martedì 6 dicembre 2016

Un portale "polilinguistico"




Segnaliamo all'attenzione dei nostri amici lettori un sito - da mettere tra i preferiti - ricco di "risorse linguistiche".

lunedì 5 dicembre 2016

Ovunque: il suo uso corretto


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Gli amatori della lingua italiana non adoperino l'avverbio "ovunque" nel significato di "dappertutto", come nel titolo di un giornale in rete. Dovunque (o ovunque) è un avverbio relativo di luogo e in quanto tale non è corretto adoperarlo assoluto (da solo), anche se c’è l’ “imprimatur” di qualche vocabolario. Deve essere seguito da un verbo (verrò ‘ovunque’ tu vada) e non deve essere adoperato nell’accezione di “dappertutto”. È scorretto dire, perciò, c’era polvere ‘dovunque’. Ecco ciò che dice in proposito il linguista Aldo Gabrielli:
Avverbio di luogo, vale propriamente “in qualunque luogo dove...”; ed è relativo, regge sempre un verbo; sarà quindi bene usato in frasi come: “Dovunque c’è un fiume c’è nebbia”; “Lo troverò dovunque io vada” e simili. Molti invece lo usano malamente nel significato compiuto di “dappertutto, in ogni luogo”; per esempio: “Lo troverò dovunque”; “Dovunque era solitudine”; diremo: “Lo trovo in ogni luogo”; “Dappertutto era solitudine”. Sono sottigliezze, ma costa poca fatica rispettarle. E lo stesso dicasi per ‘ovunque’, che ha il medesimo significato. Viene smentito, però (come consuetudine, ormai), dai revisionisti del suo pregevole vocabolario: dovunque
[do-vùn-que]  avv.
1 In qualunque luogo dove (con valore relat.): andrò d. tu voglia.
2 Dappertutto, in ogni luogo: lo trovo d.; d. era silenzio. Naturalmente snobbiamo ciò che riporta il vocabolario ritoccato.
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La parola proposta da questo portale: accapacciare. Provare un forte mal di testa. Per la composizione del verbo - non a lemma in tutti i vocabolari - si veda qui.


sabato 3 dicembre 2016

Dare spago


Questo modo di dire - di uso prettamente popolare - si tira in ballo quando si vuole assecondare qualcuno, oppure incoraggiarlo a dire e a fare ciò che desidera al fine di trarne un successivo tornaconto. La locuzione deriva - con molta probabilità - dall'usanza di legare alcuni animali domestici a una  corda per delimitare lo spazio in cui possono muoversi e per impedire, anche, un'eventuale fuga. Piú la corda è lunga (dare spago) maggiore è la libertà di movimento per gli animali (e il padrone ha il proprio tornaconto: la certezza che non possono fuggire). Lo spago ha dato origine anche a un proverbio: chi ha spago, aggomitoli.
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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": beneficio.

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Mettetevi alla prova - se siete interessati - con i "test" dell'Accademia della Crusca.

venerdì 2 dicembre 2016

Il desco e il sacciamento

La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it: desco.
E quella segnalata da questo portale: sacciamento. Sostantivo maschile che sta per "conoscenza" e simili.

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Il gergo del web, quanto ne sai?
Fai il test della Crusca

Dialetti, i bambini e 5 miti da sfatare In edicola "L'Italiano" / Tutti i test 

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Lo confessiamo: non capiamo che cosa c'entri il "gergo del web" con la lingua italiana. Se qualcuno ci illumina...




giovedì 1 dicembre 2016

Drastico, il suo uso corretto




Probabilmente qualche lettore amante del bel parlare e del bello scrivere non concorderà su quanto stiamo per scrivere, ma ci facciamo forti della “democrazia” anche in campo linguistico. Molto spesso si fa un uso “abusivo” dell’aggettivo drastico,  sarebbe necessario, quindi, che tutti conoscessero il suo... impiego originario. Vediamo, intanto, la sua origine. Viene dal greco “drastikòs”, tratto da “dran” (agire). Drastico significa, per tanto, “che agisce con efficacia”. Per il suo significato fu adoperato, in origine, in campo medico: è un drastico medicinale, per evidenziare, appunto, la sollecita efficacia. In seguito se ne fece un uso metaforico non condiviso da Alfredo Panzini il quale sosteneva, per l’appunto, che i “drastici” provvedimenti presi gli sembravano un po’ troppo metaforici. Se drastico significa, infatti, “che agisce con efficacia” non si può dire che i provvedimenti sono “drastici” fino a quando non se ne vedono gli effetti. Ma questo ragionamento, forse, è un po’ troppo cavilloso perché significa voler cercare, a tutti i costi, il classico pelo nell’uovo. L’abuso (potremmo dire “errore”?) nasce quando all’aggettivo drastico si vuol dare il significato di notevole: c’è stato un “drastico” (notevole) aumento delle bollette telefoniche. Oppure quando si adopera il suddetto aggettivo come sinonimo di severo. Basterebbe - prima di scrivere o di parlare - riflettere un attimo (non attimino, per carità!) sul significato delle parole da usare (ricorrendo, eventualmente, all’ausilio di un buon vocabolario, uno di quelli con la “V” maiuscola) per non incappare in inesattezze o in errori che alcune volte rasentano il ridicolo: la situazione meteorologica è drastica; ancora mal tempo dalle Alpi alla Sicilia. Abbiamo esagerato anche questa volta?  I vocabolari, purtroppo, non sono tutti dalla nostra parte. Si veda anche qui.



