domenica 22 marzo 2026

Le due sorelle del Bosco delle Parole

 Favola didattica su un equivoco antico quanto elegante












Nel vasto e ordinato Bosco delle Parole, dove ogni lessema custodiva una storia precisa, vivevano due sorelle quasi omonime: Disamina (da dis- + examen, “esame, vaglio”) e Disanima (da dis- + anima, “togliere l’anima, scoraggiare, fiaccare lo spirito”).

Erano simili nell’aspetto, entrambe composte e gentili, ma profondamente diverse nella natura. Eppure, da secoli, gli abitanti del bosco - e perfino alcuni studiosi frettolosi - continuavano a confonderle. Bastava una m al posto di una n per cambiare il senso di un’intera frase.

Disamina era nota per la sua calma metodica. Portava con sé una piccola lente d’ingrandimento, eredità di un avo illustre: Examen, l’antico strumento romano per pesare con precisione. Da lui aveva preso il rigore e il gusto per l’analisi ordinata. Quando qualcuno le chiedeva aiuto, lei rispondeva con voce ferma:
«Procediamo punto per punto».

Era nata per scomporre, distinguere, chiarire. Nessuno, nel bosco, sapeva “districare” un problema come lei.

Disanima, invece, era gemella nell’aspetto ma opposta nella vocazione: dove Disamina rischiarava i fatti, lei mostrava quanto l’animo possa farsi greve. Il suo passo era più lento, e lo sguardo si velava come chi sente il coraggio affievolirsi.

Non portava strumenti, perché il suo lavoro non richiedeva oggetti: bastava la sua presenza per far percepire la stanchezza, la sfiducia, il venir meno del "vigore spirituale". Quando un animale era turbato, lei lo accoglieva con un semplice:
«Raccontami, caro, cosa ti grava?»

Il suo “dono” - o il suo destino - era quello di far emergere la fragilità dell’animo quando si lascia sopraffare.

Un giorno, nel bosco si diffuse un aneddoto che ancora oggi viene citato nelle scuole di linguistica. Un giovane Gufo, studioso ma precipitoso, aveva inciso su una corteccia:
«Farò una disanima del problema che mi è stato sottoposto».

Le due sorelle, passando di lì, lessero la frase.
Disanima impallidì:
«Io? Analizzare un problema? Non ne sarei capace. Io semmai lo appesantirei».

Disamina, con un sorriso indulgente, aggiunse:
«E io non potrei mai fiaccare un animo come fai tu, sorella mia».

Il Gufo, mortificato, corresse subito la scritta sulla corteccia e da allora ripeté a tutti che la somiglianza dei nomi è un inganno, non una parentela semantica.

La vera confusione esplose qualche tempo dopo, quando la Volpe e il Tasso litigarono per una tana contesa. La Volpe, agitata, corse dalla prima sorella che incontrò e disse:
«Disanima, ho bisogno che tu analizzi questa faccenda».

Disanima, con la sua consueta voce velata, rispose:
«Posso solo mostrarti quanto questo litigio ti stia logorando. Ma non posso ordinare i fatti. Per questo devi cercare mia sorella».

Poco dopo, la Volpe trovò Disamina e le chiese:
«Puoi tirarmi su di morale?»

La sorella analitica scosse la testa:
«Posso aiutarti a capire come è nato il litigio, ma non a risollevare il tuo spirito. Per quello - ahimè - c’è Disanima, che lo spirito lo mette alla prova».

Fu allora che le due sorelle decisero di parlare al Bosco intero per chiarire i loro compiti. Salirono su un ceppo antico e, con voce chiara, dichiararono:

«Io sono Disamina (da examen). Il mio compito è analizzare, esaminare, distinguere. Servo quando occorre capire».

«Io sono Disanima (da anima). Il mio compito è fiaccare, scoraggiare, togliere vigore. Servo quando occorre riconoscere la stanchezza dell’animo».

Da quel giorno, nel Bosco delle Parole nessuno le confuse più.

E la Volpe, che aveva imparato la lezione meglio di tutti, ripeteva ai giovani animali:

Quando cerco chiarezza, chiamo Disamina.
Quando sento venir meno il coraggio, so che è passata Disanima.

E così, grazie a due sorelle paronime ma profondamente diverse, il Bosco delle Parole ricordò che la lingua non è solo suono: è storia, radice, funzione.
E che basta una m o una n fuori posto per stravolgere il senso di un’intera frase.

La lingua non sbaglia: siamo noi che, cambiando una consonante, cambiamo il mondo.

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Ruolo di o ruolo da?

Due parole, due, sul sostantivo ruolo perché tutti gli operatori dell’informazione, anche le cosiddette grandi firme continuano, sbagliando orrendamente, a farlo seguire dalla preposizione “da”: ruolo da protagonista.
Eppure la questione è limpida: ruolo vuole la preposizione di, perché introduce un normalissimo complemento di specificazione, quello che definisce la funzione, la qualifica, l’identità del ruolo stesso. Dire “ruolo di protagonista” significa precisare la parte o la mansione assegnata; dire “ruolo da protagonista” significa invece evocare un “quasi”, un “come se”, "un’aria da", un’attitudine che non coincide affatto con la funzione.

La differenza è la stessa che passa tra avere un carattere da “leader” e avere il ruolo di “leader”: nel primo caso si parla di qualità, nel secondo di incarico. Così come una voce da soprano non è il ruolo di soprano in un’opera. La preposizione da introduce una somiglianza, un’attitudine, una predisposizione; di introduce l’identità della funzione, e lo fa proprio attraverso il complemento di specificazione.

Ecco perché “ruolo da protagonista” è un errore doppio: grammaticale e logico. Il protagonista non è un’attitudine, è una funzione narrativa precisa. Scrivere “ruolo da protagonista” equivale a dire “ruolo che ha le caratteristiche del protagonista”, non “ruolo del protagonista”. È lo stesso scivolone che si avrebbe con ruolo da padre o ruolo da arbitro: suona male perché è sbagliato.

La regola è semplice e non ammette eccezioni: se parli della funzione reale, usa di; se parli di una qualità o di un’attitudine, usa da. Tutto il resto è rumore linguistico, e purtroppo i giornali ne producono ancora in quantità industriale.

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Degustiere, neologismo nato dal verbo degustare combinato con il suffisso “-iere è proposto per sostituire il barbaro e quasi offensivo “sommelier”. Il degustiere è il professionista che conosce i vini, li seleziona, li racconta e li serve con competenza sensoriale e culturale. Non un semplice “versatore”, ma un interprete: colui che traduce un vitigno, un’annata, un territorio in un’esperienza. La parola, tutta italiana, asciutta e armoniosa, restituisce l’idea di una professione fondata sulla cura e sull’intelligenza del palato, senza alcuna patina esotica.




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