mercoledì 18 settembre 2019

L'anacoluto


L'anacoluto - leggiamo dal Devoto-Oli - è un «costrutto sintattico per cui il primo elemento appare, rispetto ai successivi, insieme campato in aria e messo in rilievo: io, purtroppo, mi sembra che non ci sia nulla da fare». 
    L'anacoluto, insomma, secondo i grammatici, consiste "nel cominciare la costruzione di una frase (o di un periodo) in un modo per poi proseguirla in un altro".  
    È considerato un vero e proprio errore sintattico-grammaticale, però - secondo il linguista Aldo Gabrielli -«sovente può riuscire a dar forza ed eleganza al periodo, quando sia usato a ragion veduta dai buoni scrittori». Un esempio manzoniano, fra i tanti: «Quelli che muoiono bisogna pregare Iddio per loro».
   Chi non è avvezzo alla penna lasci dunque questo "errore" ai grandi scrittori, se non vuole essere tacciato di ignoranza. La stampa, purtroppo, è maestra in fatto di anacoluti. 
    Vediamo, come sempre, piluccando qua e là alcuni anacoluti, in parentesi la costruzione corretta:  
   un giovane motociclista, mentre percorreva a elevata velocità la strada principale del paese, un gatto sbucato improvvisamente lo fece deviare in un canale dove, purtroppo, perse la vita (mentre un giovane motociclista percorreva...); la popolana, recatasi dalla vicina comare, le parve di riconoscere in alcuni utensili che questa possedeva quelli che gli erano stati rubati (alla popolana... parve di...); il perché della caduta dell' esecutivo  non è il caso di soffermarcisi (sul perché... non è il caso...). Potremmo continuare...

martedì 17 settembre 2019

Uso "corretto" dei pronomi personali soggetto

I pronomi personali soggetto "canonici", vale a dire "egli", "ella", "essa", "essi", "esse"  - forse non tutti lo sanno -  devono essere sostituiti obbligatoriamente, secondo i dettami della legge grammaticale, dai fratelli "lui", "lei", "loro" in alcuni casi.
Vediamoli succintamente:
    1) quando il pronome personale soggetto è in funzione di predicato: se io fossi stato lui (non egli) mi sarei comportato diversamente; 
   2) dopo "neppure", "anche", "neanche", "nemmeno", "pure": neanche loro (non essi o esse) erano a conoscenza del problema;
   3) nelle esclamazioni: beato lui (non egli)!;
   4) nelle proposizioni in cui risulta evidente una contrapposizione fra persone: tu piangi, lui ride!;
   5) dopo le congiunzioni "come" e "quanto", ossia nei complementi di paragone: siamo scioccati quanto loro;
   6) quando il verbo della proposizione è rappresentato da un gerundio o da un participio: uscito lui, è tornata la calma;
   7) quando il pronome personale si trova fra "ecco" e il pronome relativo "che": ecco lei che si ritiene la bellezza personificata! ;
   8) quando il pronome personale ha una funzione di rilievo, e in questo caso si pone dopo il verbo: mi faccia la cortesia, glie lo dica lei!;
    9) in alcuni costrutti ellittici del verbo: chi ha parlato? Lei.

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Alcuni testi grammaticali classificano il verbo "struggere", forma aferetica di distruggere, fra quelli difettivi, privo, cioè, di participio passato e quindi dei tempi composti. No, amici, il participio passato - anche se di uso raro esiste (insieme, ovviamente, con i tempi composti coniugati con l'ausiliare avere): strutto. Con uso figurato sta per "tormentarsi" per il dolore, il desiderio, la nostalgia ecc.

domenica 15 settembre 2019

Dispensare...

Breve viaggio alla scoperta di parole omofone - parole che hanno la medesima grafia, quindi il medesimo “suono” - ma di significato completamente diverso, di cui il nostro idioma è ricchissimo. Queste parole le adoperiamo nel parlare quotidiano con la massima indifferenza, inconsciamente, senza renderci conto del fatto che uno stesso termine può assumere, appunto, significati diversi.
     Quante volte ci capita di dire frasi del tipo “apri la dispensa e prendi il pane” oppure “è arrivata la dispensa di storia dell’arte” o, ancora, “siamo in attesa della dispensa ministeriale per quanto concerne quell’affare”. Nel primo caso per dispensa si intende un locale (o un mobile) dove vengono riposte le riserve alimentari che giornalmente dovranno essere consumate. Nel secondo caso, invece, il termine indica un numero determinato di fogli di un’opera che si pubblica periodicamente. Nel terzo caso, infine, per dispensa si intende l’esonero, l’esenzione da un determinato obbligo.
     Vediamo, quindi, come si è giunti alle varie accezioni. Tutte e tre le “dispense” hanno il medesimo “padre”: il verbo latino “dispensare”, composto del prefisso “dis-” (che indica “distribuzione”) e il verbo “pensare”, intensivo di “pendere” (pesare) con il significato traslato di “pagare”, quindi “distribuire”, “concedere”, “dividere”, “somministrare”.
     La dispensa, vale a dire il locale o il mobile che contiene i generi alimentari, è così chiamata perché vi si custodiscono gli alimenti che quotidianamente verranno, per l’appunto, “dispensati”, cioè “distribuiti”. La raccolta di una varia disciplina, di un’arte, di una scienza - i fascicoli che vediamo nelle edicole, insomma - prende lo stesso nome perché anche questa ‘dispensa’ viene “distribuita” periodicamente. E veniamo alla terza accezione.
    Dal significato originario del verbo “dispensare”, cioè “concedere”, “dare” è nato quello di “esonerare”, vale a dire ” ‘concedere’ la facoltà di non fare una cosa”, “sciogliere” da un obbligo. La dispensa ministeriale di cui parlavamo ci “concede”, quindi, la possibilità di non sottostare a un determinato dovere. Il verbo dispensare, infine, ha generato altri figli. Vediamone qualcuno.

     Dispensario: istituto ospedaliero dove si “distribuiscono” medicamenti gratuiti; dispensiere: colui che ha la cura e la sorveglianza della dispensa; dispensatore: colui che ha la facoltà di “distribuire” o di “esonerare”. Da una cosa nessuno - e lo vogliamo mettere bene in evidenza - potrà mai essere “dispensato”, cioè esonerato, soprattutto i “dispensatori” di… cultura, gli operatori dell’informazione: dallo scrivere rispettando le leggi che regolano la nostra lingua.

 
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A coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere ricordiamo che la preposizione “su” si costruisce direttamente senza l’ausilio della sorella “di”, tranne che con i pronomi personali dove la preposizione “di” può essere o no espressa (dipende dal gusto personale). Scriveremo e diremo, quindi: il pappagallino è stato ritrovato “su” una casa diroccata (non: su di una casa); faccio affidamento “su di” te (ma anche: su te).

venerdì 13 settembre 2019

Procedere, progredire, tardare: quale ausiliare?

I verbi citati nel titolo sono, molto spesso, oggetto di dubbi  quando devono essere coniugati nei tempi composti: quale ausiliare, essere o avere? Si possono adoperare entrambi gli ausiliari, ma non gettando la monetina, ma secondo il significato che gli si vuole dare.
   Andiamo con ordine.   
   Procedere: ausiliare essere quando sta per "andare avanti" (tutte le operazioni di trasbordo sono procedute senza inconvenienti); ausiliare avere allorché al verbo in questione si dà l'accezione di "dare inizio", "dare corso alla procedura" (il giudice ha proceduto all'interrogatorio degli inquisiti).     
   Progredire: ausiliare avere quando si riferisce a una persona (Giuseppe ha progredito negli studi intrapresi); essere riferito a una cosa (il vasto incendio è progredito in tutte le direzioni).  
  Tardare: avere quando significa "fare qualcosa, svolgere un compito oltre il tempo consentito" ( Giovanni ha tardato troppo a rispondergli); essere quando ha l'accezione di "cosa bramata arrivata tardi" (quanto è tardata quella risposta!).




