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domenica 11 dicembre 2016

Comma e capoverso


Cortese dott. Raso,
anch'io, come la lettrice di Trento, desidero ringraziare lei e il suo editore per l'opportunità che avete dato agli appassionati di lingua di consultare e scaricare gratuitamente dalla rete un libro che definire "indispensabile" è riduttivo. Le scrivo, anche, gentile dottore, per un chiarimento: comma e capoverso sono sinonimi? I vocabolari che ho consultato non mi sono stati d'aiuto perché non spiegano la differenza tra i due termini dando l'impressione, appunto, di trovarci davanti a due sinonimi. È cosí? A "lume di naso" non mi sembrano sinonimi. Può, gentilmente, illuminarmi in proposito?
Grazie e cordiali saluti.
Mario S.
Carbonia

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Gentile Mario, ha ragione, i dizionari non fanno chiarezza. Ho trattato l'argomento moltissimo tempo fa. Le copio-incollo il mio articolo.

Moltissime persone, anche quelle “addette ai lavori”, fanno una gran confusione tra il “capoverso” e il “comma” con la complicità – non si può sottacere – di buona parte dei vocabolari che non brillano, certamente, per chiarezza. La confusione, molto spesso, nasce dal fatto – e anche questo non si può sottacere – che, nell’uso comune, l’inizio di un capitolo di un libro, di un articolo di giornale, viene chiamato sia comma sia capoverso. No, i due termini non sono per niente sinonimi e i vocabolari, come dicevamo, non aiutano a capire. Ecco, infatti, cosa scrivono due dizionari “di prestigio” (che non citiamo per carità di patria) alla voce “comma”: ciascuna delle parti in cui è suddiviso un articolo di legge, corrispondente a ciascun capoverso. Stando così le cose si ha l’impressione, per l’appunto, che capoverso e comma siano l’uno sinonimo dell’altro. Nient’affatto, ripetiamo. L’unica “chiarezza” viene dal vocabolario della “Treccani”: ognuna (ma sarebbe meglio “ciascuna”, ndr) delle suddivisioni di un articolo di legge, rappresentata tipograficamente da un accapo, in modo che il primo comma corrisponda al “principio”, il secondo comma al primo capoverso e così via. Vediamo, ora, cosa scrive lo stesso vocabolario alla voce “capoverso”: nelle citazioni di leggi, regolamenti, contratti (…) si chiamano primo, secondo, terzo capoverso e così via le suddivisioni dell’articolo corrispondenti rispettivamente al secondo, terzo, quarto comma, spettando al primo comma il nome di “principio”. Ed eccoci al dunque, gentili “navigatori”: l’inizio di un articolo, erroneamente detto primo capoverso, si chiama, in realtà, “principio”, mentre il secondo capoverso è il… primo.
E sempre in tema di “confusione linguistica”, vediamo l’uso corretto della preposizione impropria “dietro”: dietro “a” o dietro “il”? La suddetta preposizione, insomma, si unisce direttamente al sostantivo tramite l’articolo o si fa seguire dalla “a”? Dietro “la” chiesa o dietro “alla” chiesa? Entrambi i costrutti sono corretti, anche se quello “più corretto” è il primo in quanto riflette fedelmente la costruzione latina dalla quale la preposizione “dietro” discende. Se vogliamo parlare e scrivere in ottima lingua italiana diremo, per tanto, dietro “la” casa, non dietro “alla” casa. La legge grammaticale ci obbliga, invece, a ricorrere alla preposizione “a” (semplice o articolata, naturalmente) quando nella frase è espresso un concetto (anche in senso figurato) di moto a luogo: corre sempre dietro “alle” fantasticherie; va sempre dietro “alla” moda. La stessa legge linguistica ci impone di far seguire “dietro” dalla preposizione ‘di’ (dietro di) quando nella proposizione è presente un pronome personale e non sia espresso, però, un concetto di moto a luogo: lasciò dietro “di” sé una grande meraviglia; dietro “di” noi si udivano le urla della folla. Ma, attenzione: correva dietro “a” lui cercando di non farsi notare. In questo caso adoperiamo la preposizione “a” (non ‘di’) in quanto nella frase su citata, pur essendoci un pronome personale, è chiaramente espresso un concetto di moto a luogo.
Con “dietro” si costruiscono inoltre – e concludiamo questa “chiacchierata” – numerose espressioni burocratiche che in buona lingua italiana sono da evitare perché tremendamente errate (con buona pace dei soliti soloni della lingua). Non si dica, ad esempio, “dietro sua richiesta” ma, correttamente, “a sua richiesta”; non “dietro versamento”, ma “all’atto del versamento”; non “dietro quanto è stato detto”, ma “secondo quanto è stato detto”; non “dietro il vostro interessamento”, ma “per il vostro interessamento”. Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Sta a voi, cortesi amici, seguire o no i nostri modestissimi “consigli per la lingua”.

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Forse non tutti sanno che "tranquillare" sarebbe da preferire al piú comune "tranquillizzare". È, infatti, pari pari il latino “tranquillare”. Tranquillizzare ricalca il francese ‘tranquilliser’. Il "tranquillante" che cosa è se non il participio presente sostantivato di tranquillare? Qualcuno dice: "dammi un tranquillizzante"?

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