Visite dal primo febbraio 2017

lunedì 20 febbraio 2017

Reggere (tenere) il sacco


Questo modo di dire ci sembra particolarmente appropriato, oggi, se riferito a un certo mondo politico sconvolto dalle varie inchieste giudiziarie perché si dice di coloro che aiutano chi ruba o, comunque, chi agisce disonestamente: è ladro tanto chi ruba quanto chi tiene il sacco. Cosí recita, infatti, un proverbio. Per l'origine e la spiegazione di questa locuzione ricorriamo alle note linguistiche al "Malmantile": «Viene da quei ladri che s'accordano a rubare le biade, quando sono esposte sull'aia; poiché per far presto, uno di loro tiene il sacco, e l'altro ve le pone dentro». Con significato affine si adoperano anche le locuzioni "tener mano", la cui spiegazione è intuitiva, e "far da spalla a uno", quest'ultima tratta dal gergo teatrale in quanto si dice dell'attore che aiuta il comico a imbastire un dialogo scherzoso.

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I verbi "intricare" e "intrigare" - anche se non tutti i linguisti concordano - si possono considerare sinonimi avendo la medesima origine e il medesimo significato:  arruffare, aggrovigliare  e simili e, in senso figurato, imbrogliare, ingannare.  Occorre fare, tuttavia, un distinguo. Adopereremo "intrigare" (con la "g") quando al verbo in questione diamo il significato di "allettare", "affascinare", "incuriosire":  il suo modo di fare mi intriga.

domenica 19 febbraio 2017

La prognosi non è un reparto ospedaliero



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Chissà se riusciamo - una volta per tutte - a far "capire" agli operatori dell'informazione che la prognosi non è un reparto ospedaliero (come potrebbe essere ortopedia, ginecologia, cardiologia ecc.) ma la previsione circa il decorso di una malattia o di un trauma. Leggiamo sempre sulla stampa (o ascoltiamo nei notiziari radiotelevisivi) frasi del tipo "dopo il pauroso incidente il ferito è stato ricoverato in ospedale in prognosi riservata". È un' "idiozia linguistica" bell'e buona. In nessun ospedale esiste un reparto di prognosi. In lingua italiana, non cispadana, si deve dire "il ferito è stato ricoverato in ospedale con prognosi riservata". La prognosi riservata viene emessa dal sanitario quando non ha ancora acquisito elementi sufficienti per un responso definitivo. Non può fare, insomma, una "previsione" immediata circa il decorso e l'esito del trauma o della malattia. Il titolo su riportato, per tanto, è una offesa all'italico idioma.



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Gentile dott. Raso,
ho appena scaricato dalla rete il suo libro "Un tesoro di lingua": superlativo! Ho visto che ha scritto anche un altro libro in collaborazione con Carlo Picozza, giornalista di "Repubblica": «Giornalismo: Errori e Orrori». L'ho cercato in molte librerie ma non sono riuscito a reperirlo; sa dirmi dove posso trovarlo?
Grazie e complimenti per il suo prezioso blog.
Amedeo T.
Lecco
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Cortese Amedeo, provi nelle "librerie informatiche" (quelle che si trovano in rete, per intenderci) o, in alternativa, lo richieda direttamente all'editore Gangemi: via Giulia, 142  00186 Roma.



venerdì 17 febbraio 2017

C'è treno e... treno


Dalla dott.ssa  Ines Desideri riceviamo e volentieri pubblichiamo

Nell’accezione più comune il treno è – come tutti sappiamo – un mezzo di trasporto pubblico, atto alla circolazione sulle ferrovie. Richiama l’immagine di una stazione, di valigie, di persone che partono, di persone che rimangono sulla banchina e agitano un fazzoletto, in segno di saluto. Forse anche di una lacrima, a fatica dissimulata, o di un sospiro. O di un lamento…

Dal latino “trahere” (tirare), attraverso il francese antico “train”, siamo giunti alla stazione ferroviaria e al treno.

