Visite dal primo febbraio 2017

sabato 22 settembre 2018

L'italiano perduto e quello ritrovato


Daniele Scarampi "incontra" Vittorio Coletti, accademico e consigliere  dell'Accademia della Crusca, sul sito della Treccani.

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Riproponiamo un vecchio articolo sull'uso non ortodosso di tre verbi: iniziare, riaprire e presiedere.

venerdì 21 settembre 2018

Lettera aperta alla redazione del vocabolario Treccani


Cortese Redazione, "sfogliando" il vocabolario in rete, al lemma "-ale", abbiamo letto: «-ale. – Suffisso usato nella terminologia chimica per indicare la presenza, in un composto organico, di un gruppo aldeidico, come in citralegeraniale, ecc.». Riteniamo sia il caso di ampliare la "dicitura" del lemma in oggetto perché il predetto suffisso (anche "-iale" e "-uale), dal latino "alis", serve principalmente per la formazione di aggettivi derivati da sostantivi che indicano uno stato, un'appartenenza, una condizione, una relazione: autunnale, collegiale, intellettuale ecc. Si usa anche per formare sostantivi derivati da altri sostantivi: viale, portale, grembiale. Si adopera anche, con valore "accrescitivo", in alcuni sostantivi denominali maschili: piazzale. Certi che la nostra segnalazione sarà tenuta nella dovuta considerazione, ringraziamo e porgiamo distinti saluti. F.R.

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Alcune persone, anche quelle cosí dette acculturate, credono che nientedimeno e nientemeno abbiano il medesimo significato e adoperano, quindi, i due termini indifferentemente. No, hanno accezioni e usi diversi. Il primo, avverbio e congiunzione avversativa, sta per tuttavia, non per tanto. Il secondo è solo avverbio e significa nondimeno. Si possono adoperare indifferentemente solo nelle esclamazioni perché entrambi indicano, in questo caso, l'idea di meraviglia: ha scomodato, nientemeno, il direttore; sei corso subito? Nientedimeno!

giovedì 20 settembre 2018

Finalmente si è ammansata...


Forse pochi sanno che ammansire appartiene alla schiera dei verbi sovrabbondanti avendo il "gemello" ammansare - probabilmente poco conosciuto e, quindi, poco usato -  della I coniugazione e con il medesimo significato, appunto: calmare. Sono entrambi transitivi. Va da sé che il presente indicativo di ammansare è io ammanso e quello di ammansire è io ammansisco, con l'inserimento dell'infisso "-isc-". Si può dire benissimo, quindi, "Giulia, finalmente, si è ammansata", con buona pace di qualche "linguista d'assalto".

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Ai tempi della scuola ci hanno insegnato molte “inesattezze”, come quella che il gerundio non si può adoperare se non si riferisce al soggetto della proposizione reggente e non si può trovare a inizio di frase. Niente di piú “falso”, lo sostiene Francesco Sabatini (già presidente della “Crusca”) rispondendo a un quesito di un lettore.

Il lettore ci pone un quesito che rivela, ancora una volta, come le spiegazioni approssimative di molti libri di grammatica (desiderosi di essere soprattutto brevi) possono creare dubbi d’ogni sorta. La regola che mette in guardia dall’usare, in una frase implicita, il gerundio riferito a un altro soggetto che non sia quello della frase reggente, gli è stata forse presentata in maniera tanto cieca da fargli supporre che, tolto questo caso, il gerundio non si possa usare. Quella regola invece si completa dicendo che il gerundio di una frase implicita può riferirsi anche a un soggetto diverso da quello della reggente a patto che quel soggetto venga introdotto, con un nome o un pronome: la frase citata come difettosa – Essendo tu un bravo studente, io ho stima di te – è invece assolutamente corretta. C’è un solo accorgimento da rispettare: il soggetto di un gerundio non riferito al soggetto della frase reggente va posposto al gerundio (Essendo tu …; non Tu essendo, una posizione accettata nell’uso antico, che oggi suonerebbe aulica). È chiaro che quest’uso è proprio di uno stile un po’ ricercato, dal momento che più comunemente si dice: siccome sei un bravo studente, … o visto che sei …. Esistono poi altri casi di non “coreferenza” del gerundio al soggetto della frase reggente: quando si mette al gerundio un verbo impersonale (Piovendo a dirotto, non siamo usciti di casa); quando si introduce un cosiddetto “soggetto generico” (Ripensandoci, le tue parole non mi sono piaciute; cfr. L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, vol. II, Bologna, Il Mulino, 1991, pp. 572-574), meglio ancora quando un soggetto generico del gerundio si associa a una reggente impersonale: (sbagliando, s’impara)».


mercoledì 19 settembre 2018

Violazioni delle norme grammaticali in articoli giornalistici, in testi burocratici e di narrativa


Un articolo di Luigi Spagnolo, sul sito della Treccani, circa le violazioni vere e proprie della norma grammaticale da parte di giornalisti, saggisti, scrittori, burocrati ecc.

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 Da un giornale in rete:

A Rebibbia si è recata il procuratore aggiunto Maria Monteleone, coordinatore del pool dei magistrati che si occupa dei reati sui minori.

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L'estensore dell'articolo probabilmente non sa che in lingua italiana esistono i regolari femminili procuratrice e coordinatrice. Ora lo sa.

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La parola proposta da questo portale e a lemma - sembra - solo nel Palazzi: acciaccinare. Verbo che vale "affaccendarsi in qualcosa con poco (o senza) profitto".

martedì 18 settembre 2018

Si è d'accordo "su" o d'accordo "con"? Dipende...


Da "Domande e risposte" del sito Treccani:

È corretto dire "non sono d'accordo con ciò che dici"? Alcuni dicono la preposizione "con" non sia corretta.

RISPOSTA

Lei non dia retta a chi la consiglia male: si può essere d’accordo “in” (siamo d’accordo in tutto e per tutto), “con” (sono d’accordo con te [persona] ero d’accordo con ciò [cosa] che dicevano), “su” (su questo siamo tutti d’accordo?) “per” (siamo d’accordo per stasera [sottinteso: vederci, sentirci, incontrarci ecc.]).

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A nostro avviso la risposta sarebbe piú comprensibile se articolata cosí: si è d'accordo CON qualcuno; si è d'accordo SU/IN qualcosa. Sono d'accordo CON Luigi SU quanto ha detto. La preposizione "con" dell'esempio della redazione «ero d'accordo con ciò [cosa] che dicevano» non ci sembra "appropriata". D'accordo, insomma, segue la stessa norma che regola il verbo "concordare": si concorda CON qualcuno SU qualcosa. Il verbo in oggetto può essere sia transitivo sia intransitivo. Nel primo caso acquista il significato di comporre una divergenza, superare contrarietà: dopo estenuanti trattative le parti hanno concordato UN periodo di riposo. Nel secondo caso (concordare) assume l'accezione di "coincidere": le tue idee concordano (coincidono) CON le mie. Quando il suddetto verbo, però, sta per convenire, essere d'accordo si costruisce con le preposizioni SU o IN per le cose e con la preposizione CON per le persone: concordo CON te SU quanto hai esposto; concordo CON te IN tutto e per tutto.

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La parola proposta da questo portale: fengofobia. Sostantivo femminile con il quale si designa la paura, l'orrore per gli oggetti eccessivamente luminosi. È composto con le voci greche "phéggos" (luce) e "phobie" (paura, timore).


lunedì 17 settembre 2018

Delitto e reato: sinonimi?

Il delitto "comprende" un qualunque reato. Compiono un’azione delittuosa, dunque, tutti coloro che, come dice l’etimologia del termine, vengono meno al dovere e commettono una mancanza. Il delitto sotto il profilo etimologico è il latino “delictum” (crimine, derivato dal supino del verbo “delinquere”). Il verbo latino, a sua volta, è composto della particella “de”, con valore intensivo e del verbo “linquere” (lasciare indietro, mancare e, per tanto, venir meno al dovere, commettere una mancanza, una colpa). Da delitto, per estensione, abbiamo “delinquente”, colui che si allontana dalla retta via. Due parole sul reato, da molti considerato sinonimo di delitto. Il reato, in realtà, ha un’etimologia diversa, provenendo dal latino “reus” (imputato), tratto, a sua volta da “res” (cosa) che costituisce la “premessa”, cioè il debito per il quale il reo (il colpevole) è chiamato a comparire davanti al giudice. In proposito ci piace riportare un pensiero dello scrittore francese Balzac: «I delitti sono proporzionati alla purezza della coscienza e quello che per certi cuori è appena un errore per alcune anime candide assume le proporzioni di un delitto».

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La parola proposta da questo portale e  "lemmata" non in tutti i vocabolari dell'uso: sbiobbo. Aggettivo e sostantivo. Si dice di persona piccola, deforme e rachitica. Si veda anche qui.

domenica 16 settembre 2018

Curiosità idiomatiche


Vi siete mai chiesto/i perché chi uccide su commissione era/è chiamato "sicario", oggi sostituito dal termine barbaro "killer"? Perché la persona che compie questa "missione" era fornita di "sica", vale a dire di un pugnale atto a sgozzare le vittime designate. Oggi questi "professionisti" dispongono di armi piú moderne, ma il termine antico è rimasto.

L'abito talare - chi non lo sa? - è la veste indossata dai religiosi. Ma tale abito può essere portato anche da persone che non hanno niente che vedere con la religione. Perché? Perché questo indumento indica una veste lunga fino alle calcagna. Viene, infatti, dal latino "talus" (tallone). Potremmo dire, quindi, stando all'etimologia, che alla prima alla Scala tutte le signore erano in abito talare.

La vacca e la mucca, cioè la femmina dei bovini adulti, pur essendo parole sinonime hanno "origini etimologiche" completamente diverse. La vacca è pari pari il latino "vacca". La mucca, invece, è il germanico-elvetico Mücken (moscerino).  Sembra che i Lanzichenecchi e i mercenari svizzeri - calati nel nostro Paese - trovassero le nostre vacche gracili e placide in confronto alle loro e le chiamarono, appunto, "moscerini" (Mücken). Il termine si diffuse rapidamente in tutta la Penisola e venne italianizzato in mucche.

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Ecco uno dei tanti vocaboli che pure avendo la medesima grafia cambia di significato secondo la pronuncia (ortoepia): foro. Pronunciato con la "o" aperta (fòro) questo sostantivo indica la piazza dell'antica Roma, oggi designa il tribunale; con la "o" chiusa (fóro) si intende un'apertura, un buco. Quindi: Giulio è un principe del fòro (tribunale); Claudio ha fatto un fóro (buco) nel muro per farvi passare il filo del telefono.

Due parole sull'uso del verbo rimbalzare. È un verbo intransitivo della I coniugazione e si può coniugare con entrambi gli ausiliari (essere e avere) quando è adoperato assoluto (da solo): il pallone, lanciato con poca forza, non ha/è rimbalzato subito. Prenderà l'ausiliare essere quando è indicato il luogo del rimbalzo: il pallone è rimbalzato oltre la linea del campo.