domenica 24 aprile 2022

Una "malattia linguistica", ovvero il "dalfonismo"


 Con il termine “dalfonismo”* – coniato a bella posta sulla scia di “daltonismo”, vocabolo con il quale si indica un difetto della vista per cui non si distinguono alcuni colori, in particolare il rosso e il verde (dal nome dello scienziato inglese che nell’Ottocento studiò questa malattia) – ci piace indicare una “malattia linguistica” di cui soffrono molti ‘dicitori’ delle radiotelevisioni (ma anche numerosi ospiti dei vari salotti televisivi): pronunciano in modo errato alcune parole, sbagliano, cioè, l’accentazione di certi vocaboli, in particolare la pronuncia esatta di alcuni “fonemi” (termine di origine greca che alla lettera vale “suono della voce”).

Il “dalfonismo”, quindi, vale a dire l’errata pronuncia, a volte può addirittura cambiare il significato delle parole; si pensi, per esempio, alla vocale “e” che può avere un “suono” chiuso o aperto come in “vénti”, aggettivo numerale e “vènti”, plurale del sostantivo vento; oppure come “accétta”, la scure e “accètta”, voce del verbo accettare. Ma lasciamo questi esempi che tutto sommato non “disturbano” (anche se sono da condannare) in quanto dal contesto del discorso si capisce benissimo se il giornalista o l’annunciatrice sta/stia parlando di numeri o di… vènti nelle previsioni meteorologiche.
Ciò che a nostro modesto parere disturba moltissimo è il “dalfonismo” in parole che non si prestano a diverse interpretazioni. Vediamo, quindi, alcuni “dalfonismi” di uso comune, cosí come ci vengono alla mente.

Cominciamo con il "dalfonismo" di taluni medici: catètere. La pronuncia corretta è catetère, con accentazione piana, l’accento, cioè, deve cadere sulla penultima sillaba. Questo perché occorre rispettare l’accentazione originaria latina, “cathetíre(m)”, dal greco “kathetèr”.
E che dire della forma “dalfonica” diatríba in luogo della pronuncia corretta diàtriba, con l’accento tonico sulla “a”? O di alchimía invece di alchímia, con la prima “i” tonica? A questo proposito ci dispiace dover constatare la “permissività d’accentazione” di alcuni autorevoli vocabolari. Ma tant’è.

Ma ciò che ci lascia veramente di stucco è il “dalfonismo” che riscontriamo in persone acculturate e “di prestigio”, che sovente calcano le scene radiotelevisive, là quando dicono, per esempio, che “io non vàluto questo fenomeno”, vale a dire quando mettono l’accento sulla “a” e non, correttamente, sulla “u”. La “u” del verbo valutare – come tutti i suoi composti – deve essere tonica (accentata nella pronuncia) in alcuni casi nel corso della coniugazione perché è un verbo denominale, viene cioè dal sostantivo “valúta” e in quanto tale deve conservare la medesima accentazione del nome dal quale deriva: io valúto, tu valúti, ecc. Questa, a nostro avviso, non è pedanteria. Vogliamo semplicemente ristabilire una “verità linguistica” calpestata da tutti coloro i quali attraverso i cosí detti mezzi di comunicazione di massa si piccano di “fare la lingua”.

Tempo fa, un notissimo quotidiano romano parlava, in una pagina di cronaca, di un batterio “immune agli antibiotici”. Ecco la lingua che divulga la stampa! Questo non è un caso di “dalfonismo”, è “analfabetismo linguistico” bell’e buono. Immune, chi non lo sa?, si costruisce con la preposizione “da”: immune ‘da’ influenza. La frase del giornale contiene due gravi errori: uno di costruzione grammaticale (e lo abbiamo visto), l’altro di concetto. Immune significa “non soggetto a subire il contagio”. Gli antibiotici sono una malattia? Non ci sembra proprio. L’ “opinionista” del quotidiano avrebbe dovuto scrivere, correttamente, “resistente agli antibiotici”.

Ma non divaghiamo e torniamo ad alcuni “dalfonismi” da evitare. Tra i piú comuni citiamo: leccòrnia (si pronuncia leccornía); rúbrica (correttamente rubríca); guàina (corretto guaína); cosmopòlita (voce corretta cosmopolíta); persuàdere (dizione corretta persuadére); utènsile  (utensíle) . Ci fermiamo, non vogliamo annoiarvi oltre.

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* Invitiamo i lessicografi a prendere in considerazione il neologismo.


