Due verbi quasi identici, due mondi lontanissimi: come riconoscerli, usarli bene e non confonderli mai più
Capita spesso, anche a chi ha una buona padronanza della lingua di Dante, di imbattersi in coppie di sintagmi quasi identici nella forma ma profondamente diversi nel significato. Avallare e avvallare sono un caso emblematico: una sola consonante fa cambiare il tutto. La loro somiglianza grafica induce molti a confonderli, ma la loro storia e i loro ambiti d’uso non potrebbero essere più distanti. Capire bene da dove provengono e come si usano permette di evitare equivoci e, soprattutto, di apprezzare la precisione della nostra amata lingua. Vediamo.
Avallare, con una sola “v”, appartiene al linguaggio della garanzia e dell’approvazione. Il verbo deriva da avallo, termine tecnico del diritto cambiario che indica la garanzia prestata su un titolo di credito. A sua volta avallo proviene dal francese aval, voce specialistica che significa proprio garanzia cambiaria. Da questo significato tecnico si è sviluppato l’uso figurato moderno: avallare una proposta, un’idea o una decisione significa sostenerla, approvarla, accreditarla. Chi avalla si assume una responsabilità, dà il proprio supporto, conferma la validità di ciò che approva. È un verbo che porta con sé un senso di impegno e di autorevolezza.
Avvallare, con la doppia “v”, ha tutt’altra origine e tutt’altro campo semantico. Qui la radice è chiarissima: valle. Il verbo significa rendere simile a una valle, cioè scavare, infossare, abbassare; nella forma pronominale, avvallarsi, indica un terreno o una superficie che cede, si incurva, si abbassa. È un verbo concreto, legato alla morfologia del suolo, alle deformazioni, agli abbassamenti. Dove avallare dà sostegno, avvallare crea un avvallamento; dove il primo approva, il secondo fa sprofondare. Questa contrapposizione, curiosamente, è diventata un ottimo trucco per ricordare la differenza.
Gli esempi chiariscono subito il quadro. Si avalla una cambiale, si avalla un progetto, si avalla una dichiarazione. Ma si avvalla un terreno dopo un’alluvione, si avvalla una strada dissestata, si avvalla un pavimento che non regge più il peso. Confondere i due verbi può generare effetti involontariamente comici: dire che “il direttore ha avvallato la proposta” fa immaginare un funzionario che, invece di approvarla, la fa... sprofondare.
Un piccolo aneddoto circolava tra i correttori di bozze (quando gli editori dei giornali non li avevano ancora “ammazzati”): in un vecchio articolo, un giornalista scrisse che un ministro “aveva avvallato il provvedimento”, intendendo criticarlo. Il correttore, convinto che fosse un errore ortografico, cambiò in “avallato”. Il risultato fu che la frase, nata per essere sarcastica, divenne improvvisamente elogiativa. È un esempio perfetto di quanto una consonante (o una vocale) possa ribaltare il senso di un testo.
In conclusione, avallare e avvallare sono due verbi che si sfiorano nella grafia ma divergono radicalmente nel significato. Il primo approva, il secondo abbassa. Ricordarlo è semplice: avallare viene dall’avallo, la garanzia; avvallare contiene la valle, e dunque porta verso il basso. Una piccola differenza ortografica che vale la pena custodire, perché cambia tutto.
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“Chi nasce tondo non muore quadrato”
Tra i numerosi proverbi che costellano la tradizione italiana, “chi nasce tondo non muore quadrato” è uno dei più emblematici nel rappresentare una visione del carattere umano come qualcosa di stabile, quasi immutabile. La sua forza non sta soltanto nella vivacità dell’immagine, ma nella pretesa di universalità che porta con sé: l’idea che ciò che siamo alla nascita - o, più realisticamente, ciò che diventiamo nei primi anni di vita - ci accompagni fino alla fine. È un’affermazione che, pur essendo formulata in modo semplice, apre un ventaglio di questioni complesse, che meritano di essere “esaminate” con attenzione.
Il proverbio nasce in un contesto culturale in cui la trasformazione personale era percepita come rara e difficile. Le comunità tradizionali, fondate su ruoli sociali rigidi e su un forte senso di continuità, tendevano a interpretare il comportamento umano come prevedibile e coerente. In questo quadro, l’immagine del “tondo” e del “quadrato” non è una descrizione fisica, ma un modo per affermare che la natura profonda di una persona non può essere radicalmente alterata. È interessante osservare che, sul piano materiale, un oggetto tondo può effettivamente diventare quadrato: basta lavorarlo, tagliarlo, trasformarlo. Ma è proprio questa possibilità concreta che mette in luce la natura metaforica del proverbio, che non parla di oggetti, bensì di esseri umani e dei loro limiti interiori.
L’argomentazione implicita nel detto si fonda su un presupposto: esistono tratti caratteriali così radicati da resistere a ogni tentativo di cambiamento. È un’idea che, pur essendo stata messa in discussione dalla psicologia contemporanea, conserva una sua forza intuitiva. Chiunque abbia osservato per anni il comportamento di una persona nota come alcune inclinazioni - la tendenza alla puntualità o al ritardo, la generosità o l’egoismo, la calma o l’irruenza - tendano a ripresentarsi con una costanza sorprendente. Il proverbio, dunque, non pretende di descrivere una legge naturale, ma di registrare un’esperienza comune: la difficoltà di modificare ciò che percepiamo come parte essenziale di noi stessi.
Tuttavia, una lettura più critica invita a interrogarsi sui limiti di questa visione. Se è vero che alcuni tratti sembrano permanenti, è altrettanto vero che le persone cambiano, talvolta in modo profondo. Le esperienze, le relazioni, le responsabilità, persino le crisi personali possono trasformare il modo in cui ci comportiamo e interpretiamo il mondo. Ridurre l’essere umano a una forma immutabile rischia di diventare una profezia che si “autoavvera”: se crediamo che nessuno possa cambiare, smettiamo di aspettarcelo, e così facendo limitiamo la possibilità stessa del cambiamento.
Il proverbio, dunque, può essere interpretato in due modi. Da un lato, come un monito realistico: non è saggio riporre aspettative irrealistiche, perché il carattere ha una sua inerzia. Dall’altro, come un’espressione di fatalismo che, se presa alla lettera, rischia di negare la complessità e la plasticità dell’essere umano. La sua utilità dipende dal contesto in cui viene pronunciato: può essere un commento ironico, un invito alla prudenza, o un modo per accettare con indulgenza i limiti altrui. Ma non dovrebbe diventare una giustificazione per rinunciare alla possibilità di crescere.
In definitiva, “chi nasce tondo non muore quadrato” è un proverbio che riflette una visione del mondo antica ma ancora presente, una visione che riconosce la forza delle abitudini e delle inclinazioni personali. La sua persistenza nel linguaggio comune dimostra quanto sia radicata l’idea che la natura umana sia resistente al cambiamento. Tuttavia, proprio la consapevolezza di questa resistenza può diventare il primo passo per superarla: comprendere ciò che sembra immutabile è spesso il modo migliore per iniziare a trasformarlo.
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