giovedì 10 marzo 2011

«Dietro il»?


Gentilissimo dott. Raso,
a proposito del suo intervento di ieri, anche per “dietro” valgono le stesse norme di “sotto” e “sopra”? La ringrazio anticipatamente e le porgo i miei piú cordiali saluti.
Tina F.
Isernia
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Sí, cortese Tina, anche per “dietro” si applicano, press’a poco, le medesime norme di “sotto” e “sopra”. L’argomento, piú particolareggiato, è stato trattato sul “Cannocchiale”. Clicchi
QUI.



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Da “Domande e Risposte” del Treccani in rete:

Ho letto, in una recente pubblicazione a stampa, il termine “usmare”. Ne ho ricercato il significato anche sul vostro sito, ma inutilmente. Dal contesto in cui è stato usato, ho dedotto che il senso del verbo possa essere ricondotto al significato di “annusare in modo rumoroso”, tipico degli animali che, con foga e/o eccitazione, si concentrano su un oggetto o su un altro animale che ne abbia attirato l’attenzione. È corretta tale mia interpretazione?

L’interpretazione è corretta. La parola, che ha corrispettivi in molte parlate dialettali qui e là per l’Italia (si va dal calabrese settentrionale osimare al lombardo usmà), è di diffusione regionale, ma va detto che nella letteratura ha i suoi estimatori senza declinazioni localistiche. Leggendo la voce usmare nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, scopriamo che il verbo è stato usato da Carlo Emilio Gadda (nel romanzo La cognizione del dolore) e, più di recente, da Stefano Benni, nel significato per l’appunto di ‘odorare, fiutare’.

Certo, l’usmare è tipico degli animali – si pensa subito ai cani da caccia che seguono l’usta lasciata dalla preda –, ma Gadda ne fa, come ci si poteva aspettare, un uso espressionisticamente figurato: «E poi scoppia fuori in un verso che è buono solo lui di farlo, come fosse il diavolo a ridere, ai piedi d’un morto, che lo ha appena usmato e sta per beccarselo via».

Usmare ha corrispondenze anche in altre lingue d’area romanza, dice il Battaglia, citando lo spagnolo antico osmar e il portoghese usmar. Proviene da una voce latina non attestata per iscritto, *osmare, a sua volta dal verbo greco osmáomai (che deriva dal sostantivo osmé ‘fiuto’).
COMMENTI
Usmare
Il verbo si trova anche nel GDU del De Mauro. Fausto Raso da fauras- 09/03/2011 23:21:29
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Il verbo in questione è “immortalato” in numerosi
libri.


mercoledì 9 marzo 2011

«Sopra il» o «sopra al»?



Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
sopra al tavolo o sopra il tavolo?
Buongiorno!
una breve domanda: con gli avverbi sotto o sopra è obbligatorio usare la preposizione A o no?
Posso dire: Sopra il tavolo c'è un bel quadro, o devo dire Sopra al tavolo c'è un bel quadro?
Grazie mille
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Martedì, 08 Marzo 2011
Le due espressioni sono ammesse.
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Cortese Professore, dissentiamo totalmente. La norma grammaticale stabilisce che le preposizioni improprie “sotto” e “sopra” si uniscono direttamente al sostantivo senza l’ausilio di altre preposizioni: sotto il ponte; sotto gli alberi; sopra il tetto; sopra il mobile. Si impiegano, invece, le preposizioni “di” o “a” con i pronomi personali perché in questo caso “sotto” e “sopra” acquistano valore avverbiale: sotto di (a) me; sotto a (di) voi; sopra a (di) essi; sopra di (a) noi.


