giovedì 5 marzo 2026

La lingua e il bisturi

Come eliminare «ad opera di» e restituire nitidezza al testo

Ci sono espressioni che usiamo senza pensarci, come tic linguistici che si infilano nelle frasi e si accomodano lì, tranquille, finché qualcuno non ci fa notare che stonano. «Ad opera di» è una di queste: una locuzione che sembra innocua, quasi inevitabile, e che invece porta con sé un’ombra di verbale, un eco (sic!) da corridoio ministeriale. È il tipo di formula che si insinua nella scrittura quando la scrittura smette di essere scelta e diventa automatismo. Eppure basta un bisturi - metaforico, s’intende - per restituire alla frase un profilo più nitido: «per opera di».

La differenza non è un capriccio da puristi, ma una questione di precisione e di ritmo. La preposizione per indica con naturalezza il mezzo, l’agente, la causa efficiente. È una porta che si apre senza cigolare. «Il restauro è avvenuto per opera di un noto architetto» scorre con una linearità che «ad opera di» non riesce a imitare. La prima formula ha il passo di una frase ben calibrata; la seconda trascina con sé un tono amministrativo che appesantisce anche il pensiero.

E poi c’è il gioco delle sfumature, che è il vero terreno su cui si misura la maturità di una lingua. Non tutto ciò che viene compiuto merita la stessa preposizione. Quando il risultato è positivo, la nostra tradizione ci offre un’espressione limpida: «per merito di». Quando invece l’esito è negativo, non c’è bisogno di eufemismi: «per colpa di» o «a causa di» dicono ciò che devono dire, senza veli. E «per mano di» aggiunge un colore narrativo, quasi epico, perfetto per raccontare azioni decisive, talvolta drammatiche. Ogni scelta apre una sfumatura, e ogni sfumatura racconta un’intenzione.

Curare la lingua, insomma, non è un esercizio di pedanteria, ma un atto di attenzione verso chi legge. È come preparare una stanza prima di accogliere un ospite: non si tratta di ostentare ordine, ma di creare uno spazio in cui l’altro possa muoversi senza inciampi. Scegliere «per opera di» al posto di «ad opera di» è un dettaglio, certo, ma i dettagli sono la prima cosa che si nota quando mancano. E sono anche ciò che distingue un testo che respira da uno che annaspa.

Se c’è un piacere nella scrittura, è proprio questo: scoprire che basta poco - una preposizione, un gesto minuscolo - per far brillare una frase.

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"Artistrada"

Il nome nuovo di chi accende la città con un gesto, un suono, una presenza


C’
è un momento, nelle città, in cui il quotidiano si incrina e lascia filtrare qualcosa di inatteso: un violino che si accende tra i portici, un giocoliere che trasforma un incrocio in una pista da circo, un mimo che strappa un sorriso anche al passante più distratto. Tutti noi, almeno una volta, abbiamo vissuto quella piccola sospensione del tempo. Eppure, per definire chi compie queste magie, continuiamo a usare un’espressione lunga, descrittiva, quasi burocratica: artista di strada. È curioso che una lingua ricca e precisa come quella di Dante e di Manzoni non abbia mai trovato un nome vero per questa figura, un nome che non indichi solo dove si esibisce, ma chi è, restituendole dignità, identità e riconoscimento, come accadeva un tempo con i mestieri: il falegname, il cantastorie, il burattinaio.

Chiunque abbia assistito alle improvvisazioni dei musicisti sul Ponte Vecchio a Firenze o alle acrobazie degli equilibristi nei vicoli di Napoli sa che non si tratta semplicemente di “artisti che stanno in strada”. Sono qualcosa di più: sono artistrada. Custodi di un’arte che vive solo nel contatto diretto con la città, con il suo respiro, con il suo ritmo. Proprio osservando questa mancanza di un nome proprio è nato il neologismo: dalla necessità di colmare un vuoto linguistico con una parola che sembra essere sempre esistita, ma che nessuno aveva ancora pronunciato. La fusione tra artista e strada è naturale, quasi inevitabile: non produce cacofonie, non richiede preposizioni, non appesantisce il ritmo. È una parola macedonia, come cantautore, cantattore, che conserva l’eufonia dell’italiano e restituisce compattezza a una professione che vive di immediatezza e relazione.

Sostituire una locuzione con un termine unico non è un vezzo stilistico: è un atto di riconoscimento. Dire artista di strada suggerisce una collocazione provvisoria, quasi accidentale; dire artistrada sancisce un’identità professionale. L’artistrada abita lo spazio urbano trasformandolo, rendendo la via o la piazza parte integrante della propria opera; democratizza la bellezza portandola fuori dai circuiti chiusi dei teatri e delle gallerie; sincronizza la propria arte con il transito, adattandosi al ritmo del traffico pedonale e alle atmosfere mutevoli della città. È un interprete che non si limita a esibirsi, ma dialoga con l’ambiente, con le persone, con il tempo stesso.

La forza di questo termine sta nella sua trasparenza: non richiede spiegazioni, note a piè di pagina o etimologie complesse. Chiunque lo ascolti ne coglie subito il significato. È una parola che rispetta lo spirito dell’italiano, capace di essere al tempo stesso sintetica e descrittiva. In un’epoca in cui il paesaggio urbano rischia di diventare sempre più anonimo, la figura dell’artistrada rappresenta un presidio di creatività e umanità. Accogliere questo termine nel linguaggio comune significa non solo arricchire il nostro vocabolario, ma anche tributare il giusto omaggio a chi, con il proprio talento, nobilita il grigio del selciato.

D’ora in avanti, dunque, non parleremo più solo di un’esibizione all’aperto, ma dell’opera preziosa e necessaria dell’artistrada.

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artistràda s. m. e f. [comp. di artista e strada].

  1. Artista che svolge la propria attività nello spazio urbano, trasformando vie, piazze e luoghi pubblici in scenari performativi e instaurando un rapporto diretto con i passanti.

  2. Interprete che integra l’ambiente cittadino nella propria opera, adattandosi al flusso pedonale, alle condizioni del luogo e alle atmosfere del contesto urbano.

◆ Il termine nasce come neologismo per sostituire la locuzione artista di strada, considerata descrittiva ma non identitaria, e per conferire dignità professionale a una figura centrale nella cultura urbana contemporanea.
















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




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