giovedì 11 luglio 2013

Il superlativo organico

Gentile dott. Raso, mi appello alla ormai nota sua non comune disponibilità per un problema di lingua. Mio figlio deve scrivere – per i compiti delle vacanze – 20 frasi in cui siano presenti 10 comparativi organici e dieci superlativi altrettanto organici. Né io né mio figlio, le confesso, abbiamo mai sentito parlare di detti comparativi e superlativi. Che cosa sono? Può aiutarci in merito? 
Grazie in anticipo e un cordiale saluto.
Alberto D.
Terracina (LT)
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Caro Alberto, le copio la risposta che il linguista Massimo Arcangeli ha dato a un lettore della rubrica di lingua del quotidiano “la Repubblica” in rete, il quale poneva una domanda simile.
 «Il superlativo assoluto organico, il superlativo relativo organico, il comparativo organico di un aggettivo (o di un avverbio) sono le alternative – spesso ereditate dal latino – alle corrispondenti forme regolari. Facciamo un paio di esempi. “Grande”: il superlativo assoluto organico è “massimo” (quello regolare sarebbe “grandissimo”), il superlativo relativo organico è “il maggiore” (quello regolare sarebbe “il più grande”), il comparativo organico è “maggiore” (quello regolare sarebbe “più grande”). “Piccolo”: il superlativo assoluto organico è “minimo” (regolare: “piccolissimo”), il superlativo relativo organico è “il minore” (regolare: “il più piccolo”), il comparativo organico è “minore” (regolare: “più piccolo”)».
Da parte mia mi permetto di aggiungere, per una maggiore comprensione, che sono chiamati  “organici” i comparativi e i superlativi (assoluti e relativi) che si discostano nettamente dalla radice del corrispondente aggettivo di grado positivo.

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Veda anche qui.

mercoledì 10 luglio 2013

Popolano e popolare

Se non cadiamo in errore tutti (?) i vocabolari attestano "popolano" e "popolare" l'uno sinonimo dell'altro. A nostro modo di vedere, invece, tra i due vocaboli c'è una sfumatura semantica. Il primo, e ce lo dice il suffisso "-ano", adoperato per indicare l'appartenenza a una nazione, a una città, a una categoria, a un mestiere e simili (italiano, napoletano, parrocchiano, cappellano), significa che è proprio del popolo, che appartiene al popolo: una fanciulla popolana; un dialetto popolano. Il secondo, popolare, formato con il suffisso "-are" (dal latino 'aris'), indica, invece, una relazione e sta per noto al popolo, che ne gode le simpatie: quel cantante è molto popolare tra i giovani. Un'ultima annotazione. Popolano può essere tanto aggettivo quanto sostantivo; popolare solo aggettivo.

martedì 9 luglio 2013

La rete e lo Sciacqualingua

                                                                       


 Salve,
è da circa un mese che ho scoperto il suo stupendo blog e che lo seguo assiduamente giorno per giorno con articoli che mi incuriosiscono sempre più e che mi fanno scoprire molti degli errori che si commettono nella lingua parlata di tutti i giorni.
Ora, a me piacerebbe, se possibile, poter avere quegli articoli sempre disponibili con me, così da potermeli rileggere e sfogliarli, un po' come la funzione presente sul nuovo sito dell'Accademia della Crusca che permette di scaricare in formato pdf lo scritto.
Ho provato autonomamente a salvare le pagine del suo sito nei più svariati formati ma per qualche ragione c'è qualcosa che le rende lente a caricare, quindi se fosse lei stesso disponibile ad aggiungere questa funzione che reputo utilissima sarebbe magnifico, specialmente perché vorrei prendermi il tempo di leggere anche tutti gli articoli pubblicati negli anni passati anche nei momenti in cui non ho a disposizione una connessione a internet.
Saluti e grazie
Lord Silver
(Località non specificata)
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Caro Lord Silver,
innanzi tutto la ringrazio per il suo apprezzamento (fa sempre piacere vedere che le proprie "fatiche" non sono vane). Quanto alla sua richiesta non sono in grado, purtroppo, di soddisfarla. Posso consigliarle, in proposito, di aprire una cartella sul disco rigido e incollarvi, dopo averli copiati, giorno per giorno, gli articoli. Cosí facendo potrà accedere alle "notizie linguistiche" dello SciacquaLingua quando vuole, anche senza essere connesso a Internet. Potrà fare la stessa cosa, ovviamente, con gli articoli pubblicati negli anni passati.