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La parola proposta da questo portale: cleodeo. Aggettivo, di uso letterario, sinonimo di glorioso. Di provenienza ellenica, composto con le voci greche "cleos", gloria e "idos", forma.




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sabato 23 aprile 2022

Sul corretto uso dell'avverbio 'poco'


 Quest'avverbio, dunque, ha il comparativo e il superlativo organici (irregolari): meno e minimamente. Il superlativo assoluto è sostituito, per lo più, con le forme regolari pochissimo, assai poco, molto poco. Nel superlativo relativo si può adoperare, ma non è consigliabile, il più poco: dammene il più poco possibile. Si può apostrofare davanti a sostantivi che cominciano con una vocale: poc'acqua. In questo caso, però, poco dismette la veste di avverbio per indossare quella di aggettivo. È obbligatorio l'apostrofo, invece, nella locuzione poc'anzi. 

E per finire, attenzione a non cadere nell'errore, comunissimo, di dire e scrivere poco a poco. L'espressione corretta è a poco a poco. I due poco devono essere sempre preceduti dalla preposizione a; omettendo la prima si cade in un francesismo e in lingua italiana è da evitare.

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La parola proposta da questo portale: belomanzia. "Arte" di predire (o indovinare) il futuro attraverso il lancio delle frecce.



 

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venerdì 22 aprile 2022

Partire e altri verbi (alla francese)

 


Due parole, due, sul verbo partire: molti lo adoperano alla francese con l'accezione di uscire, ripetendo l'uso, per l'appunto, del francese partir. È un uso improprio, se non errato perché, come fa notare il linguista Giuseppe Rigutini, partire include sempre il fine di un viaggio.

Sbagliano coloro che dicono, per esempio, parto ora dall'ufficio, sarò da te fra un'ora. Dall'ufficio si esce, non si parte. Si parte quando si lascia una località per andare in un'altra. Diremo correttamente, quindi, domani partiremo da Cosenza per Reggio Calabria.
E sempre a proposito di partire, lasciamo al gergo burocratico l'espressione a partire da: a partire da domani gli uffici saranno chiusi al pubblico tutti i giovedì. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere dirà: da domani o cominciando da domani o, ancora, da ...

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Daccanto e d'accanto. Si presti attenzione ai due termini perché non hanno lo stesso significato; non si possono adoperare, quindi, indifferentemente.
Daccanto è una locuzione avverbiale che vale vicino, accanto, dappresso (anche in grafia analitica: da presso) e simili: erano seduti l'uno daccanto all'altro.
D'accanto corrisponde, invece, a di torno, da vicino: fammi il favore, togliti d'accanto!

Datare
. Verbo transitivo. Significa, propriamente, mettere la data, porre la data. Molti lo adoperano alla francese, dandogli un'intransitività (che non ha, appunto), nell'espressione a datare da... Si dirà, correttamente, a cominciare da... e simili.

Economizzare
. Verbo che riprende pari pari il francese économiser. Chi ama la buona lingua dirà, italianamente, risparmiare o ricorrerà alla locuzione fare economia.

Eclissarsi. Altro verbo francesizzante (s'éclipser). Gli amatori della buona lingua useranno, per dire che una persona è andata via furtivamente, i verbi italiani scomparire, svignarsela, andar via alla chetichella ecc.


 

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giovedì 21 aprile 2022

Ancora sull'uso corretto di alcuni verbi

 


I verbi abbonare e abbonire non sono l’uno sinonimo dell’altro in quanto cambiano di significato mutando di coniugazione. Il primo, si presti attenzione, si coniuga secondo la “legge” del dittongo mobile e significa “defalcare una parte di un credito a vantaggio del debitore”: Giovanni ha abbonato all’amico Luigi la somma di cinquemila euro; usato nella forma riflessiva vale “pagare una determinata somma per ottenere un servizio”: mi sono abbonato al mio giornale preferito. Il secondo, abbonire, si coniuga inserendo, in alcuni tempi e modi, l’infisso “-isc-“ e significa “placare”, “calmare” e simili: non sono riuscito ad abbonirlo.

Il verbo aborrire, infine, si può coniugare anche nella forma incoativa (-sco-): io aborro o aborrisco. È tanto transitivo quanto intransitivo. In quest’ultimo caso si costruisce con la preposizione “da”: aborrisco dalla prepotenza; aborro la violenza. Voi amici, aborrite da certe pubblicazioni che calpestano l'idioma divino (e sono tante, purtroppo).