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Procurare

Ancora un verbo - a nostro modo di vedere - adoperato, molto spesso, impropriamente e con l’avallo di buona parte dei vocabolari. Stiamo parlando del verbo procurare, il cui significato proprio è “ottenere”, “fare avere”, “procacciare” e simili: ti procurerò il denaro necessario per il viaggio. Alcuni lo adoperano dandogli un significato che, ripetiamo, a nostro avviso non ha: “causare”, “provocare”, “arrecare”, “cagionare” e simili. Si legge, spesso, sulla stampa: «L’alluvione ha procurato ingenti danni al tetto», oppure «L’ansia gli ha procurato intere notti in bianco». In casi del genere i verbi appropriati si possono scegliere tra quelli su menzionati, vale a dire “arrecare”, “provocare”, “causare” ecc.

martedì 8 marzo 2011

SeNonché o seNNonché?


La grafia corretta della congiunzione “sennonché” è con due “n” perché il “se” dà luogo al cosí detto raddoppiamento fonosintattico (si può scrivere anche in tre parole: se non che) come si legge nei vocabolari di lingua italiana, degni di tale nome, e come riporta anche il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. A questo proposito dobbiamo constatare - ancora una volta - che i redattori del vocabolario Gabrielli in rete hanno “ritoccato” il dizionario contraddicendo il loro Maestro. Aldo Gabrielli, nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”, scrive: «’Sennonché’, questa è la grafia giusta; eppure molti scrivono, sbagliando, ‘senonché’. Il ‘se’ infatti, nei composti richiede sempre il raddoppiamento: ‘sennò’, ‘sebbene’, ‘seppure’ ecc.». Per quale motivo i “ritoccatori” del Gabrielli in rete riportano la grafia errata ‘senonché’ come variante di quella corretta “sennonché”? Speriamo che l’insigne linguista non si rivolti nella tomba. Si clicchi su sennonché. Una piccola annotazione. Forse non tutti sanno che fino a qualche secolo fa si usava fare un distinguo, per la corretta grafia della congiunzione, sulle accezioni del “sennonché”. Se aveva il significato di ‘fuorché’, ‘tranne che’ e introduceva, quindi, una proposizione eccettuativa, si scriveva con una sola “n”: non dico altro ‘senonché’ occorre fare ogni sforzo per aiutarlo; se, invece, la congiunzione aveva il significato di ‘ma’ e introduceva una proposizione coordinata, si scriveva con due “n”: sarei dovuto partire ieri, ‘sennonché’ un impegno improvviso me lo ha impedito. Oggi, nella lingua “moderna”, non si fa piú alcuna distinzione e la sola grafia corretta è con due “n”: SENNONCHÉ.
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Cortese Dott. Raso,
nel caso di "parola chiave", la forma plurale corretta è "parole chiave" oppure "parole chiavi"? La ringrazio molto per la sua attenzione.
Giovanni
(Lecce)
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Gentile Giovanni, la forma corretta è "parole chiave", vale a dire "parole (che sono la) chiave".

lunedì 7 marzo 2011

Corbellerie...


L’argomento, ci sembra, è stato trattato sul “Cannocchiale”. Se è cosí, ci scusiamo per la “ripetizione”. Lo riproponiamo per coloro ai quali fosse sfuggito, ma soprattutto perché la corbelleria di cui parliamo è dura a morire.

Dunque, cos’è una corbelleria? Tutti lo sappiamo: una sciocchezza, una stupidaggine, uno sproposito, un atto o parola da sciocco, un errore grossolano e via dicendo. Come la corbelleria riportata da alcune grammatiche - e fatta propria da certi insegnanti - sul corretto uso della congiunzione “dunque”. Le grammatiche sostengono - a spada tratta - che “dunque” essendo una congiunzione deve ‘congiungere’, appunto, due proposizioni ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere (un discorso) o per trarre una conseguenza: glie l’ho promesso, ‘dunque’ non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie. Dunque pur essendo una congiunzione si può adoperare benissimo - ed è un uso correttissimo - all’inizio di una frase o di un periodo quando si vuole riprendere un discorso interrotto, anche se è trascorso molto tempo dall’... “interruzione”. E nel nostro caso, cortesi amici, il ‘dunque’ con il quale s’iniziano le nostre noterelle è la “conseguenza” del titolo. Gentilissimi amici, vi rinnoviamo l’invito a consultare - in caso di dubbi - grammatiche non redatte da illustri sconosciuti, che farebbero di tutto per poter pubblicizzare le loro “opere” comodamente seduti nei vari salotti televisivi. Mai la cultura, quella con la “C” maiuscola, è scesa cosí in basso! Ma tant’è.
E torniamo alla corbelleria i cui natali non sono certamente nobili. Il termine, infatti, è il derivato di corbello, cioè di cestino e attraverso un processo semantico (e potremmo dire anche per somiglianza) ha acquisito l’accezione eufemistica di “coglione” (si perdoni la volgarità, ma la lingua è fatta anche di queste cose) e gli organi genitali, chissà perché, nell’opinione popolare sono sinonimo di stupido, di sciocco. Possiamo benissimo rivolgerci a una persona sciocca, quindi, apostrofandola con un “sei un bel corbello”, cioè uno stupido. E in questa accezione abbiamo anche il femminile “corbella”: Giovanna, sei proprio una corbella!
Corbelleria, dunque, nel significato di “cosa fatta o detta per leggerezza, senza pensare alle conseguenze” è un termine adoperato anche dal principe degli scrittori, il Manzoni, il quale scrive: «Alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato d’un uomo per tutta la vita». Ma non basta. Il corbello, nel significato di sciocco, ha partorito il verbo - poco conosciuto e di uso popolare - “corbellare”, vale a dire ‘beffare’, ‘canzonare’, ‘prendere in giro’, ‘ingannare’. In questa accezione abbiamo due bellissimi esempi, rispettivamente del Giusti e del Nievo: «Seguitando a corbellar la fiera, Verrà la morte, e finiremo il chiasso»; «Balzava a sedere sul letto dandomi dei grandi scappellotti e godendo di avermi corbellato col far le viste di dormire».


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Nominativo - questo termine, propriamente, sta per "elenco contenente piú nomi". Ne sconsigliamo decisamente l'uso in luogo di "nome". Diremo, correttamente, che le forze dell'ordine hanno preso i "nomi" dei fermati e hanno dato i "nominativi" all'autorità giudiziaria.

domenica 6 marzo 2011

«CassApanche» o «cassEpanche»?


Abbiamo notato, con un certo stupore, che la quasi totalità dei vocabolari sostengono (o sostiene, se preferite) che il plurale di “cassapanca” può essere tanto “cassapanche” quanto “cassepanche”. A nostro modo di vedere disattendono una regola grammaticale secondo la quale i nomi composti di due sostantivi dello stesso genere (cassa, femminile e panca, femminile) formano il plurale mutando la desinenza solo del secondo componente. Avremo, quindi, “cassapanche”. Questo il solo plurale legittimato dalla norma, cosí come riporta anche il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. E come sostiene, altresí, un “padre della lingua”, Aldo Gabrielli, dove nel suo “Dizionario linguistico Moderno” si può leggere: «Se i due sostantivi hanno il medesimo genere (entrambi maschili o entrambi femminili), di regola modificano nel plurale solo il secondo elemento: p. es., l’arcobaleno, gli arcobaleni; la cartapecora, le cartapecore; il pescecane, i pescecani; la madreperla, le madreperle...». Vediamo anche il vocabolario Gabrielli in rete cliccando su cassapanca.

sabato 5 marzo 2011

Capitolare...


Cortese dott. Raso,
la seguo da tempo e trovo le sue “noterelle” oltre che interessanti utilissime e impareggiabili. Le scrivo per una curiosità. Perché si dice “capitolare” quando qualcuno si arrende al nemico? Che cosa c’entrano i capitoli?
Grato se vorrà rispondermi.
Cordialmente
Ottavio L.
Ravenna
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Gentilissimo Ottavio, le potrà sembrare strano, ma i capitoli, in un certo senso, c’entrano. Il vocabolo in questione, inoltre, oltre che verbo è anche aggettivo e sostantivo. Molto meglio di me, le “risponderanno” Ottorino Pianigiani e Aldo Gabrielli, cliccando su capitolare .

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«In parte a...»

Un articolo di Matilde Paoli (dell’Accademia della Crusca).



venerdì 4 marzo 2011

«Cuccubeoni»


No, gentili amici, siete in errore se pensate che questo vocabolo, finendo in “-oni”, faccia parte di quella schiera di avverbi tipo “pulcelloni” (di cui ci siamo occupati ieri) ripudiati dai vocabolari perché bollati come desueti e... inutili. In lingua nessuna parola è “inutile”. Dobbiamo, però, rassegnarci di fronte a questo stato di cose e aprire il nostro “cuore” al progresso linguistico che - come tutti i processi - è inarrestabile. Guai, se cosí non fosse. Ci dispiace, però - e non vorremmo essere ripetitivi - constatare il fatto che in nome del progresso, linguistico naturalmente - i dizionari chiudano le porte a molte parole che nel corso dei secoli hanno fatto la storia della nostra lingua. È il caso di “cuccubeoni” (meglio “cuccubeone”) - non piú riportato da buona parte dei vocabolari, appunto - che quando è nato indicava una maschera carnevalesca, “di moda” nella Firenze medicea. L’etimologia non è molto chiara, anzi sconosciuta. Si sa che è un nome, scaturito dalla fantasia popolare, con il quale si indicava una maschera mostruosa e da far paura, come ci è dettagliatamente descritta dal Lasca, pseudonimo dello scrittore fiorentino Anton Francesco Grazzini (uno dei fondatori dell’Accademia della Crusca), nella novella sesta della seconda “Cena” (raccolta di 12 novelle, raccontate in tre serate da cinque giovani e cinque donne e che hanno per argomento beffe, avventure d’amore, storie comiche e tragiche):
«E in su la vetta della croce era una mascheraccia contraffatta, la piú spaventosa cosa del mondo, la quale in cambio d’occhi aveva due lucerne di fuoco lavorato, e cosí una per bocca, che ardevano tutte, e gettavano una fiamma verdiccia molto orribile a vedere; e mostrava certi dentacci radi e lunghi, con un naso schiacciato, mento aguzzo, e con una cappelliera nera ed arruffata, che avrebbe messo paura, non che a Caio e al Bevilacqua, ma a Rodomonte e al conte Orlando; e in su quelle pile vuote che riescono in Arno rasente le sponde, l’uno di qua e l’altro di là stavano cosí divisati in agguato e alla posta; e questi animalacci cosí fatti erano allora chiamati ‘cuccubeoni’».
Questi “cuccubeoni”, dunque, erano acconci a ordire beffe e quindi “utili” in qualunque stagione della Firenze dei Medici: andavano a spreco durante il carnevale, frammisti ad altri animalacci mostruosi allestiti per l’occasione. Il termine piacque moltissimo e fu affibbiato per secoli alle persone dall’aspetto poco... rassicurante e registrato nei vocabolari fino a quando - non si sa perché - qualche “Pierino della lingua” decise, ‘motu proprio’, che il vocabolo era superato dai tempi e andava, quindi, messo in soffitta. Noi, ci sia consentito dirlo, non la pensiamo affatto cosí e riteniamo che i vocabolari debbano attestare tutti i termini del nostro idioma e specificare, eventualmente, che si tratta di una voce desueta.
E a proposito di voci desuete, come non ricordarne un’altra - anch’essa relegata in soffitta - che si riferiva a persone che potremmo definire mostri: “tantafèra”. Vediamo assieme la sua nascita e la sua... morte. Questo termine, dunque, presenta due accezioni distinte (una sola, però, snobbata dai compilatori dei vocabolari). La prima si ricollega a “cuccubeoni” perché con “tantafèra” si indicava uno spauracchio ch compariva nelle mascherate del carnevale. Sempre secondo il Lasca sarebbe un nome composto con ‘tanta’ e con ‘fera’ in cui ‘tanta’ sta per ‘sí grande’ e ‘fera’ per ‘fiera’, cioè animale. Alla lettera, quindi, la “tantafèra” è una ‘grandissima fiera’, cioè un animalaccio, un mostro. L’altra accezione - questa sí registrata nei vocabolari - si riferisce a una persona che potremmo definire logorroica in quanto la tantafèra (o tantaferàta) è un ragionamento, un discorso lungo e noioso, vuoto e sconnesso. I lettori toscani dovrebbero ben conoscere questa voce popolare nata nella loro terra, anche se l’etimologia è incerta e non ha nulla che vedere con l’altra tantafèra, cioè con l’animale. Secondo alcuni linguisti proverrebbe dalle voci tedesche “tand”, inezia, e “thuhe”, carrettata. Alla lettera, dunque, tantafèra o tantaferàta varrebbe “una carrettata d’inezie”. Proprio come le “carrettate” di coloro che parlano a lungo e a sproposito.
Libri in cui si può trovare
cuccubeoni.

