sabato 11 dicembre 2021

Barbarismi inutili (essendoci i termini corrispondenti italiani)

 


La stampa continua, "imperterrita", nonostante le numerose  reprimende  della Crusca, a "propinarci" stranierismi, spesso inutili, al posto di termini schiettamente italiani e che fanno alla bisogna. Pilucchiamo qua e là, come è nostro costume, tra le varie pubblicazioni alla ricerca di barbarismi inutili essendoci i corrispondenti vocaboli italiani. In parentesi il termine italiano. 
    Alla conferenza erano presenti tutti i leader (capi) dei partiti; il giovane reporter (informatore) fu lodato dal direttore per le ottime notizie raccolte; al terzo round (alla terza ripresa) il nostro boxeur (pugile) costrinse l'allenatore a  gettare la spugna; tutti gli appartamenti in vendita sono provvisti di ogni comfort (comodità); sembra che gli italiani impazziscano per il foot-ball (gioco del calcio); al prossimo meeting (comizio) si discuterà del ruolo delle donne nella politica; il trust (consorzio) dei vinai ha fatto salire eccessivamente il prezzo del prodotto; la giovincella era particolarmente felice perché fu invitata, per la prima volta, al dancing (ballo) del sabato sera; lo yackt (il panfilo) dello sceicco faceva invidia a tutti; l'ingresso al club (circolo) è riservato ai soci; il cavallo favorito ha perso la corsa per la caduta del jockey (fantino).
 

***

La lingua "biforcuta" della stampa

È morto a 61 anni Steve Bronski, cofondatore dei Bronski Beat

-----------------

Meglio: confondatore. Treccani: cofondatóre (o confondatóre) s. m. (f. -trice) [comp. di co-1 (o con-) e fondatore]. – Chi è fondatore di un’istituzione insieme con altra persona; in partic., nel linguaggio eccles., chi ha avuto parte rilevante nell’esecuzione del disegno concepito dal fondatore di un ordine o di una congregazione religiosa, così da poter essere considerato come un vero e proprio collaboratore intimo del fondatore stesso.
DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia): 

 

*

La lingua "biforcuta" della stama

Il discorso d'addio del prof morto nel crollo che ora commuove sui social

----------------------

Ecco un altro esempio di anfibologia (ambiguità): commuove il discorso o il crollo?


(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

venerdì 10 dicembre 2021

I "babbi Natali", i "babbo Natali" o i "babbi Natale"?


A
lcuni cortesi lettori ci hanno domandato ─ in vista delle prossime festività natalizie ─ se "babbo Natale" si può pluralizzare. L'argomento è stato trattato qualche anno fa. Si veda qui.

***

La lingua "biforcuta" della stampa

Il RITRATTO

L'allegria di una Gianburrasca novantenne in vestaglia rossa e piedi scalzi

---------------

Correttamente: Giamburrasca o Gian Burrasca (come da originale).

Il giornalino di Gian Burrasca

Gianburrasca001.gif

Autore

Luigi Bertelli

1ª ed. originale

1907

Genere

romanzo

Sottogenere

umoristico, avventuroso, per ragazzi

Lingua originale

italiano

Ambientazione

Italia, settembre 1905-marzo 1906

Cliccare su "Gianburrasca001.gif"


(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)


mercoledì 8 dicembre 2021

Sempre (più) efficiente


  Riceviamo e pubblichiamo

 L’avverbio sempre ha per me sempre avuto, e ha tuttora, un fascino speciale, anche se non sempre ne ho compreso appieno il significato. Fin dai tempi delle medie inferiori: ero bravo in matematica e la professoressa diceva, ogni tanto, “Pier Paolo è sempre il più bravo!”. La frase mi riempiva di orgoglio: in Religione avevo appreso che “Dio è sempre stato e sempre sarà”; quindi mi sentivo un mezzo padreterno. Quel sempre mi sapeva di eternità, oltre che di onnipotenza.

A ridimensionarmi ci pensava mio padre, dicendomi (in Piemontese): “Sei sempre più sciocco!”. Fu così che, consultando il mio vocabolario, appresi che il nostro avverbio aveva anche il significato di continua e graduale crescita di quella non invidiabile caratteristica.

Più avanti negli anni, ho detto a una ragazza “Ti amerò per sempre” – equivalente di amore eterno – ben consapevole che di eterno non c’era nulla, tant’è che ci siamo lasciati dopo pochi mesi. Un altro vocabolario, più completo, mi aveva spiegato che questo avverbio può indicare la continuità o la persistenza in un determinato periodo, anche breve. Ho ripetuto la frase alla mia fidanzata, che poi ho sposato: sono passati cinquantadue anni, quindi il periodo risulta piuttosto lungo.

Ho ripreso ad interessarmi all'avverbio alcuni anni fa, quando tutte (o quasi) le compagnie telefoniche proponevano contratti con tariffe “per sempre”. Evidentemente intendendo: fino alla prossima modifica unilaterale del contratto. Questa accezione m’è tornata alla mente venerdì scorso: una gentile signorina mi ha telefonato per propormi uno sconto sulla bolletta elettrica per sempre …

Ho quindi deciso di consultare la Crusca, scoprendo che dedica alla nostra parolina tantissimo spazio. Ho anche notato che, all’inizio della sua spiegazione, fa continuamente riferimento all’inglese ever, citando e traducendo ben otto espressioni basate su questo termine: strano (o forse ridicolo) che la prestigiosa Accademia linguistica italiana senta il bisogno di guardare oltre Manica per chiarire il significato di una parola italianissima!

Vengo ora a efficiente. Negli ultimi tempi questo aggettivo imperversa, per altro usato spesso erroneamente. Si rincorrono, in TV, in radio e sui giornali, espressioni del tipo “cura efficiente”, “vaccino efficiente” e simili. Oppure con il corrispondente sostantivo: “la comprovata efficienza della vaccinazione …”. Talvolta lo stesso parlante usa alternativamente efficiente ed efficace, come se fossero sinonimi, per la diffusa mania di non ripetere la stessa parola se non dopo almeno due minuti di eloquio, a costo di dover ricorrere a incredibili acrobazie verbali. Salvo poi spiegare che la “efficienza vaccinale” è il grado di protezione fornito dal vaccino (spesso chiamato erroneamente siero, per l’anzidetta mania) e si misura in percentuale, con riferimento all’obiettivo ideale del 100%.

Fin dal primo anno di Politecnico – or sono sessant’anni giusti – avevo appreso che l’efficienza è il rapporto tra il risultato ottenuto (prodotto, prestazione, …) e la quantità di risorse impiegate (energia, tempo, materiali, denaro, …) per realizzarlo. Mentre l’efficacia è definita come rapporto tra il risultato realmente ottenuto e quello che si sarebbe voluto ottenere (cioè l’obiettivo). Ne consegue che un vaccino, o un qualsivoglia farmaco, può essere considerato più efficiente di un altro solo se, a parità di efficacia, richiede l’impiego di una dose minore (o costa meno).

Scrivendo queste righe, sono stato assalito da un dubbio: che mai diranno, a questo proposito, i vocabolari? Ecco alcune “scoperte” alla voce efficienza:

·        Treccani: efficiènza (meno corretto efficènza) s. f. [dal lat. efficientia]. – 1. L’essere efficiente; efficacia, capacità di rendimento e di rispondenza ai proprî fini …

·        Sabatini Coletti: Competenza e prontezza nell'assolvere le proprie mansioni: e. nel lavoro; con riferimento a cose, capacità di raggiungere i risultati richiesti: controllare l'e. di una macchina …

·        Hoepli: 1 Carattere di chi, di ciò che è efficiente; capacità di produrre l'effetto dovuto: l'e. d'un motore; l'esercito è ormai in e.

·        Sapere-Virgilio: la capacità di azione o di produzione con la massima efficacia con il minimo di scarto, di spesa, di risorse e di tempo impiegati.

·        Garzanti linguistica: 1. l’essere efficiente: l’efficienza di una macchina, di un esercito |mettere in efficienza, in condizione di funzionare |essere in piena, perfetta efficienza, nella pienezza delle proprie capacità, in grado di funzionare perfettamente 2. (econ.) caratteristica del processo produttivo che assicura il prodotto maggiore a parità di risorse impiegate

·        Encyclopedia-titanica (?): L'efficienza è la virtù o il potere di ottenere un effetto. Inoltre, è l'azione con cui si ottiene quell'effetto. La parola efficienza è di origine latina efficienteĭa.