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In conformità di...

In questi giorni "referendari" stiamo "assistendo", in tutti i dibattiti televisivi,  a un uso tremendamente errato della locuzione "in conformità...": «tutto deve essere fatto in conformità con...». La predetta locuzione avverbiale si costruisce con la preposizione, semplice o articolata, "di" (non 'con'): tutto è stato fatto in conformità di quanto previsto dalla legge. Qualche vocabolario, però... Ma tant'è.

mercoledì 30 novembre 2016

A proposito del «qual'è»


 Alcuni amici lettori hanno ravvisato nel pregevole articolo del prof. Sgroi un apostrofo di troppo (qual'è). A tal proposito pubblichiamo un intervento dello stesso professore in cui spiega, con dovizia di particolari, il "non-errore"  dell'apostrofo.

NON È ERRORE, MA PRONUNCIA DELL’ITALIANO MODERNO
“Qual’è” (sic!) laicamente con apostrofo
 SALVATORE CLAUDIO SGROI *
Nel domenicale del “Sole 24 ore” del 17 febbraio, Giuseppe Antonelli, bravo storico della lingua nonché romanziere e brillante giornalista, ha ricordato che «qualche anno fa, a Roberto Saviano sfuggì - twittando - un apostrofo di troppo: “Qual’è il peso specifico della libertà di parola? ”». Capita, può capitare, specie quando si scrive rapidamente su una tastierina piccola come quella di un telefono. Ma Saviano non volle ammettere l’errore e, rispondendo alle critiche, scrisse «Ho deciso: -) continuerò a scrivere ‘qual’è’ con l’apostrofo come Pirandello, Landolfi”». «Non è così che funziona» è stato il giudizio netto (puristico) di Antonelli. Da cui però dissentiamo in toto, in nome di una “Grammatica laica”. Dando piena ragione a Saviano per la sua scelta. Per motivi diversi. In primo luogo non si tratta affatto di un “errore”. Poi si tratta anche di un uso “codificato”, cioè riconosciuto come corretto da grammatici, per di più puristi. Ancora. Lungi dall’essere un uso sgrammaticato, il “qual’è” è invece un uso dettato da una precisa regola grammaticale di grande vitalità. Per essere considerato un “uso errato”, il “qual’è” (con l’apostrofo) dovrebbe essere prerogativa delle scritture degli incolti. Ma non è affatto così. Saviano giustamente ricordava di trovarsi in compagnia con autori quali Pirandello e Landolfi. Ma la schiera di scriventi doc del ‘900 è facilmente arricchibile. Se si dà un’occhiata al “Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento”, nel Cd-Rom curato da Tullio De Mauro (Utet 2007), costituito da 100 testi del Premio Strega apparsi nel cinquantennio 1947-2003, si scopre la presenza di “qual’è/qual’era” in autori come G. Berto 1947, A. Palazzeschi 1948, C. Malaparte 1950, A. Moravia 1952, I. Calvino 1952, E. Morante 1957, M. Tobino 1962, G. Arpino 1964, G. Parise 1965. Si potrebbe continuare con altre banche dati. E si tratta anche di un uso “codificato”. Un esempio appare ne “La grammatica degl’Italiani” di Trabalza Allodoli (1934 e 1952), dove si trova scritto: “l’interpunzione, qual’è stata stabilita” (p. 332). Tale uso è poi difeso a spada tratta da un purista come Franco Fochi fin dal 1964. Nel suo delizioso “L’italiano facile” Fochi ritiene «giusta, aggiornata, legittima soltanto la grafia qual’è». Infine, la grafia “qual’è” (con l’apostrofo) si spiega in quanto elisione di “quale” dinanzi a vocale. Davanti a consonante nell’italiano d’oggi “quale” non va soggetto ad alcun troncamento. Si dice infatti «quale partito votare? » e non già «*qual partito votare? », «quale lavoro cercare? » e non già «*qual lavoro cercare», ecc. Il troncamento di “quale” dinanzi a consonante è un residuo dell’italiano antico, rimasto in espressioni fossilizzate, come “nel qual caso”, “una certa qual fretta”, “qual piuma al vento”. La grafia “qual’è” riflette quindi la pronuncia dell’italiano moderno, quella senza apostrofo rimane legata all’italiano del tempo che fu.
*Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania.
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L'unghio?