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La parola proposta da questo portale: asseno. Termine di uso letterario, sinonimo di inospitale. Il vocabolo è composto con le voci greche "alfa privativo" e "xenos" (straniero, ospite): non-ospite, quindi inospitale.

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La lingua "biforcuta" della stampa

UCRAINA

Sergio Mattarella: "Ue e Nato compatti, sanzioni per fermare l'allargamento della guerra"

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Non lo sapevamo: "la" Ue e "la" Nato sono state sottoposte a una operazione chirurgica "sesso-linguistica" per cambiare genere. Ora, grazie ai media, abbiamo "lo" Ue e "lo" Nato.

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La sfida al virus

Addio mascherine al chiuso e Green Pass, cosa cambia per l’obbligo vaccinale: le nuove regole Covid dall’1 maggio

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Correttamente: dal 1 maggio. Il primo giorno del mese è un "numero ordinale", si scrive, quindi, come si pronuncia.



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mercoledì 20 aprile 2022

Sgroi - 127 - Uso e logicismo etimologico: "succube" vs "succubo"

 


1. L'evento mediatico

Certamente istruttivo, ma anche retrogrado e neo-puristico, l'intervento di Maurizio Assalto, nella sua rubrica "Linguacciamia" del 19 aprile del quotidiano on line "Linkiesta", intitolato «'Si è sempre detto'. Il mistero lessicale per cui diciamo succube invece di succubo».

Un veto linguistico invero non nuovo, posto per la prima volta da A. Panzini 1923 e poi ripreso da Bruno Migliorini in testa, come si vedrà più avanti.

 

2. Le due Regole alla base delle forme succubo e succube

Maurizio Assalto individua le due regole alla base delle due varianti. Ovvero la [Regola-1 etimologica latina] alla base di succubo 'che/chi soggiace alla volontà di qn.', "alla base di tutto è il latino succubus", ovvero per essere più precisi, "der. del lat. tardo succuba 'concubina'" (De Mauro 2000), attestato col Panzini 19234 nel suo Dizionario moderno, come ricordato dal DELI di M. Cortelazzo-P. Zolli.

Alla base della variante succube ci sarebbe invece la [Regola-2 etimologica francese]: "tra l’etimo latino e la forma italiana che ne deriva si è messa di mezzo un’altra lingua, perché è dalla mediazione del francese succube (pronuncia sycyb) che viene il nostro succube", puntualizza lo stesso M. Assalto.

 

3. La vitalità letteraria di succube

Stando al Grande dizionario (storico) della lingua italiana del Battaglia (UTET vol.  XX 2000, anche in rete) succubo è presente in G. Papini av. 1956 "succubo della sensualità" e in A. Moravia 1971  "ero succubo"; invece succube in B. Cicognani 1954 "un suo succube" e in C. Cassola 1959 "il succube (della moglie)". Nel Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento, costituito dai romanzi Strega pubblicati nel sessantennio 1947-2006 (a c. di T. De Mauro 2007), la forma succube appare in 7 autori: G. Tomasi di Lampedusa 1959 ("ed anzi ne subiva il fascino fino a diventarne succube"), F. Sanvitale 1980, C. Magris 1987, G. Bufalino 1988, E. Ferrante 1992, D. Starnone 2001, S. Veronesi 2006. Invece succubo ricorre 4 volte in solo tre autori: G. Testori 1959 ("tenerlo sotto di sé, suo succubo e schiavo"), in Lalla Romano 1969 e in U. Eco 1981. Il rapporto è quindi di 2 a 1. Ben più significativo lo scarto tra le due forme nella pagina letteraria del Sole 24-Ore, 25 anni di idee (1983- 2009), dove succubo appare solo in 5 testi 1989-2007, rispetto ad oltre un centinaio con succube.

  

4. Il giudizio di correttezza normativa nella lessicografia italiana

Tutti i dizionari correnti registrano le due forme nell'ordine "succubo o succube", normativamente "alla pari", e con etimologia diacronica.

 Il De Mauro 2000 col GRADIT 20072 sotto il lemma succubo ricorda la variante succube,con l'etimo diacronico: "Der. del lat. tardo succuba 'concubina'", e data 1563, la variante succube a sua volta lemmatizzata in quanto "var." con rinvio a succubo".

Il Treccani-Simone 2005/2009, Il vocabolario della lingua italiana, lemmatizza alla pari "succubo (o succube)" con etimo diacronico "dal lat. succŭba, la forma succube è influenzata dal francese".

Il Sabatini-Coletti 2007 registra "succubo o succube" con etimo diacronico "dal lat. tardo sùccubam 'concubina', sùccubum 'amasio'"; "la forma succube attrav. il fr. succube".

Il Devoto-Oli-Serianni-Trifone 2019 lemmatizzza "succubo (o succube)", "dal lat. succŭba 'chi giace sotto altra persona'; "la variante succube per influsso del fr. succube 'sign. sottomesso alla volontà altrui'", con la data 1923.

Lo Zingarelli 2021 registra "sùccubo o sùccube", con etimo diacronico "succubo è forma m. tratta dal lat. tardo succŭba(m) 'concubina'"; "la forma succube è modellata sulla grafia del fr. succube".

Il Garzanti 2020 lemmatizza alla pari, ma con al primo posto, "succube o succubo" (e anche succubo come voce secondaria con rinvio a succube) con l'etimo diacronico per succubo: "Dal lat. tardo succŭba(m) 'concubina'" e nella "Nota" in calce un etimo sincronico per succube (vedi sotto § 4.2.). Nella stessa "Nota" sottolinea -- normativamente -- quanto a succube che "considerata a lungo scorretta, la larga diffusione l'ha resa accettabile".


4.1. L'etimo diacronico di succubo/succube nella dizionaristica etimologica

La duplice etimologia, latina e francese, per succubo e succube è presente anche nella dizionaristica etimologica. Così T. Bolelli 1989 (Dizionario etimologico della lingua italiana, TEA, alla base del DIR. Dizionario italiano ragionato, D'Anna1988) lemmatizza "sùccube. Trasformazione (sul modello del fr. succube) di succubo, dal lat. succuba 'concubina'".

A. Nocentini con la coll. di A. Parenti, 2010, l'Etimologico. Vocabolario della lingua italiana con CD-Rom e online (Le Monnier 2010) lemmatizza alla pari, con al primo posto "sùccube, sùccubo" bisemico con due diverse date di attestazione: 1) "sec. xvi 'spirito demoniaco'"; 2. "1923 'sottomesso al volere altrui' ", in quanto "prestito latino: dal lat. succŭba 'concubina' " con rinvio generico a "fr. succube, sp. súcubo".

Nel De Mauro-Mancini 2000 Dizionario etimologico (Garzanti, ricavato dal GRADIT) si registra sùccubo come nel De Mauro 2000 col solo etimo latino: "Der. del lat. tardo succuba 'concubina'", datato 1563 con la "Var. succube".

Nel lemmario di Dante Olivieri Dizionario etimologico italiano (Ceschina 19531, 19652) si legge (p. 674): "succube, v. covare", ma sotto covare (p. 213) si cita "il lat. [...] succuba (it. succubo)". E c'est tout!


4.2. Succube (1923) etimo diacronico o sincronico?

Tutti i dizionari su citati pongono alla base della variante succube a partire da B. Migliorini il fr. succube, con l'eccezione tuttavia del Garzanti 2020, che riporta succube come lemma principale e succubo come voce secondaria con rinvio a succube, e nella "Nota" in calce propone un etimo sincronico: "La variante succubo [refuso per succube] è stata ricavata dalla forma plurale succubi".

In effetti, il fr. succube, stando al Trésor de la langue française, nonché al Petit Robert (2017), non presenta l'accezione "che, chi soggiace alla volontà altrui", ma quella trecentesca "Relig. chrét. "Démon femelle, qui vient la nuit s'unir à un homme". Sicché, considerando anche la data di prima attestazione della moderna accezione italiana (1923), l'ipotesi controcorrente del Garzanti è tutt'altro che peregrina. Da ciò consegue che la [Regola-2 etimol. francese] andrebbe riformulata come [Regola-2 endogena fono-morfol.] alla base di "succube < pl. succubi".

 

5. Il giudizio normativo della variante succube nella tradizione (neo)puristica

Dal punto di vista normativo, il giudizio negativo, inaugurato da A. Panzini, caratterizza quasi al completo la tradizione neopuristica.

A. Panzini Dizionario moderno (19234, 19428): "succubo Non sùccube".

Come accennato, Bruno Migliorini dopo Panzini sembra essere stato il primo ad occuparsi della variante succube nel 1957 ne "La Nazione" 18.12, ritornandoci ne La lingua italiana d'oggi (ERI 1967, "Dubbi di lingua": succubo pp. 222-23).

