni situazione va analizzata di volta in volta secondo la specificità del contesto, l’ aggettivo “zitte” può essere un complemento di modo, perché in questo caso arricchisce la frase, ma non è indispensabile allo scopo della sua compiutezza, come avverrebbe invece in “Restarono zitte zitte”.

La ringrazio per la pazienza e la disponibilità.

Cordialmente

Ines Desideri

2. linguista scrive:

Gentile Ines,

grazie per il supplemento di riflessione. Il problema non è l’aggettivo in sé e per sé, ovviamente, ma la percezione dei fatti grammaticali nel contesto d’uso; per questo aspetto la sua percezione del “discreto” e del “continuo” è diversa dalla mia (e va bene così). Naturalmente non attribuivo certo a lei la responsabilità di una visione “manichea” della lingua.

Massimo Arcangeli

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A nostro modesto avviso il linguista continua a mantenere la sua posizione menando il can per l’aia. Non ha risposto, infatti, alla gentile lettrice, che domandava se “zitte zitte” sia da considerare un complemento di modo o maniera. Ma tant’è. Probabilmente abbiamo una visione “manichea” della lingua o le fonti che consultiamo “curiosamente” ci confondono le idee.

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Dalla stessa rubrica:

1. Tiziana scrive:


Gent.mo Dr. Bianco,


credo di essere stata indotta all’errore da quanto letto nella Grande grammatica italiana di consultazione ( Il mulino) . Mi aiuta a capire ?


Cito testualmente : Con valore di avverbio di azione possiamo avere l’aggettivo semplice in posizione postverbale, accordato col soggetto in genere e numero. Es. Giovanna ribattè pronta (prontamente).Io lo avevo “tradotto” come possibilità di considerare “pronta” non come predicativo del soggetto ma complemento avverbiale di modo (come per prontamente).


grazie mille


2. linguista scrive:


Siamo certamente di fronte a un tipico caso di aggettivo con valore avverbiale: l’aggettivo continua infatti a essere grammaticalmente tale (può essere accordato col soggetto: “ribatté pronto”, “ribatté pronta”, “ribatterono pronti”, “ribatterono pronte”), ma riveste le mansioni di un avverbio di modo (”prontamente”). C’è però valore avverbiale e valore avverbiale. Se dico “Marco parla chiaro” dico anche “Lucia parla chiaro” e “Marco e Lucia parlano chiaro”. Qui l’aggettivo è dunque indeclinabile; la funzione avverbiale ha “cannibalizzato” l’appartenenza originaria della forma alla categoria degli aggettivi. Soltanto in questo caso la trasformazione dell’aggettivo in avverbio appare perfetta; nell’altro caso no. “Ribattere pronto”, peraltro, rientra in quegli esempi nei quali il legame tra il verbo e la forma a cui appare saldato è molto solido: tanto solido da consentire di parlare di verbo usato copulativamente e perciò, a maggior ragione, di predicativo del soggetto.


Massimo Arcangeli

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Anche questa risposta, un po' 'ermetica', ci lascia molto molto perplessi perché – sempre a nostro modesto avviso – non ci può essere “valore avverbiale e valore avverbiale”. Il “valore avverbiale” è uno solo.
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Indirizzo rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica: http://linguista.blogautore.repubblica.it/
 






lunedì 12 marzo 2012

«Superfluità ridicole»

Quando scriviamo, anche una lettera a un amico, per esempio, rileggiamo con attenzione quanto scritto perché possiamo infarcire il tutto di “superfluità ridicole”, a scapito della bellezza e della scorrevolezza del testo. Abbiamo scritto un’ovvietà? Può darsi. Piluccando però, qua e là, in varie pubblicazioni non ci sembra, poi, una ovvietà. Vediamo, dunque. In corsivo marcato la superfluità: «Sono stato accolto con molto calore tanto che il mese prossimo ritornerò di nuovo a trovarvi»;  «Abbiamo visitato il mercato rionale: nel cesto della lattuga c’erano dei piccoli vermiciattoli»;  «Dopo l’incidente, i soccorritori lo hanno trasportato al pronto soccorso: aveva una forte emorragia di sangue»; «Durante la parata militare davanti a tutti precedeva l’alfiere con la bandiera; «Le persone sequestrate – si apprende da fonti sicure – stanno ottimamente bene; «Il protagonista ha mostrato di possedere una speciale singolarità d’interpretazione»; «Il ragazzo deve impegnarsi con costante assiduità»; «La colazione sarà al sacco: affettato, frutta e due o tre pagnottelle di pane». Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. È bene, per tanto - come dicevamo -  rileggere i nostri testi perché mentre scriviamo non sempre ci accorgiamo delle castronerie che inavvertitamente "buttiamo giú".




domenica 11 marzo 2012

Alleppare e allappare

Abbiamo notato, con stupore, che molte persone credono che il verbo “alleppare” sia una variante di “allappare”. No, sono due verbi distinti con significati… distinti. “Allappare”, come recitano i vocabolari, nella fattispecie il Devoto-Oli, significa «Produrre sui denti o nella bocca quell'effetto astringente che hanno le sostanze acide o di sapore aspro; anche assoluto: un frutto che allappa». “Alleppare”, invece, desueto, significa «rubare con destrezza». Per conoscere l’origine diamo la “parola” a Ottorino Pianigiani, Niccolò Tommaseo, Policarpo Petrocchi e altri. Si clicchi sui collegamenti in calce.









sabato 10 marzo 2012

Fare una gabriella


Gentile signor Raso,

mi sono imbattuto, per caso, nel suo sito che, visti i “contenuti”, ho messo subito tra i preferiti perché lo visiterò frequentemente. Ho visto che risponde anche ai quesiti che le vengono posti, ne approfitto quindi. Tempo fa, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio giornale dove ho letto: “Fantastica la gabriella di quel ragazzo”. Cosa significa? Ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso (anche quelli online) senza trovare traccia della “gabriella”. Le sarei grato se mi illuminasse. Grazie.

Giovanni P.
Pesaro
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Cortese Giovanni, la gabriella (a parte il nome proprio femminile) è un termine in disuso, per questo non è attestato nei vocabolari e significa “capriola”, “piroetta” (o “piroletta”) e si richiama al movimento saltellante delle capre. Chi fa la gabriella, dunque, fa una piroetta, una capriola. Ottorino Pianigiani, nel suo dizionario, lo spiega magistralmente. Clicchi su:  http://www.etimo.it/?term=gabriella&find=Cerca 



venerdì 9 marzo 2012

Complemento: predicativo o di modo? (2)

A proposito dei complementi predicativo del soggetto e di modo o maniera, riportiamo dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:


1. Ines Desideri scrive:

Gentile Professor Arcangeli,

mi permetto di inserirmi nell’interessante discussione tra Lei e Fausto Raso (in merito a “zitte zitte” 5-6/3) per avere delle delucidazioni.

Se, anziché “Se ne andarono zitte zitte …”, avessimo la frase “Se ne andarono in silenzio/silenziosamente …” potremmo considerare “in silenzio/silenziosamente” un complemento di modo o maniera?

Propongo una frase manzoniana:

“Presero per i campi, zitti zitti, pensando ognuno a’ casi suoi”.

Come analizzare “zitti zitti” in questo caso?

La ringrazio per l’attenzione e Le porgo cordiali saluti

Ines Desideri

1. linguista scrive:

Procediamo con ordine, prendendola un po’ alla lontana. Consideriamo un verbo come “restare”, che sappiamo tutti essere “intrinsecamente” copulativo. Se dico “Tu vai, io resto”, però, “restare” svolge funzione predicativa, perché esaurisce in sé il suo significato. Insomma, generalizzando, “restare” è un verbo grammaticalmente copulativo, ma può anche rivestire (come nell’esempio che ho fatto) le mansioni di un predicativo. Ma riflettiamo anche su un caso analogo. “Essere” e “avere” sono i più classici verbi ausiliari dell’italiano (”è”, naturalmente, è anche la copula per antonomasia: “Gianni è ingegnere”; “la giornata è bella”), vengono cioè utilizzati tipicamente al fine di esprimere il passato nei tempi composti e nei verbi impersonali (o usati impersonalmente) e nella costruzione passiva: “sono andato”; “non ho mangiato”; “mi sono addormentato”; “abbiamo provveduto”; “è stata derubata”. Non sempre “essere” e “avere” svolgono tuttavia una funzione ausiliaria: in “Dio è” e “ho finalmente avuto il posto” il loro significato è “pieno” (rispettivamente: ‘esistere’ e ‘ottenere’) e il loro ruolo autonomo. Bisogna considerare i vari fenomeni linguistici nel loro concreto contesto di utilizzazione, distinguendo con intelligenza caso da caso. Quando qualcuno mi pone una domanda su una questione che investe l’italiano sto bene attento a NON mettere preliminarmente mano a nessuna grammatica dell’uso corrente; non perché non mi fidi, ovviamente, ma perché bisogna prima ragionare (anche su quel che ci sembra scontato) e poi, se si vuole, ci si può confrontare con quel che hanno scritto altri. La mia irritazione monta soprattutto quando qualcuno, senza avere le competenze che può avere un linguista di professione, pontifica dopo aver consultato più o meno cursoriamente le sue fonti. Se quel qualcuno scrive, senza mettere in luce sfumature o eccezioni, che “andare” è un verbo predicativo, o snocciola una serie di esempi generici senza spiegare, e per di più in forma di osservazione al lavoro di altri, io mi sento in dovere di intervenire.

Se dico “andarsene in silenzio” o “andarsene silenziosamente” sono di fronte a un caso un po’ diverso rispetto ad “andarsene zitto zitto”, perché la doppia possibilità “in silenzio”/”silenziosamente” rende più solido il valore di complemento di modo della soluzione “in silenzio” (”silenziosamente” è proprio un avvebio di modo), laddove “zitto zitto” non ha dalla sua un equivalente avverbiale (*”zittamente” non è forma attualmente accettabile); nella mia percezione, perciò, “andarsene zitto zitto” lega l’”aggiunta” (”zitto zitto”) al verbo più di quanto avvenga con “in silenzio” o “silenziosamente”. Dobbiamo sottrarci, in definitiva, a una visione manichea della nostra lingua (di tutte le lingue), e abituarci a osservare i vari fenomeni nella continuità di piccoli passaggi dall’una all’altra delle classificazioni possibili. Ai nostri fini è fondamentale la distinzione tra le categorie grammaticali in sé e per sé e le varie funzioni che una determinata forma può assumere al di là della sua appartenenza all’una o all’altra di quelle categorie.

Massimo Arcangeli

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Saremo ottusi, ma continuiamo a non capire la risposta del linguista; anzi, ci sembra che non abbia risposto. Avevamo inviato, inoltre, quest’intervento che, “democraticamente”, è stato cassato:


Fausto Raso scrive:


Il tuo commento è in attesa di moderazione


Il Prof. Arcangeli mi perdonerà se insisto sull’argomento. “Se ne andarono zitte zitte” contiene un complemento di modo, non un complemento predicativo del soggetto, come sostenuto dal dr Bianco e dallo stesso Prof. Arcangeli, il quale scrive: «… Che quell’aggettivo o quel nome, in un caso come “Mario è arrivato preparato”, risponda alla domanda “come (è arrivato Mario)?”, e svolga perciò la funzione di un complemento di modo, non c’è comunque alcuno dubbio». Se nella frase “Mario è arrivato preparato” si può rispondere alla domanda “come?” e si ha, quindi, un complemento di modo, non si capisce perché nella proposizione “se ne andarono zitte zitte” alla quale si può rispondere alla stessa domanda (”come se ne andarono”?) si ha, invece, un complemento predicativo del soggetto. Proprio non riesco a capire il perché.






giovedì 8 marzo 2012

Vai a scuola? No, ozio...


Probabilmente i ragazzi che frequentano le classi ginnasiali e gli stessi docenti non sanno che – stando all’etimologia – dovrebbero entrare nelle aule scolastiche in costume adamitico. Sí, proprio cosí. Scherzi dell’etimologia. Ma andiamo con ordine cominciando col vedere l’origine della scuola (anche se l’argomento, ci sembra, è stato trattato sul “Cannocchiale”). Sembrerà inverosimile, ma la scuola, che per moltissimi giovani (e per noi ai nostri tempi) è associata al lavoro, alla pena, alle ansie, alle notti in bianco e, talvolta, a qualche benevolo e paterno scapaccione, quando è ‘nata’ voleva dire esattamente il contrario: riposo, ozio e, perché no?, ‘pacchia’. Scuola, infatti, viene dal greco ‘scholé’ che significa, per l’appunto, ‘riposo’, ‘ozio’. Ciò si spiega con il fatto che nell’antichità (Grecia e Roma) i soli che si dedicassero agli studi erano gli uomini i quali, quando erano liberi da ‘impegni bellici’ o dai lavori dei campi, ne approfittavano per dedicarsi alla cura della mente, dello spirito. Quei pochi momenti liberi che potevano riservare alla cura dell’ ‘animo’, della mente – tra una guerra e l’altra – erano considerati un piacevole riposo, uno svago  anche (e, forse, soprattutto) perché  per la mentalità dell’epoca coloro che si dedicavano allo studio anziché alle armi o al lavoro dei campi, non… lavoravano, oziavano. La scuola, dunque, era un… ozio. E veniamo al ginnasio, che nell’accezione moderna – come recitano i vocabolari – è un “corso di studi classici in due anni al quale possono accedere i ragazzi in possesso della licenza media; biennio del liceo classico”. Anche il ginnasio, nell’antichità, quando è ‘nato’ aveva tutt’altro significato: presso i Romani e i Greci era un luogo pubblico dove i giovani si addestravano alla lotta, alla corsa e al lancio del disco; era, insomma, una palestra. L’origine della parola è anch’essa greca, ‘gymnàsion’ (‘luogo per esercizi ginnici’), da ‘gymnòs’ (nudo); e ciò perché i giovanotti che frequentavano il ginnasio, vale a dire la palestra, erano in abiti assolutamente adamitici.  Come si è giunti all’ ‘evoluzione’ della parola? Cioè a ‘luogo di studi classici’? È presto detto. Molto spesso il ginnasio era circondato di portici con sedili dove - col tempo - maestri e filosofi sedevano per provvedere – dopo il pugilato, i salti, le corse -  all’ ‘addestramento spirituale’ di quei baldi giovani. Il nome finí, quindi, con l’indicare anche la ‘palestra della mente’.

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Otto marzo: tanti cordiali auguri alle nostre amiche blogghiste.

mercoledì 7 marzo 2012

Complemento predicativo o di modo?


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:


1. Tiziana scrive:

Buongiorno,

avrei bisogno di alcuni chiarimenti.

1) quando faccio l’analisi logica di una frase il cui soggetto è costituito da una proposizione soggettiva, considero soggetto l’intera proposizione compresi eventuali complementi? Es. Non mi sembra vero “che tu ti sia allontanato da me”

2) Nella frase :

se ne andarono, zitte zitte, dall’ufficio

“zitte zitte” è una locuzione avverbiale di modo?

Grazie mille per il prezioso lavoro

2. linguista scrive:

1) Nel suo esempio, il soggetto della proposizione non mi sembra vero è la proposizione soggettiva che tu ti sia allontanato da me, nella sua interezza (per tale ragione si parla di proposizione soggettiva).

In quest’ultima, a sua volta, si possono individuare: un soggetto (tu; soggetto della proposizione soggettiva, non dell’intera frase!); un predicato verbale ( ti sia allontanato); un complemento di moto da luogo (da me).

2) Zitte zitte è un complemento predicativo del soggetto.

Francesco Bianco

1. Fausto Raso scrive:

Nella frase «Se ne andarono zitte zitte dall’ufficio» non siamo – a mio avviso – in presenza di un complemento predicativo del soggetto (come sostiene il dr Bianco) ma dinanzi a un complemento di modo o maniera. Il complemento predicativo del soggetto si ha con i verbi copulativi, con i verbi appellativi passivi (essere chiamato), con i verbi estimativi passivi (essere creduto) e con i verbi elettivi passivi (essere eletto). Il verbo ‘andare’ non rientra in una di queste categorie.


2. linguista scrive:

Gentile Raso,

l’italiano, come tantissime altre lingue, possiede verbi copulativi e verbi che, pur essendo di norma predicativi (e cioè di senso compiuto), possono essere usati copulativamente. In espressioni come “andare fallito” o “andare lungo” il verbo “andare” svolge, per l’appunto, mansioni copulative. “Andarsene zitto zitto” (o “andarsene mogio mogio”) sarà forse un esempio più “debole”, ma non è poi molto diverso da esempi come “rimanere zitto” o “restare in silenzio” (aggiungo, nel caso non lo sappia, che “restare” e “rimanere” sono due dei più classici verbi copulativi).

