Sempre per la serie la "lingua biforcuta" della
stampa
Borghesiana sequestrato
autodemolitore abusivo
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Chi ha sequestrato l’uomo deve essere punito secondo la
legge.
È stata sequestrata un’autodemolizione abusiva, non
l'autodemolitore. Per non essere tacciati, ancora una volta, di presunzione e
arroganza* nei riguardi dei massinforma
(mezzi di comunicazione di massa) diamo la "parola" al vocabolario
Treccani e al DISC, entrambi in rete:
Treccani: autodemolitóre s. m. [tratto da autodemolizione].
– Chi esercita il mestiere, o comunque opera nel settore di attività
dell’autodemolizione. autodemolizióne s. f. [comp. di auto-2 e demolizione].
– Propr., demolizione di autoveicoli (vecchi o inservibili); comunem. il
termine viene usato, per lo più al plur., per indicare officine o centri che
provvedono alla raccolta e alla demolizione (con eventuale riutilizzazione
delle parti ancora valide) di autoveicoli in disuso.
Sabatini Coletti (DISC): autodemolizione
[au-to-de-mo-li-zió-ne]s.f. Demolizione di vecchi autoveicoli; l'officina che la esegue.
La parola
proposta da questo portale: biutoso.
Aggettivo denominale che sta per "pastoso", "molle" e
simili. Si veda anche qui (scrivendo il vocabolo su "cerca parola",
in alto a destra).
Risparmiatori in fuga: così i capitali tricolore tornano in
Svizzera ------------
TRAFFICO DI ORGANI
Muore in vacanza in Egitto, la salma torna in patria senza
cuore e reni
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Prima di scrivere
queste righe abbiamo inviato due "mail" alle redazioni segnalando gli
strafalcioni e invitandole, quindi, a emendarli. Ma le perle fanno ancora bella
mostra di sé sulle pagine dei due giornali. Andiamo con ordine. L'aggettivo "tricolore"
si pluralizza normalmente. Il titolo corretto, dunque, avrebbe dovuto recitare:
«(...) cosí i capitali tricolori
tornano in Svizzera». Non abbiamo le Frecce
Tricolori, fiore all'occhiello della nostra Aeronautica militare? La
preposizione impropria "senza" regge due o piú sostantivi, davanti al
secondo (e a quelli successivi) si pone la negazione né o la congiunzione o,
mai la "e": senza garbo, né grazia. Il secondo titolo avrebbe
dovuto recitare, per tanto: «(...) la salma torna in patria senza cuore né reni. Siamo presuntuosi e arroganti?* Diamo la "parola"
al vocabolario Treccani in rete:Quando si
escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è né,
più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s.
mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo
per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).
Questo modo di dire, probabilmente, non è molto conosciuto e
di conseguenza poco adoperato. Si invita una persona a "scendere dal
pero" affinché abbandoni un atteggiamento di superiorità, di snobismo e
simili per rendersi conto di appartenere alla schiera delle "persone
normali". La locuzione, insomma, si usa nei confronti di persone presuntuose
e superbe. L'espressione richiama l'immagine di colui/colei che dopo essere
sceso/a da una pianta molto alta vede tutto ciò che lo/la circonda in un'ottica
diversa. Torna, insomma, alla realtà della vita quotidiana. Realtà oscurata dall'«altezza»
(presunzione) dell'albero.
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Si presti attenzione al verbo lamicare, della prima coniugazione e intransitivo, perché nei tempi
composti può prendere tanto l'ausiliare essere quanto l'ausiliare avere, ma non
"ad capochiam". Prenderà l'ausiliare essere quando, usato nella forma
impersonale, vale "piovigginare": giovedí èlamicato tutta la
giornata; l'ausiliare avere, invece, quando indica - in senso figurato - il
pianto dei fanciulli: il bimbo ha
lamicato tutta la notte. Si veda qui e qui.
Domandiamo, con umiltà, ai titolisti del giornale in rete
quando sono cambiate le regole ortografiche della lingua italiana. Da quando si
possono apostrofare le preposizioni articolate plurali?
Alcune volte la lingua "biforcuta" della stampa ti
mette di buon umore. Non sapevamo che la "monnezza" avesse le
mutande. È proprio vero: non si finisce mai d'imparare. Eravamo convinti che il
titolo "corretto" avrebbe dovuto recitare: «(...) il salto in mutande nella spazzatura».
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La parola proposta da questo portale: salamistra. Sostantivo femminile che vale "donna
saccente", "saputella", "presuntuosa". Si veda anche
qui.