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La lingua "biforcuta" della stampa

È il 97simo decesso dall’inizio dell’anno a Roma e provincia. L’uomo ha perso il controllo della sua macchina in tangenziale, all’altezza di ponte Lanciani. Inutili i soccorsi. La polizia municipale cerca di ricostruire la dinamica

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Correttamente: È il 97esimo (...). Non esiste il suffisso "-simo". Treccani: -èṡimo [dal lat. -esĭmus di centesĭmus, ecc.]. – Suffisso dei numerali ordinali: undicesimo, dodicesimo, ventesimo, ecc. (a eccezione dei primi numeri, da 1 a 10). In matematica, può essere aggiunto sia a un numero sia a una lettera o a un’espressione: 0-esimo (zeresimo, di posto zero), n-esimo (ennesimo, di posto n), i-esimo (iesimo), (n2 + 1)-esimo (ennequadratopiuunesimo), ecc.; anche scritto 0-mo, n-mo, i-mo, ecc.

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Ponte Morandi, controlli "ammorbiditi" e falsi report su altri viadotti: scattano arresti e interdittive
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Correttamente: misure, sanzioni interdittive. Non esiste il sostantivo "interdittiva". Dal verbo interdire discende l'aggettivo "interdittivo", non il sostantivo. Treccani: interdittivo agg. [der. di interdire, sull’esempio delle tre voci che seguono]. – Relativo all’interdizione, che determina interdizione, spec. nel sign. giuridico del termine: misure interdittive.

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Chiude consultorio di via Silveri, assemblea di protesta: "Era un modello"
Dopo quarant'anni la storica struttura in zona San Pietro. La battaglia del coordinamento delle donne dei consultori di Roma e Castelli romani

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"Dopo quarant'anni la storica struttura in zona San Pietro" che cosa fa?
 



 


mercoledì 11 settembre 2019

Qualche barbarismo (che sarebbe bene evitare)

Con il termine barbarismo si indica - come si può leggere nel vocabolario Treccani -  una «parola, forma o locuzione errata rispetto alla norma di una determinata lingua o comunque estranea all’uso di questa, introdotta, per lo più senza necessità né giustificato motivo, da una lingua straniera». Per il Tommaseo il barbarismo è «usare senza necessità voci straniere, mutare la forma grammaticale e analogica delle voci, pronunziare o scrivere spropositato».
    Vediamo, pertanto, "sbirciando" tra le varie pubblicazioni, alcuni barbarismi che si potevano tranquillamente "tradurre" nell'idioma di Dante. In parentesi la voce italiana. Ovviamente qualche cosí detto linguista d'assalto - se per caso dovesse imbattersi in questo sito - ci lancerà i suoi strali...  Ma tant'è.
   Vediamo, dunque. I genitori del rampollo hanno organizzato un dancing (ballo) per festeggiarlo; si è chiuso ieri, dopo l'ultimo intervento, il meeting (riunione, convegno) di Comunione e Liberazione; tutti i partecipanti all'evento si sono dati appuntamento al club (circolo); quel giovanotto, esordiente, si è rivelato un grimpeur (arrampicatore) meraviglioso; i novelli sposi andranno ad abitare in un bellissimo villino provvisto di ogni comfort (comodità); alla cerimonia d'inaugurazione la principessa era molto chic (elegante); il cavallo, che alla vigilia era dato per favorito, ha perso la corsa per la caduta del jockey (fantino); il 5 aprile scorso ha preso il via il trust (consorzio) dei panettieri; l'incontro di pugilato è stato sospeso al terzo round (terza ripresa); la giovinetta ha fatto una bella performance (prova). Potremmo continuare…

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La lingua "biforcuta" della stampa

Notte al freddo davanti alla scuola per la mamma delle gemelle senza vaccino
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Le gemelle non posseggono il vaccino? O, correttamente, non vaccinate?

domenica 8 settembre 2019

Osservazioni (e suggerimenti) (2)

Le congiunzioni “perché” e “poiché” pur introducendo entrambe una proposizione causale con il verbo all’indicativo, a nostro modo di vedere, non si possono usare indifferentemente. La prima (perché) indica una causa che si suppone sia sconosciuta all'/dall’interlocutore: non posso venire conte te, perché debbo tornare in ufficio; la seconda (con un significato “piú preciso”: dal momento che; dato che; visto che; siccome e simili) indica un motivo che si suppone essere conosciuto dall’interlocutore: poiché (visto che, dal momento che ecc.) mi costringi, ti dirò la verità. È solo una nostra pedanteria? Può darsi.

Perché colui  che alla responsabilità del lavoro preferisce l’ozio, seduto su una comoda poltrona, si chiama... poltrone? Il termine proviene - attraverso un viaggio etimologico del tutto originale - da un vocabolo non piú in uso: poltro. Questo, a sua volta, dal... latino “pullus” (piccolo, riferito a tutti gli animali, quindi anche al puledro). Il poltro (puledro) indicava un animale da soma e, “per simpatia” un divano, un letto. Da poltro, con l’accrescitivo femminile, si è formato il vocabolo  “poltrona” nell’accezione a tutti nota e da questa “poltrone”, appunto: una persona, cioè, che alla fatica fisica o morale preferisce una comoda poltrona.

La doppia  zeta (ma anche la doppia “g”) è sempre stata la “disperazione” degli scolari: come si fa a sapere se una parola si scrive con una o due “z”? Una regola si può azzardare, anche se non valida in assoluto. Si ha doppia zeta (zz) davanti a vocale semplice: corazza, pazzo. Si ha una sola zeta (z), invece, davanti a due vocali: azione, abbazia. Le eccezioni (due "z" davanti a due vocali) sono quasi inesistenti: razzìa e pochissime parole derivate da altre che al loro interno ne contengono due per la “regola” sopra citata: pazzia (da ‘pazzo’); corazziere (da ‘corazza’).

Due parole due sulle particelle avverbiali (oltre che pronomi) “ci” e “vi” che a nostro avviso - contrariamente a quanto sostengono alcune grammatiche - non sono perfettamente equivalenti. “Ci”, infatti, si può sostituire a “vi” (anche se questa sostituzione è molto discutibile): sono stato due giorni a Genova e non “ci” ho trovato quello che cercavo; “vi”, invece, non può essere adoperato in luogo di “ci” (sempre a nostro avviso): quando Luigi è arrivato io non v’ero piú; bisogna dire, correttamente, non  «c’» ero piú. Ci e vi si adoperano, infine, senza una specifica funzione nell’ambito di un’intera frase: non v’ha dubbio; qui non ci si vede; in casa tua non mi ci trovo; ci si perde molto tempo a spiegargli le cose. Forse, però, sono solo “quisquilie personali”...

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 La lingua "biforcuta" della stampa

 RINCARI

 Patente, maxi rincari con Iva al 22%: costerà più di 1.200 euro

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Sí, sappiamo benissimo di ripeterci, ma non ci stancheremo mai di... ripetere che i prefissi e i prefissoidi si scrivono "attaccati" alla parola che segue: maxirincari.

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Il Consorzio nato due anni fa in realtà non è mai decollato, solo Venaria funziona a pieno ritmo
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Correttamente: non ha mai decollato.

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L'omaggio del capo dello Stato, della sindaca e della neoministra Guerini ai caduti per la difesa della città
Una corona per ricordare le vittime della difesa di Roma. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la neoministra della Difesa, Lorenzo Guerini, e la sindaca di Roma, Virginia Raggi, hanno reso omaggio questa mattina ai cittadini e ai militari che l'8 settembre del 1943 persero la vita per difendere la Capitale dall'occupazione nazifascista.
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Senza parole! 

Lorenzo Guerini (Lodi, 21 novembre 1966) è un politico italiano, deputato del Partito Democratico e ministro della difesa del governo Conte II dal 5 settembre 2019.


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Resta incastrata con la gamba tra treno e banchina metro: salvo

L'incidente a Termini. La donna immediatamente soccorso. La circolazione tra San Giovanni e Ottaviano è ripresa dopo uno stop di mezz'ora
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Senza parole, anche qui.


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Torino

 "Il nonno mi violentava". La rivelazione a scuola, ma la preside dimentica di fare la denuncia 

Per un anno in un cassetto lo sfogo dell’allieva, sarà processata

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Chi sarà processata? L'allieva?


 
 
 
 
 


 


sabato 7 settembre 2019

Osservazioni (e suggerimenti)

Poche persone, probabilmente, sanno che il verbo “abbellire” ha un ‘fratello’, “abbellare” (che si coniuga secondo la I coniugazione), di uso prettamente letterario. È la forma metaplastica del primo. In linguistica si chiama “metaplasmo” (‘modellare in modo diverso’) ogni cambiamento di grafia e di pronuncia di una parola. Nel caso specifico - ma non tutti i linguisti sono concordi - c’è stato un cambiamento di coniugazione: dalla III (-ire) alla I (-are). 

 Si presti attenzione ai termini "sanguinario" e "sanguinoso": il primo può essere tanto sostantivo quanto aggettivo (quel sanguinario è stato arrestato dalla polizia; un pazzo sanguinario); il secondo è solo aggettivo (una ferita sanguinosa). Vediamo la “composizione”  e il significato “intrinseco” delle due parole. Sanguinario, dunque, significa “che è portato a uccidere” e ce lo dice il suffisso “-ario” atto a indicare un mestiere, una professione, un’attività (impresa / impresario; banca / bancario; sangue... sanguinario). Sanguinoso, invece, con il suffisso “-oso” che indica la presenza di una certa qualità o condizione, sta per “sporco di sangue”.

Mettere in guardia – l’espressione significa avvisare qualcuno di guardarsi da persone o da cose dalle quali potrebbe averne un danno e si costruisce, per tanto, con la preposizione da, non su: Paolo ha messo in guardia Giovanni dai risultati che otterrebbe se intraprendesse quella strada. I giornali non rispettano questa "regola" e scrivono su. Se amate la lingua…

 L'aggettivo "pronto", riferito a una persona, significa che è nell’assetto voluto per operare, per agire: sono pronto a partire. È improprio adoperarlo in una frase con valore negativo; non scriveremo, come è capitato di leggere su un autorevole quotidiano: il presidente della Repubblica  pronto a non firmare il decreto. Scriveremo: disposto, orientato, intenzionato, determinato e simili, secondo il caso.

Molto spesso adoperando la locuzione “essere cosciente” siamo assaliti da un dubbio amletico: si fa seguire dalla  preposizione “di” o dalla congiunzione “che”? ‘Sono cosciente “di”...’ o ‘Sono cosciente “che”...’?
   Quest’espressione - togliamoci subito il dubbio -  si costruisce con la preposizione “di”, non con la congiunzione “che”: Giovanni era cosciente “di” avere sbagliato la strada; non “che” aveva sbagliato la strada. Si può ovviare al dubbio sull’impiego della preposizione o della congiunzione ricorrendo alla locuzione essere cosciente del fatto che: Giovanni era cosciente del fatto che aveva sbagliato la strada. Lo stesso discorso per quanto attiene a “essere consapevole”. 

Alcune persone - tra queste anche quelle non sprovvedute in fatto di lingua - scrivono e pronunciano il gerundio presente del verbo “sgranchire” in modo errato: sgranchiendo. Quella “i” è ortograficamente errata; la forma corretta è sgranchendo. E la ragione è semplicissima. Dall’infinito sgranchire si toglie la desinenza “-ire” e si aggiunge al tema (o radice) sgranch la desinenza del gerundio che è “-endo”: sgranch + endo = sgranchendo. Non è, insomma, un verbo - come erroneamente alcuni ritengono - che “contiene” il dittongo mobile. I verbi con il dittongo mobile - in linea generale - sono quelli che nel tema hanno le vocali “e” o “o” (non è il caso di sgranchire) che secondo la posizione dell’accento tonico dittongano, rispettivamente, in “ie” e in “uo”, come, per esempio, ‘sedere’ che diventa siedo o ‘accecare’ che diventa accieco. 

 

 

 

 

giovedì 5 settembre 2019

La concordanza dei nomi collettivi

Ci siamo imbattuti, per caso, in un sito che tratta dell'accordo del verbo con i nomi collettivi. Dissentiamo totalmente su quanto scrive il titolare del portale in quanto condanna la concordanza a senso, confondendo le idee a coloro che non sono avvezzi alla lingua.
    Leggiamo: «Una massa di dimostranti irruppero in piazza: è l’errore più comune. Il soggetto è “una massa” e è singolare. Quindi vuole il verbo al singolare. La frase corretta è: una massa di dimostranti irruppe in piazza». No, non è affatto un errore, si tratta, infatti, della concordanza a senso (che, personalmente, preferiamo).
   Quando un nome collettivo singolare è seguito da un complemento di specificazione (ed è il caso di "una massa di dimostranti") la "legge grammaticale" dà libertà di scelta circa l'accordo del verbo; si può adoperare sia il verbo nella forma singolare, concordandolo con il nome collettivo (soggetto grammaticale), sia nella forma plurale concordandolo con il complemento di specificazione (soggetto logico) che è sempre plurale (concordanza a senso).  


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La lingua "biforcuta" della stampa

Lavori a rilento per ripristinare la voragine si è aperta a maggio. Sulla rete arancione i cartelli dei residenti: "Ridateci la strada"
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Sorvolando sulla mancanza del pronome "che" (che si è aperta) ci domandiamo se le voragini si ripristinano.



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La chiusura era iniziata l'1 settembre e aveva causato disagi e lunghe file tra piazzale Flaminio e piazza Fiume interessando anche la zona da via Lucania a piazza della Croce Rossa
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Correttamente: il 1 settembre. Crusca: Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."




 

mercoledì 4 settembre 2019

I suoni della consonante S

Anche la consonante S ha due "suoni" come la sorella Z, di cui abbiamo parlato il 31 agosto scorso. Vediamo per sommi capi, dunque,  e sperando di non cadere nella pedanteria quando la S ha il suono dolce (o sonoro) e quando lo ha aspro (o sordo).
    Ha il suono sonoro nei seguenti casi: a) all'inizio della parola (sgarbo) e nel "corpo" della parola quando si trova davanti alle consonanti sonore B, D, G, L, M, N, V (disdire); b) nei suffissi -asi, -esi, -isi, -osi (apoteosi, dialisi); c) quando è fra due vocali (odoroso, illuso); d) nelle desinenze verbali del passato remoto e del participio passato (-ise, -isi, -isero, -iso); e) nelle desinenze del passato remoto e del participio passato (-ase, -asi, -sero, -aso); f) nei suffissi -esima, -esimo (quaresima, millesimo); g) nelle desinenze  -usi, -use, usero, -uso del passato remoto e del participio passato.
    Ha suono sordo all'inizio di parola quando è seguita da una vocale (sole, suino); quando è seguita dalle consonanti sorde (C, F, P, Q, T): squillare, spiegare, stiro; nei suffissi -ese, -osa, -oso (portoghese, milanese, cellulosa, certosa, poderoso).

 
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La lingua "biforcuta" della stampa
Benevento, cede il manto stradale: camion della nettezza urbana resta intrappolato
Solo l'intervento dei vigili del fuoco è riuscito a liberare il veicolo
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Chi ha liberato il veicolo?

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Nel Potentino
 Droga, bastoni e alcol: nove persone denunciati dai Cc
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Correttamente: denunciate (le persone).

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Genova mette fuorilegge la Vespa: via all'ordinanza
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Correttamente: fuori legge [fuori (della) legge]. 
 
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Patto per migliorare la città. Salvini: " Io c'ho provato ma Raggi è incapace".  L'assessore (e commissario per Euro2020) in lizza per la delega allo Sport
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Correttamente: ci ho provato.







lunedì 2 settembre 2019

Sei proprio uno spilorcio!

Tutti conosciamo il significato di "spilorcio" (che è sia sostantivo sia aggettivo), se non altro basta consultare un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana e leggere: «Che/chi  è sommamente avaro, attaccato grettamente al denaro»: Giovanni  è proprio uno spilorcio; Maria è una spilorcia. L'accezione "intrinseca", vale a dire l'etimologia è incerta. Secondo il Devoto/Oli  il termine è composto di "(s)piluccare"  e "scorcio" (scorciato). E che cosa significa? Onestamente non siamo in grado di spiegarlo. Proviamo a "interpellare", per conoscere l'origine del termine, Ottorino Pianigiani anche se - come scritto altre volte - numerosi linguisti non lo ritengono fededegno:
  L'origine, comunque, resta incerta. Le note linguistiche al "Malmantile racquistato" (un poema burlesco) dicono in proposito: «Spilorceria: sordidezza. (È probabile che) questa parola venga da "pilorci", che i pellicciai chiamano quei ritagli di pelle, che, non essendo buoni a mettere un'opera, gli riducono in spazzatura, la quale poi vendono per governare i terreni».

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La lingua "biforcuta" della stampa

Alla cofondatrice di Emergency è dedicata la serata in programma oggi a Milano nella sede della onlus
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Molto meglio: confondatrice. DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia: