lunedì 22 ottobre 2018

Autodemolitore: chi esegue l'autodemolizione

Sempre per la serie la "lingua biforcuta" della stampa

Borghesiana sequestrato

autodemolitore abusivo

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Chi ha sequestrato l’uomo deve essere punito secondo la legge.

È stata sequestrata un’autodemolizione abusiva, non l'autodemolitore. Per non essere tacciati, ancora una volta, di presunzione e arroganza* nei riguardi dei massinforma (mezzi di comunicazione di massa) diamo la "parola" al vocabolario Treccani e al DISC, entrambi in rete:

Treccani: autodemolitóre s. m. [tratto da autodemolizione]. – Chi esercita il mestiere, o comunque opera nel settore di attività dell’autodemolizione. autodemolizióne s. f. [comp. di auto-2 e demolizione]. – Propr., demolizione di autoveicoli (vecchi o inservibili); comunem. il termine viene usato, per lo più al plur., per indicare officine o centri che provvedono alla raccolta e alla demolizione (con eventuale riutilizzazione delle parti ancora valide) di autoveicoli in disuso.

Sabatini Coletti (DISC): autodemolizione


[au-to-de-mo-li-zió-ne] s.f. Demolizione di vecchi autoveicoli; l'officina che la esegue.

* Qui

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La parola proposta da questo portale: biutoso. Aggettivo denominale che sta per "pastoso", "molle" e simili. Si veda anche qui (scrivendo il vocabolo su "cerca parola", in alto a destra).



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domenica 21 ottobre 2018

La preposizione "senza" e il plurale di "tricolore"


Da due quotidiani in rete:
Risparmiatori in fuga: così i capitali tricolore tornano in Svizzera
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TRAFFICO DI ORGANI
Muore in vacanza in Egitto, la salma torna in patria senza cuore e reni
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Prima di scrivere queste righe abbiamo inviato due "mail" alle redazioni segnalando gli strafalcioni e invitandole, quindi, a emendarli. Ma le perle fanno ancora bella mostra di sé sulle pagine dei due giornali. Andiamo con ordine. L'aggettivo "tricolore" si pluralizza normalmente. Il titolo corretto, dunque, avrebbe dovuto recitare: «(...) cosí i capitali tricolori tornano in Svizzera». Non abbiamo le Frecce Tricolori, fiore all'occhiello della nostra Aeronautica militare? La preposizione impropria "senza" regge due o piú sostantivi, davanti al secondo (e a quelli successivi) si pone la negazione né o la congiunzione o, mai la "e": senza garbo, né grazia. Il secondo titolo avrebbe dovuto recitare, per tanto: «(...) la salma torna in patria senza cuore né reni. Siamo  presuntuosi e arroganti?* Diamo la "parola" al vocabolario Treccani in rete:  Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è né, più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).

* Qui
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sabato 20 ottobre 2018

Scendere dal pero


Questo modo di dire, probabilmente, non è molto conosciuto e di conseguenza poco adoperato. Si invita una persona a "scendere dal pero" affinché abbandoni un atteggiamento di superiorità, di snobismo e simili per rendersi conto di appartenere alla schiera delle "persone normali". La locuzione, insomma, si usa nei confronti di persone presuntuose e superbe. L'espressione richiama l'immagine di colui/colei che dopo essere sceso/a da una pianta molto alta vede tutto ciò che lo/la circonda in un'ottica diversa. Torna, insomma, alla realtà della vita quotidiana. Realtà oscurata dall'«altezza» (presunzione) dell'albero.

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Si presti attenzione al verbo lamicare, della prima coniugazione e intransitivo, perché nei tempi composti può prendere tanto l'ausiliare essere quanto l'ausiliare avere, ma non "ad capochiam". Prenderà l'ausiliare essere quando, usato nella forma impersonale, vale "piovigginare": giovedí è lamicato tutta la giornata; l'ausiliare avere, invece, quando indica - in senso figurato - il pianto dei fanciulli: il bimbo ha lamicato tutta la notte. Si veda qui e qui.




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La lingua "biforcuta" della stampa

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Domandiamo, con umiltà, ai titolisti del giornale in rete quando sono cambiate le regole ortografiche della lingua italiana. Da quando si possono apostrofare le preposizioni articolate plurali?

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venerdì 19 ottobre 2018

Quando la stampa dà il buon umore...



Roma, la folle movida dei ragazzi:
il salto nella spazzatura in mutande

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Alcune volte la lingua "biforcuta" della stampa ti mette di buon umore. Non sapevamo che la "monnezza" avesse le mutande. È proprio vero: non si finisce mai d'imparare. Eravamo convinti che il titolo "corretto" avrebbe dovuto recitare: «(...) il salto in mutande nella spazzatura».

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La parola proposta da questo portale: salamistra. Sostantivo femminile che vale "donna saccente", "saputella", "presuntuosa". Si veda anche qui.


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giovedì 18 ottobre 2018

Il «menevadismo»


Un interessante articolo di Michele Cortelazzo - pubblicato sul sito della Treccani -  sul menevadismo e altri neologismi.
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La parola proposta da questo portale: garbello. Sostantivo maschile con il quale si indica un setaccio di vimini.

mercoledì 17 ottobre 2018

Si ringrazia per scherzo?


Ciò che stiamo per scrivere non avrà - probabilmente - la benedizione di qualche linguista in quanto la locuzione di cui intendiamo parlare è - come suol dirsi - di uso corrente o, per lo meno, sulla bocca dei vari intrattenitori radiotelevisivi. Ci riferiamo alla locuzione "grazie davvero". Fateci caso: non c'è un ospite dei vari salotti televisivi che non venga congedato con un "grazie davvero". Questa espressione, grazie davvero, lessicalmente corretta, fa a pugni - a nostro avviso -  con la logica. E ci spieghiamo.  Si può ringraziare per scherzo? Far seguire grazie dall'avverbio davvero ci sembra un nonsenso: si ringrazia, punto e basta. Grazie significa "mostrare gratitudine", "manifestare riconoscenza" e la gratitudine e la riconoscenza non possono non essere  "vere", "reali" (davvero). Si può far seguire il grazie (per mettere in evidenza la "gratitudine") da "molte", "tante", ma non da "davvero".
Grazie, secondo il Vocabolario Gabrielli in rete:

interiez.

1 Esprime ringraziamento, riconoscenza: g. delle premure, delle notizie, dell'accoglienza; g. mille; g. di cuore; tante g.
‖ Formula che si usa per accettare o rifiutare gentilmente qualcosa: “vuol bere qualcosa?” “Sì, g.!”; “una sigaretta?”, “no, g.”
‖ Dire grazie, mostrare la propria riconoscenza: ho fatto tanto per lui e non mi ha neanche detto g.


2 iron. Formula usata per sottolineare l'ovvietà di un'affermazione o il carattere retorico di una domanda: “ti piacciono le donne belle, ricche e intelligenti?” “g.!”
‖ Grazie a, per merito, per volontà di: g. a lui mi hanno assunto; grazie a te, ora ci troviamo nei guai
‖ Grazie a Dio, grazie al Cielo, formula di soddisfazione, sollievo e sim.: g. al Cielo siete tornati!; g. a Dio ho trovato casa!
B s.m. inv.
Ringraziamento: un g. particolare a quelli che mi hanno aiutato

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La lingua "biforcuta" della stampa

Deportazione ghetto di Roma, Mattarella: "Ferita insanabile, svuotare depositi di intolleranza"
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Si deportano le persone, non le cose

Treccani in rete: deportazióne s. f. [dal lat. deportatio -onis, attraverso il fr. déportation; v. deportare]. – Pena mediante la quale il condannato viene privato dei diritti civili e politici, allontanato dal luogo del commesso reato o di residenza e relegato in un territorio lontano dalla madrepatria: condannare alla d.; le d. in Siberia, nelle colonie penali; colonia di deportazione. Per estens., trasporto di un condannato in luogo di pena fuori dei confini della madrepatria; trasferimento coatto di gruppi di condannati politici o di minoranze civili invise o sospette in campi di lavoro o di concentramento: le d. di massa o in massa operate dai nazisti.




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lunedì 15 ottobre 2018

Siamo presuntuosi e arroganti?



"Sos acne": un nuovo ambulatorio all'Idi. All’Istituto Dermopatico dal 16 ottobre apre un centro dedicato alla malattia della pelle

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Spesso siamo accusati di presunzione e di arroganza nei confronti degli operatori della carta stampata e no. Soprattutto nei riguardi di coloro che hanno il compito di redigere i titoli, un mestiere rischioso, come ci ricorda il prof. Salvatore Claudio Sgroi, in questo magistrale articolo. Esaminiamo il titolo su riportato e vediamo se i nostri strali contro i massinforma (mezzi di comunicazione di massa) sono giustificati. L'Istituto Dermopatico è un ospedale in cui si curano (e si studiano) le malattie della pelle; "dermopatico" significa, infatti, "che si riferisce alla dermopatia", sostantivo femminile composto con le voci greche "derma" (pelle) e "patia" (affezione, sofferenza, malattia). La "malattia della pelle", per tanto, è già "dentro" il nome dell'istituto o dell'ospedale. Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: «...  All'Istituto Dermopatico dal 16 ottobre un centro dedicato a questa malattia» (acne). L'ospedale in questione, insomma, già si occupa delle malattie della pelle. Il titolo del giornale, invece, fa pensare che solo ora il nosocomio abbia aperto un reparto per le patologie della pelle. Siamo arroganti e presuntuosi?

domenica 14 ottobre 2018

La menzogna (e la bugia)

A proposito delle menzogne riguardanti il caso di Stefano Cucchi, il giovane romano "pestato" in una caserma dei carabinieri, riproponiamo un nostro articolo proprio sulla menzogna.