O di un lamento, dicevamo, e non a caso.

È detto “treno” anche il canto funebre presso gli antichi Greci: dal greco “thrènos” (pianto, lamento, gemito), abbiamo pregevoli  esempi di “treni” nella letteratura antica.

Cito, a mo’ di esempio, il pianto di Andromaca per la morte di Ettore (Iliade):

“Ettore, oh me disgraziata! Con una sorte nascemmo

entrambi, tu a Troia nella casa di Priamo,

io in Tebe sotto il Placo selvoso,

in casa d’Eiezione, che mi nutrì piccina.

Ora tu nelle case dell’Ade, nella terra profonda

te ne vai, lasci me in dolore straziante,

vedova nella casa: e il bimbo ancor non parla

che abbiam generato tu e io, miseri. A lui

tu non sarai difesa, Ettore, perché sei morto, né lui a te. “

Per estensione sono dette “Treni” anche le lamentazioni bibliche.

Da questa accezione deriva il sostantivo “trenodìa” - formato da “thrènos” e “odé” (canto) – il cui significato riporta sia alle lamentazioni corali nei riti religiosi, sia a componimenti letterari di cordoglio, sia al più comune “piagnisteo”.

“… la gretta lamentela, la monotona, grigia, inutile trenodìa che parenti e consanguinei intonavano sommessi attorno?” ( “Il giardino dei Finzi-Contini”, G. Bassani)


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Cortese dott. Raso, leggendo un vecchio libro, trovato mentre riassettavo la soffitta , mi sono imbattuta  in questa frase: « [...] a un segnale convenuto tutti tacerono». Sono rimasta sorpresa perché ho sempre saputo che la terza persona plurale del passato remoto del verbo tacere è "tacquero". Ora leggo questo "tacerono". Ma è corretto? Non sono riuscita a trovare una risposta. Lei sa qualcosa in proposito?
Grazie in anticipo se mi risponderà.
Clara P.
Siracusa
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Gentile Clara, "tacerono" è forma corretta ma caduta in disuso. La forma dell'italiano odierno è, appunto, "tacquero". Ma come si giustifica "tacerono"? Il passato remoto dei verbi della seconda coniugazione (quelli in "-ere", per intenderci) ha delle desinenze alternative per la prima e la terza persona singolare e per la terza plurale (ei/etti; é/ette; erono/ettero). La terza persona plurale del passato remoto del verbo credere può essere, infatti, tanto "essi  crederono" quanto "essi credettero". Tacere, però, è un caso particolare essendo irregolare,  perché non segue né "-erono" né "-ettero". Nei secoli passati, invece, aveva le normali desinenze, come potrà vedere cliccando su questo collegamento.


Le "contraddizioni" dei dizionari

Abbiamo notato, a proposito della lettera H, che il vocabolario Treccani in rete e il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia) hanno "opinioni" differenti:
Treccani: acca s. f. o m. (pl. invar., non com. le acche). – Nome della lettera H, e del segno che la rappresenta. Con uso fig., nulla, niente, nelle espressioni non saperne, non capire, non valere un’a. e sim.: non capisce un’a. di informatica (il sign. nasce dal fatto che la lettera h in italiano non ha suono proprio): non sapeva un acca né d’italiano né di francese (Fucini); Avendo gli avversar per men d’un’acca (Pucci); tosc., non com., saper quattr’acche (o quattr’acca), saper qualcosa, avere qualche nozione: si dà tante arie perché sa quattr’acche d’inglese.

DOP:




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La parola proposta da questo portale: sgarzigliona. Sostantivo femminile con il quale si indica una "fanciulla in carne".

giovedì 16 febbraio 2017

Entro e non oltre: espressione corretta?