                                                                                                                    

lunedì 8 luglio 2013

La leniterapia






Segnaliamo un interessantissimo articolo di Francesco Sabatini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca.
Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/leniterapia


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Un sito che risponde ai tanti "perché?"

http://www.curiositaeperche.it/perche/

domenica 7 luglio 2013

L'apocatarsi

Fra i termini, che ci piacerebbe fossero "riesumati" e messi di nuovo a lemma nei dizionari, segnaliamo il sostantivo femminile "apocatarsi", che significa 'spurgo', 'vomito', come si può leggere nel vocabolario del Tommaseo-Bellini e in altri testi di cui diamo il collegamento in calce. Il giovanotto non può viaggiare in automobile perché il movimento gli provoca continue apocatarsi.


http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=apocatarsi&searchfor=apocatarsi&searching=true

https://www.google.it/search?q=%22apocatarsi%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#q=%22apocatarsi%22&hl=it&tbm=bks&psj=1&ei=0k_ZUe3vCqbV4gTfrYDIAw&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_cp.r_qf.&bvm=bv.48705608,d.bGE&fp=9b700b72a15a0bb9&biw=1024&bih=638

venerdì 5 luglio 2013

«A quattro mani»

La stampa, tutta, e i notiziari radiotelevisivi ci fanno sapere che la prima enciclica di papa Francesco è stata scritta a quattro mani (la prima stesura è di Benedetto XVI). Quanto si legge e quanto si sente ci sembra una castroneria. L'espressione "a quattro mani" si usa - a nostro avviso (ma anche secondo i vocabolari) - solo riferita a due pianisti che suonano assieme il medesimo brano sullo stesso pianoforte. Uno scritto, se fatto in collaborazione con un'altra persona, è... scritto a due mani.

http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/q/quattro.aspx?query=quattro

http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-dfd8b2e9-7308-4a07-a5ac-143f05a73296.html

http://www.repubblica.it/esteri/2013/07/05/news/enciclica_papa_francesco-62439053/

giovedì 4 luglio 2013

A ufo

Lo Zingarelli segnala, per la parola del giorno di ieri, “ufo”, la cui etimologia, secondo il vocabolario, è incerta: «ùfo

[etim. incerta ☼ av. 1665]
vc.
● solo nella loc. avv. a ufo, senza pagare, a spese altrui: mangiare a ufo
vivere a ufo, senza lavorare, alle spalle degli altri».

Vediamo, per curiosità, l’origine dell’espressione secondo Wikipedia e secondo quanto sostiene Ottorino Pianigiani.

http://it.wikipedia.org/wiki/A_ufo

http://it.wikipedia.org/wiki/Ad_usum_fabricae

Pianigiani:



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Perfuntoriamente

Ecco un avverbio che, relegato in soffitta, ci piacerebbe fosse rispolverato: perfuntoriamente. Significa superficialmente, sbrigativamente, alla buona: state tranquilli non faremo nulla di formale, sarà una riunione cosí, perfuntoriamente. È tratto dall’antico aggettivo perfuntorio (‘negligente’).


http://www.etimo.it/?term=perfuntorio&find=Cerca

Dizionario della lingua italiana - Volume 5 - Pagina 695



mercoledì 3 luglio 2013

Imbandire la tavola

Cortese dr Raso,
eccomi ancora a disturbarla. Questa volta non per un quesito grammaticale, ma per una curiosità. Perché si dice "imbandire la tavola", quando ci si mette sopra tutto l'occorrente per il pranzo o la cena? E donde prendono il nome le varie posate?
Grazie di cuore per la sua non comune disponibilità.
Cordialmente
Ottavio L.
Terni
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Gentile Ottavio, per quanto riguarda "imbandire la tavola" do la "parola" a Ottorino Pianigiani:

Per quanto attiene, invece, al resto della sua curiosità, la rimando a un mio vecchio intervento su questo sito: http://faustoraso.blogspot.it/2011/03/tavola.html

martedì 2 luglio 2013

I "ritoccatori" del Gabrielli

I “ritoccatori” di Aldo Gabrielli, non paghi di avere stravolto il vocabolario del Maestro, hanno messo le mani anche su un suo libriccino, «Il museo degli errori», a proposito di “reboante/roboante”.


Questa la versione originale:

«La forma corretta è “reboante”, l’aggettivo deriva dal latino “reboans, reboantis”, participio presente di “reboare”, rimbombare, verbo composto del prefisso intensivo “re-“ e di “boare”, risonare, echeggiare (donde il nostro “boato”). Poiché un prefisso intensivo “ro-“ non esiste nella nostra lingua, non si capisce come perfino alcuni scrittori usino la forma sbagliata, e alcuni dizionari anche la registrino, sia pure con l’avvertenza che si tratta di una forma “meno corretta”. Si può parlare di meno corretto quando si tratta di un vero e proprio errore?».

Ed ecco quella ritoccata:

«Noi diciamo roboante, e non ci piove. Sicuri del nostro buon italiano, consideriamo chi usa reboante prigioniero di un italiano dialettale. E invece ha ragione lui. L’aggettivo deriva dal latino reboans, reboantis, participio presente di reboare, rimbombare, verbo composto del prefisso intensivo re- e di boare, risonare, echeggiare (da cui anche il nostro boato). Poiché un prefisso intensivo ro- non esiste nella nostra lingua, sembra inspiegabile la nascita di roboante e la sua vittoria su reboante (tutt’al più avrebbe potuto nascere ri-boante). Eppure è andata così. È la dimostrazione del fatto che la lingua non nasce sul tavolo dei grammatici ma in mezzo alla vita, a volte anche da inspiegabili incidenti. Ma se una spiegazione proprio vogliamo trovarla, ebbene diciamo che roboante è onomatopeico: quelle due o appesantiscono la parola, rendendo l’effetto di un maggior frastuono.
Quest’ultima osservazione è convincente: teniamoci roboante. Ma nessuno potrà impedirci di fare i fighi con reboante».

PS: Stupisce il constatare quanto scrivono, in proposito, i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota. Si clicchi su http://www.accademiadellacrusca.it/en/italian-language/language-consulting/questions-answers/reboante-roboante

Stupisce, altresí, quanto si legge nella nota d'uso di "Sapere.it" (De Agostini): «Reboante, o roboante, agg. m. e f. [pl. -i] 1 ( lett.) rimbombante: voce reboante 2 ( fig. spreg.) che è altisonante, che è espresso con concetti e parole grandiosi, ma di poca sostanza (detto di stile, versi, oratoria e sim.): un discorso reboante.
¶ Dal lat. reboante(m), part. pres. di reboare ‘rimbombare’, comp. di re-, con valore intensivo, e boare ‘risuonare’; cfr. boato.
Nota d'uso
 Questa è la forma originaria della parola, che letteralmente significa “risuonante”. In italiano però si è diffusa la forma roboante, con la o, che rende meglio l’idea del suono forte e ripetuto come in un’eco. Un tempo ritenuta un errore, questa forma è ormai la più comune».

Un plauso, invece, al "Treccani": «Reboante (diffuso, ma non corretto, roboante) agg. [dal lat. reboans -antis, part. pres. di reboare «rimbombare», der. di boare «risonare», dal gr. βοάω]».



lunedì 1 luglio 2013

Verifichiamo...

«L’incidente si è verificato alle prime luci dell’alba sulla A1». Frasi del genere si leggono sui giornali e si sentono nei notiziari radiotelevisivi, ma sono tremendamente  errate, con buona pace dei vocabolaristi, che danno al verbo un significato che non ha: accadere, succedere, avvenire e simili. Ma è errata anche la locuzione “alle prime luci dell’alba”. L’alba già in sé  ‘contiene’ le prime luci. Si dirà, correttamente, all’alba o alle prime luci del giorno. E veniamo al verbo “verificare”, che significa “vedere se corrisponde al vero”. Non è corretto – come dicevamo – usarlo nelle accezioni di “accadere”, “succedere” e simili. Una notizia, infatti, non deve essere ‘verificata’ prima di essere pubblicata? Un incidente, per tanto, prima ‘accade’, poi si ‘verifica’. Insomma, come si può verificare un fatto se prima non accade? Sentiamo, in proposito, il parere di Ottorino Pianigiani: