sabato 31 marzo 2018

Essere una mosca senza testa


Il modo di dire che avete appena letto - probabilmente sconosciuto ai piú perché non di uso corrente - si tira in ballo quando si vuol mettere in evidenza la "sconclusionaggine" di una persona perché agisce senza uno scopo preciso, senza una meta da raggiungere. L'espressione fa riferimento a una mosca che privata della testa si agita ancora per qualche minuto, con movimenti sconclusionati. Di qui, appunto, il modo di dire.

***

La parola proposta da questo portale, ripresa dal GDU (De Mauro): idolopeia. Figura retorica con la quale l'autore fa parlare o agire un morto celebre o un fantasma.

venerdì 30 marzo 2018

Tendicollo e tendifilo: invariabili?


Sí, siamo pronti a schivare tutte le frecce avvelenate che ci arriveranno perché siamo consapevoli del fatto che quanto stiamo per scrivere susciterà - se ci leggeranno - «l'ira funesta» dei "grandi linguisti". Ma noi, convinti della bontà delle nostre idee, andiamo avanti per la nostra strada. Intendiamo parlare  di due sostantivi sulla cui invariabilità  dissentiamo totalmente dai linguisti: tendicollo e tendifilo. Il primo sostantivo indica quella sorta di stecchetta di plastica o altro materiale che si introduce in una apposita "tasca" nella parte interna del colletto delle camicie per renderlo rigido; il secondo indica quello strumento o macchina che serve per tenere tesi i fili durante una lavorazione. Ebbene, entrambi i termini sono ritenuti - dai linguisti e dai lessicografi - invariabili. A nostro avviso questa "invariabilità" grida vendetta agli occhi della grammatica italiana. Perché? Perché entrambi i sostantivi sono nomi composti di una voce verbale e di un sostantivo maschile singolare e in quanto tali si pluralizzano normalmente. Se da passaporto si ha passaporti, da grattacapo grattacapi, da parafango parafanghi, non si capisce per quale motivo "strategico-linguistico" non si possa avere tendicolli e tendifili. Quanto a tendifilo, in particolare, il DOP e lo Zingarelli sono gli unici dizionari che ammettono "anche" il plurale. Da parte nostra pluralizzeremo sempre i due sostantivi.

giovedì 29 marzo 2018

Partire la torta


Si presti attenzione all'uso corretto del verbo partire perché non è esclusivamente intransitivo e nei tempi composti coniugato con l'ausiliare essere: sono partito. È transitivo - e nei tempi composti richiede l'ausiliare avere -  quando vale "dividere in parti", "spartire", "suddividere", "separare una parte da un tutto": partire la torta a metà. In questo significato è preferibile coniugarlo nella forma incoativa inserendo l'infisso "-isc-" tra il tema e la desinenza (come finire): io spartisco, che io spartisca ecc. Si veda qui (l'ultimo paragrafo).

mercoledì 28 marzo 2018

Pillole di lingua


SU UN GIORNALE locale a distribuzione gratuita abbiamo letto che «le condizioni del paziente migliorano sempre piú». Ci sembra superfluo ricordare a coloro che amano la buona lingua che il verbo “migliorare” viene dal comparativo latino “melior” (migliore). Come è errato dire, quindi, “piú migliore” cosí è errato dire “migliorare sempre piú”. Il cronista del giornale avrebbe dovuto scrivere – per non cadere in questo strafalcione – che “le condizioni del paziente migliorano di giorno in giorno” o frasi simili.

È INTERESSANTE notare ciò che dice il linguista Luciano Satta circa l’uso del verbo “ripetere”: «Si legge spesso: “Il fatto ‘si è ripetuto’ per la seconda volta”. Bisogna pensarci bene: un fatto che ‘si ripete per la seconda volta’ è un fatto che accade per la terza volta. Se non è cosí, meglio usare verbi come ‘accadere’, ‘avvenire’ eccetera”». Chi ha il coraggio di contraddirlo?

