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martedì 22 maggio 2018

"Divagazioni" sulla lingua italiana


Due parole sull'uso corretto di "incognito", che si costruisce senza la preposizione "in" (non in incognito, quindi). Il cantante è giunto a Roma incognito. L’aggettivo, infatti, viene dal latino incognitus composto con la preposizione negativa in e il participio passato del verbo cognoscere. La preposizione "in" è già "dentro" la parola, anzi all'inizio. Attendiamo, in proposito, gli strali di qualche linguista "d'assalto" nel caso s'imbattesse in questo sito.

L'arca e l'arco. Si presti attenzione ai due termini: non sono l'uno variante dell'altro. Il maschile, con il plurale archi, sta per "arma per lanciare le frecce" e in geometria indica la parte di una circonferenza, ma anche un particolare elemento architettonico (un arco acuto, per esempio). Il femminile, con il plurale arche, indica/indicava un tipo di sepolcro (oggi è d'uso antiquato).

Due parole due sul verbo "imparare" che in buona lingua italiana ha un solo significato: apprendere. Viene dal latino "in + parare" (procurare, propriamente "procacciarsi una notizia" e simili) divenuto in lingua volgare (italiano) "imparare". Sono da evitare, per tanto, le sue varianti popolari nei significati di "venire a sapere", "avere notizia", "venire a conoscere" e simili: questa notizia l’ho imparata da un conoscente; domani ci sarà una riunione aziendale, l’ho imparato or ora; dove hai imparato questo pettegolezzo? Come pure è da evitare l’uso del predetto verbo nel significato di "insegnare" (anche se comunissimo in molte parlate regionali e lo usò lo stesso Carducci , "E dolce un canto le imparava"): chi ti ha imparato l’educazione?

Ovunque e dappertutto. Entrambi i termini sono avverbi di luogo. Il primo avendo anche valore relativo non si può adoperare assoluto (da solo), deve avere, per l'appunto, una proposizione che lo "colleghi": ti seguirò ovunque tu andrai. Ma: ti seguirò dappertutto (non ovunque).

Dentro, avverbio di luogo e preposizione impropria. In funzione avverbiale vale "nella parte interna" e, in senso figurato, "nell'intimo", "nel cuore": le tue parole mi sono entrate dentro (nel cuore). Come preposizione impropria, con il significato di "nel", "in", si può far seguire dalle preposizioni "a" o "di": dentro all'armadio trovi tutto l'occorrente. La preposizione "di" è obbligatoria, però, con i pronomi personali: guarda dentro di te.



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Se non cadiamo in errore non abbiamo - in lingua italiana - un termine per definire chi uccide un cugino. Potremmo chiamare la persona che si macchia di questo crimine consobrinocida, o, piú "musicale", consobrincida. Da consobrino (cugino) con l'aggiunta del suffisso -cida (che uccide, uccisore).

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Errata corrige. Consobrinicida, non consobrinocida. Mentre scrivevamo non abbiamo pensato alla “regola” secondo la quale i nomi composti con il suffisso “-cida” debbono mutare la vocale finale in “-i”: erbicida (da erba); acaricida (da acaro) ecc.



domenica 20 maggio 2018

La congiunzione "ma" e la virgola


Alcuni insegnanti - e, quindi, alcune grammatiche - ritengono errato cominciare un periodo con la congiunzione "ma" perché - sostengono - essendo un'avversativa - si può adoperare solo tra due frasi o due elementi che indicano contrasto come, per esempio, "lo comprendo ma non lo approvo". E quale legge grammaticale lo proibisce? Si può benissimo - ed è formalmente corretto - cominciare un periodo o una frase con il "ma" in quanto detta congiunzione indica la conclusione o l'interruzione di un discorso, di un periodo, per passare a un altro. E come liquidiamo la questione della virgola dopo la congiunzione su detta? Ci spieghiamo. I "soliti" grammatici ritengono errato l'uso della virgola dopo la predetta congiunzione avversativa. Anche in questo caso non c'è alcuna norma grammaticale che vieta tale uso. Ci corre l'obbligo di far notare a questi "soloni della lingua" che se la congiunzione avversativa "ma" precede una frase parentetica la virgola non solo è corretta, ma è... d'obbligo: avrei voluto telefonarti ma, visti i precedenti, non ho avuto il coraggio. Nell'esempio riportato, l'espressione "visti i precedenti" è una frase parentetica, la virgola dopo il "ma" è, per tanto, obbligatoria. Dunque, cari amici, quando avete dei dubbi orto-sintattico-grammaticali non consultate testi di lingua redatti da illustri sconosciuti, sodali di editori compiacenti: troppo spesso questi "sacri testi" sono l'esempio della contraddizione, oltre a contenere delle "mostruosità linguistiche". Sarebbe auspicabile che tutte le pubblicazioni inerenti alla lingua fossero sottoposte al vaglio dell'Accademia della Crusca (prima di essere date alle stampe): in questo modo si raggiungerebbe quella "uniformità linguistica" tante volte invocata dal compianto professor Giovanni Nencioni, presidente della stessa Accademia dal 1972 al 2000. I testi, seppure scritti con stile personale, conterrebbero le medesime regole e i "fruitori" non avrebbero possibilità di errore.

sabato 19 maggio 2018

Il "nome" del papa


 Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce “papa” cercandone l’etimologia leggiamo: dal tardo latino ‘papa’ (padre) ; titolo  dei vescovi, poi del papa”. Si veda, in particolare, qui. È interessante, invece, la tesi (non riportata dai dizionari consultati) di alcuni studiosi che ritengono derivi dall'acronimo delle parole latine "PAstor PAstorum", che significano "Pastore dei pastori", oppure di "PAter PAtrum" che stanno per "Padre dei padri", o ancora delle parole "Petrus Apostolum Potestatem Agens", "l'Apostolo Pietro che detiene il potere" (della Chiesa, ovviamente; o "Pietro che detiene il potere apostolico"). Per quanto attiene all'uso dell'articolo con il predetto sostantivo riportiamo la "Nota d'uso" di Sapere.it: · Il nome papa, quando è seguito dal nome proprio, può essere o non essere preceduto dall’articolo determinativo; perciò si può dire, il papa Leone XIII o papa Leone XIII. L’omissione dell’articolo è più frequente quando il nome proprio non è seguito dal numerale ordinale (papa Leone) e quando si usa il cognome e non il nome assunto come papa (papa Luciani).


giovedì 17 maggio 2018

Non facciamoci beffe della lingua italiana


Così i Casamonica beffano i sigilli e vivono nelle loro ville sequestrate (qui, il collegamento)


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Questi titoli di un quotidiano in rete contengono due errori: il primo, "mortale" (matita blu), riguarda l'uso corretto del verbo beffare; il secondo, "veniale" (matita rossa), attiene all'uso improprio della preposizione "da". Vediamo di fare un po' di chiarezza. Il verbo beffare, transitivo, significa, propriamente, "imbrogliare qualcuno, dileggiarlo, deriderlo" e simili; riferito a un essere inanimato (i sigilli) si deve coniugare nella forma intransitiva pronominale (beffarsi). Il titolo corretto, per tanto, avrebbe dovuto recitare: «[...] si beffano dei sigilli [...]». Quanto alla preposizione "da" (da segretaria) è adoperata impropriamente perché siamo in presenza di un complemento di specificazione, che richiede la preposizione "di". Gli annunci specificano, infatti, il tipo di lavoro: di segretaria.

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La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: crocota. Sostantivo femminile con il quale si indica una veste lussuosa, elegante, di colore giallo-arancio e, per estensione, qualsivoglia oggetto di lusso.

mercoledì 16 maggio 2018

Fa, locuzione avverbiale di tempo


Se saremo tacciati di presunzione dai grandi linguisti - qualora si imbattessero in questo sito - la cosa ci lascerà nella "piú squallida indifferenza" e andremo sempre avanti per la nostra strada. Tutti i cosí detti sacri testi (grammatiche e vocabolari) che abbiamo consultato definiscono il lemma "fa" anche un avverbio di tempo. No, amici, questo "fa" non è un avverbio ma una locuzione avverbiale di tempo perché adoperato assoluto (da solo) è una parola vuota*, non ha alcun senso, come lo hanno, invece gli avverbi di tempo "ieri", "oggi", "domani", "sempre", "mai" ecc. Una riprova? Posso dire correttamente, e ha un senso: domani andrò a trovare il mio vecchio compagno d'armi; ieri sono stato al cinema assieme a mia moglie; siamo sempre stati contrari a quell'unione. Provate a sostituire domani con fa; ieri con fa e sempre con fa e vedrete che le frasi in oggetto non hanno alcun senso. Fa, da solo, quindi, non avendo un senso non può essere un avverbio. Questo fa, dunque, è la terza persona singolare del presente indicativo del verbo fare che, preceduto necessariamente da un altro elemento, forma, appunto, una locuzione avverbiale con il significato di "passato", "avvenuto", "compiuto": due giorni fa (ora si compiono due giorni) ho rivisto un vecchio amico. Non si accenta mai trovandosi sempre in posizione tonica.

* Parole vuote

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La parola proposta da questo portale, ripresa dal GDU (De Mauro): diapasma. Sostantivo maschile con il quale si indica una "polvere profumata". Si veda anche qui.

martedì 15 maggio 2018

La scenata è una cosa, la sceneggiata un'altra

Il titolare di questo portale viene spesso accusato di "razzismo linguistico" nei confronti dei massinforma (operatori dell'informazione). Fortunatamente questo sito fa compagnia allo SciacquaLingua.

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Qualora
congiunzione che significa se, quando, ogni volta che, dato che, ecc., si scrive senza apostrofo.

Quasiché - locuzione che introduce una proposizione modale, si  può scrivere anche in due parole,  quasi che; in grafia unita non raddoppia la c e prende l'accento sulla e.

Uniformare - alla lettera significa rendere di una medesima forma: ho uniformato i mobili degli uffici. Si sconsiglia l'uso del verbo nell'accezione di conformare, adattare, accordare e simili.

lunedì 14 maggio 2018

Ancora sull' «invadenza» della lingua inglese


Un interessante articolo di Raffaele Simone* su L'Espresso.
* Si veda qui