Le prime tre citazioni lasciano alquanto a desiderare: la Treccani confonde chiaramente l’efficienza con l’efficacia, quasi fossero sinonimi; Sabatini Coletti e Hoepli, con le frasi “capacità di raggiungere i risultati richiesti” e “capacità di produrre l'effetto dovuto”, danno in pratica la definizione di efficacia. La sesta definizione, forse perché titanica, … semplicemente non definisce.

Tornando alle espressioni errate, non sono soltanto opera di giornalisti, cronisti e opinionisti, ma anche di virologi, medici e scienziati vari: tutti dimentichi che la scienza si basa non solo sulla correttezza del “metodo”, ma anche su quella del linguaggio.

Concludo: la Crusca, facendo uso di ben otto espressioni inglesi per illustrare le varie accezioni di sempre, risulta magari efficace (per chi ha dimestichezza con tale lingua), ma sicuramente pecca assai sul versante dell’efficienza!

Pier Paolo Falcone


***

La lingua "biforcuta" della stampa

GIUSTIZIA

“Concorsone” per 320 posti da magistrato, idonei solo 88 candidati su 1532: “Le università non sono più in grado di formare”

---------------

Correttamente: posti di magistrato.  Treccani: 6. a. (posto, ndr)  Impiego, ufficio che costituisce l’occupazione abituale e da cui si traggono, tutti o in parte, i mezzi di sostentamento: essere alla ricerca di un p.; trovare un p.; offrire, procurare un p.; avere un buon p., un ottimo p., un p. misero, modesto; perdere, conservare il p.; ci tengo al mio p.!; seguito dalla specificazione dell’impiego:  mettere a concorso trecento p. di maestro; è vacante il p. di segretario, di redattore capo; anche con riferimento a cariche elevate: aspirare a un p. più alto; si sono presi i p. migliori; avere, occupare un p. di grande responsabilità; essere ai p. di comando.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)






 

lunedì 6 dicembre 2021

Mi ha detto: azzittati!


 Crediamo sia giunto il momento di sfatare un’altra baggianata che ci hanno insegnato a scuola, vale a dire la scorrettezza del verbo azzittare (far tacere).

Guai se qualcuno accennava la.... a, veniva subito redarguito dall’insegnante che si affrettava a correggere: Si dice zittire, bestiola! La bestiola, invece, era lui (o lei) che non sapeva che azzittare, con la variante azzittire, è, invece, forma correttissima al pari di zittire (questo, forse, più adoperato).
È il medesimo caso, insomma, del verbo scancellare che alcuni insegnati, ancora, si ostinano a ritenere errato.
Azzittare, dunque, lo troviamo in molti autori tra cui Vittorio Alfieri; inoltre è a lemma nei vocabolari (non tutti, per la verità).

***

La lingua "biforcuta" della stampa

LE NUOVE REGOLE

Green Pass, da domani la stretta: tra controlli e multe, vaccinati e non, ecco cosa cambia

-----------------

Correttamente: vaccinati e no.  Si tratta, infatti, del "no olofrastico".  Da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori, Milano 1977:

“Vuoi venire o non?”

Quanta gente, anche colta, scrive in questo modo, e non sa di sbagliare! “Che tu voglia o non, la cosa non mi riguarda”, “Che questo gli piacesse o non ci sembrava indifferente”: frasi raccolte sui giornali, fin sui libri. E sono frasi sbagliatissime, proprio da matita blu. Bisogna dire: “Vuoi venire o no?”, “Che tu lo voglia o no”, “Che gli piacesse o no”. Ed è presto spiegato il perché.

La negativa no, così fortemente tonica, riassume in sé tutto un discorso (i grammatici la definiscono parola olofrastica, come il sì affermativo): “Vuoi venire o no?”; quel monosillabo no racchiude infatti l’intera frase sottintesa “non vuoi venire?”; tanto è vero che noi possiamo anche dire distesamente “Vuoi venire o non vuoi venire?”. La negativa non, invece, non ha questo valore riassuntivo, ma è soltanto la premessa negativa di una frase che segue. Nessuno infatti alla domanda “Vuoi venire?” risponderebbe con un semplice “Non” che lascerebbe la frase in sospeso; ma risponderebbe per esteso “Non voglio venire” o userebbe la negazione “No” che riassume questa frase. Vittorini intitolò un suo libro Uomini e no, come dire “Uomini e non uomini”; “Uomini e non” sarebbe stato un titolo strafalcionato.


(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)


sabato 4 dicembre 2021

Sé, lui, loro e il... loro uso corretto

 


Si presti attenzione, quando si scrive, al corretto uso del pronome riflessivo sé: spesso si adopera, erroneamente, "lui" ("loro")  in luogo di "sé" e viceversa. Come di consueto pilucchiamo qua e là tra le varie pubblicazioni. In parentesi il pronome "giusto".

I critici, che trovano a ridire su tutto, dovrebbero, piuttosto, badare a loro (sé), perché non sono affatto perfetti; le mamme sono particolarmente felici quando i loro pargoletti cominciano a mangiare da loro (sé); le persone ambiziose vorrebbero che il mondo intero parlasse continuamente di sé (loro); se i banditi ci assalissero troverebbero davanti a loro (sé) dei  "soldati" invincibili; tutti i genitori, piú che per loro (sé), desiderano tutto il bene per i loro figli; Giuseppe fu molto contento nell'apprendere che tutti parlarono bene di sé (lui); Luigi è un curioso tipo di avaro: avaro per lui (sé), ma non per i suoi cari, ai quali non fa mancare tutto il necessario, perfino il superfluo; il celebre cantante ha con lui (sé) ottimi collaboratori.

------

Nota: il pronome sé si usa solo riferito al soggetto.

 

***

La lingua "biforcuta" della stampa

L'infermiera che ha scoperto il No Vax col braccio in silicone: "Il colore mi ha insospettito"

------------------

Meglio: di silicone, trattandosi di un complemento di materia.

*

Violenza sulle donne, sì del Cdm alle nuove misure: possibile vigilanza davanti casa, arresto per i responsabili, bracciale elettronico

 

-----------------

Correttamente: davanti a. L'avverbio davanti, con valore di preposizione, deve essere seguito dalla "a".

 

*

COVID

Scappa dall'ospedale ancora positivo: sorpreso da carabinieri in giacca e pigiama, denunciato

---------------------

I carabinieri erano in giacca e pigiama? Ecco un caso di anfibologia ("ambiguità") di cui gli operatori dell'informazione sono insuperabili maestri.








(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

venerdì 3 dicembre 2021

Le gommepiume o le gommapiume?

 


Il sostantivo gommapiuma è causa di discordia tra i vocabolaristi circa il plurale. Per alcuni è invariabile, per altri variabile (ma non ─ a nostro avviso ─ secondo le regole della formazione del plurale dei nomi composti). Tra i vocabolari consultati sono per l'invariabilità il De Mauro e il Garzanti; il Devoto Oli e il DOP non specificano; il Treccani, il Gabrielli*, il Sabatini Coletti e lo Zingarelli pluralizzano: gommepiume. Il vocabolario Olivetti è il solo ─ secondo chi scrive ─ a dare il plurale corretto: gommapiume. Il lemma in oggetto, infatti, è composto di due sostantivi dello stesso genere e i nomi cosí formati nella forma plurale mutano solo la desinenza del secondo elemento: arcobaleno/arcobaleni; cassapanca/cassapanche; gommapiuma... gommapiume.

--------

* Ritoccato?

 

***

La lingua "biforcuta" della stampa

La funivia si trasforma in minibus elettrico: il primo prototipo al mondo è di un'azienda italiana

-----------------

Il prototipo è già "primo". Correttamente: (... ) il prototipo al mondo (...). Treccani:  protòtipo s. m. [dal gr. πρωτότυπος, comp. di πρωτο- «proto-» e τύπος: v. tipo]. – 1. Primo esemplare, modello originale di una serie di realizzazioni successive (spec. con riferimento a congegni e macchine), costruito, per lo più artigianalmente, nella sua grandezza normale e suscettibile di collaudi e perfezionamenti, su cui è basata poi la costruzione in serie: il p. dei reattori supersonici; progettare, perfezionare, collaudare il p. di un motore, di una nuova autovettura o carrozzeria, ecc. Anche come agg.: elica p.; bussola p.; vettura p.; missile prototipo (..).

Lo abbiamo segnalato ai responsabili di un quotidiano nazionale ("che fa opinione") in rete, ma siamo stati ignorati...










La recensione del prof. Salvatore Claudio Sgroi, docente emerito di linguistica generale presso l'università di Catania.





(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)