Visite dal primo febbraio 2017

sabato 23 giugno 2018

Blu...



Alcune persone - e tra queste dobbiamo annoverare, ahinoi, anche "gente di cultura" - sogliono mettere l’accento sull’aggettivo blu: è un errore grossolano. Vediamo il perché.

  C’è da dire, innanzi tutto, che questo aggettivo non è di nobili origini patrie, bensì francesi: bleu. L’uso erroneo dell’accento, quindi, potrebbe esser nato dal fatto che tutte le parole di origini francesi devono essere pronunciate con l’accento sull’ultima sillaba. Non è, però, il caso di blu che, oltre ad essere entrato a pieno titolo nel vocabolario della lingua italiana è, per giunta, un monosillabo e una “legge grammaticale” vieta l’uso dell’accento scritto sui monosillabi, tranne in casi particolari che esporremo per sommi capi cercando di non cadere nella pedanteria. Segneremo l’accento su alcuni monosillabi che hanno la medesima scrittura ma significato diverso: ‘dà’ (verbo) e ‘da’ (preposizione); ‘là’ (avverbio) e ‘la’ (articolo e pronome); ‘sé’ (pronome) e ‘se’(congiunzione); ‘dì’ (sostantivo, ‘giorno’) e ‘di’ (preposizione). Segneremo, altresì, l’accento sui monosillabi con dittongo ascendente: ciò, già, più, può eccetera. A questo proposito è bene ricordare che si chiama “ascendente” il dittongo in cui la vocale debole  ("i" e "u") precede quella forte ("a", "e", "o") in quanto la “sonorità” della pronuncia aumenta (‘ascende’) passando sulla seconda vocale: piove. Nel  caso contrario avremo un dittongo “discendente”: reuma. Tornando al nostro ‘blu’, dunque, non lo accenteremo salvo che nelle parole composte: gialloblù, rossoblù, biancoblù e via dicendo.

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E a proposito di blu, quindi di colore, ci piace riportare una massima di John Ruskin*: Le menti piú pure e piú pensose sono quelle che piú amano i colori.

* Qui.

venerdì 22 giugno 2018

Scrittoio e scrivania "pari non sono"


I due sostantivi (scrittoio e scrivania) - anche se i vocabolari ci smentiscono - non sono l’uno sinonimo dell’altro; non si “potrebbero”, quindi, adoperare indifferentemente. Il primo termine indica lo studio, la stanza, cioè, dove si scrive. Deriva, infatti, dal tardo latino “scriptorium”, di qui l’italiano antico “scrittorio”. Lo “scriptorium”, dunque, era la sala del convento dove i frati amanuensi copiavano i manoscritti. La scrivania, invece, indica il tavolino, la tavola, il mobile per scrivere ed è un denominale provenendo da “scrivano”, il “tavolino dello scrivano”. Dovremmo dire, per tanto, volendo essere particolarmente pedanti, rispettando l'etimologia, “che il dr Pasquali si è recato nello scrittoio per prendere gli occhiali dimenticati sulla scrivania”.

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La parola proposta da questo portale, non a lemma nei vocabolari dell'uso (dal "sapore" un po' volgare, di cui ci scusiamo): merdacchio. Sostantivo maschile, indica la parte terrosa dell'allume. Si veda anche qui.

giovedì 21 giugno 2018

Viaggiando nella sterminata foresta del vocabolario della lingua italiana


La pigrizia è il rifiuto di fare non soltanto ciò che annoia, ma anche quella moltitudine di atti che senza essere, a rigore, noiosi, sono tutti inutili; allora la pigrizia dev’essere considerata una fra le manifestazioni piú sicure dell’intelligenza.

 Questo pensiero di Montherlant ci ha dato lo spunto per intraprendere un breve viaggio attraverso la sterminata foresta del vocabolario della lingua italiana alla ricerca di parole “di tutti i giorni”, di parole che adoperiamo “per pratica” il cui significato “nascosto”, però, non sempre è noto. Questo viaggio fa tappa, dunque, alla voce “pigrizia”. Il significato “scoperto” è chiaro a tutti: “il non far nulla”; “stato di svogliatezza”; “stato d’animo” di chi non si dedica a nessuna attività fisica o intellettuale. Bene. Ma qual è il significato che sta “dentro” la parola? In altre… parole, donde viene questo sostantivo? Per scoprirlo occorre rifarsi al padre della nostra lingua, il solito nobile latino: “pigrizia”, derivato dell’aggettivo (latino, appunto) “piger” (pigro). Ma abbiamo scoperto ben poco…    Che fare? Poiché la pigrizia è un “deaggettivale”, vale a dire un sostantivo che discende da un aggettivo, dobbiamo “esaminare” il padre. Questo è, appunto, il latino “piger”, affine al verbo impersonale “piget” (essere increscioso, di peso, spiacersi, fare controvoglia). Il pigro quando fa una cosa, se la fa, non la fa controvoglia? Spesso non è “di peso” agli altri? Ma l’ “esame” non è finito. Ci sono alcuni Autori che vogliono il latino “piger” discendere dalla medesima radice di “pinguis” (pingue, grasso), donde il senso di “pesante”. La persona pigra non è moralmente “pesante”?  Dalle parole “di tutti i giorni” passiamo a due parole omofone e omografe (stessa pronuncia e stessa grafia) ma con significati distinti. La prima è il “collo” e – come la precedente pigrizia – viene anch’essa dal latino “collu(m)” il cui significato “principe” – chi non lo sa? – è la “parte del corpo che nell’uomo e negli animali vertebrati unisce la testa col busto”. In questa accezione si tende a dare al latino “collu(m)” il medesimo etimo di “columna” (colonna): “colonna che tiene la testa”. Ora, dato che i movimenti del collo si trasmettono al capo, in alcune frasi che indicano, appunto, tali movimenti il collo medesimo diventa sinonimo di  “testa”: abbassare il collo (umiliarsi); sollevare il collo (ardire) e via dicendo. A questo primo significato se ne aggiunge un altro completamente diverso (anche se è in relazione con il precedente): grosso involucro, bagaglio. Non vi è mai capitato di lasciare i vostri bagagli nei depositi delle stazioni ferroviarie dove la tariffa è un “tot a collo”? E perché “collo”? Perché in questo significato il “collo” è impiegato nel senso di fardello da portare in… collo. L’altra parola omofona e omografa di cui vogliamo occuparci è la provetta. Nel significato “primario” è il femminile singolare dell’aggettivo provetto (esperto, competente) e viene dal latino – sempre lui! –  “provectus”, participio passato del verbo “provehere”, composto con “pro” (avanti, prima) e “vehere” (portare) e alla lettera significa  “portare avanti”. La persona provetta non  “porta avanti” prima degli altri una determinata attività o un determinato studio? La persona provetta, insomma, è molto “avanzata” nella conoscenza (e nell’esperienza) di una disciplina. Di qui, per estensione – e solo in campo letterario – l’aggettivo provetto è diventato sinonimo di  “vecchio” (‘provetto’: che va “avanti negli anni”). La provetta nel significato di “piccolo e leggero cilindretto di vetro” è, invece, un prestito del francese “éprouvette”, derivato dal verbo “éprouver” (‘provare’). I chimici – per le loro esperienze di laboratorio – non “provano” le loro scoperte nella… provetta?

mercoledì 20 giugno 2018

Far la parte (o figura) del cappellone...



... vale a dire non fare una bella figura per ignoranza o per scarsa conoscenza dell'ambiente in cui ci si trova. La locuzione - forse poco conosciuta - fa  riferimento al tempo in cui il servizio militare era obbligatorio e la recluta, appena giunta in caserma, veniva chiamata "cappellone". I nuovi arrivati (i cappelloni) non conoscendo l'ambiente e gli usi si comportavano goffamente ed erano spesso oggetto di scherzi, a volte anche pesanti, da parte dei commilitoni anziani.


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"Punti di vista"...


Chiediamo scusa a tutti coloro che usano nei loro discorsi e nei loro scritti frasi tipo dal punto di vista letterario il libro non è interessante; oppure, dal punto di vista economico il Paese non ha fatto un passo avanti. Perché chiediamo scusa? Perché frasi del genere ci fanno ridere. È un francesismo ridicolo. Come si può parlare di fatti, di oggetti, di cose che non hanno occhi? Dal punto di vista letterario: dove sono gli occhi? Dal punto di vista economico: dove sono gli occhi? Ci siamo accorti che in questa ‘ridicolaggine’, purtroppo, alcune volte vi è caduto anche l’estensore di queste noterelle. Cercheremo, in futuro, di fare piú attenzione. Insomma, a nostro sommesso avviso, la locuzione dal punto di vista si può adoperare esclusivamente riferita a una persona (che ha occhi per vedere e, quindi, per giudicare): Dal punto di vista di Giovanni quel libro non ha nulla di letterario. Che cosa fare, allora, quando non ci si riferisce a una persona? Cambiare locuzione.
Quel libro non è interessante perché non ha alcun valore letterario; oppure: quanto a valore letterario quel libro non è interessante. In quanto all'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti; oppure: per ciò che riguarda l'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti (o locuzioni simili)

domenica 17 giugno 2018

Un altro esercizio sulla lingua italiana


Ecco un altro esercizio per gli amanti della lingua italiana.

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La parola proposta da questo portale: confetto. Aggettivo che vale, in senso figurato, "affranto", "angustiato" e simili.

sabato 16 giugno 2018

Patrocinio e patronato: un termine vale l'altro?


All'interessante interrogativo del titolo risponde Claudio Giovanardi, sul sito dell'Accademia della Crusca.

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Volete mettere alla prova la vostra conoscenza di alcune regole del nostro idioma? Rispondete a queste domande
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La parola proposta da questo portale: dirangolato. Aggettivo che sta per "disattento", "distratto", "spensierato" e simili.

venerdì 15 giugno 2018

«Ghosting»


Apprendiamo  dalla stampa che la Crusca ha accolto, tra i neologismi che saranno a lemma nelle prossime edizioni dei vocabolari, il termine barbaro "ghosting" (dall'inglese "ghost", fantasma). Con questo vocabolo si vuole designare la "scomparsa" - senza alcuna spiegazione - di una persona con la quale abbiamo avuto una relazione epistolare o telefonica. Ma l'Accademia della Crusca non era nata per difendere la purezza della lingua italiana? Onestamente siamo allibiti. Questa prestigiosa istituzione ha sempre condannato - se non ricordiamo male - i barbarismi che dilagano sulla carta stampata e no. Ora, invece, sembra che li accolga in pompa magna. Che cosa ne penserà il Divino?
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Qui, la notizia.

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Il prof. Marco Grosso, moderatore del sito Cruscate, propone "fantasmeria" o "fantasmizzazione" (termini italianissimi, se accettati).