Un viaggio tra etimologia, uso e un caso che ha fatto scuola
Dopo aver esplorato la differenza tra avallare e avvallare, due verbi che si distinguono per una sola consonante ma cambiano radicalmente di significato, vale la pena soffermarsi su un’altra coppia che, pur non essendo (quasi)omografa, come avallare e avvallare, crea spesso incertezza nell’uso quotidiano: rendere e restituire. A un primo sguardo sembrano quasi sinonimi perfetti, tanto che nella lingua di tutti i giorni vengono usati come se fossero intercambiabili. Eppure, basta osservarli con un po’ più di attenzione per scoprire che tra i due corre una differenza sottile e affascinante, una differenza che riguarda non solo il significato, ma anche la direzione del gesto che evocano. Rendere è un verbo che apre, che trasforma, che produce effetti; restituire è un verbo che chiude, che riporta, che rimette ordine. È come se uno guardasse avanti e l’altro guardasse indietro.
Le loro etimologie raccontano già molto di questa divergenza. Rendere deriva dal latino reddĕre, formato da re- (“indietro”) e dare (“dare”). Curiosamente, però, nel passaggio all’italiano il verbo ha ampliato enormemente il suo significato: da un originario “dare indietro” è diventato un verbo capace di esprimere trasformazione, risultato, espressione, resa linguistica. Restituire, invece, viene da restituĕre, che significava “ristabilire, rimettere al suo posto”. E infatti il verbo italiano ha conservato questa impronta di ripristino, di ritorno a una condizione precedente.
Nell’uso quotidiano, rendere è un verbo sorprendentemente versatile. Può significare restituire, certo, ma può anche indicare un cambiamento di stato: “La notizia mi rende felice”, “La pioggia rende l’aria più limpida”. Può esprimere un risultato: “Il lavoro rende”. Può indicare la traduzione o la resa di un concetto: “Non riesco a rendere bene l’idea”. È un verbo che aggiunge qualcosa al mondo, che modifica ciò che tocca. Restituire, invece, è più preciso, quasi giuridico: si usa quando qualcosa torna al suo proprietario, reale o simbolico. “Restituire un libro”, “Restituire un favore”, “Restituire dignità”. In tutti questi casi c’è un movimento di ritorno, un equilibrio che si ricompone.
Un episodio autentico della nostra storia linguistica illumina
bene la differenza tra i due verbi. Anton Maria Salvini, grande
erudito e traduttore fiorentino del Seicento‑Settecento,
riflette spesso nelle sue lettere sulla difficoltà di tradurre i
testi greci e latini. In una delle sue Lettere familiari
(edizione 1755), scrive una frase che è diventata quasi un manifesto
della traduzione italiana:
Io
cerco non già di restituire parola per parola, ma di rendere il
concetto nel nostro idioma.
In queste poche
parole c’è tutta la distinzione: restituire sarebbe un gesto
meccanico, quasi notarile; rendere è un atto creativo,
interpretativo, che dà nuova vita al testo. Non è un caso che, da
allora, “rendere” sia rimasto il verbo privilegiato per parlare
della traduzione come trasposizione di senso, non come restituzione
materiale.
Insomma, rendere e restituire non sono veri sinonimi: si sfiorano, a volte si sovrappongono, ma appartengono a due logiche diverse. Rendere è un verbo che produce effetti, restituire è un verbo che ripristina equilibri. E forse è proprio questa differenza a renderli così interessanti: due parole vicine, ma con due anime distinte, che ci ricordano quanto la lingua sia un organismo vivo, capace di raccontare non solo ciò che facciamo, ma anche come pensiamo.

Nessun commento:
Posta un commento