IL VERBO CRESCERE è pari pari il latino "crescere" e ha due significati principali: "diventare piú grande" e "allevare", "educare" (un fanciullo). Giovanni è cresciuto, vale a dire "è diventato piú grande"; Mario è stato cresciuto (allevato, educato) con sani principii. In alcune parti d'Italia, nelle regioni settentrionali soprattutto, il verbo in oggetto viene adoperato con il significato di "essere di piú", "avanzare", "essere di troppo" e simili. È un uso, questo, improprio (per non dire errato) in quanto tradisce il "valore intrinseco" del verbo. Chi ama il bello scrivere non segua questi esempi.

AFFASCINARE: si presti molta attenzione alla pronuncia di questo verbo in quanto cambia di significato secondo l'accento. Nell'accezione di "attrarre", "conquistare", "attirare simpatia" e simili è un derivato del sostantivo "fascino"; l'indicativo presente, quindi, avrà l'accentazione sdrucciola (accento tonico sulla "a": io affàscino); nel significato di "raccogliere in fascine", "affastellare" ha origine dal sostantivo "fascina" l'indicativo presente avrà, dunque, l'accentazione piana (accento tonico sulla "i": io affascíno).

UN GIORNALINO locale titolava "Le sopracciglie finte dell'attrice". È un errore madornale, si dice le "sopracciglia". Questo termine è cosí detto sovrabbondante in quanto ha due plurali, uno maschile e uno femminile: i sopraccigli e le sopracciglia. Si userà il maschile se considerati uno per uno; il femminile se considerate nell'insieme.

È NECESSARIO sfatare una regola - inculcataci ai tempi della scuola - secondo la quale non è corretto adoperare "molto" davanti ai comparativi  "maggiore", "migliore", "minore" e simili. È una regola del tutto arbitraria e, quindi, da non seguire. "Molto" davanti ai comparativi assume valore avverbiale con il significato di "grandemente", "in grande misura". Si può benissimo dire, per esempio, il tuo libro è "molto migliore" del mio, vale a dire è "in grande misura meglio" del mio. Una prova del nove? Si può dire quel libro è "molto piú grande"? Sí. Piú grande non è un comparativo che equivale a "maggiore"?
Si attendono smentite…

sabato 24 marzo 2018

«Metterono»? Perché no?!


Scriviamo queste noterelle non prima di esserci "chiusi" dentro una sorta di corazza per respingere gli strali che ci arriveranno dai cosí detti linguisti d'assalto - se si imbatteranno in questo sito - che ci accuseranno di essere affetti da "codinismo linguistico". Perché? Perché intendiamo parlare del verbo "mettere" (e dei suoi composti: ammettere, commettere, dimettere, dismettere, frammettere, intromettere, promettere, rimettere, scommettere, spromettere) che  nella prima persona singolare, nella terza singolare e nella terza plurale del passato remoto del modo indicativo - e i sacri testi che abbiamo consultato non ne fanno menzione -  ha anche le desinenze "-ei", "-é" e "-erono": io mettei; egli metté; essi metterono. Queste forme, anzi, sarebbero quelle regolari perché rispecchiano la "regola" della formazione del passato remoto: alla radice (o tema) del verbo "mett(ere)" si aggiungono le desinenze: "-ei" ("-etti"); "-esti"; "-é" ("-ette");  "-emmo"; "-este"; "-erono" ("-ettero"). Quindi: io mettei; tu mettesti; egli metté; noi mettemmo; voi metteste; essi metterono. Insomma le forme "misi", "mise" e "misero" ritenute regolari sono, in realtà, irregolari. Oggi, certo, sono di uso corrente, però...

***

La parola proposta da questo portale, ripresa dal Treccani: elentico. Aggettivo, "che si può confutare".

giovedì 22 marzo 2018

La medica? Non fa una piega





---------------

Il titolo - di un giornale in rete - che avete appena letto grida vendetta "al cospetto della grammatica italiana". Come si può adoperare un aggettivo declinato al femminile (omofoba) riferito a un sostantivo maschile (medico)? Sarebbe come se dicessimo (e ciò è accaduto veramente, ahinoi!): il ministro Rosalinda è stata contestata. Che cosa fare, allora? Semplicissimo. Si fa il normale femminile di medico: medica. I sostantivi in "-o" formano il femminile mutando la desinenza maschile in quella femminile "-a". Da sarto non abbiamo il femminile sarta? Da notaio non abbiamo notaia? Perché, dunque, da medico non possiamo avere il normale femminile medica? Il femminile medica, inoltre, ha l' «imprimatur» dell'Accademia della Crusca.

mercoledì 21 marzo 2018

Terraferma e nocepesca: quale plurale?