La bugia e la menzogna non sono sinonimi? Come mai alcuni preferiscono la bugia alla menzogna? Gentili amici, sarebbe come domandarci per quale motivo alcuni preferiscono dire “bello” e altri, invece, “grazioso”. La differenza “sostanziale” – per quanto ne sappiamo – non esiste; esiste, invece, quella etimologica. La bugia ha origini ‘barbare’, cioè straniere, mentre la menzogna è schiettamente un termine italiano in quanto i suoi natali sono latini. Probabilmente – a nostro modo di vedere – chi preferisce dire bugia lo fa per togliere quel senso di “pesantezza” che ha, invece, la menzogna. La bugia, infatti, ha un “sapore” bambinesco. Questo, ripetiamo, è solo un nostro modestissimo parere avvalorato dal fatto che con il termine bugia si intende anche quella macchiolina bianca sulle unghie (si dice, infatti, ai bambini che si forma quando dicono le bugie) il cui vocabolo scientifico è “leuconichia”. Ma veniamo alla differenza etimologica, cominciando dal nome barbaro. Se apriamo un qualunque vocabolario della lingua italiana alla voce bugia, leggiamo: asserzione contraria alla verità. La sua origine, come detto, non è squisitamente italiana ma franco-germanica: bauzia (‘bausi’) che significa ‘cattiveria’, ‘frode’, ‘malizia’. Da bugia è stato coniato il verbo “bugiare” (dire bugie) il cui uso, però, è desueto: molti vocabolari, infatti, lo hanno relegato nella soffitta della lingua. Sono vivi e vegeti, invece, gli altri derivati: bugiardaggine; bugiarderia (vizio di dire bugie) e bugiardo.
Piú complessa l’origine di menzogna (con la “z” aspra) tratta dal latino tardo “mentionia”, derivato di “mentiri” (mentire). Ma andiamo con ordine. Dal verbo latino “mentiri”, tratto da “mens, mentis” (mente, cervello, intelletto) che in origine valeva “fingere con la mente”, attraverso vari passaggi semantici sono nate le forme “mentionia” e “mentionéa”, quest’ultima piú vicino alla forma odierna italiana. Chi dice una menzogna, quindi, sotto il profilo strettamente etimologico “finge con la mente”, fa, per tanto, una “asserzione contraria alla verità” (ed ecco “scoperta” la somiglianza con la bugia). Quanto alla desinenza “-ogna” (menz ‘ogna’) o sta per “umnia”, come nel latino “calumnia”, divenuto “calugna” e italianizzato “calunnia” o come finale aggettivale femminile (sempre latino) “onéa”, che si riscontra anche nelle voci dialettali piemontesi come, per esempio, in “ambriac-ogna”, ubriachezza e in “tisic-ogna”, tisichezza.



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La parola proposta da questo portale: sbergolare. Parlare a voce alta, quasi gridando. Qui e qui.


sabato 13 ottobre 2018

La poesia, il divano e il sofà


Avreste mai immaginato, gentili lettori, che il divano sul quale ci sediamo la sera, tornando a casa stanchi dal lavoro, ha una strettissima relazione con la poesia, quella orientale in particolare? Il termine divano ci è giunto, infatti, dal turco diwàn, di origine persiana. Ma cosa c'entra la poesia? Andiamo con ordine. Il diwàn nell'antico impero ottomano stava a indicare il consiglio dei ministri; in seguito, per estensione, indicò anche il libro o registro dove venivano trascritte le loro importanti decisioni. Con il trascorrere del tempo, e come accade sempre per le questioni di lingua, si pensò di chiamare – sempre per estensione – diwàn anche la 'sedia' sulla quale sedevano i ministri durante le loro riunioni. Giunti a questo punto, poiché il diwàn indicava (come abbiamo visto) un libro di una certa importanza – racchiudeva, appunto, le decisioni dei ministri – si decise di chiamare diwàn il libro nel quale erano raccolte tutte le poesie, in ordine alfabetico o cronologico, di un importante poeta (o scrittore) orientale. Il sinonimo sofà, invece, è giunto a noi dal francese sofa e questo dall'arabo suffa (cuscino).

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La parola proposta da questo portale, ripresa dal Gabrielli: irremeabile (o inremeabile). Aggettivo. «Da cui non si può tornare o uscire; che non si può ripercorrere in senso contrario: la irremeabil porta (Poliziano) | fig. Inguaribile, inconsolabile, irrimediabile: la sua anima si smarriva in una tristezza e in orrore irremeabili (D'Annunzio)».

venerdì 12 ottobre 2018

Figli "maschi" e figlie "femmine"

Scopre che la moglie aspetta una figlia femmina e la riempie di botte. Arrestato
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Questo titolo di un giornale in rete ci ha dato il buon umore... "Aspetta una figlia femmina", come  se solo "figlia" non chiarisse il sesso del nascituro. Sí, le locuzioni "figli maschi" e "figlie femmine" sono di uso corrente, ma ciò non toglie che fanno/facciano ridere.
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La parola proposta da questo portale:  immaccariarsi. Verbo pronominale che vale: sistemarsi in casa altrui per vivere a sbafo. Si veda anche qui.