Meditazioni lievemente impertinenti sulla nobile arte di sbagliare parola con eleganza
Il malapropismo è una di quelle piccole “magie linguistiche” che nascono dall’errore e finiscono con illuminare, quasi per contrasto, la precisione della parola giusta. È l’arte - involontaria, per l’appunto - di adoperare un termine per un altro, di solito simile per suono ma completamente diverso per significato. Il risultato è spesso comico, talvolta tenero, a volte rivelatore: come se la lingua, inciampando, mostrasse per un attimo la sua struttura nascosta.
Il vocabolo nasce in ambito teatrale, e non è un caso. Lo ha coniato la penna di Richard Brinsley Sheridan, drammaturgo inglese del Settecento, che nella sua commedia The Rivals inventò il personaggio di Mrs. Malaprop. Questa signora, animata dalle migliori intenzioni ma non dalla migliore padronanza del vocabolario, infarciva i suoi discorsi di termini sbagliati, scelti perché “suonavano bene”, anche se significavano tutt’altro. Il pubblico se ne innamorò, e il suo nome divenne un’etichetta: malapropism, da mal à propos, “fuori luogo”, “inopportuno”.
Il meccanismo è semplice: due parole si assomigliano, la mente ne afferra una al posto dell’altra, e la frase prende una piega imprevista. “Un triangolo isoscele” che diventa “un triangolo isotopo”, “un personaggio di spicco” trasformato in “un personaggio di picco”, “un comportamento ludico” che scivola in “un comportamento lubrico”. A volte l’effetto è irresistibile, come quando qualcuno confonde “prolifico” con “prolississimo”, o “congetturare” con “congelare”. Altre volte è quasi poetico: un bambino che dice “ho un’idea luminosa” al posto di “fulminante” crea un’immagine che non sfigurerebbe in un racconto.
Il malapropismo non va confuso con il lapsus, che è uno scivolamento psicologico, né con il gioco di parole, che è voluto. Qui l’errore è genuino, e proprio per questo rivela qualcosa del nostro rapporto con la lingua: la fiducia nel suono, la memoria imperfetta, la velocità del pensiero che precede la precisione del lessico. È un fenomeno linguistico universale, che attraversa lessici e culture, e che spesso diventa un tratto caratteristico di personaggi letterari o comici. In Italia, per esempio, la tradizione del teatro dialettale e della commedia all’italiana abbonda di scambi lessicali esilaranti, figli della stessa dinamica.
Una curiosità: i linguisti studiano il malapropismo non solo come fenomeno comico, ma come finestra sui processi cognitivi. Il fatto che gli errori avvengano quasi sempre tra parole simili per suono suggerisce che il cervello organizza il lessico anche fonologicamente, non solo per significato. Nella nostra mente, insomma, le parole stanno vicine non soltanto perché “vogliono dire cose simili”, ma anche perché “suonano simili”. Quando una viene chiamata in causa, le altre le si affollano intorno, pronte a farsi scegliere.
Forse è proprio questo che rende il malapropismo così irresistibile: è un inciampo che ci ricorda quanto la lingua sia viva, imperfetta, umana. E quanto, a volte, un errore possa illuminare più di una definizione impeccabile. Perché la parola sbagliata, quando cade al posto giusto, sa dire ciò che la precisione non osa.
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Dopo il “degustiere”,
nasce il “saporìgolo”: il gusto torna a parlare italiano
Un nome nuovo, nitido e nostro, per liberare la tavola dall’ennesimo anglicismo superfluo
Dopo aver cercato di restituire dignità al mondo enologico con il nostro degustiere, era inevitabile che un altro barbarismo finisse sotto la lente. Questa volta tocca a gourmet, parola abusata, snobistica e soprattutto inutile, che da anni infarcisce menù, recensioni e conversazioni come se la nostra stupenda lingua non avesse una voce per descrivere la finezza del palato.
E invece la voce c’è, anche se nata da poco, ed è saporìgolo: fresca, trasparente, pienamente italiana. Nasce da sapore e da un formante espressivo ‑ìgolo che, pur non essendo un suffisso produttivo dell’italiano, richiama una lunga tradizione di diminutivi e vezzeggiativi affettivi (briciolo, gingillo, spìgolo) e conferisce alla parola un’aura di cura minuta e sensibilità. Una scelta che non ostenta, non scimmiotta, non si traveste da esotismo: semplicemente nomina ciò che deve nominare.
Il saporìgolo è colui che riconosce un equilibrio, che distingue un ingrediente buono da uno mediocre, che cerca la qualità non per moda ma per intelligenza sensoriale. Non è un esteta del piatto né un collezionista di tendenze culinarie: è un interprete del sapore, la persona che ascolta ciò che il cibo racconta.
La parola scorre con naturalezza:
«È un vero saporìgolo,
non gli sfugge nulla»;
«Una cucina saporìgola, precisa
e rispettosa della materia»;
«Un pubblico di saporìgoli,
curioso e competente».
E come ogni buon neologismo vitale, saporìgolo
apre un piccolo campo semantico:
la saporigolìa,
l’arte di riconoscere il dettaglio gustativo;
il
saporigolismo,
la filosofia della cura sensoriale;
il saporigolista,
che questa cura la coltiva e la diffonde.
Con saporìgolo,
il gusto torna a parlare italiano.
E lo fa con una parola che sa
di casa, di tavola, di cultura tutta italiana.

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