lunedì 28 febbraio 2011

Una «cospicua» eredità


Sappiamo già che quanto stiamo per scrivere non avrà l’approvazione di qualche linguista, anche perché i vocabolari ci smentiscono. Ma andiamo avanti convinti della bontà di quanto sosteniamo. Intendiamo parlare dell’uso improprio che si fa dell’aggettivo cospicuo, che propriamente significa “famoso”, “celebre”, “illustre”, “insigne”, “egregio”,
“eminente” e simili: quell’uomo discende da una famiglia cospicua (illustre, celebre, ecc). Con il trascorrere del tempo gli è stato dato un significato che, a nostro modo di vedere e stando all’etimologia, non ha: “numeroso”, “abbondante”, “ricco”, “copioso”, “grosso”, “ingente” e simili: Giuseppe ha ricevuto una cospicua eredità. Si faccia attenzione, inoltre, a scrivere l’aggettivo correttamente, con la “c”, non con la “q” come ci è capitato di leggere su un quotidiano che si picca di fare opinione, e come si legge, anche, in... “cospicui” (numerosi) libri. A scusante, si fa per dire, degli autori c’è da dire che non esisteva questo dizionario.

domenica 27 febbraio 2011

Damasceno e damaschino


Probabilmente pochi sanno che c’è una piccola differenza tra “damasceno” e “damaschino”. Il primo termine designa l’abitante di Damasco, capitale della Siria. Il secondo, come aggettivo, si riferisce a tutto ciò che riguarda la città: canne di fucile damaschine; tappeti damaschini.

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Gentile signor Raso,
ho notato che nel suo impareggiabile sito tratta, di tanto in tanto, l’origine di alcuni modi di dire (per lo piú sconosciuti). Potrei sapere donde ha origine l’espressione “perdere la sindèresi” che, se non sbaglio, ha lo stesso significato del modo di dire piú conosciuto “perdere la tramontana”?
Grazie e cordiali saluti
Severino O.
Lecce
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Cortese Severino, potrà trovare tutte le informazioni sul modo di dire cliccando
QUI.



sabato 26 febbraio 2011

Difilato e defilato


Sembra incredibile ma è vero: molte persone credono che “difilato” e “defilato” siano l’uno sinonimo dell’altro e usano i due termini indifferentemente. No, non è cosí. Il primo è avverbio e sta per ‘celermente’, ‘direttamente’, ‘velocemente’; il secondo termine è aggettivo e vale ‘appartato’: il giovane se ne stava defilato in un angolo. Secondo il Sabatini Coletti la voce è attestata dal 1855, Aldo Gabrielli, invece, la data una cinquantina d’anni piú tardi. Ma diamo la “parola” al Gabrielli.
«Neologismo, dal francese ‘défilé’, nato con la I guerra mondiale (1914-18): zona defilata, truppe defilate; cioè terreno, truppe fuori della vista o dei colpi del nemico. L’italiano dice la stessa cosa con vocaboli e modi suoi: ‘coperto’, ‘al coperto’, ‘protetto’, ‘fuori tiro’, ‘in angolo morto’: truppe al coperto, zona protetta o in angolo morto, terreno coperto e simili».
Questo francesismo, ormai, è entrato a pieno titolo nel nostro lessico e non ci sentiamo di condannarlo. Raccomandiamo solo di non confonderlo - come dicevamo all’inizio - con l’avverbio, difilato, che ha tutt’altro significato.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Marcoaugusto scrive:
“Questa casa è vuota senza te”o è ammesso anche “Questa casa è vuota senza di te”?Una volta ero sicuro della risposta, ma alle volte vengono dei dubbi. Succede anche a voi?Grazie e complimenti ancora.

linguista scrive:
Può ricorrere in teoria a entrambe le soluzioni, ma sarebbe meglio optasse per “senza di te”. Se tempo fa, comunque, molti non avrebbero avuto dubbi nel prediligere il modulo con la preposizione “di”, e nel ritenerlo anche più diffuso dell’altro, oggi, con una rapida ricerca su Google, si scopre invece – prescindendo da peculiarità stilistiche, collocazioni particolari, ecc. – che “senza te” prevale (sia pure di poco) su “senza di te”, evidentemente anche per certe scelte di cantanti e cantautori italiani. La cosa ha però esiti ben diversi per altri pronomi: “senza voi”, per esempio, conta poco più di 55.000 attestazioni contro gli oltre 4.500.000 di presenze di “senza di voi”.
Massimo Arcangeli
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Con i pronomi personali la preposizione impropria ‘senza’ si fa seguire dalla preposizione “di”: senza di voi, senza di me, senza di loro. Lasciamo stare ciò che si trova con “Google” e quanto, piú o meno correttamente, scrivono i vari cantautori, seguiamo i “sacri testi”.

Il dizionario Sabatini Coletti: senza [sèn-za] prep., cong.
• prep. (in generale evita l'elisione, obbligatoria però in senz'altro; si usa con la prep. di davanti ai pron. pers. e talvolta anche davanti ai pron. dimostr. e rel.: s. di te; s.(di) questo; s. (di) che).

Il Garzanti:
ant. sanza, prep. 1 indica mancanza, esclusione, privazione (si unisce ai nomi direttamente e ai pronomi personali o dimostrativi mediante la prep. di): partirò senza valigie; rimase senza soldi; è senza padre e senza madre (o evitando la ripetizione di senza: è senza padre né madre); resterò senza di voi; che cosa farei senza di te?; mangia tutto senza pane; esce sempre senza cappotto; lo puoi portare con o senza sciarpa; cioccolato con panna o senza?; rimanere senza parole in numerose locuzioni che hanno valore aggettivale o avverbiale: un mondo senza pace; un uomo senza scrupoli; un ragazzo senza giudizio; un appartamento senza pretese; un tiranno senza pietà; furono uccisi senza pietà; un discorso senza veli; lo ha detto senza malizia; senza tregua, incessantemente; senza modo, smisuratamente; senza indugio, subito; senza confronto, incomparabilmente; senza dubbio, senza forse, senz'altro, sicuramente; senza più, (lett. rar.) senza indugio non senza, con: sono partito non senza rimpianti essere, rimanere senza qualcosa, esserne, rimanerne sprovvisto fare senza qualcosa, farne a meno.
Il Dizionario grammaticale di Vincenzo Ceppellini:
(Senza) si unisce direttamente al nome, tranne che davanti ai pronomi personali, nel qual caso vuole la preposizione 'di': senza di me, nessuno si muova.
Il Vocabolario Palazzi:
questa preposizione regge direttamente il nome senza aiuto di altre preposizioni; ma dinanzi a pronome personale vuole la preposizione di: senza di me, senza di voi, senza di lui, senza di loro.





venerdì 25 febbraio 2011

Abaco e... abbaco


La quasi totalità dei vocabolari che abbiamo consultato riportano abbaco come variante di abaco. Sullo stesso piano l'etimologo Ottorino Pianigiani. Le cose non stanno proprio cosí, e volendo sottilizzare potremmo fare un distinguo (anche se saremo contestati - certamente - da qualche “grande linguista”). Scriveremo ‘abaco’ (con una “b”) per designare la parte superiore del capitello di una colonna su cui poggia l’arco o l’architrave; con due “b” (abbaco), invece, per indicare il libro con le prime nozioni di aritmetica e anche una sorta di pallottoliere. Nel plurale entrambi i termini mutano la desinenza “-co” in “-chi”: abachi e abbachi. Sulla stessa “lunghezza d’onda”, ci sembra, il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia.

mercoledì 23 febbraio 2011

«Scranno»? No, scanno


Speriamo di non attirarci gli strali di qualche linguista cosí detto d’assalto o progressista se scriviamo che, anche se in uso, la grafia “scranno” è errata. Il seggio su cui siedono deputati, senatori, giudici, consiglieri comunali e regionali, cardinali in conclave ecc. si chiama “scanno” (senza l’inserimento della “r” dopo la “c”). Il vocabolo proviene dal latino “scamnum” (sgabello). Probabilmente il termine errato, ed entrato nell’uso, è nato per corruzione della voce “scranna” che deriva dal longobardo “skranna” (panca). Di qui è nata la locuzione “sedere a scranna”, vale a dire erigersi a giudice per sentenziare.
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Per ridere un po'.
Digitate Qui il verbo stordire.

martedì 22 febbraio 2011

Perché repuBBlica?


Cortese dott. Fausto Raso,
ho scoperto proprio ora, per caso, il suo sito; incuriosito dal sottotitolo ho cominciato a leggerlo: dire che è interessante e istruttivo è riduttivo. L’ho messo subito tra i preferiti: leggerlo sarà la prima cosa che farò la mattina appena alzato. Ne approfitto per porle subito un quesito a cui tutte le persone (libri compresi) non hanno saputo rispondere: perché repubblica si deve scrivere con due “b”? Non è ammessa l’alternativa come, per esempio, in “obiettivo” e “obbiettivo”?
Grazie e ancora complimenti per il suo impegno in difesa della lingua italiana.
Lorenzo Z.
Vercelli
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Gentile Lorenzo, grazie per il suo apprezzamento. Il quesito che lei pone è stato già trattato. Lo può trovare cliccando
QUI.

lunedì 21 febbraio 2011

Un dizionario ministro di unità


Un articolo dell’accademico della Crusca Gian Luigi Beccaria

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Dal vocabolario Treccani in rete:



Da Vocabolario on line TagT:
questi
quésti pron. dimostr. m. [lat. eccu(m) *ĭsti (forma di nomin. sing., per ĭste, modificato per analogia con qui; cfr. quegli)], letter. – Questa persona, la persona di cui si è appena parlato (per lo più come soggetto; in casi obliqui, preceduto cioè da prep., è più com. questo): Questi, che mai da me non fia diviso, La bocca mi basciò tutto tremante (Dante); è questi l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco (Manzoni). Più raram. riferito ad animali o cose: Questi [il leone] parea che contra me venisse Con la test’alta (Dante); dall’una parte mi trae l’amore ... e d’altra mi trae giustissimo sdegno ...: quegli vuole che io ti perdoni e questi vuole che io contro a mia natura in te incrudelisca (Boccaccio).

COMMENTI
Errata corrige
Chiedo scusa, mi sono sfuggiti due refusi. Prendo leggasi "prende" e nom leggasi "non". Grazie. FR da fauras- 21/02/2011 00:17:14
"Questi" (e quegli)
Il linguista Aldo Gabrielli ritiene corretto l'uso di "questi" (e quegli) solo in funzione di soggetto. Nei casi obliqui la sola forma da adoperare è "questo" (e quello): Luigi e Carlo sono entrambi studenti, ma 'questi' (cioè Carlo) prendo lo studio con piú serietà; Parli forse di Carlo? Nom mi curo di 'questo' (non di 'questi'). Fausto Raso da fauras- 21/02/2011 00:09:34

Su "questi" si veda anche la nota d'uso QUI.



sabato 19 febbraio 2011

Perché non «lo» automobile?


Forse non tutti sanno che l’automobile, quando nacque, era propriamente un aggettivo: vettura ‘automobile’, vale a dire ‘vettura che si muove da sé’. In seguito il termine si è tramutato in sostantivo, o meglio in aggettivo sostantivato di genere femminile perché si sottintende, appunto “carrozza” o “vettura”. È occorso del tempo, però, perché si affermasse il genere femminile. Non mancano esempi, infatti, in cui il termine è adoperato al maschile: “S’arresta un automobile fremendo e sobbalzando” (Gozzano). Ciò è dovuto al fatto che, all’inizio, si sottintendeva anche “carro” o “veicolo”. Oggi è solo femminile, ricordiamolo, e abbreviato, comunemente, in “auto” con tanto di articolo femminile: un’auto.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:


gina scrive:
si usa la parola sistemizzare per indicare la formazione di un sistema?

linguista scrive:
Il Grande Dizionario italiano dell’Uso non riporta questo verbo. Esso risulta usato raramente su Internet, in documenti scientifici o burocratici col significato di ‘integrare qualcosa in un sistema’ o anche intransitivamente, come ‘integrarsi in un sistema’.
Fabio Ruggiano
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È interessante notare che, anche se non «lemmato» nei vocabolari, il verbo in questione si trova in molti libri; uno, addirittura, del 1820.
Si clicchi
QUI.

venerdì 18 febbraio 2011

Analisi grammaticale


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

mara scrive:
la frase : i colombi selvatici si alzavano in volo con rumorosi colpi d’ ala, nell’ analisi grammaticale come è ? grazie

linguista scrive:
i = articolo determinativo maschile plurale
colombi = nome comune maschile plurale
selvatici = aggettivo qualificativo maschile plurale
si = pronome personale (atono) di terza persona plurale
alzavano = terza persona plurale dell’imperfetto indicativo di “alzare”
in = preposizione semplice
volo = nome comune maschile singolare
con = preposizione semplice
rumorosi = aggettivo qualificativo maschile plurale
colpi = nome comune maschile plurale
d’ = preposizione semplice
ala = nome comune singolare femminile
Massimo Arcangeli
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Completiamo l’analisi grammaticale del linguista:
colombi = nome comune di animale maschile plurale
si = pronome personale riflessivo di terza persona plurale
alzavano = voce del verbo alzare, prima coniugazione, modo indicativo, tempo imperfetto, terza persona plurale
volo = nome comune di cosa maschile singolare
colpi = nome comune di cosa maschile plurale
d’ = preposizione semplice apostrofata
ala = nome comune di cosa femminile singolare

giovedì 17 febbraio 2011

Parole: vuote e piene


Due parole sulla... parola. In grammatica, si intende per parola una sillaba (o l’insieme di piú sillabe) che abbia un significato nell’ambito di una lingua. La parola può essere orale o scritta, e si suole dividerla in due classi: parole “piene” e parole “vuote”. Appartengono alla prima classe quelle che hanno un preciso significato e sono dette, appunto, “piene” (di significato); fanno parte della seconda classe, invece, le parole che sono “vuote” (di significato). Appartengono alla prima categoria, insomma, gli aggettivi (bello, mio, questo), i verbi (lavorare, giocare), gli avverbi (ora, sempre, domani), i numerali (primo, terzo), i nomi di persona, di cose, di animali, i nomi che indicano uno stato d’animo, un avvenimento, una sensazione ecc. Si classificano tra le parole vuote, invece, quelle che servono a sostituire o a collegare tra loro le parole piene di una proposizione come: gli articoli, le congiunzioni, le preposizioni e le interiezioni. La preposizione “da”, per esempio, o il pronome “quale” da soli non hanno alcun significato, sono, quindi, parole vuote. Attenzione, però, a non confondere le parole vuote con quelle “astratte”. Queste ultime, anche se non si “toccano”, come la bellezza o la bontà, hanno un significato ben preciso, sono, per tanto, parole piene.