giovedì 28 febbraio 2013

Sul participio passato «esatto»

Due parole, due, sul participio passato del verbo 'esigere' che, come si sa, è 'esatto' e non 'esigito'. Questo verbo, dunque, ha due significati: 'richiedere', 'pretendere' e 'incassare', 'riscuotere' e simili. Il participio passato, esatto, si adopera, però, solo nel secondo significato: la somma versata non è ancora stata 'esatta', cioè riscossa. Nell'accezione di 'pretendere', 'richiedere' e simili si ricorre al participio passato di un verbo sinonimo: 'preteso', 'voluto', 'richiesto', 'imposto': l'insegnante ha preteso (non 'esatto') che gli allievi ascoltassero la lezione stando in piedi.
Stupisce il constatare che i sacri testi grammaticali che abbiamo consultato non ne fanno menzione.

mercoledì 27 febbraio 2013

Non fare il cacàm

Questo termine, forse poco conosciuto in quanto non attestato nei vocabolari che abbiamo consultato, non è schiettamente italiano, lo riportiamo perché ci sembra perfetto per designare una persona saccente, presuntuosa. Il vocabolo è di provenienza ebraica, "kakiam", e significa sapiente. Adoperato in senso figurato acquista il significato di "presuntuoso", "saccente": Giulio, ti prego, non fare il cacàm, non ostentare, cioè, la tua 'cultura'. In lingua italiana è un sostantivo maschile invariabile: il cacàm, i cacàm.

martedì 26 febbraio 2013

Passare in cavalleria

Cortese dott. Raso,
le sarei veramente grato se nel suo impareggiabile sito trattasse del modo di dire “passare in cavalleria”. Lo sento usare spesso ma non mi è ben chiaro il senso. Grazie della sua “proverbiale” disponibilità.
Un cordiale saluto
Daniele C.
Taranto

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Gentile Daniele, l’espressione è stata trattata qualche anno fa sul “Cannocchiale” (www.faustoraso.ilcannocchiale.it); glie la ripropongo.

Appena attaccata la cornetta del telefono Giannino si rivolse alla moglie con aria mesta ed esclamò: “Ormai di quell’affare non se ne fa piú nulla, non se ne parla piú, cara, è passato in cavalleria”. Il figlio Marco, sentendo questa frase che ai suoi orecchi sonava ridicola, non potè fare a meno di chiedere spiegazioni circa l’uso e le origini. Come può un affare andare a cavallo, pensò, e soprattutto che cosa significa “passare in cavalleria”?

Si usa questo modo di dire – come i piú sanno – quando si vuole mettere in risalto il comportamento scorretto di una persona alla quale è stato prestato un oggetto che non viene piú restituito; oppure, per estensione, il comportamento non “cavalleresco” di una persona che trascura, ma soprattutto che non mantiene gli impegni presi e concordati.

Quante volte, gentili amici, vi sarà capitato di notare che un accordo preso con qualcuno non è stato rispettato e che il tutto è “passato in cavalleria”? Per contarle occorrerebbe una calcolatrice.

Ma vediamo l’origine della locuzione che ci è stata tramandata dal gergo militare. Nei tempi passati nell’arma di Cavalleria militavano, per lo piú, nobili e ricchi, mentre nella Fanteria prestavano servizio soldati di umili origini che nulla potevano contro i soprusi cui venivano sottoposti da parte dei “cavalieri”: ai fanti venivano sequestrati vesti, coperte, vettovaglie e tutto ciò che potesse rendere piú confortevole la vita militare al “cavaliere”.

Va da sé che gli oggetti “passati in cavalleria” non venivano piú restituiti ai legittimi proprietari: Di qui il passaggio di significato.



lunedì 25 febbraio 2013

Il complemento di rapporto (o di reciprocità)

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

VALE scrive:
Gentilissimi,
potreste aiutarmi nell’analisi logica di questa frase: “Marco e Andrea parlavano tra loro”? Grazie.

linguista scrive:
“Marco e Andrea” ha funzione di soggetto; “parlavano” è il predicato; “tra loro” è una locuzione avverbiale.
Marcello Ravesi