Spero di essere stato chiaro nella spiegazione. Comunque, se ha bisogno di qualche ulteriore delucidazione sull’argomento, torni a scriverci; le saremo senz’altro d’aiuto per rispolverare qualche altra nozioncina grammaticale.

Massimo Arcangeli


1. Fausto Raso scrive:

Gentile Prof. Arcangeli,


mi permetto di farle notare che in un precedente quesito simile ha dato una risposta diversa.


1. Luca scrive:

Il complemento di modo può essere costituito da un aggettivo? Nelle grammatiche ho notato che non lo menzionano. Es: “Sono arrivato stanco” oppure ” Mario viene da me interessato”. Grazie


2. Luca scrive:

Una frase che ha il participio passato con valore di aggettivo, come in questo es: ” Mario è arrivato preparato” oppure ” Giuseppe viene da me interessato”, da luogo ad un complemento di modo? Grazie


3. linguista scrive:

In casi come questi la tradizione grammaticale parlerebbe di verbo “copulativo” e complemento predicativo (o, meno correttamente, di nome del predicato), che sarebbe l’aggettivo o il nome che completa il significato del verbo interessato. Che quell’aggettivo o quel nome, in un caso come “Mario è arrivato preparato”, risponda alla domanda “come (è arrivato Mario)?”, e svolga perciò la funzione di un complemento di modo, non c’è comunque alcuno dubbio.


Massimo Arcangeli

2. linguista scrive:

Mi pare ovvio. Non vorrà negare che la “funzione” del componente nei casi in oggetto sia quella di un complemento di modo. Ribadisco: la “funzione”. Sa quando si parla di aggettivo con funzione di avverbio? Quando si dice, per esempio, “andare spedito” invece di “andare speditamente”? In casi come questi l’aggettivo (”spedito”) continua a essere “grammaticalmente” un aggettivo ma “funzionalmente” è un avverbio.

Massimo Arcangeli

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Abbiamo l’impressione che il Prof. Arcangeli sia stato preda di un attimo di “smarrimento linguistico”.
Se nella frase "Mario è arrivato preparato" si può rispondere alla domanda "come?" e si ha, quindi, un complemento di modo, non si capisce perché nella proposizione "se ne andarono zitte zitte" alla quale si può rispondere alla stessa domanda ("come se ne andarono"?) si ha, invece, un complemento predicativo del soggetto.




martedì 6 marzo 2012

La sinergia

Se c’è un termine, oggi, di cui si fa abuso, e molto spesso a sproposito, questo è la “sinergia”. Molti lo adoperano perché è “di moda” ma non sanno esattamente cosa sia. Chiediamo lumi, dunque, a Cesare Marchi.

«Si parla molto di sinergie. Riferendosi specialmente agli editori di giornali che cercano, mediante le sinergie, di abbassare i costi. La parola viene dal greco “syn”, insieme, ed “ergon”, opera, azione; vale a dire collaborazione. Grazie alle sinergie, la stessa pagina può comparire su testate differenti. Ma contro questa novità tecnologica i giornalisti han dimostrato “allergia”, che deriva pure da “ergon” e vuol dire reazione contraria. Temono infatti che lo scambio di pagine preconfezionate riduca i posti di lavoro. Questa del resto, è una preoccupazione comune a tutti i lavoratori, compresi gli addetti alla “metallurgia”, altro vocabolo derivante da “ergon”, cioè lavorazione dei metalli. Lavoro duro, per il quale occorre molta “energia” (il solito “ergon”). Tuttavia il lavoro va inteso come strumento di liberazione dell’uomo, non come una condanna a vita. Insomma non deve essere un “ergastolo”, dal greco “ergastérion” (…) casa di lavoro per schiavi e condannati ai lavori forzati. Quando un malato ha bisogno d’un intervento operatorio, si affida al chirurgo, medico che opera con le mani, dal greco “chéir”, mano, ed “ergon”, opera».

Per tornare alla “sinergia”, questo termine è stato mutuato dalla scienza medica in quanto è “un fenomeno per cui un dato effetto terapeutico si ottiene mescolando due o piú medicamenti che interagiscono provocando sull’organismo un’azione piú efficace e immediata”.



lunedì 5 marzo 2012

Sarcofagi o sarcofaghi?



Molto spesso, nello scrivere,  non avendo a portata di mano un vocabolario siamo assaliti da dubbi sulla formazione del plurale dei nomi sdruccioli in “-go”: antropologhi o antropologi? Sarcofaghi o  sarcofagi? Astrologhi o astrologi? È anche vero, però, che non tutti i vocabolari concordano creando confusione. Come regolarsi, allora? Si può ricorrere a una regola empirica valida per certi sostantivi sdruccioli (-òlogo, -àlogo, -òfago): plurale in –gi  se questi sostantivi indicano persone; in –ghi se si riferiscono a cose. Avremo, quindi, antropologi, astrologi, sociologi perché si riferiscono a persone; sarcofaghi, dialoghi, prologhi perché indicano cose.

domenica 4 marzo 2012

I composti di "3" si accentano?



Riportiamo una discussione avviata nel fòro “Cruscate” riguardo alla grafia corretta degli aggettivi numerali composti con “tre”.

(http://www.achyra.org/)

Una scoperta «allucinante»

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Ho scoperto che il DOP marca con meno bene i numerali composti con il 'tre' non accentati (ventitre, cinquantatre ecc.). Ho sempre saputo che i numeri composti con il tre devono essere accentati; omettere l'accento è un errore gravissimo. Come mai il DOP, invece, è permissivo?


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Andrea Russo

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Probabilmente perché il composto è talmente trasparente che nessuno leggerebbe /ven'titre/ invece di /venti'tre/. Però son d'accordo con lei: avrebbero dovuto mettere «non ventitre».


Ferdinand Bardamu

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Concordo con Andrea sul motivo (assurdo) per cui qualcuno omette l'accento; tuttavia le parole ossitone in italiano richiedono il segnaccento. Anche perché, ad esempio, è perfettamente analizzabile, cionnonostante perche è una grafia ovviamente inaccettabile.


PersOnLine

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Non voglio sconvolgere ulteriormente il nostro Raso, ma la stessa cosa è anche per viceré, i composti di -blu e chissà quali altri composti da monosillabi.


Fausto Raso
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Gentile PersOnLine, ho dovuto prendere un cardiotonico...


Sarebbe il caso che i responsabili del DOP rivedessero attentamente le varie voci messe a lemma. Quel "meno bene" induce in errore gli studenti che consultano il dizionario, rischiando di prendere un'insufficienza nei loro elaborati se vengono vagliati da docenti degni di questo nome.


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PersOnLine

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Fausto Raso ha scritto:



Sarebbe il caso che i responsabili del DOP rivedessero attentamente le varie voci messe a lemma. Quel "meno bene" induce in errore gli studenti che consultano il dizionario, rischiando di prendere un'insufficienza nei loro elaborati se vengono vagliati da docenti degni di questo nome.



Bisognerebbe avere una copia cartacea del DOP ante revisione e capire se anche prima era così permissivo.


Fausto Raso

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PersOnLine ha scritto:

Bisognerebbe avere una copia cartacea del DOP ante revisione e capire se anche prima era così permissivo.



Purtroppo sí. Anche prima era cosí permissivo. Ho il dizionario cartaceo edito nel 1981.


Le sorprese, però, non sono finite. Al lemma viepiú scrive 'meglio che vieppiú'. L'unica grafia corretta, invece, è con una sola 'p'. 'Vie' è un avverbio (oggi in disuso) che serve per rafforzare un comparativo e non dà luogo a rafforzamento sintattico. Il Treccani ha l'accortezza, per lo meno, di scrivere 'meno corretto vieppiú': viepiù (o vie più; meno corretto vieppiù) avv., letter. – Ancor più, sempre più: L’astuto lupo vie più si rinselva (Poliziano). V. anche vie. In lingua, però, un termine o è corretto o non lo è; non può essere corretto 'a metà'. Il Gabrielli, nel suo Dizionario Linguistico Moderno, avverte: «Attenti a non scrivere "vieppiù" (...), perché dopo "vie" non è sottintesa una congiunzione "e" che giustificherebbe il raddoppiamento». Il Gabrielli in rete, ritoccato, lo smentisce. Ma tant'è.


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Ecco il DOP: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=8088&r=1429