domenica 18 marzo 2012

Avere la ciabatta del Machiavelli



Chi possiede questa ciabatta, naturalmente in senso figurato? Chi è molto astuto e abile in tutto, come se avesse, per l’appunto, la ciabatta appartenuta a Niccolò Machiavelli capace di trasmetterne le doti agli altri.

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Facciamo un po’ di chiarezza sull’uso corretto di due tempi del modo indicativo dei verbi: passato remoto e trapassato prossimo. Molto spesso, dunque, questi due tempi ci fanno impazzire: quando adoperare l’uno e quando l’altro? È noto a tutti (o dovrebbe essere noto) che il trapassato prossimo si usa per indicare un fatto accaduto prima di un altro pure accaduto. Per questo c’è il passato remoto; per l’avvenimento anteriore, piú che passato, c’è il trapassato prossimo. Conviene rammentare queste “cosucce” soprattutto quando, nel raccontare un avvenimento, si è indotti a richiamarne un altro che l’ha preceduto. Vediamo, per maggior chiarezza, qualche esempio in cui i due tempi non sono adoperati correttamente. In parentesi il tempo corretto. «Il povero alpinista fu rinvenuto in fondo al burrone, vicino al fedele cane che con i suoi gemiti richiamò (aveva richiamato) l’attenzione dei soccorritori»; «Gli anziani coniugi tornarono volentieri nella città lagunare che videro (avevano visto), per la prima volta, durante la luna di miele»; «Il barbone portò subito al commissariato, anziché tenerlo per sé, il portafoglio che trovò (aveva trovato) nel parco».

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Segnaliamo un sito interessante: Una frase per ogni occasione e altro…

http://www.frasi.net/


sabato 17 marzo 2012

Avverbi male adoperati

Spulciando qua e là, tra le varie pubblicazioni, abbiamo notato che molto spesso gli avverbi vengono adoperati malamente. Prima di addentrarci nel particolare riteniamo sia il caso di ricordare la funzione dell’avverbio (dal latino ad verbum, 'presso il verbo') che – come recitano le grammatiche – è quella parte invariabile del discorso che, posta vicino al verbo o a un aggettivo (o a un altro avverbio, ndr) lo modifica, vale a dire vi annette un’idea secondaria di modo, di tempo, di luogo ecc. E veniamo agli avverbi usati in malo modo, o mal formati (in parentesi quelli ‘corretti’). «I due amici stavano conversando allegramente, mentre furono interrotti da un forte boato (in quel mentre; mentre è una congiunzione non può, quindi, svolgere le funzioni di avverbio)»; «Per fortuna che  (fortunatamente) all’ultimo momento rinunciarono a imbarcarsi, altrimenti…»; «Il barbone è stato dimesso dall’ospedale, mica era folle (non era mica)»; «Delle volte (a volte) ci pentiamo amaramente di fare del bene»; «Avete fatto il vostro dovere di cittadini? Perfettamente (certamente, sí)»; «Direttore, ci faccia sapere se la nostra relazione l’ha soddisfatta o meno (o no)»; «Il vostro comportamento è stato decisamente (veramente) riprovevole». Sono solo alcuni esempi, ma se ne potrebbero fare a iosa, con il rischio, però, di tediarvi.

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Segnaliamo un sito per apprendere le regole dell’ortoepia (dizione corretta):

http://www.attori.com/dizione/Diz00.htm

venerdì 16 marzo 2012

L'analisi logica: quanto è utile?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


di Lidia Romani

L’analisi logica è un “esercizio che trova la sua ragion d’essere nell’individuazione e scomposizione della struttura della frase in soggetto, predicato e complementi e che continua ad essere proposta nella sua versione tradizionale accompagnata spesso da definizioni confuse e discutibili, nonché da liste infinite e discordanti di complementi …” (F. Sabatini – “La Crusca per voi").

Indubbiamente districarsi nella giungla dei complementi è un compito arduo non soltanto – come si potrebbe pensare – per gli studenti, ma talvolta anche per gli insegnanti, sia per la complessità della materia (complessità intesa soprattutto come numero dei complementi esistenti nella nostra lingua) sia per la varietà di interpretazioni (spesso diverse o contrastanti tra loro) offerte dagli specialisti e dai testi che trattano questo tema.

Sono molti gli studenti che si chiedono quale sia l’utilità dell’analisi logica.

“A che cosa mi servirà quando entrerò nel mondo del lavoro?” è la classica domanda dei giovani, non soltanto per quanto riguarda l’analisi logica, ma per ogni approfondimento culturale in cui non ravvisino la possibile “ricaduta” (per usare il gergo scolastico), il vantaggio che potrebbero ricavarne in futuro, a meno che non abbiano già definito il percorso di studi e i loro piani professionali.

Sicuramente l’analisi logica facilita lo studio del Latino e del Greco, ma anche delle lingue straniere. Sicuramente costituisce uno strumento di ricerca, di approfondimento e di riflessione linguistica da non sottovalutare, soprattutto in una società sempre più tentata dall’approssimazione e dalla superficialità, nel campo culturale come in ogni campo.

Poniamoci, tuttavia, anche noi la domanda dell’utilità dell’analisi logica ma, soprattutto, chiediamoci se e in quale misura la quantità (e i conseguenti dubbi interpretativi) dei complementi riconosciuti dalla nostra grammatica possa frenare l’interesse degli studenti verso una materia che, a prescindere dalle intrinseche difficoltà e dai possibili tranelli, resta tra le più affascinanti per gli appassionati della lingua.

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Passare in razza

Chi passa in razza? Colui (o colei) che riceve una carica puramente onorifica ma che in realtà comporta le “dimissioni” da incarichi importanti espletati fino a quel momento. Il modo di dire si rifà al trattamento riservato agli animali da competizione, soprattutto cavalli e cani: alla fine della “carriera” sportiva vengono adibiti esclusivamente alla riproduzione.






giovedì 15 marzo 2012

L'antefatto e l'antibagno

Cortese dott. Raso,

torno alla carica con altri quesiti. Sarebbe interessante conoscere il motivo per cui si dice “antefatto” e “antibagno”. Il prefisso non è lo stesso? Perché ora “ante-“ e ora “anti-“? Grazie come sempre per la sua non comune disponibilità.
Cordialmente
Ludovico L.
Arezzo
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Gentile Ludovico, ho trattato l’argomento sul “Cannocchiale”. Clicchi sul collegamento.


http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/11/19/ce_ante_e_ante.html    

mercoledì 14 marzo 2012

Amenità (linguistiche)

Dopo le superfluità, alcune “amenità linguistiche” (non veri e propri errori orto-sintattico-grammaticali, però…) che possono “pregiudicare” i nostri scritti. Prestiamo, dunque, la massima attenzione nello scrivere, se non vogliamo rasentare la “ridicolaggine linguistica”. Pilucchiamo, dunque, qua e là, tra le varie pubblicazioni. In corsivo marcato “le amenità”. «Il numero dei morti e dei dispersi si fa salire provvisoriamente a centocinquanta»; «La badante, spaventata dal rumore dei ladri, per richiamare l’attenzione dei vicini ha cominciato a  pestare le mani contro la parete»; «Gli sciatori non possono scendere in pista se non  indossano gli appositi scarponi»; «Il terremoto ha talmente rovinato l’appartamento da potersi calcolare inabitabile»; «L’accampamento è stato distrutto da un grandioso incendio»; «La donna ha, poi, ringraziato gli invitati per i regali di cui l’hanno voluta colmare»; «Il poveretto, investito da un automobilista pirata, è rimasto sdraiato (se la godeva, dunque, quel poveretto?) sull’asfalto in attesa dei soccorsi»; «Tutte le persone presenti se la ridevano sotto i baffi» (anche le donne hanno i baffi?). Continuiamo? No, meglio di no. Non vogliamo riempirci il viso di rughe per le risate.

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Fare come quello che portò il cacio al padrone

Questo modo di dire, di uso raro e probabilmente poco conosciuto, si riferisce a una persona che elargisce regali a destra e a manca ma, in seguito, se li riprende in altra forma. L’espressione è tratta da un racconto di origine popolare. Un contadino andò a far visita al padrone del podere portandogli in dono una forma di formaggio. Apprezzando molto il pensiero, l’uomo invitò il contadino a fare uno spuntino con il suo stesso formaggio; quest’ultimo, con mille ringraziamenti e salamelecchi, se lo finí tutto.



martedì 13 marzo 2012

Complemento: predicativo o di modo? (3)

Ancora sul complemento predicativo del soggetto e sul complemento di modo o maniera. Leggiamo dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:


1. Ines Desideri scrive:

Gentile Professor Arcangeli,

innanzitutto desidero ringraziarLa per la ricca disamina offerta in risposta ai miei quesiti del 9 marzo.

Concordo pienamente con Lei (e non può essere altrimenti) sul fatto che gli ausiliari “essere” e “avere” possono acquisire, in alcuni casi, un valore autonomo e che i verbi “restare” e “andare” possono assumere la funzione predicativa in determinati contesti comunicativi, come avviene anche con altri verbi copulativi.

Non credo che mi si possa attribuire una visione manichea della lingua per averLe chiesto alcune delucidazioni in merito alla funzione di “zitte zitte” e sono certa che Lei – proprio perché contrario a ogni forma di manicheismo – accetterà di buon grado il mio punto di vista. Accettarlo non significa necessariamente condividerlo: questa condizione mi sembra non soltanto ovvia ma necessaria in ogni scambio di opinioni che sia realmente basato sul rispetto reciproco.

Premesso che bisogna analizzare di volta in volta la specificità dei contesti comunicativi (come da Lei giustamente sottolineato), sono dell’avviso che nel contesto specifico “Le donne se ne andarono zitte zitte” gli aggettivi “zitte zitte” costituiscano un complemento di modo. L’esempio, infatti, è ben diverso dal “Tu vai, io resto” da Lei citato, nel quale si deduce una situazione comunicativa in cui è sottinteso, perché noto sia al mittente sia al destinatario del messaggio (chiaramente informale), il luogo e/o il tempo in cui le azioni di “andare” e di “restare” si svolgono.

Se dicessi “Le donne se ne andarono” e se Manzoni avesse scritto “Presero per i campi pensando ognuno a’ casi suoi” le due frasi conserverebbero la loro compiutezza, data la presenza di verbi che assumono la funzione predicativa, che non necessita dunque di un complemento predicativo, come avviene invece per i copulativi.

Ciò che Lei esclude, se ho ben capito, è che un aggettivo possa svolgere anche la funzione modale. Invece a mio avviso, e proprio perché ogni situazione va analizzata di volta in volta secondo la specificità del contesto, l’ aggettivo “zitte” può essere un complemento di modo, perché in questo caso arricchisce la frase, ma non è indispensabile allo scopo della sua compiutezza, come avverrebbe invece in “Restarono zitte zitte”.

La ringrazio per la pazienza e la disponibilità.

Cordialmente

Ines Desideri

2. linguista scrive:

Gentile Ines,

grazie per il supplemento di riflessione. Il problema non è l’aggettivo in sé e per sé, ovviamente, ma la percezione dei fatti grammaticali nel contesto d’uso; per questo aspetto la sua percezione del “discreto” e del “continuo” è diversa dalla mia (e va bene così). Naturalmente non attribuivo certo a lei la responsabilità di una visione “manichea” della lingua.

Massimo Arcangeli

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A nostro modesto avviso il linguista continua a mantenere la sua posizione menando il can per l’aia. Non ha risposto, infatti, alla gentile lettrice, che domandava se “zitte zitte” sia da considerare un complemento di modo o maniera. Ma tant’è. Probabilmente abbiamo una visione “manichea” della lingua o le fonti che consultiamo “curiosamente” ci confondono le idee.

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Dalla stessa rubrica:

1. Tiziana scrive:


Gent.mo Dr. Bianco,


credo di essere stata indotta all’errore da quanto letto nella Grande grammatica italiana di consultazione ( Il mulino) . Mi aiuta a capire ?


Cito testualmente : Con valore di avverbio di azione possiamo avere l’aggettivo semplice in posizione postverbale, accordato col soggetto in genere e numero. Es. Giovanna ribattè pronta (prontamente).Io lo avevo “tradotto” come possibilità di considerare “pronta” non come predicativo del soggetto ma complemento avverbiale di modo (come per prontamente).


grazie mille


2. linguista scrive:


Siamo certamente di fronte a un tipico caso di aggettivo con valore avverbiale: l’aggettivo continua infatti a essere grammaticalmente tale (può essere accordato col soggetto: “ribatté pronto”, “ribatté pronta”, “ribatterono pronti”, “ribatterono pronte”), ma riveste le mansioni di un avverbio di modo (”prontamente”). C’è però valore avverbiale e valore avverbiale. Se dico “Marco parla chiaro” dico anche “Lucia parla chiaro” e “Marco e Lucia parlano chiaro”. Qui l’aggettivo è dunque indeclinabile; la funzione avverbiale ha “cannibalizzato” l’appartenenza originaria della forma alla categoria degli aggettivi. Soltanto in questo caso la trasformazione dell’aggettivo in avverbio appare perfetta; nell’altro caso no. “Ribattere pronto”, peraltro, rientra in quegli esempi nei quali il legame tra il verbo e la forma a cui appare saldato è molto solido: tanto solido da consentire di parlare di verbo usato copulativamente e perciò, a maggior ragione, di predicativo del soggetto.


Massimo Arcangeli

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Anche questa risposta, un po' 'ermetica', ci lascia molto molto perplessi perché – sempre a nostro modesto avviso – non ci può essere “valore avverbiale e valore avverbiale”. Il “valore avverbiale” è uno solo.
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Indirizzo rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica: http://linguista.blogautore.repubblica.it/
 






lunedì 12 marzo 2012

«Superfluità ridicole»

Quando scriviamo, anche una lettera a un amico, per esempio, rileggiamo con attenzione quanto scritto perché possiamo infarcire il tutto di “superfluità ridicole”, a scapito della bellezza e della scorrevolezza del testo. Abbiamo scritto un’ovvietà? Può darsi. Piluccando però, qua e là, in varie pubblicazioni non ci sembra, poi, una ovvietà. Vediamo, dunque. In corsivo marcato la superfluità: «Sono stato accolto con molto calore tanto che il mese prossimo ritornerò di nuovo a trovarvi»;  «Abbiamo visitato il mercato rionale: nel cesto della lattuga c’erano dei piccoli vermiciattoli»;  «Dopo l’incidente, i soccorritori lo hanno trasportato al pronto soccorso: aveva una forte emorragia di sangue»; «Durante la parata militare davanti a tutti precedeva l’alfiere con la bandiera; «Le persone sequestrate – si apprende da fonti sicure – stanno ottimamente bene; «Il protagonista ha mostrato di possedere una speciale singolarità d’interpretazione»; «Il ragazzo deve impegnarsi con costante assiduità»; «La colazione sarà al sacco: affettato, frutta e due o tre pagnottelle di pane». Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. È bene, per tanto - come dicevamo -  rileggere i nostri testi perché mentre scriviamo non sempre ci accorgiamo delle castronerie che inavvertitamente "buttiamo giú".