giovedì 3 marzo 2011

«Single»? No, pulcelloni


La maggior parte degli amici che ci seguono resteranno - o se preferite resterà - con gli occhi “stranulati” alla vista del titolo in oggetto: pulcelloni. E hanno perfettamente ragione in quanto nessun vocabolario (in nostro possesso) attesta questa voce, che non è affatto inventata e non fa parte, quindi, dei cosí detti neologismi. Resteranno con il famoso dubbio amletico se non ci affrettiamo, per tanto, a spiegare loro il significato e naturalmente l’origine del termine. Prima, però, soffermiamoci un attimo (non “attimino”, per carità, dio ce ne scampi e liberi) su “stranulato” per portare a conoscenza dei nostri lettori una figura grammaticale poco conosciuta: la “metatesi”, vale a dire l’inversione di lettere o fonemi all’interno di una parola. Letteralmente significa “trasposizione”, derivando dal greco “metàthesis”, tratto da “metatihènai” (trasporre). Abbiamo, quindi, per metatesi: drento per dentro; spengere per spegnere; straporto per trasporto e... stranulato per stralunato. Con l’occasione invitiamo i moltissimi “soloni della lingua” a non sedere a scranna per ritenere strafalcioni quelle parole che in realtà sono solo termini “metatesistizzati” . E torniamo a “pulcelloni”, che appartiene a quella schiera di avverbi in “-oni” che la storia della lingua ha condannato come desueti. Gli unici sopravvissuti sono “bocconi”, “carponi”, “tentoni”, “cavalcioni”, “ginocchioni”,
“penzoloni” e pochissimi altri; tutti adoperati, però, in modo errato facendoli precedere dalla preposizione “a”: a cavalcioni, a tentoni ecc. Gli avverbi non hanno alcun bisogno di essere “sorretti” dalla preposizione. Si dice, per caso, Pasquale camminava “a lentamente”? Perché, dunque, dobbiamo sentire una bestemmia linguistica come “a cavalcioni”? Ma non divaghiamo e torniamo a pulcelloni, che anticamente si riferiva all’amaro tempo (oggi, fortunatamente, non è piú cosí) del nubilato: quella donna ha vissuto tutta la vita pulcelloni, vale a dire senza marito. È veramente una iattura che la lingua “moderna” abbia messo in soffitta gli avverbi in “-oni” - ritenuti superati dal tempo - privilegiando i termini stranieri che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, inquinano in modo considerevole l’idioma di Dante e di Manzoni. Si dirà: la lingua, come tutte le cose, invecchia e occorre dare spazio a vocaboli nuovi. Giustissimo, ben vengano i nuovi termini, purché siano italiani, non barbari. Che bisogno c’è di dire, infatti, che quella donna vive “single” quando avevamo un avverbio, o se preferite un vocabolo, tutto italiano che rendeva perfettamente l’idea della donna non sposata, “pulcelloni”, appunto? Ma tant’è. Arrendiamoci, dunque, al “progresso linguistico” ma condanniamo fermamente il barbarismo dilagante. È assurdo, infatti, il dover constatare il fatto che molti giovani di oggi (ma non solo essi) conoscano perfettamente (quasi) la lingua di Albione e restino “atterriti” davanti a parole come “sdraioni”, “gironi”, “brancoloni”, “sdondoloni”, tutti avverbi - come pulcelloni - ritenuti da alcuni lessicografi non degni di essere “lemmati” nei vocabolari (non tutti i dizionari, infatti, li registrano). Non crediamo di bestemmiare se sosteniamo che anche essi - per la parte che loro compete - sono altamente responsabili dell’impoverimento della nostra lingua. E a proposito di pulcelloni - che etimologicamente viene da “pulcella” (fanciulla) - sentite quanto scrive il trecentista Donato Velluti (“Cronica domestica”): “...Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono; stettono un gran tempo pulcelloni, con isperanza di marito...”. Oggi “vivere pulcelloni”, che significa anche “non avere alcun rapporto matrimoniale”, sembra non avere piú importanza, ma quando l’avverbio “nacque” ne aveva (e come!) tanto che fu coniata anche un’altra parola (riferita sia agli uomini sia alle donne) per indicare le persone non sposate: pinzochero (con il femminile pinzochera) termine fortunatamente non ripudiato dai vocabolari. L’etimologia della parola è incerta: forse da “bizzoco”, membro d’una setta che seguiva la regola di S. Francesco, ma vivendo da eremita. Per estensione, quindi, il termine passò a indicare tutte le persone che non erano sposate in quanto “spiritualmente” vivevano da eremita. Si clicchi QUI.

mercoledì 2 marzo 2011

Procedere...


Ancora un verbo, procedere, che a nostro modo di vedere viene spesso adoperato in modo improprio, se non errato. Procedere, dunque, significa “inoltrarsi”, “proseguire”,
“avanzare” e simili: in questo tratto di strada bisogna procedere in fila indiana. Spesso, dicevamo, si usa con un significato che non ha: “provvedere”, “disporre”, “occuparsi”, “procurare”, “dotare”,
“corredare” e simili. Quest’uso “distorto” del verbo procedere si riscontra soprattutto nel linguaggio commerciale: la informiamo che abbiamo proceduto a spedirle quanto da lei richiesto. In buona lingua si dirà: abbiamo provveduto alla spedizione; abbiamo disposto la spedizione o locuzioni similari. I vocabolari, però, ci.... smentiscono. Ma tant’è.
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Siamo rimasti esterrefatti nel vedere che ci sono "scrittori" che... scrivono quoio.

martedì 1 marzo 2011

Pomodori «pelati»


Gentile dott. Raso,
la ringrazio immensamente per la tempestiva ed esauriente risposta circa l’origine della locuzione “perdere la sindèresi” (domenica 27 scorso). Approfitto della sua non comune disponibilità per un altro quesito. In un supermercato della mia città mi ha colpito un cartello che recitava: “Offertissima! Tre scatole di pomodori pelati al prezzo di una”. Non si dovrebbe dire “pomodori sbucciati”? “Pelare” non significa togliere i peli?
Grazie
Severino O.
Lecce
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Sí, cortese Severino,
pelare significa “togliere il pelo”. L’argomento è stato già trattato. Clicchi su questo collegamento.
Interessante, in proposito, vedere la grafia e il plurale corretti di pomodoro.