Gentile dott. Raso,  poco fa ho fatto il test sui dialetti italiani elaborato dall'Accademia della Crusca e pubblicato da Repubblica. Nella domanda 4 ho letto "unghio", la cosa mi ha stupito, perché ho sempre creduto che il termine corretto fosse " unghia " (plurale "unghie"). La questione mi incuriosisce molto, perché nella mia regione, la Sicilia, molti dicono "unghio" (plurale "unghia"), abitudine secondo me sbagliata. Mi devo ricredere? Grazie per una sua eventuale risposta e congratulazioni per il suo blog.
Cordiali saluti,
Francesca R.
(Località non specificata)
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Cortese Francesca, grazie a lei che mi onora della sua attenzione. Quanto al suo quesito, le faccio "rispondere" dalla Treccani:
 ùnghio s. m. – Forma rara o scherz. per unghia: per nascondere la propria emozione si grattava un orecchio con il lunghissimo u. del mignolo sinistro (Tomasi di Lampedusa).

martedì 29 novembre 2016

Bada come scrivi o bada a come scrivi? (2)

A proposito di "bada come scrivi" o "bada a come scrivi", pubblichiamo un interessantissimo articolo del  prof. Salvatore Claudio Sgroi.

"BADA (A) COME SCRIVI E (A) COME PARLI!"

Salvatore Claudio Sgroi *

 "Bada a come scrivi", con la "a" aggiunta sopra la riga dopo "Bada" a sottolineare la frase corretta rispetto al possibile "Bada come scrivi", è il titolo di un recentissimo volumetto di dubbi linguistici co-edito dall'Accademia della Crusca e da "la Repubblica". Il che offre lo spunto per dar conto del costrutto con le due varianti, che non è stato analizzato nel testo.  Il primo problema che si pone il lettore comune è: "qual'è la forma corretta?". Risposta: "elementare!" (direbbe Watson). Si tratta di forme entrambe corrette. Per più ragioni. In primo luogo le due forme oscillano in bocca a uno stesso parlante (mediamente acculturato), e non si tratta di usi di "italiano popolare" delle classi incolte. Il parlante potrebbe solo trovare una delle due (per es. il "Bada come scrivi") più "naturale". In secondo luogo, non c'è nessuna ambiguità di significato. In terzo luogo l'esistenza delle due varianti è documentata nell'uso di illustri letterati, come si rileva nel CD-Rom della LIZ/BIZ "Letteratura/Biblioteca Italiana Zanichelli" ricca di 1000 testi letterari dalle origini a metà Novecento (2010) e nel "Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento", 100 testi del Premio Strega del sessantennio 1947-2006, a cura di T. De Mauro (2007). Esempi di "Bada come parli" (del tutto equivalente a "Bada come scrivi") sono infatti documentati in 5 autori con 12 esempi (De Roberto 1891, Pirandello 1895, 1916, 1920, 1922, 1923, 1930, 1930b, Tozzi 1921, I. Calvino 1950, 1950b, Eco 1981). A fronte di 4 autori con 5 esempi di "Bada a come parli" (Pirandello 1927, Berto 1947, Morante 1957, 1957b, La Capria 1961). Si noterà la compresenza in uno stesso autore come Pirandello. Quanto all'avallo dei dizionari, il lettore a parte qualche dizionario che tralascia il costrutto (De Mauro 2000, Gradit 2007, Devoto-Oli 2014), trova testi che registrano o l'uno o l'altro costrutto (e sotto "parlare" anziché sotto "badare" o "come"). Registrano infatti il costrutto senza la preposizione "Bada come parli" 7 dizionari: il "Grande dizionario" storico del Battaglia (1984), il "Diz. Enciclopedico Italiano" (1958), il "Lessico Universale Italiano" (1976), il Duro della Treccani (1989) con il Treccani di Simone (2005), il Palazzi-Folena (1992), il De Felice-Duro (1993). Registrano la forma "Badi a come parli" 4 dizionari: Sabatini-Coletti (2007), Gabrielli-Hoepli (2007), Garzanti (2013), Zingarelli (2016). Solo il Dardano (1981-82), in maniera descrittivamente ineccepibile, indica le due possibilità: "bada (a) come parla!". Più delicato è invece scoprire la "grammatica" alla base dei due costrutti, entrambi corretti, con e senza "a". Analogo è il caso dei sinonimi "attento (a) come parli", "attenzione (a) come parli"; "guarda (a) come parli".  Il "come" vale "in che modo" e può introdurre come avverbio: 1) le interrogative dirette o le esclamative, es. "come [= in che modo] si è comportato?/!", e 2) le interrogative indirette, es. "dimmi come (= in che modo) hai fatto". Da qui: "Bada come (= in che modo) parli".  Ma "come", in quanto congiunzione relativa, significa anche "il modo in cui". Da qui: "Bada a come (= al modo in cui) parli".  Analoghi valori semantici e sintattici assume pure, va rilevato, il costrutto con "dove": 1) "dove", avverbio interrogativo es. "Bada dove (= in quale luogo) metti i piedi!"; e 2) "dove", congiunzione relativa, es. "Bada a dove (= al luogo in cui) metti i piedi". 
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* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania.