domenica 26 giugno 2016

Una scena "strazievole"

No, cortesi amici, non sobbalzate sulla sedia e non prendete un cardiotonico: ciò che avete appena letto è perfettamente in regola con le... regole della lingua. L'aggettivo strazievole, anche se di uso non comune, ha la medesima "dignità linguistica" di straziante. Vogliamo metterlo bene in evidenza per rincuorare, ancora una volta, un nostro carissimo amico che tempo fa, di primo mattino, ci telefonò perché suo figlio (scuola media superiore) era stato messo alla gogna dalla sua insegnante di lettere perché nel tema aveva scritto di "avere assistito a una scena strazievole". Dubitiamo, però, che il ragazzo abbia scritto strazievole consciamente. Non dubitiamo, invece, della pochezza linguistica della docente, che avrebbe potuto consultare un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana, prima di "sputare" sentenze errate (si veda qui). Strazievole, dunque, è un aggettivo correttissimo come tutti quelli composti con il suffisso "-evole" (gradevole, festevole, colpevole, amichevole ecc.). Questo suffisso si usa, infatti, per la formazione di aggettivi derivati da verbi o da sostantivi. A questo punto faremmo un distinguo - prettamente personale - circa l'uso dei due aggettivi. Adopereremo straziante nel significato proprio del verbo da cui deriva (che provoca dolore fisico o morale):assisteremo a una scena straziante (che ci procurerà dolore); strazievole, invece, quando il dolore è già stato "procurato": abbiamo assistito a una scena strazievole.

PS:. Stupisce il constatare che il Treccani in rete non attesti l'aggettivo in questione.

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La parola che proponiamo, non desueta e non attestata nei vocabolari dell'uso, è: festeria. Sostantivo femminile tratto da "festa" e vale "lusso", "pompa magna" e simili.

sabato 25 giugno 2016

La gelosia e la Persia

Sí, sembrerebbe proprio di sí: la gelosia è nata in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata. Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce (e non esser visti da occhi indiscreti); in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande. Le persiane, chiamate anche gelosie, hanno, però, una stretta relazione con la... gelosia, donde il nome, appunto. Questi serramenti, dunque, che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser... visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per ‘proteggere’ le donne che stanno in casa dagli sguardi degli uomini. Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse (non si potevano aprire, quindi) e molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni apertura della casa. Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per motivi piú “civili”, anche se ne ricordano il nome.

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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": epidittico.

venerdì 24 giugno 2016

Dare una stangata (o essere stangato)

Il ragionier Piombini era fuori di sé: aveva appena appreso che il suo collega di stanza sarebbe stato promosso al grado superiore; mentre lui, piú anziano, era fermo al settimo livello. Era invidioso, quindi, e trascorreva le giornate pensando a come poter 'stangare' il suo "amico", vale a dire a quale ostacolo frapporre per impedirgli l'avanzamento di carriera. Un giorno fu sorpreso dal figlio mentre ad alta voce diceva fra sé e sé: "devo dargli una stangata, devo dargli una stangata". Il figlio corse nel ripostiglio, prese una stanga di legno e, con aria trionfante, la porse al padre: "Ecco la stanga, papà, puoi toglierti la soddisfazione". Ci volle tutta la pazienza del padre per convincere il figliolo che egli intendeva dire una stangata metaforica. "Donde viene, allora, questo modo di dire?", chiese con evidente interesse il giovinetto. "Innanzi tutto - cominciò il padre - 'essere o venire stangato' significa ricevere un colpo, in senso figurato, da cui è molto difficile risollevarsi; subire un rovescio di fortuna; essere fermato da un ostacolo o da un provvedimento che 'taglia le gambe' in una determinata attività. Per esempio, tuo fratello ha ricevuto una stangata a scuola perché è stato bocciato; la stangata, vale a dire la bocciatura, è l'ostacolo che non ha permesso a Giulio di essere ammesso alla classe superiore". L'espressione si rifà a un'usanza antica: un tempo nei magazzini dei mercanti che dichiaravano il fallimento si inchiodava una piccola stanga di legno, con i bolli dell'ufficio preposto, per indicare che erano stati chiusi al commercio, di conseguenza i mercanti avevano cessato l'attività. Di qui, per l'appunto, l'uso figurato dell'espressione.
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Letifico è la parola che proponiamo ai nostri lettori. È un aggettivo di origine dotta, provenendo dal latino "laetificare", a sua volta da "laetus" (lieto, felice, gioioso, ridente e simili) e vale che dà conforto, sollievo, gioia, letizia, secondo il contesto.

giovedì 23 giugno 2016

La fattura e la stregoneria

Continuiamo il nostro viaggio attraverso la sterminata foresta del vocabolario alla ricerca di parole omofone (parole che hanno la medesima grafia e il medesimo suono) ma di significato diverso di cui la nostra lingua è molto ricca. Facciamo tappa al termine fattura, parola omofona, appunto, ma con diversi significati.
Quello più comune è noto a tutti; se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: «l’atto e l’effetto del fare; l’opera di artigiani in genere e lista nella quale è annotato l’importo delle spese occorse per compiere un lavoro e quello richiesto, da chi l’ha eseguito, per la sua prestazione».
Ma fattura vale anche stregoneria, malia. C’è fattura e… fattura, quindi. Questa stessa parola, dunque, come può contenere significati così diversi tra loro? La diversità è solo apparente in quanto la matrice è unica: il latino factura, tratto da factus, participio passato di facere (fare). A questo punto possiamo dire che la fattura, propriamente, è l’azione del fare.
Un sarto, per esempio, quando fattura un abito non compie l’azione del fare (un vestito)? Quindi lo… fattura. La medesima cosa vale per la fattura commerciale. Colui che compila la lista del lavoro svolto con il relativo costo non fa altro che compiere l’azione del fare… la lista. Bene. La medesima cosa fa colui che compie una stregoneria.
In origine, però, la fattura non valeva stregoneria come la intendiamo oggi, bensì fare sacrifici agli dèi, attendere alle cose sacre. E in latino si diceva, infatti, facere rem sacram, fare una cosa sacra, vale a dire compiere l’azione del fare una cosa sacra operando con la mano. Di qui il significato estensivo di compiere l’azione del fare filtri, incantesimi e via dicendo. Da questa azione è nato il verbo denominale fatturare con i relativi significati: annotare in fattura le vendite effettuate; compiere un incantesimo; affatturare e manipolare; adulterare; sofisticare; alterare una sostanza mescolandovi materie estranee.
A questo proposito occorre notare, però, che non sempre adulterare e fatturare sono sinonimi l’uno dell’altro, vale a dire che non necessariamente fatturare ha un valore negativo come il cugino adulterare. E spiega benissimo questo concetto G. Cusmano nel suo Dizionario metodico-alfabetico di viticoltura ed enologia. Vediamo.
«Un vino può essere adulterato, e può essere fatturato. Si adultera un vino aggiungendogli sostanze nocive alla salute, come acido solforico, fucsina (un colorante, ndr) ecc.; si fattura unendogli sostanze innocue alla salute, come alcol, zucchero».
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La parola che proponiamo, non attestata in quasi tutti i vocabolari dell'uso, è: nittazione. Sostantivo deverbale femminile che vale "ammiccamento", "strizzata d'occhi". È tratto dal latino "nictatione(m)", dal verbo "nictare" (battere le palpebre; in senso figurato ammiccare, strizzare l'occhio).  

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Molto migliore...
È giunto il momento di sfatare una regola - inculcataci ai tempi della scuola - secondo la quale non è corretto adoperare molto davanti ai comparativi maggiore, migliore, minore e simili. È una regola del tutto arbitraria e, quindi, da non seguire.

Molto davanti ai comparativi assume valore avverbiale con il significato di grandemente, in grande misura. Si può benissimo dire, per esempio, il tuo libro è molto migliore del mio, vale a dire è in grande misura meglio del mio.

Una prova del nove? Si può dire quel libro è molto più grande? Sì. Più grande non è un comparativo che equivale a maggiore? Si attendono smentite
...




 

martedì 21 giugno 2016

Lo spilorcio

Pregiatissimo dr Raso,
le sarei veramente grato se potesse darmi qualche notizia sull'origine di "spilorcio" che, come si sa, significa avaro. Tutti i vocabolari consultati concordano: di etimo incerto. Seguo sempre le sue "noterelle" dalle quali apprendo "cose linguistiche" che - come spesso lei fa notare - non sono riportate nei testi di lingua. Il suo lavoro, quindi, è encomiabile. Grazie se prenderà in considerazione la mia richiesta. Cordiali saluti
 Ottaviano S.
Carbonia

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Cortese Ottaviano, effettivamente l' "origine etimologica" di spilorcio è quanto mai incerta, se non sconosciuta. Ecco quanto si può leggere nel dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani.
E quanto riportano le note linguistiche al "Malmantile racquistato" (un poema burlesco, ndr): «Spilorceria: sordidezza, avarizia. (È probabile che) questa parola venga da "pilorci", che i pellicciai chiamano quei ritagli di pelle, che, non essendo buoni a mettere un'opera, gli riducono in spazzatura, la quale poi vendono per governare i terreni».

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Riguardo "a" qualcosa o riguardo qualcosa? Senza dubbio, riguardo "a". Si veda qui (Crusca).

lunedì 20 giugno 2016

Sul verbo "fare"

Due parole, due, sul verbo "fare" perché viene adoperato in tutte le sale - come usa dire - e ciò non è affatto ortodosso sotto il profilo prettamente grammaticale. Occorre dire, infatti, che l'uso del verbo fare in luogo del verbo dire, per esempio, è linguisticamente accettabile solo quando nel corso di una narrazione o di un dialogo sottintende anche l'azione del gestire e vuole esprimere il concetto o, meglio, l'idea di un intervento repentino: m'incontra per strada, per caso, e mi fa (cioè: mi dice): "Quando sei tornato?" È bene evitare - sempre che si voglia scrivere e parlare rispettando le "leggi" della lingua - alcune locuzioni in cui il verbo fare è adoperato nella forma riflessiva apparente: farsi l'automobile e simili; farsi i baffi; farsi la barba; farsi i capelli; farsi le unghie; farsi un dovere; farsi cattivo sangue; farsene una passione; farsene una malattia e tante altre. In tutte le espressioni summenzionate il verbo fare può essere sostituito, correttamente, con un altro piú appropriato. Farsi la barba, per esempio, si può sostituire con il verbo "radersi", cosí come farsi i capelli si può sostituire con "tagliarsi" i capelli.
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Ancora una parola - non a lemma nei vocabolari - che proponiamo all'attenzione dei nostri lettori: suismo. Sostantivo maschile, tratto dal latino "suus", sinonimo di egoismo.

sabato 18 giugno 2016

I borghesi son sempre cortesi?

Abbiamo visto, altre volte, che la nostra lingua è ricca di parole che con il trascorrere del tempo hanno acquisito un significato diverso da quello originario, da quello desunto dall’etimologia. Oggi vediamo la storia del borghese.
Ci affidiamo a Lodovico Griffa. I borghesi non sono cortesi? Strana domanda, direte. La cosiddetta borghesia, di solito, si vanta di essere beneducata e di mantenere rapporti con il prossimo in termini civili e cortesi. Allora perché abbiamo fatto questa domanda? Perché essa sarebbe stata assai giustificata agli inizi della nostra lingua, otto o nove secoli fa. Vediamo insieme le istituzioni e la mentalità degli uomini di quei tempi.
Cortese deriva dal latino medievale "curtensem" 
sua volta legato al sostantivo "curtem"
. Così si chiamava il castello medievale, attorno al quale sorgeva il borgo, ove abitavano i dipendenti più umili e gli artigiani, gente che non metteva piede nella corte se non per portare i prodotti del suo lavoro o per prestare i suoi mal ricompensati servigi al feudatario.
Cortese era dunque chi viveva a corte, e borghese chi viveva nel borgo. Poiché nel castello gli usi, i comportamenti, gli ideali di vita erano, secondo la mentalità di allora, civili e gentili, l’aggettivo cortese divenne sinonimo di nobile e raffinato, in contrasto con villano, abitante della villa o campagna, e di borghese, abitante del borgo.
Cortese non poteva essere, in quei tempi, chi non era ammesso a frequentare la corte. Però, a poco a poco, i borghesi perfezionarono i loro sistemi di lavoro, aumentarono i loro redditi e le loro ricchezze, ingentilirono i loro costumi, mentre i borghi divennero, a poco a poco, liberi comuni, sottraendosi alla giurisdizione del feudatario e spesso contrapponendosi a lui.
Con le ricchezze vennero anche la cultura e il potere e nuove e più raffinate abitudini di vita. Lentamente la classe borghese che, non nobile per nascita, trae potere e lustro dalla sua prosperità economica, è riuscita a emergere e a contrapporsi, come classe dirigente e colta, a quella feudale, staccandosi dalla plebe, da cui proveniva, e facendo classe a sé. Così il borghese è diventato anch’egli cortese.
A proposito di cultura è utile ricordare che c’è la coltura e la cultura (anche se alcuni vocabolari ritengono i due termini una variante reciproca). Il primo termine (coltura) si usa riferito alla coltivazione di alcuni prodotti della terra; il secondo nel significato di istruzione, civiltà.
Abbiamo, quindi, la viticoltura e la cultura libresca.
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La parola che portiamo all'attenzione dei cortesi lettori - non registrata nella quasi totalità dei vocabolari dell'uso - è il verbo, di origine dotta, ignoscere. È pari pari il latino "ignoscere" e sta per perdonare, condonare, indulgere, scusare e simili.

giovedì 16 giugno 2016

La menzogna e la bugia

Alcuni amici blogghisti ci hanno scritto pregandoci di spiegare - se esiste - la differenza che intercorre tra la bugia e la menzogna. I due termini - si chiedono i nostri cortesi interlocutori - non sono sinonimi, vale a dire non hanno press’a poco lo stesso significato? Come mai, per tanto, alcuni preferiscono la bugia alla menzogna? Gentili amici, sarebbe come domandarci per quale motivo taluni preferiscono dire "bello", talaltri, invece, "grazioso". La differenza "sostanziale" - per quanto ne sappiamo - non esiste; esiste, invece quella etimologica, nel senso che "bugia" ha origini barbare, mentre "menzogna" è schiettamente un termine italiano perché i suoi natali sono latini. Probabilmente - a nostro modo di vedere - chi preferisce usare il termine bugia (vocabolo dal "sapore bambinesco") vuole togliere alla parola quel senso di "pesantezza" che ha, invece, la menzogna. Ma, ripetiamo, è solo un nostro modestissimo parere, avvalorato dal fatto che con "bugia" si intende anche quella macchiolina bianca sulle unghie (si dice, infatti, ai bambini che si forma quando dicono le bugie) il cui nome scientifico è "leuconichia". Ma veniamo alla differenza etimologica, cominciando dal nome barbaro. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce "bugia" leggiamo: asserzione contraria alla verità. La sua origine, come dicevamo, non è squisitamente italiana ma franco-germanica: bauzia ("bausi") che significa "cattiveria", "frode", "malizia". Da bugia è stato coniato il verbo "bugiare" (dire bugie) il cui uso, però, è desueto: molti vocabolari hanno relegato questo verbo nella soffitta della lingua. Sono vivi e vegeti, invece, gli altri derivati: bugiardaggine, bugiarderia (serie di bugie) e bugiardo.
Piú complessa l’origine di "menzogna" (con la "z" aspra, come ci fa notare il DOP) tratta dal tardo latino "mentionia", da "mentiri" (mentire). Ma andiamo con ordine. Dal verbo latino "mentiri", tratto da "mens, mentis" (mente, ‘cervello’), che in origine valeva "fingere con la mente", attraverso vari passaggi sono nate le forme "mentionia" e "mentionéa", quest’ultima piú vicina alla forma attuale italiana. Chi dice una menzogna, quindi, sotto il profilo strettamente etimologico "finge con la mente", fa, insomma, un’ "asserzione contraria alla verità" (ed ecco "scoperta" la somiglianza con la bugia). Quanto alla desinenza "-ogna" (menz’ogna’) o sta per "umnia", come nel latino "calumnia", divenuta "calugna" e italianizzata "calunnia" o come finale aggettivale femminile - sempre dal latino - "-onéa", che si riscontra anche nelle voci dialettali piemontesi come, per esempio, in "ambriac-ogna" (ubriachezza) e in "tisic-ogna" (tisichezza).
Con "bugia" - è interessante - sono state coniate varie locuzioni. Si veda qui.

 