Ciò che stiamo per scrivere non avrà - probabilmente - la
benedizione di qualche linguista in quanto la locuzione di cui intendiamo
parlare è - come suol dirsi - di uso corrente o, per lo meno, sulla bocca dei vari
intrattenitori radiotelevisivi. Ci riferiamo alla locuzione "grazie
davvero". Fateci caso: non c'è un ospite dei vari salotti televisivi che
non venga congedato con un "grazie davvero". Questa espressione,
grazie davvero, lessicalmente corretta, fa a pugni - a nostro avviso - con la logica. E ci spieghiamo. Si può ringraziare per scherzo? Far seguire
grazie dall'avverbio davvero ci sembra un nonsenso: si ringrazia, punto e
basta. Grazie significa "mostrare gratitudine", "manifestare
riconoscenza" e la gratitudine e la riconoscenza non possono non
essere"vere",
"reali" (davvero). Si può far seguire il grazie (per mettere in evidenza la "gratitudine") da "molte",
"tante", ma non da "davvero".
Grazie, secondo il Vocabolario Gabrielli in rete:
interiez.
1 Esprime ringraziamento, riconoscenza: g. delle premure, delle notizie, dell'accoglienza; g. mille; g. di cuore; tante g. ‖ Formula che si usa per accettare o rifiutare gentilmente qualcosa: “vuol bere qualcosa?” “Sì, g.!”; “una sigaretta?”, “no, g.” ‖ Dire grazie, mostrare la propria riconoscenza: ho fatto tanto per lui e non mi ha neanche detto g.
2iron. Formula usata per sottolineare l'ovvietà di un'affermazione o il carattere retorico di una domanda: “ti piacciono le donne belle, ricche e intelligenti?” “g.!” ‖ Grazie a, per merito, per volontà di: g. a lui mi hanno assunto; grazie a te, ora ci troviamo nei guai ‖ Grazie a Dio, grazie al Cielo, formula di soddisfazione, sollievo e sim.: g. al Cielo siete tornati!; g. a Dio ho trovato casa!
Bs.m. inv.
Ringraziamento: un g. particolare a quelli che mi hanno aiutato
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La lingua "biforcuta" della stampa
Deportazione ghetto di Roma, Mattarella: "Ferita insanabile, svuotare depositi di intolleranza"
---------------- Si deportano le persone, non le cose Treccani in rete: deportazióne s. f. [dal lat. deportatio -onis,
attraverso il fr. déportation;
v. deportare].
– Pena mediante la quale il condannato viene privato dei diritti civili e
politici, allontanato dal luogo del commesso reato o di residenza e relegato in
un territorio lontano dalla madrepatria: condannare alla d.;
le d. in Siberia,
nelle colonie penali; colonia di deportazione. Per estens., trasporto di un condannato in luogo
di pena fuori dei confini della madrepatria; trasferimento coatto di gruppi di
condannati politici o di minoranze civili invise o sospette in campi di lavoro
o di concentramento: le d.
di massa o in massa operate dai nazisti.
"Sos acne": un nuovo ambulatorio all'Idi. All’Istituto Dermopatico dal 16 ottobre apre un centro
dedicato alla malattia della pelle
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Spesso siamo accusati di presunzione e di arroganza nei
confronti degli operatori della carta stampata e no. Soprattutto nei riguardi
di coloro che hanno il compito di redigere i titoli, un mestiere rischioso,
come ci ricorda il prof. Salvatore Claudio Sgroi, in questo magistrale
articolo. Esaminiamo il titolo su riportato e vediamo se i nostri strali contro
i massinforma (mezzi di comunicazione
di massa) sono giustificati. L'Istituto Dermopatico è un ospedale in cui si
curano (e si studiano) le malattie della pelle; "dermopatico"
significa, infatti, "che si riferisce alla dermopatia", sostantivo
femminile composto con le voci greche "derma" (pelle) e
"patia" (affezione, sofferenza, malattia). La "malattia della
pelle", per tanto, è già "dentro" il nome dell'istituto o
dell'ospedale. Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: «... All'Istituto Dermopatico dal 16 ottobre un centro
dedicato a questa malattia» (acne). L'ospedale in questione, insomma, già si
occupa delle malattie della pelle. Il titolo del giornale, invece, fa pensare
che solo ora il nosocomio abbia aperto un reparto per le patologie della pelle.
Siamo arroganti e presuntuosi?
A proposito delle menzogne
riguardanti il caso di Stefano Cucchi, il giovane romano "pestato" in
una caserma dei carabinieri, riproponiamo un nostro articolo proprio sulla
menzogna.
La bugia e la menzogna non sono sinonimi? Come mai alcuni
preferiscono la bugia alla menzogna? Gentili amici, sarebbe come domandarci per
quale motivo alcuni preferiscono dire “bello” e altri, invece, “grazioso”. La
differenza “sostanziale” – per quanto ne sappiamo – non esiste; esiste, invece,
quella etimologica. La bugia ha origini ‘barbare’, cioè straniere, mentre la
menzogna è schiettamente un termine italiano in quanto i suoi natali sono
latini. Probabilmente – a nostro modo di vedere – chi preferisce dire bugia lo
fa per togliere quel senso di “pesantezza” che ha, invece, la menzogna. La
bugia, infatti, ha un “sapore” bambinesco. Questo, ripetiamo, è solo un nostro
modestissimo parere avvalorato dal fatto che con il termine bugia si intende
anche quella macchiolina bianca sulle unghie (si dice, infatti, ai bambini che
si forma quando dicono le bugie) il cui vocabolo scientifico è “leuconichia”.
Ma veniamo alla differenza etimologica, cominciando dal nome barbaro. Se
apriamo un qualunque vocabolario della lingua italiana alla voce bugia,
leggiamo: asserzione contraria alla verità. La sua origine, come detto, non è
squisitamente italiana ma franco-germanica: bauzia (‘bausi’) che significa
‘cattiveria’, ‘frode’, ‘malizia’. Da bugia è stato coniato il verbo “bugiare”
(dire bugie) il cui uso, però, è desueto: molti vocabolari, infatti, lo hanno
relegato nella soffitta della lingua. Sono vivi e vegeti, invece, gli altri
derivati: bugiardaggine; bugiarderia (vizio di dire bugie) e bugiardo.
Piú complessa l’origine di
menzogna (con la “z” aspra) tratta dal latino tardo “mentionia”, derivato di
“mentiri” (mentire). Ma andiamo con ordine. Dal verbo latino “mentiri”, tratto
da “mens, mentis” (mente, cervello, intelletto) che in origine valeva “fingere
con la mente”, attraverso vari passaggi semantici sono nate le forme
“mentionia” e “mentionéa”, quest’ultima piú vicino alla forma odierna italiana.
Chi dice una menzogna, quindi, sotto il profilo strettamente etimologico “finge
con la mente”, fa, per tanto, una “asserzione contraria alla verità” (ed ecco
“scoperta” la somiglianza con la bugia). Quanto alla desinenza “-ogna”
(menz ‘ogna’) o sta per “umnia”, come nel latino “calumnia”, divenuto “calugna”
e italianizzato “calunnia” o come finale aggettivale femminile (sempre latino) “onéa”, che si riscontra anche nelle voci dialettali piemontesi come, per
esempio, in “ambriac-ogna”, ubriachezza e in “tisic-ogna”, tisichezza.
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La parola proposta da questo portale: sbergolare. Parlare a voce alta, quasi gridando. Qui e qui.
Avreste mai immaginato, gentili lettori, che il divano sul
quale ci sediamo la sera, tornando a casa stanchi dal lavoro, ha una
strettissima relazione con la poesia, quella orientale in particolare? Il
termine divano ci è giunto, infatti, dal turco diwàn, di origine persiana. Ma cosa c'entra la poesia? Andiamo con
ordine. Il diwàn nell'antico impero
ottomano stava a indicare il consiglio dei ministri; in seguito, per
estensione, indicò anche il libro o registro dove venivano trascritte le loro
importanti decisioni. Con il trascorrere del tempo, e come accade sempre per le
questioni di lingua, si pensò di chiamare – sempre per estensione – diwàn anche la 'sedia' sulla quale
sedevano i ministri durante le loro riunioni. Giunti a questo punto, poiché il diwàn indicava (come abbiamo visto) un
libro di una certa importanza – racchiudeva, appunto, le decisioni dei ministri
– si decise di chiamare diwàn il
libro nel quale erano raccolte tutte le poesie, in ordine alfabetico o
cronologico, di un importante poeta (o scrittore) orientale. Il sinonimo sofà,
invece, è giunto a noi dal francese sofa
e questo dall'arabo suffa (cuscino).
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La parola proposta da questo portale, ripresa dal Gabrielli:irremeabile (o inremeabile). Aggettivo.
«Da
cui non si può tornare o uscire; che non si può ripercorrere in senso
contrario: la irremeabil porta (Poliziano) | fig. Inguaribile, inconsolabile,
irrimediabile: la sua anima si smarriva in una tristezza e in orrore
irremeabili (D'Annunzio)».
Scopre che la moglie
aspetta una figlia femmina e la riempie di botte. Arrestato
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Questo titolo di un giornale in rete ci ha dato il buon
umore... "Aspetta una figlia femmina", come se solo "figlia" non chiarisse il
sesso del nascituro. Sí, le locuzioni "figli maschi" e "figlie
femmine" sono di uso corrente, ma ciò non toglie che fanno/facciano ridere.
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La parola proposta da questo portale: immaccariarsi.
Verbo pronominale che vale: sistemarsi in casa altrui per vivere a sbafo. Si veda anche qui.
I COMMENTI RITENUTI OFFENSIVI NON VERRANNO PUBBLICATI.
Giornalista pubblicista - laurea magistrale in "Editoria e giornalismo" - sono sempre stato attento alle problematiche linguistiche.
Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collaboro con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese”. Ho scritto "Un tesoro di lingua" e, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Giornalismo - Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi - Roma.
Volume vincitore alla III edizione del premio letterario nazionale "L'Intruso in Costa Smeralda". Con Carlo Picozza e Santo Strati ho scritto anche "S.O.S. Scrittura - Primo soccorso linguistico".
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