lunedì 10 luglio 2017

Sgroi - Titolista: un mestiere rischioso


di Salvatore Claudio Sgroi *

 Il titolista, come precisa il dizionario di T. De Mauro, in quanto «TS giorn.», ovvero termine settoriale del giornalismo, indica il «redattore addetto alla formulazione dei titoli di un giornale». Dare un titolo è un'operazione assai delicata, perché, come chiarì il grande psicolinguista russo Lev Semenovic Vygotskij nel 1934 in Pensiero e linguaggio, «Il titolo esprime tutto il senso dell'opera e ne è il coronamento», ossia «in una sola parola è contenuto realmente il contenuto di senso di tutta l'opera» (trad. it. Laterza 1990, p. 383).

La titolazione degli articoli dei giornali si rivela quindi una operazione assai delicata tanto più in quanto la scelta dei titoli, di norma «attiene proprio alla valutazione del redattore» e non dell'autore. Sicché da un lato l'autore è come dire deresponsabilizzato dalla correttezza di un titolo, dall'altro però rischia di essere 'vittima' del titolista, quando il titolo non rispecchia il suo pensiero, o addirittura ribalta il senso (il 'messaggio') dell'articolo.

La scelta di un titolo -- una breve frase verbale o nominale, in terza o seconda (più diretta) persona, in forma assertiva o interrogativa  -- focalizza necessariamente un aspetto di un testo, quello che all'autore sembra più pertinente. E crea delle attese nel lettore, che devono essere però confermate dalla lettura integrale del testo. Diversamente, si crea una stortura tra messaggio veicolato dal titolo e messaggio trasmesso dall'articolo.

Facciamo alcuni esempi concreti di titoli proposti dall'autore, variamente "manipolati" dal redattore, naturalmente in buona fede, ma con conseguenze diverse sul piano del significato.

Esempio n. 1. L'originale titolo nominale «Il Pontefice tra "disperazione" e "disisperanza"» (48 caratteri) è scorciato in «Il Papa tra “disperazione” e “disisperanza”» (43 lettere). Qui la sostituzione lessicale del redattore ha invero il vantaggio di un termine più comune ("Papa") rispetto a quello un pò più formale ("Pontefice").

Esempio n. 2. La frase verbale con invocazione diretta «Italiani, vi esorto alla “allocuzione inversa», (es. Stefania, mi raccomando, papà) – chiaramente ammiccante al Foscolo (“Italiani, vi esorto alla Storia”) –, viene banalizzata nella frase nominale «Esortazione all’allocuzione inversa». Frase forse troppo lunga (45 caratteri) la prima rispetto alla seconda (35 caratteri). Ma risolvibile in una variante più breve, scartata dal redattore, senza sacrificare l'efficacia comunicativa, quale: “Italiani, vi esorto al vocativo inverso” (39 caratteri).

Esempio n. 3. L'originale titolo «Perché mai un "giudizio impressivo"?» (36 lettere) è redazionalmente stravolto in «Perché non fidarsi di un giudizio “impressivo”» (46 lettere).

Tecnicamente l'originario titolo metalinguistico, che riguarda cioè l’espressione «giudizio impressivo» e la sua correttezza semantico-lessicale-etimologica, è diventato un "bel" titolo referenziale, riguardante cioè "il contenuto" del giudizio (impressivo). Il titolo redazionale è così diventato estremamente ambiguo, perché fa pensare che l'autore dell'articolo sia contro l’espressione «Giudizio impressivo» anglicizzante analizzata nel testo. Che è esattamente l’opposto di quanto sostenuto e dimostrato nell'articolo. Il titolo redazionale, come confermato anche dalla reazione di un lettore, «non solo ribalta il [...] punto di vista [dell'autore] ma confonde il lettore, infatti [...] è sembrato di capire che [l'autore] afferma il contrario: cioè che l’influenza della parola inglese sulla storica [della lingua] non ha comunque alterato il significato della sua affermazione. In conclusione ci si può fidare!».

