Accusare e imputare: la storia sottile di ciò che attribuiamo agli altri
L’uso dei verbi accusare e imputare è uno di quei casi in cui la lingua italiana intreccia storia, diritto e sfumature psicologiche. A prima vista sembrano equivalenti, ma il loro percorso etimologico e i loro impieghi mostrano differenze sottili che vale la pena conoscere per usarli con precisione.
Entrambi affondano le radici nel latino, ma da strade diverse. Accusare deriva da accusare, formato da ad- e causa: letteralmente “chiamare in causa”, “portare davanti a una causa”. È un verbo che nasce nel linguaggio giuridico romano, dove indicava l’atto di muovere una contestazione formale. Imputare viene da imputare, composto da in- e putare, cioè “calcolare”, “stimare”, “ritenere”. In origine significava “attribuire a un conto”, e solo in seguito ha assunto il valore di “attribuire una responsabilità”, mantenendo sempre un’aura più tecnica e amministrativa.
Questa differenza di origine si riflette ancora oggi nelle varie accezioni. Accusare è un verbo ampio, che può indicare l’atto formale di denunciare qualcuno per un reato, ma anche un gesto quotidiano: accusare un collega di negligenza, accusare un amico di aver mentito, accusare un avversario politico di incoerenza. Ha un’estensione semantica che va dal tribunale alla conversazione informale, fino al linguaggio figurato: si può “accusare il colpo”, cioè mostrare di aver subito un danno morale o psicologico, oppure “accusare la stanchezza”, quando il corpo manifesta i segni della fatica.
Imputare, al contrario, conserva un carattere più formale. Nel diritto penale indica l’attribuzione ufficiale di un reato a una persona: si diventa “imputati” quando l’accusa assume una forma giuridica precisa. Fuori del tribunale, imputare mantiene comunque un tono tecnico: si imputano spese, si imputano responsabilità in un rapporto, si imputano errori di gestione. È raro sentirlo in una lite quotidiana o in un contesto emotivo; difficilmente qualcuno direbbe “ti imputo di avermi ferito”, mentre “ti accuso” è perfettamente naturale.
Qualche esempio chiarisce bene la distanza: “Lo accusò di avergli rubato il portafoglio” può essere una frase detta in strada, mentre “gli imputarono il reato di peculato” appartiene chiaramente al linguaggio giudiziario. Allo stesso modo, “accusò il freddo pungente” è un uso figurato comune; “imputò il ritardo al traffico intenso” è invece un modo neutro e quasi burocratico di attribuire una causa.
Curiosamente, nella Roma antica l’accusatore era una figura pubblica e spesso ambita: chi accusava un potente poteva guadagnare prestigio o favori politici. Cicerone stesso costruì parte della sua carriera sulle accusationes celebri, come quella contro Verre. L’atto di imputare, invece, era più vicino alla contabilità e alla gestione amministrativa, e solo con l’evoluzione del diritto penale ha assunto il significato che conosciamo oggi.
Per concludere queste noterelle, accusare è un verbo elastico, capace di muoversi tra diritto, morale e quotidianità, mentre imputare è più rigido, tecnico, legato all’attribuzione formale di una responsabilità. Conoscerne la differenza permette di scegliere il tono giusto e di evitare sfumature involontarie, soprattutto nei contesti in cui precisione e chiarezza sono fondamentali.
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“Artistrada”, il nome perfetto per l’artista itinerante
Gentile direttore, in merito alla sua proposta di introdurre il termine artistrada, non posso che plaudire a una simile iniziativa di pulizia e nobilitazione linguistica.
C’è un vizio di forma nella nostra lingua, una sorta di pigrizia descrittiva che ci costringe a usare locuzioni chilometriche laddove servirebbe il colpo di fioretto di un sostantivo unico. Ci riempiamo la bocca di "artisti di strada", un’espressione che sa di verbale dei vigili urbani o di frettolosa indicazione logistica. Ma l'artista non è "della" strada come lo è un cartello stradale; l'artista "abita" la strada, la trasfigura, la accende. Non si tratta di un inutile sfoggio di modernismo, né di un termine barbaro di cui la nostra lingua, purtroppo, è infarcita.
Artistrada è una formazione squisitamente italiana, una parola aplologica che segue gli eccellenti esempi di cantautore o cartolibreria. La fusione è così naturale da eliminare la cacofonia delle preposizioni e restituire compattezza a una figura che, finora, mancava di un nome proprio che ne sancisse la dignità professionale.
Mentre il vanveriere si perde in un inutile parlottismo (due suoi magistrali neologismi) agli angoli delle piazze, l'artistrada compie un gesto di civiltà: democratizza il bello. Non è un occupante abusivo di suolo pubblico, ma un professionista del paesaggio urbano. Definirlo con un termine unico significa riconoscergli lo stesso statuto che potrebbe avere il masegnatore (altra sua squisita neoformazione) che cura le calli di Venezia.
Quando sentiamo un violino che si accende tra i portici, non assistiamo a un evento accidentale, ma all'opera di un artistrada. È un termine che brilla per trasparenza: non serve il dizionario per comprenderlo, basta l'orecchio. È una parola che "fa piazza", che crea comunità, che nobilita il grigio del selciato. D’ora in avanti, dunque, bando alle lungaggini: chiamiamoli col loro nome. Restituiamo a chi ci regala un sorriso tra un semaforo e un portone il diritto a un sostantivo che sia all'altezza del suo talento. Artistrada, insomma, è il nome perfetto per l’artista itinerante.
Severino Principini
(docente emerito di lingua italiana nei licei)
(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

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