Due verbi quasi gemelli che raccontano storie lontane, tra etimologie, usi perduti e falsi amici
Annasare e annusare sono due sintagmi verbali che si somigliano al punto da sembrare quasi intercambiabili, eppure appartengono a due storie diverse della nostra affascinante lingua. La loro vicinanza grafica trae in inganno: basta una vocale per passare da un verbo pienamente vivo e comune a uno che oggi sopravvive solo in tracce regionali o letterarie. Per capire davvero perché non sono equivalenti, bisogna risalire alla loro origine e osservare come nel tempo si siano trasformati.
Ambi i verbi nascono dall’area semantica del naso, ma seguono percorsi differenti. Annusare discende dal latino nāsus (“naso”), e conserva intatto il suo significato originario: avvicinare il naso a qualcosa per percepirne l’odore. È un verbo limpido, concreto, stabile, che attraversa i secoli senza perdere la sua funzione primaria. Annasare, invece, è un derivato popolare di naso che nell’italiano antico significava proprio “annusare”, spesso con un’idea di ricerca insistita, come se il fiutare fosse un modo per orientarsi o per capire qualcosa che non si vede. Con il trascorrere del tempo, però, questo verbo è scivolato ai margini dell’uso, sopravvivendo in alcune aree del Centro-Sud e in qualche pagina letteraria. La sua somiglianza con annaspare - che significa “brancolare, agitarsi” ed è di tutt’altra origine - ha contribuito a creare un terreno fertile per gli equivoci, ma i due verbi non hanno alcun legame etimologico.
Nell’italiano odierno, annusare è il verbo pienamente attivo: indica l’atto di percepire un odore e, in senso figurato, la capacità di intuire qualcosa che sta per accadere. Si può annusare un profumo, un bicchiere di vino, un pericolo, un affare. Annasare, invece, è percepito come arcaico o regionale: può ancora significare “annusare”, ma solo in contesti specifici, spesso legati alla tradizione orale o alla scrittura letteraria. In Toscana, in Umbria o in alcune zone del Lazio, non è raro sentir dire che qualcuno “annasa l’aria” per capire se sta arrivando la pioggia; altrove, la frase suonerebbe insolita o addirittura errata.
Qualche esempio aiuta a chiarire la distanza tra i due usi. Un cane annusa la porta prima di entrare, un “sommelier” annusa un calice per coglierne gli aromi, un giornalista annusa uno scandalo prima che esploda. In un racconto ottocentesco, invece, un personaggio può “annasare il vento” per capire da dove soffia, oppure una nonna può dire di “annasare il sugo” per verificarne il profumo: sono tracce di un italiano che oggi sopravvive soprattutto nella memoria delle parole. Non mancano episodi curiosi: alla fine dell’Ottocento, un giornale toscano ricevette lettere indignate da lettori convinti che “annasare l’aria” fosse un errore, scambiandolo per annaspare. La redazione dovette spiegare che il verbo era antico e legittimo, e la polemica si spense, lasciando però un piccolo caso linguistico.
La distinzione tra i due verbi mostra quanto la lingua sia un organismo vivo, capace di conservare tracce del passato e allo stesso tempo di trasformarsi. Annusare è il verbo dell’uso quotidiano, chiaro e stabile; annasare è un frammento di storia linguistica che riaffiora qua e là, come un fossile ancora leggibile. Una sola consonante li separa, ma dietro quella consonante c’è un mondo fatto di etimologie, evoluzioni e sfumature che vale la pena conoscere.
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Si presti attenzione all’aggettivo “deleterio” che significando ‘dannoso’, ‘nocivo’ e simili è adoperato correttamente solo se riferito a cose concrete, materiali: questo luogo inquinato è “deleterio” per l’uomo. È improprio riferirlo a cose “ideali”, “intellettuali”: queste letture sono “deleterie” per i giovani. Si dirà “piú correttamente”, ‘dannose’, “diseducative” per i giovani. I vocabolari, però...
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Lettera aperta a chi c’ha la lingua stanca
Amico mio,
te scrivo perché, co’ tutto quello che ce passa
davanti ogni giorno, me sa che pure a te te serve un momento per
rimetterti in sesto. E allora lascia che te presenti un piccolo rito
quotidiano che fa miracoli: lo
Sciacqualingua.
Perché la lingua, lo sai mejo de me, è come ‘na porta: se nun la curi, s’inceppa; se nun la rinfreschi, s’encarta; e quanno s’encarta… addio chiarezza, addio figura, addio parole dette come Dio commanna.
È un gesto, è ’na abitudine, è ‘na coccola. È quell’attimo in cui te fermi, respiri, e te ricordi che pure la bocca c’ha diritto a un po’ de rispetto. È fresco, leggero, pulito: te leva la pesantezza, te porta via la stanchezza, te lascia solo la voja de parlà bene e de parlà chiaro.
E allora dimme tu: che aspetti?
Fatte sto regalo.
Prendite
un minuto, sciacqua la lingua, rinfresca la voce.
Che poi,
quanno parli, se sente.
E quanno se sente, se capisce.
E
quanno se capisce… beh, er monno t' ascorta mejo.
Con affetto,
Uno de
Roma che ama la lingua
(lettera firmata)

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