Ecco altri due nomi composti il cui plurale è oggetto di "discordia" tra i vocabolaristi: terraferma e nocepesca. Consigliamo di seguire le norme grammaticali e di "snobbare" i vocabolari che non le rispettano, quindi, correttamente: terreferme e nocepesche. Il primo è composto di un sostantivo e di un aggettivo, e i nomi cosí formati al plurale mutano entrambi: cassaforte/casseforti; roccaforte/roccheforti; terraferma/terreferme. Il secondo, nella forma plurale, muta solo la desinenza del secondo elemento perché è composto di due sostantivi dello stesso genere: cassapanca/cassapanche; madreperla/madreperle; nocepesca/nocepesche. Entrambi i vocaboli si possono scrivere anche in grafia analitica (due parole), in questo caso - ci sembra ovvio - nella forma plurale si "comportano" normalmente. Per alcuni dizionari terraferma si usa solamente nella forma singolare...

***

La parola proposta da questo portale: accapacciare. Verbo: avere (o far venire) il mal di testa. Si veda anche qui.

martedì 20 marzo 2018

Lettera aperta alla redazione Treccani


Cortese Redazione,  nella "Grammatica italiana" del vostro portale si legge - a proposito dei nomi propri di persona -: «[...] Alcuni nomi italiani sono soltanto maschili (Luca, Matteo, Andrea,
 Thomas) o soltanto femminili (Mirella, Elisa, Marika, Veronica)[...]». Forse è il caso di apportarvi un emendamento in quanto il nome Andrea si può classificare tra quelli epiceni perché da qualche anno si può dare anche a una femmina, non essendo più,appunto, "appannaggio" dei soli maschi.

Cordialmente

FR

 (da: adnkronos.com del 5 / 2 / 2016)

«[... ] Cosa succede invece se si decide di dare a una bambina il nome di un bambino e viceversa? La legge lo vieta, anche se è possibile dare come secondo nome a un maschietto il nome Maria, come ad esempio Stefano Maria o Francesco Maria. L'unica eccezione di questa regola è il nome Andrea, che in molti Paesi va bene per entrambi i sessi. Tuttavia, sul caso in questione si è registrato un dibattito giurisprudenziale in passato, e nel 2012 la Cassazione ha ritenuto lecito chiamare Andrea una bambina, anche se i genitori non sono stranieri e non hanno dunque tradizioni da rispettare. Il nome Andrea per una bambina, secondo la Corte, non è né ridicolo, né lede la dignità della persona, né è ritenuto eccentrico [...]».

***
La parola proposta da questo portale: zazzeato. Aggettivo che sta per "bighellonante".


lunedì 19 marzo 2018

Festa del papà




Auguri vivissimi ai papà e ai Giuseppe/i che seguono con assiduità le nostre noterelle sulla lingua italiana

domenica 18 marzo 2018

"La" monarca? E chi lo vieta?!


Anche se nell'uso prevale la forma maschile il sostantivo "monarca" si può 'femminilizzare' (la monarca, con il rispettivo plurale le monarche) essendo un nome cosí detto epiceno (ambigenere), come alcuni sostantivi in "-a": il pediatra / la pediatra; il pianista / la pianista; il giornalista / la giornalista; lo stilista / la stilista ecc. In proposito, però, buona parte dei vocabolari e tra questi il Devoto-Oli, il Treccani, il Palazzi,  lo Zingarelli, il Gabrielli, il Sabatini Coletti  e il DOP, attestano esclusivamente il maschile. Sono sia per il maschile sia per il femminile, invece, il De Mauro e il Garzanti. Anche se le opinioni dei vocabolaristi divergono e i "possibilisti" (maschile / femminile) sono in minoranza non si può certamente bollare di scorrettezza questo termine. Nessun "linguista d'assalto", dunque, potrà lanciare i suoi strali contro chi lo usa.

***

La parola proposta da questo portale: daghesciare. