martedì 4 novembre 2025

Proletario: una parola che ha attraversato il mondo

 

Certe parole sembrano nate per restare confinate nei libri di storia, e invece trovano il modo di attraversare i secoli, cambiando pelle e significato. “Proletario” è una di queste. Oggi la associamo subito al lavoro salariato, alle fabbriche, alle lotte sociali. Ma la sua storia comincia molto prima, nella Roma antica, e parla di cittadini che non avevano nulla da offrire allo Stato se non la propria prole, i propri figli. Da latino proles (figli) nasce, infatti, proletarius: l’uomo senza terre né ricchezze, che “contava” esclusivamente per la sua capacità di generare nuove vite da dare alla Patria.

Con il trascorrere del tempo, il termine ha viaggiato, si è trasformato, ha trovato nuova linfa nel cuore della rivoluzione industriale. Nell’Ottocento, quando le città si riempivano di fumo e di macchine, “proletario” diventa sinonimo di chi non possiede altro che le proprie braccia. È in questo contesto che Marx ed Engels lo elevano a simbolo di una classe destinata a cambiare il mondo: il proletariato, contrapposto alla borghesia, chiamato a unirsi e a ribaltare i rapporti di potere.

Ma “proletario” non è rimasto solo nei manifesti politici. È entrato nel linguaggio quotidiano, a volte con orgoglio, altre con ironia. Si parla di “quartieri proletari” per designare le periferie popolari, di “gusti proletari” per indicare scelte semplici e senza fronzoli, persino di “stile proletario” per descrivere colui che, pur potendo permettersi di più, sceglie la sobrietà. È un sintagma che porta con sé un immaginario fatto di fatica, dignità e appartenenza collettiva.

Così, dalla Roma antica alle metropoli moderne, “proletario” ha continuato a raccontare la storia di chi non possiede molto, ma ha sempre avuto un ruolo decisivo nel plasmare la società. Una parola che, più che definire, narra: racconta di lavoro, di lotte, di speranze, e di quella forza silenziosa che nasce proprio da chi sembra avere meno.

Oggi, quando pronunciamo il lemma proletario, non evochiamo soltanto una condizione economica, ma un’eredità di dignità, di resistenza e di speranza. È la voce di chi, pur avendo poco, ha sempre contribuito a costruire molto: città, fabbriche, culture, comunità. Forse è proprio questo il segreto della sua forza: ricordarci che la storia non appartiene solo ai potenti, ma anche – e forse soprattutto - a chi l’ha scritta giorno dopo giorno con il proprio lavoro. E allora, ogni volta che ci imbattiamo in questa parola, possiamo leggerla come un invito a non dimenticare che dietro i grandi eventi ci sono sempre le vite semplici, quelle che, silenziosamente, hanno fatto girare il mondo.


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Mensa e refettorio, che differenza v’è?

Due parole che sembrano gemelle ma raccontano storie diverse: dalla tavola dei monaci al servizio al banco, un viaggio tra etimologia e quotidianità.


M
angiare insieme non è mai stato soltanto un atto di nutrizione: è un rito sociale, un momento di comunità che si riflette anche nei termini che adoperiamo per indicare i luoghi del pasto. Due lessemi che spesso vengono confusi, ma che hanno sfumature diverse, sono mensa e refettorio.

La mensa deriva dal latino mensa, che significava originariamente “tavola”. Nel tempo ha acquisito il senso più ampio di luogo e servizio destinato alla ristorazione collettiva. Oggi la usiamo per indicare la mensa aziendale, scolastica, universitaria o ospedaliera, cioè non solo lo spazio fisico ma anche l’organizzazione che fornisce i pasti. È un termine moderno, legato a contesti laici e pratici, che richiama l’idea di un servizio accessibile e funzionale.

Refettorio, invece, ha un’origine diversa: viene dal latino reficere, “ristorare, rifocillare”. Nella tradizione monastica era la sala in cui i religiosi consumavano i pasti in silenzio, spesso accompagnati dalla lettura di testi sacri. Ancora oggi il sintagma conserva questa aura storica e spirituale, e viene usato per indicare il locale destinato al pasto in scuole, conventi o comunità. A differenza di mensa, non designa il servizio di ristorazione, ma lo spazio fisico in cui ci si riunisce per mangiare.

I due vocaboli sebbene nel linguaggio comune possano sembrare intercambiabili, mensa e refettorio non lo sono del tutto: la prima evoca un servizio organizzato e moderno, il secondo un ambiente comunitario e spesso connotato da tradizione o religiosità. Due parole che raccontano, ciascuna a modo suo, il valore del pasto condiviso. 

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

Sedicenne ucciso per sbaglio vicino Messina, l’omicidio confessa e tenta di scagionare il padre e il fratello

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Non ci stancheremo mai di "ricordare" agli operatori dell’informazione che la preposizione impropria ‘vicino’ si costruisce con la preposizione “a”: vicino a Messina, dunque. Quanto all’omicidio che confessa...



 Scaricabile, gratuitamente, dal sito "Nuove Direzioni".



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




lunedì 3 novembre 2025

Calcagni o calcagna? Una biforcazione linguistica tra anatomia e proverbio

 

Nella nostra melodiosa lingua non tutte le parole si accontentano di un solo plurale. Alcune, come calcagno, si sdoppiano, biforcandosi in due forme che convivono da secoli, ciascuna con una propria funzione, un proprio tono, una propria traiettoria. I calcagni e le calcagna sono due pluralità distinte, nate dallo stesso singolare ma cresciute in ambienti diversi. Una è tecnica, medica, descrittiva. L’altra è idiomatica, proverbiale, popolare. Eppure entrambe affondano le radici nello stesso punto del corpo e nello stesso punto della lingua.

Il lessema calcagno deriva dal latino calcanĕum, che indica l’osso del tallone, l’estremità posteriore del piede. In italiano, il singolare è maschile: il calcagno. Ma al plurale, la lingua ha prodotto due esiti: calcagni, regolare e maschile, e calcagna, forma femminile arcaica, oggi sopravvissuta quasi esclusivamente nelle locuzioni.

La forma calcagni è quella che si usa quando si parla propriamente dell’anatomia: “I calcagni sono soggetti a fascite plantare”, “Ha riportato una frattura ai calcagni”. È il plurale tecnico, quello che si trova nei referti medici, nei manuali di anatomia, nei testi descrittivi. È anche la forma che conserva il genere maschile del singolare, senza deviazioni né slittamenti semantici.

Calcagna, invece, è un plurale femminile che non ha un singolare corrispondente (la calcagna suona oggi desueto o forzato). È una forma lessicalizzata, sopravvissuta grazie alla forza delle espressioni idiomatiche. Si dice “avere qualcuno alle calcagna” per indicare un inseguitore incalzante, “stargli alle calcagna” per tallonarlo, “le calcagna in fiamme” per una fuga precipitosa. In questi casi, calcagna non è un termine anatomico, ma un’immagine linguistica: richiama il retro dei piedi, la pressione, la vicinanza, il pericolo.

La differenza non è solo grammaticale, ma funzionale. Calcagni è parola da referto; calcagna è parola da proverbio. La prima descrive; la seconda evoca. La prima è neutra; la seconda è espressiva. E sebbene entrambe derivino da calcanĕum, la loro evoluzione ha seguito binari divergenti: uno medico, l’altro metaforico.

Curiosamente, calcagna ha finito con l’imporsi anche in contesti dove il riferimento è anatomico ma il registro è colloquiale. Si sente dire “mi fanno male le calcagna” , forma tecnicamente impropria, ma diffusissima nel parlato. È un esempio di come l’uso idiomatico possa contaminare quello descrittivo, e di come la lingua non segua sempre le regole, ma spesso le pieghi alla consuetudine.

In conclusione, calcagni e calcagna non sono termini intercambiabili, ma complementari. Il primo è il plurale corretto di calcagno; il secondo è una reliquia viva, sopravvissuta nei modi di dire. Ambi i lessemi raccontano una storia: quella di una parola che ha saputo moltiplicarsi, adattarsi, biforcarsi e che oggi cammina su due piedi, o meglio, su due talloni.

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Come è “nato” il nipote

Ci sembra interessante spendere due parole sulla “nascita linguistica” di nipote, i.e. il figlio del figlio o della figlia, oppure figlio della sorella o del fratello. Secondo alcuni studiosi di etimologia ha “tre nascite” diverse: dal latino nepos (natus post), vale a dire “nato dopo”; dal sanscrito nava putra (“nuovo figlio”); infine, sempre dal sanscrito, nabhi (“ombelico”), con il probabile significato di “affine”, “parente”, “discendente”. Vediamo anche ciò che dice Ottorino Pianigiani, sebbene molti linguisti non lo ritengano fededegno:



 

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La lingua “biforcuta” della stampa


Autobotte dei vigili del fuoco si scontra con un'auto mentre va a spegnere un'incendio: un morto

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Non si dica che è un refuso. Per l’apostrofo ("un'incendio") il titolista ha dovuto pigiare (consapevolmente) un tasto in più.

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Sinistra antagonista mai sfrattata a Casal Palocco, lo Stato condannato pagare tre milioni

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Qui, invece, il titolista (consapevolmente?) ha tralasciato di digitare un tasto in più.

 

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A Torino l’alcol dilaga tra i giovanissimi: sessanta ricoverati a Halloween

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Lo confessiamo pubblicamente: non sapevamo che Halloween fosse un ospedale (o un reparto ospedaliero).






 



domenica 2 novembre 2025

Quando il participio fa l'infinito: il fascino segreto della retroformazione

 

In un universo linguistico che spesso si immagina lineare e progressivo, dove le parole nascono, si coniugano e si evolvono secondo regole prestabilite, esistono percorsi inversi e sorprendenti. Uno di questi è la retroformazione, un processo che ribalta la direzione canonica della derivazione lessicale: non è più l'infinito del verbo a generare il participio, ma il participio a generare il verbo. Un cortocircuito affatto affascinante, che ci invita a riconsiderare l’ordine delle cose nel vocabolario.

La retroformazione, dunque, si ha quando una parola, spesso percepita come derivata, si rivela invece essere la base originaria. Un caso di retroformazione è il verbo acquisire, che a prima vista sembrerebbe derivare dal participio passato acquisito, come se quest’ultimo fosse la forma originaria da cui poi si fosse ricavato il verbo. In realtà, è vero il contrario: acquisito non è il punto di partenza, bensì un adattamento italiano del latino acquisitus, participio passato del verbo acquirĕre. Il verbo acquisire, dunque, non nasce da una forma verbale italiana preesistente, ma viene coniato direttamente sulla base del participio latino, secondo un processo di retroformazione che risale alla lingua dotta. In altre parole, acquisire è stato modellato ex novo sull’etimo latino, e solo in un secondo momento ha generato il participio passato acquisito nella forma italiana. L’apparente sequenza “verbo → participio” è quindi, in questo caso, una costruzione illusoria: è il participio latino a precedere, e il verbo italiano a derivarne, non viceversa. In altre parole, acquisire non è figlio di acquisito, ma fratello maggiore, nato prima e per via autonoma.

Questo meccanismo non è un’anomalia isolata, ma una dinamica ricorrente nella storia della lingua. Talvolta il participio, già attestato e diffuso, viene percepito come forma verbale e da lì si genera un verbo che lo “retroforma”. È il caso di sospettare, che si può considerare retroformato da sospetto, oppure di donare, che si affianca a dono in un rapporto non sempre lineare. In altri casi, la retroformazione avviene da nomi o aggettivi che sembrano implicare un verbo sottostante, come telefonare da telefono, o visionare da visione, anche se qui il confine con la derivazione classica si fa più sfumato.

Un altro esempio particolarmente interessante, e spesso liquidato come errore, è redarre. Sebbene non accolto nei dizionari normativi, redarre si presenta come verbo retroformato dal participio redatto, che a sua volta deriva dal latino redactus, participio passato di redigere. In questo caso, l’italiano ha conservato il participio ma non il verbo originario, e redarre nasce come tentativo di ricostruzione, di riempimento di un vuoto percepito. Non è quindi un’invenzione arbitraria, ma una retroformazione coerente, che risponde a una logica interna alla lingua e alla sua evoluzione.

La retroformazione è dunque una forma di creatività linguistica che agisce a ritroso, riscrivendo la genealogia delle parole. Non è un errore né una forzatura, ma una testimonianza della vitalità del lessico, capace di reinventarsi anche partendo da ciò che sembrava già concluso. In questo senso, ogni verbo retroformato è una piccola rivoluzione: ci ricorda che la lingua non è una linea retta, ma un sistema vivo, dove anche il passato può generare il futuro.

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Tondo e rotondo, "pari" non sempre lo sono

Gli aggettivi/sostantivi “tondo” e “rotondo” sembrano gemelli, ma in realtà hanno caratteri diversi. “Rotondo” viene dal latino rotundus, legato alla ruota, e porta con sé un’aura più precisa, regolare, quasi elegante. “Tondo”, invece, è la sua forma popolare, nata come abbreviazione e rimasta nel linguaggio di tutti i giorni, soprattutto nei modi di dire. Così possiamo dire, indifferentemente, “un tavolo tondo” o “un tavolo rotondo”, ma se parliamo di “cifra tonda” o di “girare in tondo” non c’è alternativa: in questi casi funziona solo “tondo”. Al contrario, in un contesto più descrittivo o tecnico, come “un viso rotondo” o “il muscolo grande rotondo”, la scelta ricade naturalmente sull’altra forma. In fondo, i due termini raccontano la stessa idea di circolarità, ma con sfumature diverse: “tondo” più immediato e colloquiale, “rotondo” più formale e armonico. Due facce della stessa medaglia, che la lingua di Dante ha deciso di conservare entrambe.

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Dizionario e vocabolario, “fratelli”? Sì, ma di padri diversi

Dizionario e vocabolario sono uno sinonimo dell’altro, ma hanno origini (“padri”) diverse. Il primo è tratto dal participio passato del verbo latino dicere, dictus, da cui proviene anche dizione, i.e. 'modo di parlare'. Il secondo dal latino vocare, tratto da una radice indoeuropea, vak, vale a dire “chiamare”.







sabato 1 novembre 2025

Sgroi – 213 - CONLANGER ‘glottoteta’ in inglese, italiano, francese, spagnolo, portoghese e tedesco

 



di Salvatore Claudio Sgroi


1. Commento di un lettore

Nel mio intervento n. 212 “Glottoteta: chi è costui?” avevo osservato che il termine conlanger ‘glottoteta, inventore di lingue artificiali’ manca nel Merriam-Webster’s Collegiate Dictionary 200311 e nell’Oxford English Dictionary (on line).

Il sig. Francesco ha lasciato un commento al riguardo osservando che “gli altri dizionari dell'inglese contemporaneo riportano conlang e qualsiasi parlante nativo può derivare facilmente il significato di conlanger da conlang”, indicando anche il sito: “conlanger:
https://www.merriam-webster.com/dictionary/conlanger”.


1.1. Conlang e conlanger in inglese

In effetti il Merriam-Webster on line, a differenza dell’ed. cartacea del 200311 da me citata, riporta i due lemmi conlang e conlanger.

Del lessema conlang indica la pronuncia /ˈkän-laŋ/ (che è possibile anche ascoltare), seguita dalla definizione: “an invented language intended for human communication that has planned and cohesive phonological, grammatical, and syntactical systems”. Con un es. dell’web e ancora un commento di carattere enciclopedico del linguista afro-americano John McWhorter (cfr. <https://en.wikipedia.org/wiki/John_McWhorter>, assente in wikipedia italiano):


Celebrated with a cult-following across the globe, Elvish, a constructed language or 'conlang,' is more than a code, like Pig Latin, … . Constructed languages like Elvish are real languages, made-up of thousands of words created by fantasy writers, linguists and fans, with real language rules".


Sul piano storico indica l’“Etymology constructed language”, ovvero che si tratta di un blend o ‘parola macedonia’, e segnala anche come “First Known Use 1991”.

Riguardo invece al suffissato conlanger indica solo la pronuncia con possibile ascolto e la categoria grammaticale, senza alcuna definizione, né data di prima attestazione: “/ˈkän-ˌlaŋ-ər/ “noun”.

Con Google libri ricerca avanzata possiamo documentare cinque usi di conlanger ‘glottoteta, inventore di lingue artificiali, creatore di lingue inventate’ risalenti al 2000, 2004 e 2005:


2000: [giapponese] “conlanger と呼ぶ。Mark Rosenfelder Language Construction Kit” (言語, vol.29, p. 95).

Kate Burridge 2004: “In fact there are hundreds of people out there all inventing languages simply for the pleasure of it –conlangers they're called , or ' constructed language creators ' ” (Blooming English, Cambridge U.P., p. 2).

2005: “conlanger has contributed new idioms to Klingon in order to participate in a favorite science-fiction fantasy, or invented a tongue designed solely to reflect women's consciousness, he or she is expressing an implicit wish to […]” (The Believer” vol. 3, p. 5); “Portrait of the conlanger as a young artist” (p. 15); “[Okrand] he’d never been a conlanger” (p. 18).

Mari C. Jones, ‎Ishtla Singh 2005: “The Language Construction kit [..] increases the conlanger's awareness of linguistic structures and patterns through its descriptions of ' natural ' languages , which are used as models” (Exploring Language Change, Psychology Press, London, N.Y, Routledge, p. 187

2005: “A contemporary conlanger, David J Peterson , in 'The Conlang Manifesto' ( http://dedalvs.free.fr/notes.html), stresses that constructing a language gives one a better understanding of how language itself works” (The Linguist: Journal of the Institute of Linguists, p. 113).


2. Conlanger in italiano

Quanto a conlanger come prestito inglese in italiano, manca ancora nei dizionari italiani e settoriali come T. De Maurio - M. Mancini, Dizionario delle parole straniere nella lingua italiana (Garzanti 2001). Con “Google libri ricerca avanzata” è possibile individuare giusto due attestazioni del 2015 e 2019:


Roberta Nunnari·2015: “I conlanger, come vengono chiamati gli inventori di lingue artificiali, sono diventati professionisti strapagati dalle major hollywodiane nell’era della fantascienza 2.0” (La Rivoluzione dei Media dal Times ad Al Jazeera, Roma, Gangemi ed., p. 26).

Eva Danese 2019: “Il lavoro dei conlanger dovrebbe essere sicuramente riconosciuto. Le opere che descrivono una lingua (dizionari, siti internet, ecc) sono opere d'ingegno e in quanto tali devono poter essere protette” (Qapla'! Le lingue inventate del cinema e della TV, Lulu.com, p. 77).


3. Conlanger in francese

Il citato lettore Francesco ha pure osservato che “Conlanger è usato anche in francese” indicando il sito <https://scholar.google.ca/scholar?hl=en&q=conlanger>.

Il termine è assente nella lessicografia monolingue (cfr. Petit Robert 2024).

Tre sole le attestazioni rintracciabili grazie a “Google libri ricerca avanzata”:


Hildegardis (Bingensis), ‎Arnaud de La Croix·2008, “conlangers, c'est-à-dire les constructed language makers («créateurs de langues construites»)”; Nous emprunterons également cette piste, à l’écoute d’un autre conlanger fameux: John Ronald Reuel Tolkien”..(La langue inconnue , Alphée, p. 90).

Flore Talamon, ‎Flora Saigot, ‎Savine Pied 2022: “... contrôle des sens, là ? Ah ah ah ! CONLANGER Hé, ça va ! (Ommm - Sur les chemins du yoga, La Boîte à Bulles).

Cassandra Clare 2025 “(conlanger/linguiste de l'ashakri), Nicolá Matias Campi (conlanger/linguiste du malgasi), Margaret Ransdell-Green (conlanger/linguiste du kutani), Melissa Yoon (sensitivity reader) et Clary Goodman (sensitivity reader et recherches)” (Les Chroniques de Castellane - Tome 02 Le Roi Chiffonnier, Eilean Books).


4. Conlanger in spagnolo

L’anglicismo manca nei dizionari generali (DRAE on line) e nel settoriale F. Rodríguez González Gran diccionario de anglicismos (Arco/Libros 2017).

Una sola attestazione in “Google Libri ricerca avanzata”:


Servio Antulio Zambrano 2023: “conlanger, compositor romántico y severísimo juez penal: F. Liszt” (Derivosaurios. Microrrelatos y Narracaibos, Macaraibo, Sultana del Lago Editores, p. 128).


5. Conlanger in portoghese

L’anglicismo conlanger manca nei dizionari generali portoghesi (Novo dicionário Aurélio da língua portuguesa 2004, Grande dicionário. Língua portuguesa a c. di G. Teixeira 2004).

Un solo es. è stato possibile reperire con “Google libri ricerca avanzata”:


Adelaide H. P. Silva 2019: “conlangers (criadores de línguas), pessoas que queiram se tornar conlangers ou que tenham apenas curiosidade sobre as línguas inventadas”(Introdução à Linguística, IESDE Brasil s.a, p. 121).


6. Conlanger in tedesco

Il termine manca nel Duden Das Fremdwörterbuch 2024. Tre le attestazioni in “Google libri ricerca avanzata”:


Anna Kathrin Bleuler, ‎Axel Schniederjürgen 2008 : “Warum Conlangers (Perspectives of Cognition ) 06. Z : Versus Interlinguistica (Grundlagenstud aus Kybernetik 37/2 )” (Kürschners deutscher Gelehrten-Kalender: M - Sd. 2009, 3, p. 146).

Anna-Maria Meyer·2014: “...Conlanger im Vordergrund standen, hat sich das Phänomen „Conlanging“ in den darauffolgenden Jahren über Amerika hinaus ausgebreitet und so nicht zuletzt auch den mittel- und osteuropäischen Raum erreicht (vgl. dazu die Conlanger Map auf...” (Wiederbelebung einer Utopie: Probleme und Perspektiven, p. 48).

        Valérie Henzen, ‎Anna Hodel, ‎Sophia Polek 2014: “Conlanger, die sie ohne Verfolgung eines konkreten Ziels, sondern aus reinem Spaß am Sprachenkonstruieren schaffen” ( junOST: Beiträge zur ersten Schweizerischen Konferenz junger, p. 405)..


SOMMARIO

1. Commento di un lettore

1.1.Conlang e conlanger in inglese

2. Conlanger in italiano

3. Conlanger in francese

4. Conlanger in spagnolo

5. Conlanger in portoghese

6. Conlanger in tedesco















Altre pubblicazioni di Salvatore Claudio Sgroi:

Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, Torino, Utet 2010

Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria, Firenze, Cesati 2013

Dove va il congiuntivo? Ovvero il congiuntivo da nove punti di vista, Torino, Utet 2013

Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticaliCittà del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016

Maestri della linguistica otto-novecentesca, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Maestri della linguistica italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

(As)saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

Gli Errori ovvero le Verità nascoste, Palermo, CSFLS 2019

Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2020

Saggi scelti di morfologia lessicale, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

Saggi di morfologia teorica e applicata, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

La lingua italiana del terzo millennio tra regole norme ed erroripres. di Claudio Marazzini, Torino, UTET, 2024

Il Papa è infallibile. Lo dice la grammaticapres. di Franco Coniglione, Firenze, Accademia della  Crusca 2025