Sulla correttezza dell'espressione sopra citata risponde l'Accademia della Crusca. Segnaliamo, in proposito, un nostro vecchio intervento.

mercoledì 15 febbraio 2017

Andare a bue


 Questo modo di dire - non sappiamo se ancora in uso - è indubbiamente sconosciuto ai piú. Ma che cosa significa? "Andare d'amore e d'accordo". Per una migliore comprensione del detto chiediamo aiuto a Ludovico Passarini, il "re" dei modi di dire. «"Andare a bue", preso da' buoi aggiogati insieme, che uniti vanno per la stessa via e con ugual passo». E a proposito di bue, ci piace riportare l'espressione "andar vitello e tornare bue", vale a dire 'diventare piú stupidi di prima'. La locuzione si adopera soprattutto nei confronti di una persona che credevamo avesse fatto dei progressi in virtú dei propri studi, delle esperienze fatte e dell'ambiente che frequenta e ci accorgiamo, invece, di aver preso un abbaglio: quella persona non ha fatto alcun progresso, è diventata piú stupida di prima; insomma, è andata vitello ed è tornata bue. L'origine dell'espressione, ci sembra, non abbisogna di spiegazioni essendo intuitiva.



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Cortese dr Raso,

 in una trasmissione televisiva di intrattenimento di un’emittente locale il conduttore a un certo punto ha detto: “Il pubblico applaudisce sempre, anche senza motivo”. È corretto “applaudisce”? Non si deve dire “applaude”? Può illuminarmi in merito? La seguo sempre sul suo impareggiabile sito.

Grazie e cordialità

Orazio S.

Iglesias

P.S.: Ho appena scaricato dalla rete il suo preziosissimo libro.

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Gentile Orazio, anche se poco usata la voce verbale “applaudisce” è correttissima. Le riporto quanto scrive, in proposito, il vocabolario “Treccani”: "[dal lat. applaudere "applaudire"] (io applàudo o applaudisco, tu applàudi o applaudisci, ecc.; le forme in -isc- sono oggi disus.). - ¦ v. tr. 1. Battere le mani per manifestare approvazione, soddisfazione: il pubblico applaudì ripetutamente il discorso. 2. (estens.) Lodare vivamente, approvare: tutti lo applaudirono. ¦ v. intr. (aus. avere; con la prep. a) 1. Battere le mani per manifestare approvazione, soddisfazione: il pubblico applaudì ai cantanti con entusiasmo. 2. (estens.) Lodare vivamente, approvare: tutti applaudirono alla sua idea".

  È interessante mettere in evidenza - perché non tutti lo sanno, forse - che il verbo suddetto può essere adoperato anche in senso intransitivo: gli astanti applaudirono all'oratore.


lunedì 13 febbraio 2017

Prendere in castagna


Gentilissimo dott. Raso,
ho molto apprezzato il suo libro "Un tesoro di lingua" (consultabile gratuitamente in rete grazie alla generosità dell'editore) dove, oltre alla grammatica, tratta anche alcuni modi di dire. Se ho visto bene non c'è la locuzione "prendere in castagna", cioè in errore. Mi piacerebbe sapere - se possibile - che cosa ha a che fare la castagna con l'errore. Grata se avrò una risposta, e complimenti per il suo meraviglioso blog sulla lingua italiana.
Con viva cordialità.
Laura P.
Lucca
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Gentile amica, troverà la risposta cliccando qui.
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Dito – oltre al plurale femminile dita, c’è anche un plurale maschile diti che si adopera per indicare le dita singolarmente: i diti alluci.
Mica – sostantivo femminile adoperato come particella rafforzativa di una negazione, deve essere sempre accompagnato con il non, altrimenti non nega nulla. Non diremo, pertanto, mica l’ho chiamato ma, correttamente, non l’ho mica chiamato.
Verso – non si costruisce mai con la preposizione di, tranne che, a seconda del gusto di chi scrive, con i pronomi personali: corse verso casa; venne verso (di) noi.