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Dissentiamo recisamente dal linguista. A nostro modo di vedere “tra loro” non è una locuzione avverbiale ma un complemento di “rapporto”. Questo complemento, forse poco conosciuto perché  si confonde con quello di “relazione”, indica la persona, l’animale o la cosa con cui si stabilisce un certo legame o rapporto: “Tra noi non ci sono segni di intolleranza”; “Tra fratelli ci si intende sempre, nonostante tutto”. Il complemento avverbiale, invece, si ha con avverbi o locuzioni avverbiali che precisano il senso di verbi, di altri avverbi, di aggettivi e di nomi: “Giulio camminava lentamente”.


sabato 23 febbraio 2013

L' «endorsement»

Eravamo fermamente convinti che la prestigiosa Accademia della Crusca fosse un'istituzione nata per la "difesa" della lingua italiana. Ci sbagliavamo. Da un po' di tempo oltre a inserire inutili anglismi nelle varie sezioni del sito, risponde anche a quesiti di carattere "barbaro".
Guardate questo collegamento:
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/si-pu-sostenere-l-endorsement

venerdì 22 febbraio 2013

Borbottare e... barbottare

Gentilissimo dr Raso,
mi è stato detto che "barbottare", verbo che non avevo mai sentito, è una variante del piú comune "borbottare". Le sarei veramente grato di una sua conferma perché la seguo fin dai tempi del "Cannocchiale".
Grazie in anticipo e un cordiale saluto.
Giovanni T.
Vibo Valentia
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Sí, cortese amico, i due verbi sono l'uno sinonimo dell'altro e hanno, per tanto, lo stesso significato. Occorre dire, però, che per alcuni Autori 'barbottare' sarebbe di uso regionale, particolarmente toscano.
Veda i seguenti collegamenti:

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=barbottare&searchfor=barbottare&searching=true

http://www.etimo.it/?term=barbottare&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=borbottare&find=Cerca

mercoledì 20 febbraio 2013

Un completo alla francese

Aldo Gabrielli, nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”, scrive che: «‘Completo’ è male usato nel significato di ‘pieno’, ‘tutto pieno’, e nelle frasi ‘al completo’, ‘al gran completo’, ch’esse sono schietti francesismi (…); qui pure dovrà dirsi: ‘intero, ‘pieno’, ‘tutto pieno’, ‘gremito’ e simili. ‘Il tram è al completo’, si dica: ‘Il tram è pieno’ (…). ‘Presto il teatro fu al gran completo’; diremo: ‘Fu gremito, fu tutto pieno, fu pieno stipato’; ‘La sala è al completo’; diremo: ‘La sala è piena, nella sala non c’è piú posto, non ci sono piú posti’; ‘Siamo al completo’; diremo. ‘Ci siamo tutti’ (…). I sarti chiamano ‘un completo’, sostantivo, quell’abito le cui parti (giacchetta e calzoni) son tutte della stessa stoffa (le donne dicono finanche ‘un completino’); e anche questo è un francesismo (…); noi diremo meglio: ‘un abito completo, un abito intero’».


Il vocabolario Gabrielli in rete, però, è di tutt’altro avviso:

«Completo
[com-plè-to]
A agg.
1 Che possiede tutte le parti necessarie; perfettamente compiuto; intero: una lista completa degli ospiti; una collezione completa; l'opera completa di un autore.
2 Che ha tutte le qualità, le doti, le caratteristiche utili per un'attività, per uno scopo: un manager c.; un atleta c.; il nuoto è uno sport c.
3 Assoluto, totale: regnava la più completa confusione; la zona ha subìto una completa trasformazione
4 Di luogo o mezzo pubblico che non ha più alcun posto disponibile: il teatro è c.
Essere al completo, registrare l'esaurimento dei posti o la presenza di tutti i partecipanti: la commissione è al c.; il cinema è al c.

B s.m.

1 Abito maschile costituito da giacca, gilè e pantaloni.
Insieme di indumenti maschili o femminili coordinati, spec. in stoffa uguale o intonata per colori e disegni: un c. di taglio classico; un c. primaverile.
Equipaggiamento apposito per la pratica di uno sport: un c. da sci.
2 Gamma, linea di oggetti diversi o accessori destinati a un uso integrato.
Completo matrimoniale, per il letto, costituito di due lenzuola doppie e due federe.
3 SPORT Concorso ippico che prevede tutte le prove agonistiche
‖ dim. Completìno».

Personalmente seguiamo quanto consiglia il Maestro nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”.

lunedì 18 febbraio 2013

Tante cose...