Il giudizio normativo negativo alla base di succube si spiega per Migliorini con l'essere un francesismo. Rispetto alla "forma corretta sùccubo", "la forma erronea [succube] è dovuta al fatto che non si è ricorsi direttamente al latino, ma al francese succube" (p. 222).

Nel 1967 Migliorini sperava ancora che la forma latineggiante avesse il sopravvento, complici anche i dizionari: "Ma forse non è ancora tardi per insistere, d'accordo con gli scrittori più corretti e con tutti i vocabolari, a favore di succubo" (pp. 222-23). In realtà gli scrittori del premio Strega (7 su 3), su ricordati (§ 3), optano per succube. L'uso della pagina letteraria del Sole 24 Ore è decisamente a favore di succube. Tutti i dizionari su citati (§ 4) riconoscono la correttezza di succube.

La posizione panziniana e miglioriniana è adottata dai successivi neopuristi.

G.L. Pierotti 1964, L'italiano corretto. L'italiano efficace, "sùccubo - e non 'sùccube''" (De Vecchi, p. 130).

Aldo Gabrielli 19695, nel Dizionario linguistico moderno (Mondadori): "súccubo, quésta è la fόrma corrètta", "è errόre quindi scrívere 'súccube'" (p. 641), ribadito a p. 1137: súccubo "Err. la forma sing. masch. 'súccube'". In Si dice o non si dice? (Mondadori 1969): "la forma corretta da usare è una sola, succubo. [...] La forma [...] succube è sbagliata, anche se è forse la più comunemente usata, anche se qualche dizionario la registra, e la ripete qualche cosiddetto scrittore" (p. 127). "La forma succube è [...] del tutto ingiustificata, e si spiega solo per l'influsso che può aver avuto su di essa il francese succube. Cerchiamo, almeno questa volta, di non essere ... succubi del francese" (p. 128), ripreso alla lettera ne Il museo degli errori (Mondadori 1977, pp. 79-80); e pressoché alla lettera in A. Gabrielli - P. Pivetti 2009, Si dice o non si dice? Guida all'italiano parlato e scritto (Hoepli, pp. 273-74). In Come parlare e scrivere meglio (1974): "súccubo (femm. súccuba) errato succube, masch." (Selezione dal Reader's Digest, p. 971).

R. Ferruzzi 1974, Galateo linguistico, "Veri errori sono succube, monolite, epigone, invece di sùccubo, monòlito, epìgono"; "errori dovuti a male intesa trasposizione dalle corrispondenti parole francesi" (Il Rinnovamento, pp. 136-37).

G.L. Messina 1983 Dizionario degli neologismi, dei barbarismi e delle sigle (A. Signorelli): "la grafía (*) súccube è però sbagliata e grammaticalmente non ha senso".

M. Magni - G.A. Grecu 1990, 20032, Così si dice. Così si scrive (De Vecchi): "Errore assai diffuso, [...] si dovrebbe dire: la donna era succuba, l'uomo era succubo".

Non errato ma "è di gran lunga preferibile al 'bisex' succube" per C. Picozza - F. Raso 20042 Giornalismo. Errori e orrori (Gangemi); ovvero "preferibile al 'bisex' succube" per C. Picozza- F. Raso - S. Strati 2020, S.O.S. Scrittura. Primo soccorso linguistico (Media Books p. 110).

Invece per M. Trinci 2019, Le basi proprio della grammatica, "succube, succubo (meno usato)" (Bompiani, p. 278).

 

6. Logicismo etimologico

Alla luce di quanto sopra, Maurizio Assalto sul piano normativo adotta come criterio di correttezza quello (neo)puristico dell'etimo latino. Giudica "priva di formulazione logica" la variante succube, per lui addirittura "lessem[a] storpiat[o], pretendendo che "per coerenza" il parlante "dovrebbe dire incube e non incubo (dal latino incubus)". E alla fine non riesce ad apprezzare la lezione del grande Totò, che pure opportunamente cita per la sua battuta «Si è sempre detto succube, tutti dicono succube, io da bambino dicevo succube…» in un film del 1960, avallato proprio dall'uso pan-italiano: “tutti dicono”, “si è sempre detto”.

 

Sommario

1. L'evento mediatico

2. Le due Regole alla base delle forme succubo e succube

3. La vitalità letteraria di succube

4. Il giudizio di correttezza normativa nella lessicografia italiana

4.1. L'etimo diacronico di succubo/succube nella dizionaristica etimologica

4.2. Succube (1923) etimo diacronico o sincronico?

5. Il giudizio normativo della variante succube nella tradizione (neo)puristica

6. Logicismo etimologico












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martedì 19 aprile 2022

Sull'uso corretto (a nostro avviso) di due verbi: apparire e proferire


 Qualche osservazione sull’uso non ortodosso – a nostro modesto avviso – di due verbi: apparire e proferire. Si leggono spesso, sulla stampa, frasi del tipo «la lettera apparsa il 25 del mese scorso è stata attribuita a Tizio; l’autore è, invece, Caio. Ci scusiamo con l’interessato e con i lettori». Le apparizioni, ci sia consentito, sono una caratteristica degli ectoplasmi: una lettera si pubblica, non appare. Apparire significa, infatti, ‘manifestarsi’ e una lettera – dicevamo – non si manifesta, si pubblica. Neanche una persona viva e vegeta ‘appare’, bensí ‘compare’: all’improvviso è comparso Giovanni. E che dire di ‘profferire’ in luogo di ‘proferire’? In alcuni sacri testi si legge che il predetto verbo si può scrivere con una o due “f ” (proferire e profferire), una sorta di verbo sovrabbondante. Le cose non stanno affatto cosí: cambiando di grafia cambia anche di significato. Con una sola “f” (proferire) sta per ‘dire’, ‘pronunciare’, ‘esclamare’ e simili: Francesco non proferí parola. Con due (profferire) vale ‘offrire’, ‘regalare’, ‘mettersi a disposizione’ e simili: Marcello gli profferí il suo aiuto (si mise, cioè, a sua disposizione per aiutarlo). E per finire, due parole su un altro verbo: derogare. Si deroga ‘a’, non ‘da’. È comunissimo leggere o sentire che «Carlo ha derogato da una legge». No, correttamente, Carlo ha derogato ‘a’ una legge. Si può adoperare anche, transitivamente e raramente, nell’accezione di ‘trasgredire’, ‘violare’: tutti i presenti hanno derogato le istruzioni ricevute. Voi, amici che ci onorate della vostra attenzione, se volete ben figurare, non derogate 'alle' norme linguistiche.













 

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domenica 17 aprile 2022

Buona Pasqua


Alle amiche e agli amici che seguono, con assiduità, le nostre noterelle linguistiche auguriamo una serena Pasqua.




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sabato 16 aprile 2022

Previo e salvo: avverbi o aggettivi?


 
R
iteniamo  importante spendere due parole sull’uso distorto (secondo chi scrive) – e, quindi, ‘raddrizzarlo’ – di due aggettivi tanto cari ai nostri burocrati: previo e salvo. Previo e salvo sono, come dicevamo, due aggettivi e in quanto tali concordano nel genere e nel numero con il sostantivo cui vengono anteposti. Ci capita sovente di leggere in documenti ufficiali – quelli redatti dalla ‘macchina burocratica’ - frasi tipo “la documentazione richiesta sarà rilasciata previo domanda scritta”; oppure “l’ufficio si riserva il diritto di decidere in merito, salvo eccezioni previste dalla legge”. Bene. Anzi male, malissimo. Quel ‘previo’ e quel ‘salvo’ sono maledettamente errati perché non sono avverbi – che rimangono, ovviamente, invariati – ma aggettivi, di conseguenza devono concordare con il sostantivo. La forma corretta deve essere, per tanto, previa domanda scritta e salve eccezioni (fatte salve le eccezioni). Previo, insomma, dal latino ‘prae’ (prima) e ‘via’ (strada), significa ‘inviato prima’, quindi ‘che precede’, ‘precedente’. Precedente (o previo), dunque, non è un aggettivo? Per quale motivo debba essere considerato alla stregua di un avverbio resta un mistero eleusino. Sicuramente qualche linguista dissentirà. Ce ne faremo una ragione.

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Qualche consiglio (linguistico)

Malacitano – così si chiama l’abitante di Malaga, città dell’Andalusia, non malagalese.
Malcostume – nella forma plurale il termine si scinde in due parole: mali costumi.
Mettere in guardia – l’espressione significa avvisare qualcuno di guardarsi da persone o da cose dalle quali potrebbe averne un danno e si costruisce, per tanto, con la preposizione da, non su: Paolo ha messo in guardia Giovanni dai risultati che otterrebbe se intraprendesse quella strada.
Mezzogiorno – il suo plurale è mezzogiorni: l’appuntamento è tutti i mezzogiorni.



 

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