mercoledì 15 giugno 2016

C'è allettare e... allettare

Breve viaggio attraverso l’immensa foresta del vocabolario alla ricerca di parole omofone (stesso "suono", stessa pronuncia), ma dal significato diverso, facendo tappa al verbo “allettare”. In questo caso la parola, anzi il verbo, oltre a cambiare di significato cambia anche la “provenienza etimologica”. Vediamo. Il significato principe del verbo in questione è “attirare con lusinghe, piacevolezze o promesse” ed è il corrispettivo latino “allectare”, intensivo di “allicere” (‘indurre con dolcezza a qualcosa’): l’idea di una crociera mi alletta molto (si clicchi qui). C’è da dire - per onestà linguistica - che questo verbo ha perso, oggi, la natura ‘maligna’ del suo genitore (‘prendere al laccio’, quindi ‘attrarre con lusinghe’) e vale, come testé visto, “attrarre con l’aspettazione di cose piacevoli (la crociera)”. L’altro significato del verbo è quello di “costringere al letto”, ma non ha nulla che vedere con il latino “allicere” essendo di formazione - potremmo dire - piú moderna essendo composto con la preposizione “a” e il sostantivo “letto”, dal latino “lectus” (‘giaciglio’). E concludiamo il viaggio con il vocabolo “colmo”, che può essere tanto sostantivo quanto aggettivo e con due distinti significati: “parte piú alta di una prominenza” (sostantivo) e “pieno fino all’orlo” (aggettivo). L’origine, però, è un po’ diversa. Il sostantivo, che in senso figurato si adopera anche per indicare il “grado piú alto che è possibile pensare, immaginare o raggiungere” è il latino “culmen, culminis”: il colmo della vita (l’età matura). Con lo stesso nome - e chi non lo sa? - si indica anche un particolare tipo di indovinello che si risolve, nella maggior parte dei casi, in un bisticcio di parole. Per quanto attiene all’aggettivo bisogna rifarsi, invece, al participio passato sincopato del verbo colmare: colm(at)o. La sincope, è bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo di una parola. Nel caso specifico da “colmato” sono cadute la “a” e la “t” (ed è rimasto colmo).

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Ancora una parola non attestata nei maggiori vocabolari dell'uso, ma prettamente aulica: dimicazione. Sostantivo femminile che vale lotta, battaglia, guerra. È tratto dal latino "dimicatione(m)", dal verbo "dimicare" (lottare, combattere e simili, ma anche rischiare, mettere a repentaglio).

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Fiorista e fioraio, gelatiere e gelataio sono sinonimi? Qui la risposta di Riccardo Cimaglia (Crusca).

martedì 14 giugno 2016

Parole "agricole"

La nostra lingua è ricca di parole tratte dal mondo agricolo e "trasportate" in quello  cosí detto culturale, ricevendo, in tal modo, una sorta di blasonato. Non c'è uomo di cultura, quindi, che parlando o scrivendo possa fare a meno di ricorrere a parole "contadinesche" nobilitate dall'uso. Tra queste parole le piú numerose sono quelle tratte dagli alberi.  Vediamo assieme le piú comuni  e, ovviamente,  le piú conosciute (ma adoperate inconsciamente). Quando, per esempio, chiamiamo il nostro corpo "tronco" confrontiamo la struttura del tronco umano con quella di un albero. Allorché descriviamo i rapporti di parentela parliamo di "radice", di "ramo", di "ceppo" e, un po' scherzosamente, di "rampolli". E quando parliamo di cultura non ci riferiamo alla "coltura", vale a dire alla "coltivazione"? Una persona si dice colta quando "coltiva", appunto, l'animo, la mente. E cosí il "culto", che in latino valeva innanzi tutto "coltivazione" ha finito con l'acquisire l'accezione specifica di "onore reso alla divinità". E a proposito di cultura, taluni usano indifferentemente questo termine riferito all'attività dello spirito, dell'animo, della mente e a quella, chiamiamola, "campestre": la cultura delle viti. È bene fare, invece - ed è un obbligo per chi ama la lingua - un distinguo. Nel significato di educazione morale, intellettuale,  useremo "cultura" (con la "u"):  avere un'ottima cultura, una cultura mediocre; nell'accezione, invece,  di "coltivazione del terreno" adopereremo "coltura" (con la "o"): la coltura degli ortaggi, la fioricoltura, la viticoltura ecc. E per concludere queste modeste noterelle sull'uso di parole che abbiamo definito nobilitate, vediamo un vocabolo agricolo che ricorre di frequente, purtroppo, in fatti di sangue: crivellato. Non si legge, infatti, sulla stampa, che "gli ostaggi sono stati crivellati di colpi" dai terroristi? Il crivello, come si sa, è uno strumento con il quale si vaglia il grano. Crivellare di colpi vale, letteralmente, "fare tanti buchi quanti se ne possono vedere in un crivello".    
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La parola che segnaliamo all'attenzione dei lettori è: favere. Verbo di origine dotta - non "lemmato" nei comuni dizionari dell'uso - essendo pari pari il latino favere  che vale proteggere, favorire, appoggiare, promuovere, assecondare e simili.