Vogliamo vedere, cortesi amici, alcuni usi impropri dell’idioma di Dante?  Usi non errati ma impropri – come dicevamo – e in quanto tali, a nostro modo di vedere, sono da evitare. Cominciamo con ”tante cose”, gallicismo entrato nell’uso comune come locuzione di saluto o di convenevoli, in luogo di “cordiali saluti”, “complimenti”, “ossequi” e simili. Staremmo per dire, meglio “poche cose”, ma… corrette. Come non è corretto il termine “ossequiente”. Questo vocabolo non è un deverbale, vale a dire non deriva dal verbo ‘ossequiare’, come molti erroneamente credono;  se cosí fosse sarebbe “ossequiante”. Viene dal latino “obsequente(m)”, divenuto in lingua volgare, l’italiano, “ossequente” per la legge dell’assimilazione, che è un processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale (si ‘assimila’) alla seconda. E che cosa dire di “marcare”, adoperato a ogni piè sospinto nelle accezioni di ‘registrare’, ‘annotare’, ‘rimarcare con la voce’? Il suddetto verbo, alla lettera, vale “contrassegnare con un marchio”. Nei significati sopra riportati riteniamo “piú corretto” ricorrere ai verbi ‘rafforzare’, ‘accentuare’ e simili. Ci sembra molto appropriato, invece, come sinonimo di “segnare”, nel gergo calcistico. Ma forse, ciò che abbiamo scritto, è solo una nostra pedanteria.

sabato 16 febbraio 2013

Nomi esocentrici

Probabilmente peccheremo di presunzione se scriviamo – senza tema di essere smentiti – che molte firme di spicco del giornalismo e che si… piccano di “fare la lingua” non hanno mai sentito parlare dei “nomi composti esocentrici”. Bisogna dire, però, per onestà e a loro scusante, che non tutti i cosí detti sacri testi grammaticali trattano l’argomento. Vediamo, dunque. Si dicono esocentrici – in linguistica – quei nomi composti, generalmente un sostantivo e un aggettivo, che hanno il significato nel loro interno, “dentro” (dal greco ‘éso’, ‘éiso’, “dentro”, “all’interno”). Un nome composto la cui “esocentricità” è ben visibile è ‘pellerossa’. Proprio per questo motivo alcuni Autori lasciano questo sostantivo invariato nella forma plurale: il pellerossa, i pellerossa. Per costoro, dunque, il significante è all’interno del termine: l’uomo ‘che ha’ la pelle rossa; l’uomo ‘dalla’ pelle rossa. Noi non condividiamo assolutamente e seguiamo la regola secondo la quale i nomi composti di un sostantivo (pelle) e di un aggettivo (rosso) nella forma plurale mutano le desinenze di entrambi i componenti: il pellerossa, i pellirosse.  

venerdì 15 febbraio 2013

Locale: aggettivo o sostantivo?

Ci piacerebbe conoscere - da autorità veramente competenti in materia - per quale motivo tutti i vocabolari (quelli da noi consultati) sono concordi nel contraddire il linguista Aldo Gabrielli, che sostiene il termine "locale" essere esclusivamente un aggettivo. I dizionari, invece, lo attestano anche come sostantivo. Leggiamo dal "Dizionario Linguistico Moderno" del linguista sopra citato:
«Locale, in buona lingua italiana è soltanto aggettivo: 'clima locale', 'usi locali', 'color locale' (cioè, del luogo). Sa di francesismo nel significato sostantivato di 'camera', 'stanza', 'sala', 'vano' ("una casa di tre locali" è infatti una casa di tre stanze o di tre vani)». Chiediamo lumi per il bene della lingua, ma soprattutto per il "bene linguistico" di tutti noi fruitori.

PS. Se abbiamo visto bene solo il Palazzi condanna l'uso di 'locale' in funzione di sostantivo:
«Locàle, agg. di luogo; proprio e particolare a un luogo: bisogni locali, medicamento locale, uso locale il color locale, T. art. viva e fedele rappresentazione dei luoghi e delle persone che li abitano; memoria locale, che ritiene spec. la disposizione e lo stato dei luoghi e delle cose; il treno locale, T. ferr. treno a breve percorso; sm. un fabbricato o una parte di esso; stanza, edificio: i locali scolastici; ma in questo senso è voce brutta, ripresa e da evitare. N. topico».