Morale della favola, per uscire dall'impasse autore-redattore, non resta che la "negoziazione" tra i due. «Il linguaggio esiste solo nel dialogo», ricordava H.G. Gadamer (1995). Solo dialogando e negoziando si possono ridurre le distanze tra due interlocutori. Se poi il redattore non può o non vuole «per ragioni di tempo» o per altri motivi, dialogare, allora l'etica della comunicazione gli impone di rispettare il punto di vista dell'autore e di non modificare i titoli da lui indicati per i propri articoli.



* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)


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AVVISO



Nei mesi di luglio e agosto, per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, questo portale sarà "aggiornato" saltuariamente. Ci scusiamo con le amiche e con gli amici che seguono con assiduità le nostre modeste noterelle e auguriamo loro una serena estate.




martedì 4 luglio 2017

Avviso

Nei mesi di luglio e agosto, per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, questo portale sarà "aggiornato" saltuariamente. Ci scusiamo con le amiche e con gli amici che seguono con assiduità le nostre modeste noterelle e auguriamo loro una serena estate.

lunedì 3 luglio 2017

Sgroi - Perché mai un "giudizio impressivo"?


di Salvatore Claudio Sgroi *



 1. L'evento. Nella rubrica «Il Tema» del mese di giugno, nel sito dell'Accademia della Crusca, dedicato a «I luoghi comuni sulla lingua sono duri a morire: meglio però sarebbe non insegnarli alla RAI», l'Autrice, nota accademica e storica della lingua, a un certo punto della sua più che opportuna denuncia si è così espressa:

«definire una lingua come più o meno raffinata, o anche più o meno pura, significa esprimere solo un giudizio impressivo, non dimostrabile sulla base di analisi linguistiche».

L'espressione «giudizio impressivo» in tale contesto -- ha fatto subito rilevare un lettore -- risulta adoperata col significato di «giudizio impressionistico», cioè basato «sull'impressione», «superficial[e], non comprovat[o] da alcun dato documentario». Tale uso è stato quindi ritenuto errato, sbagliato, (eufemisticamente) «poco accorto» sia perché a lui non familiare sia perché non confermato da un testo di riferimento come il dizionario di De Mauro (2000). Il termine "impressivo", raro, ovvero di basso uso, vale infatti dizionaristicamente: (i) «atto a comunicare un impulso o a trasmettere un movimento» e (ii) «fig., capace di suscitare un'impressione; impressionare, commuovere». E non già (iii) "impressionistico". Conclusione secca del lettore sulla scelta lessicale dell'Accademica: «mi pare che "meglio però sarebbe" avere anche più accortezza nell'uso del lessico, tanto più per un recensore accademico di puntate sbagliate, tanto più alla Crusca».

2. Un'analisi "laica". Il giudizio del lettore può essere definito "neopuristico", in quanto, come accennato, basato sul duplice criterio dell'autorità del dizionario (che non conferma l'accezione "impressionistico") e della competenza del parlante che non si riconosce in tale uso.

Quanto al costrutto «giudizio impressivo», il linguista (laico) si chiede però se si tratta di un uso strettamente personale, idiolettale dell'Accademica, un fatto "di parole" per dirla con Saussure (ovvero "di habla" secondo E. Coseriu), oppure di un uso "di langue", documentabile in altri parlanti.

Grazie a "Google (libri)", è in realtà possibile citare almeno tre precedenti esempi, in testi e di utenti non proprio incolti:

(i) Giorgio Bárberi Squarotti 1965: «il Manzoni appone continuamente il suo giudizio impressivo accanto agli eventi che ne vengono serrati in una necessità di [...]» (in Teoria e prove dello stile del Manzoni, Genova, Silva, p. 116).

(ii) Adriana Chemello 1995: «Un giudizio impressivo e fortemente sintetico si esplica attraverso il sensorio degli occhi» (Libri di lettura per le donne. L'etica del lavoro nella letteratura, Alessandria, Edizioni dell'Orso, p. 11).

(iii) Fabio Sangiovanni [2012]: «Si tratta della "chanson la plus enchanteresse en ancien français" – e classificata tra le reverdies – secondo il giudizio impressivo di Rosenberg che si accosta alla serie avviata da Gaston Paris per cui ci si troverebbe di fronte ad un "chef d’oeuvre de cette poésie printanière"» (Stati di imperfezione Indagini metriche (ed ecdotiche) sull’anisosillabismo nella versificazione romanza medievale con particolare riferimento alla lirica oitanica, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Padova, p. 278).

Se poi ci si interroga sull'origine di tale costrutto, il sospetto che possa trattarsi di un adattamento-calco sull'inglese "impressive judgment" è più che giustificato sia dalle numerose attestazioni in Google, che dal giudizio di una anglo-nativofona, da noi interpellata, per la quale "an impressive judgement" vale «che colpisce positivamente», ovvero «forte», anche «autorevole».

E se tale è l'accezione positiva di «giudizio impressivo» nei tre ess. di Google, il confronto con quello dell'Accademica fa emergere invece la differenza semantica, quasi idiolettale di quest'ultima. A questo punto, si può ipotizzare il processo, inconscio, della sottile pressione esercitata dall'inglese sulla storica della lingua. Percependo «giudizio impressionistico» come banale, la parlante è stata attratta dall'inglese "impressive judgement", di cui ha adottato il solo significante /impressive/ adattato fonicamente come [impressivo]. Un calco quindi fonico «giudizio impressivo», che ha sostituito il "giudizio impressionistico". Strutturalmente impress-ivo è aggettivo departicipiale (cfr. persuas-ivo, aggress-ivo, offens-ivo, permiss-ivo, ecc.) vs impression-istico aggettivo denominale.

Se questo è il possibile processo di formazione del sintagma nella grammatica inconscia della parlante, in termini strettamente normativi, c'è da chiedersi se tale uso idiolettale sia corretto. A nostro giudizio, sì: perché il significato è contestualmente chiaro, e perché il processo è proposto da un parlante non certamente incolto. Che poi tale uso possa diffondersi, lo deciderà la «massa parlante» della comunità.



* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di
--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)


domenica 2 luglio 2017

Che vino è lo sciacchetrà?


Alla domanda del titolo risponde Vittorio Coletti, dell'Accademia della Crusca.

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Abaco e abbaco

Tutti i vocabolari, se non cadiamo in errore, attestano i due termini l'uno variante dell'altro. A voler "pignoleggiare" non è proprio cosí. Con una sola "b" il vocabolo indica la parte superiore del capitello di una colonna su cui poggia l'arco o l'architrave; con due "b" il termine designa, invece, il libro con le prime nozioni di aritmetica per imparare a far di conto (e anche una sorta di pallottoliere). Nel plurale entrambi i vocaboli mutano la desinenza "-co" in "-chi": abachi e abbachi.

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Contraddizioni sull'ausiliare da adoperare con il verbo "atterrare"


In Sapere.it (De Agostini) si legge:

Nei tempi composti il verbo intransitivo atterrare può prendere l’ausiliare essere o avere; la scelta è indifferente (l’aereo ha atterrato; l’aereo è atterrato), anche se avere è più comune.

Nella "Grammatica italiana" (Treccani) si legge:

 Quando è intransitivo, il verbo atterrare è utilizzato soprattutto per indicare il ‘posarsi a terra’ dei velivoli o nel significato più generico di ‘ricadere al suolo’. In questi casi, si può usare come ausiliare sia essere, sia (meno comune) avere.
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Consigliamo di usare sempre l'ausiliare avere perché i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso richiedono, per l'appunto, tale ausiliare: l'aereo ha atterrato. Ecco degli esempi, invece, in cui l'uso dell'uno o dell'altro ausiliare dà al verbo intransitivo una "sfumatura" diversa:  "ieri ho corso sempre"; "appena appresa la notizia la figlia è corsa subito in ospedale" (in questo caso si mette in evidenza il "risultato" dell'azione espressa dal verbo).


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Autobomba: invariabile?

Solo due vocabolari  - tra quelli che abbiamo consultato - attestano autobomba sostantivo femminile invariabile: Il Devoto-Oli e il Sabatini Coletti. Gli altri - tranne lo Zingarelli, che è decisamente per il plurale -  non specificando lasciano intendere che il sostantivo in questione si pluralizza normalmente: un'autobomba, due autobombe. E il plurale ci sembra ovvio, anche per analogia con il plurale di autobotte, autobetoniera ecc. Googlelibri dà un leggero vantaggio alla forma plurale: 8.020 occorrenze per le autobombe e 7.970 per le autobomba. Dimenticavamo. Per il plurale di autobomba si può applicare la regola secondo la quale il plurale dei nomi composti di due sostantivi dello stesso genere si ottiene modificando la desinenza del secondo termine: cassapanca/cassapanche; auto(mobile)bomba/autobombe.






sabato 1 luglio 2017

L'ingiuria


«Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono». Questo pensiero di Giacomo Leopardi ci ha richiamato alla mente il verbo "insultare" (sinonimo di ingiuriare) che, in senso figurato, significa "saltare sopra". Non diciamo, infatti - sempre in senso figurato - che «quella persona mi è saltata addosso quando ho confutato la sua tesi»? Vale a dire, mi ha offeso, ingiuriato.  Questo verbo, dunque, è pari pari il latino "insultare", forma intensiva di "insilire", saltar su, composto della particella "in" (su, sopra) e "salire", saltare. E a proposito di ingiuria, cioè di offesa,  quando la "mettiamo in atto" non facciamo altro che una cosa "ingiusta" ledendo il diritto (e la dignità) di una persona. Anche questa voce è di origine classica provenendo dal latino "iniurius", ingiusto,  composto con il prefisso  "in-" negativo ("che toglie") e il sostantivo "ius, iuris" (diritto). L'ingiuria, dunque,  è "tutto ciò che è fatto in onta al diritto di alcuno", quindi danno, affronto, oltraggio. L'ingiuria, insomma, è ogni fatto scritto o detto dolosamente allo scopo di "togliere il buon nome" a una persona.

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Sempre per la serie "la lingua biforcuta..."

Da un quotidiano in rete:

È morta Simone Veil, 
fu la prima presidentessa 
del Parlamento europeo

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Nonostante le "raccomandazioni" dell'Accademia della Crusca i giornali persistono nell'orrore: presidentessa. In proposito riportiamo - ancora una volta - la "nota d'uso" di Sapere.it (De Agostini):  Il nome presidente, secondo le normali regole della lingua italiana, è maschile o femminile secondo se si riferisce a uomo o a donna: il presidente, la presidente. Esiste anche una forma presidentessa, che però può avere tono scherzoso o valore spregiativo, come tradizionalmente hanno avuto diversi femminili in -essa. Alcuni poi preferiscono utilizzare questo nome al maschile anche per una donna. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.


giovedì 29 giugno 2017

Chi scappa si toglie la cappa


Riprendiamo il nostro viaggio attraverso l’immensa foresta del vocabolario della lingua italiana alla scoperta di parole di uso comune il cui significato “vero” è nascosto. Prendiamo, per esempio, il verbo “scappare”. Chi non conosce il significato “scoperto”? Scappare significa - e lo sappiamo per “pratica”, per esperienza - “allontanarsi velocemente per sfuggire qualcosa o qualcuno”: i malviventi, vedendo la polizia, scapparono a gambe levate.

Bene. Questo il significato “scoperto”. E quello “nascosto”? Quello, cioè, insito nella parola, piú esattamente “all’interno” del verbo? È piú semplice di quanto si possa immaginare. La persona che scappa, metaforicamente, “si toglie la cappa” (il mantello) per essere piú libera nei movimenti. Sotto il profilo etimologico “scappare” è formato con il prefisso sottrattivo “s-” e il sostantivo “cappa”; è un verbo denominale quindi, e vale, appunto, “togliersi la cappa” per fuggire piú rapidamente e per non farsi prendere dai lembi del mantello (o cappotto)”. È l’opposto di “incappare” che, oltre all’accezione primaria di “indossare la cappa”, significa anche “incorrere in pericoli, in insidie, in errori”: incappò nei rigori della legge. Anche questo è un verbo parasintetico derivando da un sostantivo con l’aggiunta di un prefisso, per l’esattezza il sostantivo cappa e il prefisso “in-”, e propriamente significa “andare a cadere in qualcosa che avvolge come una cappa”.

Scappare, per assonanza, ci ha richiamato alla mente il verbo “scampare” il cui significato è chiarissimo: “sfuggire a un pericolo”, “salvarsi”, “rifugiarsi”: pochi scamparono dal naufragio; scampò in un paese straniero. Anche questo verbo ha un significato “nascosto”: colui che scampa a un pericolo “esce da un campo di battaglia”. È composto, infatti, con il prefisso “s-” e il sostantivo “campo” e propriamente vale “uscire salvo dal campo (sottinteso “di battaglia”) ”. Quanto all’ausiliare, a seconda del contesto, può prendere tanto ‘essere’ quanto ‘avere’. 


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Due parole sul corretto uso di oltre. Quando significa "di là da" si unisce direttamente al sostantivo tramite l'articolo (senza alcuna preposizione): la casa che cerchi è oltre il fiume. Quando sta per "per di piú" richiede la congiunzione "che" o la preposizione "a": Luigi oltre che / a non capire nulla vuole avere ragione sempre. In funzione di prefisso si salda, generalmente, alla parola: oltretomba.


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Ci piacerebbe conoscere il motivo per cui buona parte dei vocabolari (forse tutti) ammette/ ammettono due forme plurali per il sostantivo "roccaforte" (roccheforti e roccaforti) e una sola per "cassaforte" (casseforti). Eppure i vocaboli in oggetto sono composti entrambi di un sostantivo (rocca, cassa) e di un aggettivo (forte) e i sostantivi cosí formati nel plurale mutano la desinenza di entrambi i termini. Perché, dunque, roccaforte può mutare, nel plurale, solo la desinenza dell'aggettivo?



martedì 27 giugno 2017

Qua e là...


Scoprire e inventare

Moltissime persone adoperano i due verbi indifferentemente, come se fossero sinonimi. No, non è affatto cosí: ce lo dice la loro origine, vale a dire l’etimologia. Il primo significa, in senso lato – come recitano i vocabolari – “esporre alla vista qualcosa togliendo una copertura”; il secondo “realizzare quanto suggerito dall’immaginazione o dalla riflessione”. Insomma: si scopre qualcosa che c’è ma è “nascosto” e si inventa qualcosa che non c’è. Esempi: una stella si “scopre” (c’era ma non si vedeva); un macchinario si “inventa” (non c’era)

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"Non me ne voglia..."

“Non me ne voglia, la prego”. Chissà quante volte abbiamo pronunciato questa frase o una simile senza renderci conto che cozzava contro il buon uso della lingua italiana. Perché? Perché è un francesismo bell’ e buono e in buona lingua è, appunto, da evitare. I francesi adoperano il verbo volere in senso assoluto (“volerne” a qualcuno); in italiano, in frasi del genere, si usano verbi “piú appropriati”: ‘prendere’('prendersela'), ‘essere in collera’ e simili. Diremo dunque, correttamente, “non sia in collera con me, la prego”; oppure "non se la prenda ", “non ce l’abbia con me, la prego”.
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Per la serie "la lingua biforcuta..."

Da un quotidiano in rete:

ALTRI CAPOLUOGO AL VOTO

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Forse è il caso di "ricordare" ai redattori titolisti che il sostantivo "capoluogo" non è invariabile, si pluralizza normalmente: capoluoghi o capiluoghi. Personalmente preferiamo la prima forma in quanto "capo", quando sta per "principale", come in questo caso, resta invariato e prende la desinenza del plurale solo il secondo elemento. Quindi il capoluogo ("luogo principale"), i capoluoghi.



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A proposito di "traccie", strafalcione ortografico comparso sul sito del MIUR, Mariangela Galatea Vaglio,  nella sua rubrica di lingua sul settimanale in rete L'Espresso, scrive:

«[...] In effetti però i plurali in -cie e -gie sono particolarmente rognosi da ricordare. In alcune parole italiane, che hanno una i dopo la c, come cielo e cieco, la i si mantiene anche se in realtà non viene più pronunciata da secoli. Per altre che terminano in ci e gi la i rimane solo al singolare ma al plurale scompare.
La regola prevede che la i rimanga quando la ci e la gi sono precedute da una vocale, come in ciliegia>ciliegie e camicia>camicie. Il camice, senza la i, non è un plurale, ma un singolare, ed indica il grembiule bianco indossato da medici e farmacisti. Quando ci e gi sono precedute da una consonante, come appunto in traccia, freccia, bertuccia, arancia, treccia, torcia e spiaggia, al plurale la i sparisce [...]».
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È il caso di aggiungere, alla regola ricordata dalla dott.ssa Vaglio, che la "i" delle parole in "-cia" e "-gia" si conserva nel plurale anche quando la "i" è tonica (quando, cioè, nella pronuncia vi cade l'accento): farmacia>farmacie; strategia>strategie; allergia>allergie.






lunedì 26 giugno 2017

Sgroi - Fantagrammatica: l’insegnamento del congiuntivo


di Salvatore Claudio Sgroi *

 Il (neo)purismo, come è noto, ha sempre goduto in Italia di grande fortuna. (Neo)purista è chi in genere lamenta (se non condanna) il mutamento della lingua, mostrando nel contempo una ‘fedeltà’ assoluta ad essa. Un atteggiamento però contraddittorio con l’essenza stessa della lingua che esiste unicamente in funzione dei mutevoli e imprevedibili bisogni espressivi-comunicativi-cognitivi dei parlanti di una comunità. Nell’essere (neo)puristi ci possono tuttavia essere gradi diversi di “fedeltà linguistica”. I cambiamenti linguistici dei parlanti subalterni, incolti, tipici cioè dell’“italiano substandard (regional)popolare”, sono ritenuti sociolinguisticamente degli “errori” (anche se tali non sono comunicativamente), e non di rado suscitano il sorriso di chi non è parlante popolare (“il comune senso dell’errore”). Così per es. i congiuntivi analogici sulle desinenze della prima coniugazione io stassi (per ‘stessi’)”, oppure facci (pro ‘faccia’)”. O ancora frasi ipotetiche col doppio condizionale come Se io lo saprei glielo direi al posto di se lo sapessi glielo direi.

Quanto ad altri cambiamenti, per es. l’indicativo al posto del congiuntivo in enunciati come Credo che tu hai (anziché: ‘abbia’) perfettamente ragione, oppure Se lo sapevo non venivo al posto di se l’avessi saputo non sarei venuto, o Fra voi c’è qualcuno che conosce (anziché: ‘conosca’) la lingua araba?”, o ancora Mi chiedo chi lo ha (per: ‘abbia’) invitato, – si tratta di usi dell’“italiano colloquiale” di tutti i parlanti: colti e mediamente colti (e incolti).

Rispetto a questi usi i (neo)puristi possono invece mostrarsi, come dire, “morbidi”. E tale è l’atteggiamento che caratterizza gli autori del fortunatissimo manualetto Viva il congiuntivo! di Valeria Della Valle – Giuseppe Patota (Sperling & Kupfer 2009). “Un errore da evitare” è l’uso popolare dei “famigerati (analogici) «dassi» e «stassi»”. Invece “frasi non scorrette” quelle di “italiano colloquiale” con l’indicativo pro congiuntivo. E tuttavia “il nostro consiglio – si affrettano a precisare gli autori – è di evitarlo nell’italiano scritto e in quello parlato in situazioni formali”. Un colpo alla botte e uno al cerchio...

La strategia tipica del (neo)purista non sempre è quella prescrittivista (“non dire così, perché è errato”), ma è quella di sottolineare ampiamente con dotta argomentazione la vitalità del congiuntivo in ambiti diversi. Anzi i due co-autori si propongono di sfatare il mito della “morte del congiuntivo”, al contrario “sulla cresta dell’onda”. Sennonché il problema vero non è tanto la sua scomparsa quanto il suo indiscutibile arretramento dinanzi all’indicativo (1 a 3 stando a Google 17.V, come riconoscono gli stessi autori; e negli “scrittori di oggi” ma anche “di ieri” con l’indicativo in rapporto di 1 a 2). A nostro giudizio, andava invece chiarito che tale “naturale” arretramento – che coinvolge un po’ tutte le lingue indo-europee (vedi A. Meillet) – è dovuto a una causa interna, cioè alla scarsa salienza fonica (am-ano/am-ino) e distanza strutturale tra indicativo e congiuntivo (per es. tu/egli am-i, noi am-iamo). La tendenza alla semplificazione linguistica, più che l’esser “difficile da imparare” o “da usare”, è la reale motivazione del suo arretramento.

Quanto al nodo teorico se il congiuntivo va(da) inteso tradizionalmente (e scolasticamente) come modo dell’incertezza, del dubbio rispetto all’indicativo modo della certezza, oppure se sia (o: ‘è’) semplicemente un modo più elegante rispetto all’indicativo, gli autori sembrano incerti al riguardo. “Quella tra indicativo e congiuntivo resta una scelta di stile” (si legge a p. 49). Il congiuntivo è “il modo tipico della subordinazione” (p. 64). Ma essi sostengono anche che “il congiuntivo non ha un valore unico, ma molti valori, molte funzioni, molti usi e molti significati” (p. 72). Ovvero insistono più che altro sul senso (della certezza o dubbio) del verbo che regge la dipendente col congiuntivo. E tuttavia – si può facilmente obiettare – il fatto che uno stesso verbo reggente (indicante incertezza o dubbio) possa governare sia il congiuntivo (senz’altro più elegante) o l’indicativo (certamente più informale) sta proprio a dimostrare che la differenza tra i due modi è di pura forma e non di significato. Credo che Dio esista (al congiuntivo) lo dicono molti credenti, senza sentirsi turbati dalla presunta incertezza del congiuntivo, semplicemente più elegante rispetto a credo che Dio esiste (all’indicativo). È questa la prova ‘ontologica’ – si potrebbe sostenere – dell’inesistenza del congiuntivo modo della ‘possibilità, volontà o irrealtà’. Insomma, lunga vita al congiuntivo, ma con adeguata argomentazione!

(in Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016, pp. 243-45).


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di
--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)

domenica 25 giugno 2017

La congiunzione "ma" e i verbi "obbligare" e "operare"


Ciò che stiamo per scrivere non ha l’ “avallo” di alcuni vocabolari, ma a nostro modo di vedere molto spesso si dà ai verbi “operare” e “obbligare” un significato che propriamente non hanno. Cominciamo con il verbo “operare” che propriamente significa “compiere un’operazione”, appunto. Oggi è invalso l’uso di adoperarlo con l’accezione di “fare”, “procurare”,“produrre” e simili: quell’incidente ha “operato” in lui un profondo cambiamento. Si dirà molto meglio: ha “prodotto” in lui un profondo cambiamento. Ancora peggio - sempre a nostro modo di vedere - il ‘riflessivo’ “operarsi” per: prodursi, avvenire, accadere, farsi, manifestarsi. A questo proposito ci sembra addirittura ridicola l’espressione tipo “due anni or sono ‘mi sono operato’ alla gamba destra”. In buona lingua italiana diremo: ‘sono stato operato’ o ‘mi sono fatto operare’. E veniamo a “obbligare” che non significa “essere grato, riconoscente” o “ringraziare”. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere, quindi, eviterà frasi tipo “le sono obbligato per ciò che ha fatto”, dirà, correttamente: le sono grato, riconoscente, per ciò che ha fatto.

Sfatiamo un luogo comune che - se non ricordiamo male - ci fu inculcato ai tempi della scuola: la congiunzione “ma” non può mai introdurre un periodo; dopo il punto fermo, cioè, la proposizione non può cominciare con un “ma”. I fautori di questa “legge” linguistica sostengono, infatti, che la congiunzione ‘ma’ essendo un’avversativa deve indicare un ‘contrasto’ tra due elementi (o proposizioni): Luigi ha sbagliato ‘ma’ senza volerlo; Pasquale è timido ‘ma’ ambizioso. A costoro ricordiamo - qualora ce ne fosse bisogno - che un periodo può cominciare benissimo con un “ma” perché in questo caso la congiunzione perde la sua “avversità” per indicare la conclusione o l’interruzione di un discorso per passare a un altro: ‘ma’ veniamo al perché. Molto spesso è unita a un’altra avversativa, “però”, formando il costrutto ‘ma però’, che non è affatto errato, come sostengono i soliti soloni della lingua. Seguita da un punto esclamativo (!) la suddetta congiunzione esprime un dubbio, un’incertezza acquisendo il valore dell’interiezione ‘mah!’: hai deciso cosa fare? Ma! Per concludere, amici blogghisti, usate pure il ‘ma’ dopo il punto fermo, nessun linguista, degno di tal nome, potrà tacciarvi di analfabetismo (linguistico).

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Per la serie "la lingua biforcuta..."
Rodotà, lungo omaggio alla camera ardente. 
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Ancora un caso di "ambiguità linguistica" (anfibologia). Il lungo omaggio è a Rodotà o alla camera ardente?


sabato 24 giugno 2017

Rapporto e relazione: due complementi distinti


Abbiamo notato - con stupore - che la grammatica di Maurizio Dardano e Pietro Trifone assimila il complemento di relazione a quello di rapporto. Citiamo testualmente: «Rapporto o relazione (tra chi?, tra quali cose?): indica un rapporto, una relazione: c’è stato un battibecco tra loro; tra l’uno e l’altro c’è poca differenza; sono in buoni rapporti con il direttore. È retto dalle preposizioni “tra (fra)”, “con”».
Saremo lieti di essere smentiti, ma a nostro modo di vedere sono due complementi distinti. Il complemento di relazione, chiamato anche “accusativo alla greca” (tipico del costrutto sintattico del greco antico) non è introdotto da alcuna preposizione e indica in relazione e limitatamente a che cosa venga espressa l’idea contenuta in un verbo al participio passato come, per esempio, “colpito”, “ferito”, incoronato”, “cinto”, “vestito” ecc. o in un aggettivo come, sempre a mo’ d’esempio, “nudo”, “biondo”, “pallido” e via dicendo. Vediamo qualche esempio d’Autore: “Ebe, ilare il volto e l’abito succinta, le corse incontro” (V. Monti); “Sparsa le trecce morbide sull’affannoso petto” (Manzoni).
Il complemento di rapporto, introdotto dalla preposizione “con” (a volte anche “fra” o “tra”) indica, come dice lo stesso termine, la persona, l’animale o la cosa con cui si stabilisce un... rapporto, un legame. Qualche esempio: Alcuni genitori hanno dei gravi contrasti 
con i figli; Con quell’individuo non voglio averci che fare; Fra compari,di solito, c’è molta intesa.

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È un vero peccato che i vocabolari abbiano relegato nella soffitta della lingua il verbo “assassare”, cioè “scagliar sassi contro qualcuno”, ‘immortalato’, fino a qualche secolo, fa in molti libri. I lessicografi ci ripensino. Assassare non è piú pratico di “tirar sassi”, “scagliare sassi” e simili?