Quando un verbo non descrive il mondo: lo crea
Parliamo spesso come se le parole fossero semplici etichette: strumenti per raccontare ciò che accade fuori da noi. Ma una parte sorprendente della lingua funziona al contrario: non descrive il mondo, lo modella. Ci sono verbi che, quando li pronunciamo nel modo giusto, non dicono qualcosa: lo fanno accadere. È qui che entrano in scena i verbi performativi.
I verbi performativi sono quei verbi che non si limitano a descrivere un’azione, ma la compiono nel momento stesso in cui vengono pronunciati. Dire prometto fa nascere una promessa; dire vieto istituisce un divieto; dire dichiaro aperta la seduta apre davvero la seduta. La parola non fotografa: interviene.
La forma è decisiva: prima persona, presente indicativo, tono diretto e contesto adeguato. Senza queste condizioni, il performativo si spegne: ti prometto che verrò funziona; ti promettevo che sarei venuto non compie più nulla. Il tempo verbale, qui, è la leva che trasforma il dire in fare.
L’etimologia rivela la natura attiva di questi verbi. Promettere viene da pro‑mittere, “mandare avanti”: la parola lancia un impegno nel futuro. Dichiarare deriva da de‑clarare, “rendere chiaro”: dire è rendere valido. Vietare risale a vetare, “impedire”: la voce stessa crea il limite. In tutti i casi, la radice latina porta con sé un gesto, non una semplice descrizione.
Qui si innesta la differenza con i verbi constativi, che invece descrivono uno stato di cose: piove, mangio, capisco. I constativi registrano il mondo; i performativi lo modificano. Ma la distinzione non è mai assoluta: anche un constativo, quando lo pronuncio, compie comunque un atto illocutorio (asserire, attestare, informare). È proprio da questa tensione che nasce la riflessione di John L. Austin, filosofo del linguaggio britannico che negli anni Cinquanta mostrò come parlare non significhi solo dire, ma fare con le parole.
Austin chiamava “felici” i performativi che funzionano davvero: serve l’autorità giusta, il contesto giusto, l’intenzione giusta. Un ti perdono detto da chi non ha titolo a perdonare è un colpo a vuoto; un giuro pronunciato senza intenzione è un abuso. La lingua, qui, non descrive: interviene.
C’è un episodio autentico, riportato nelle sue lezioni, che illumina il punto meglio di qualsiasi definizione. Austin, discutendo il celebre esempio del varo di una nave, osserva che la frase “Battezzo questa nave Queen Elizabeth” non descrive un atto: lo compie. Ma aggiunge subito che la stessa frase, detta da uno studente in un’aula universitaria, non battezza nulla. Non perché la frase sia sbagliata, ma perché manca l’autorità. È un caso di “infelicità” perfetta: parole formalmente impeccabili che non producono alcun effetto nel mondo. L’atto linguistico, per funzionare, deve essere riconosciuto da un’istituzione, da una procedura, da un contesto condiviso.
Ogni volta che un verbo, pronunciato nel modo giusto, crea un fatto nuovo nel mondo, siamo davanti a un performativo in piena regola. Parlare, qui, non è raccontare: è agire.
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Specificamente o specificatamente?
Egregio dott. Raso, seguo con costante interesse "Lo SciacquaLingua" e la sua meritoria opera di “bonifica” del nostro idioma. Le sottopongo un quesito sulla distinzione tra specificamente e specificatamente. Sebbene i dizionari li riportino spesso come sinonimi, la differente genesi (l’uno dall’aggettivo specifico, l’altro dal participio specificato) suggerisce una diversa sfumatura d’uso. In un testo che miri al massimo rigore e alla brevità, quale delle due forme è da preferire? Considera "specificatamente" un'inutile superfetazione sillabica o una variante legittima?
La ringrazio per il suo autorevole parere.
Con viva stima
Sebastiano Mangiapane
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Cortese amico, la ringrazio innanzitutto per le sue belle parole. La questione che lei pone tocca il cuore della proprietà di linguaggio, dote oggi sempre più rara, sommersa dal “parlottismo” dilagante.
Andiamo al dunque. Specificamente è l’avverbio schietto, che deriva direttamente dall'aggettivo specifico: indica ciò che è proprio di una specie, ciò che è particolare. Specificatamente, invece, è un avverbio di partecipazione, poiché ricalca il participio passato del verbo specificare. Questo indica, dunque, il modo in cui qualcosa è stato "specificato", ovvero elencato o descritto nei dettagli. Nell’uso i due avverbi sono intercambiabili, anche se con qualche sfumatura diversa (come abbiamo visto).
Per chi ama la brevità e la "pulizia" del periodo, la scelta deve cadere, senza esitazione, su specificamente. L'altra forma, appesantita da quella sillaba mediana di troppo (-ta-), sa di burocratese, di quel linguaggio paludato che ama allungare il brodo verbale senza aggiungere sostanza. Chi scrive "specificatamente" quando intende "in modo particolareggiato" compie, a mio avviso, un'inutile esibizione di “muscoli sillabici”. Spero di essere stato esaustivo.
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La lingua “biforcuta” della stampa
Le sottrazioni di opere d’arte più clamorose d’Italia
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Il titolo così formulato fa ritenere l’Italia come termine di paragone, quasi fosse: le sottrazioni più clamorose (rispetto all’Italia). In buona lingua italica: Le più clamorose sottrazioni di opere d’arte avvenute in Italia, oppure Le principali sottrazioni di opere d’arte in Italia, o ancora I furti di opere d’arte più clamorosi avvenuti in Italia.

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