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mercoledì 7 dicembre 2016

Dire o parlare senza ambagi


Dalla dott.ssa Ines Desideri riceviamo e volentieri pubblichiamo.

 “… come labirinti, con una porta sola e mille ambagi” (“Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi”, G. D’annunzio).
“… né per ambage, in che la gente folle già s’inviscava” (XVII Canto, “Paradiso”, D. Alighieri)
Il vocabolo “ambage” - così come viene usato da D’annunzio - sta per “Giro, Laberinto, Andirivieni”. Proviene dal latino “ambages da ‘amb’, attorno e perciò da una parte e dall’altra e ‘agere’, spingere, condurre. […] ma oggi si usa solo figurat. Per Lungo e intricato giro di parole, di pensieri, che oscura il senso, anziché spiegarlo” (O. Pianigiani).
È  infatti nel senso figurato del termine che troviamo un illustre esempio nei versi di Dante.
“… ma oggi si usa solo figur.”, scriveva il Pianigiani. A dire il vero il vocabolo “ambage” non si usa più: è stato relegato in soffitta, insieme ai numerosi termini dal gusto aulico, di cui il nostro dottor Raso è uno zelante ricercatore.
Al contrario, è quanto mai attuale dire o parlare “per ambagi”, purtroppo: basti, a mo’ di esempio, il linguaggio della politica.
“Dire” e “parlare” non sono sinonimi: si è detto e ripetuto molte volte, forse vanamente.
Vorrei  sottolineare la caratteristica che principalmente differenzia i due vocaboli, ossia l’estensione temporale dell’azione: “dire” ha un’estensione temporale molto breve (una frase, una risposta), mentre “parlare” si riferisce a un eloquio  che si prolunga nel tempo, il tempo che - seppur limitato talvolta a pochi minuti – è necessario per argomentare, narrare, descrivere,…

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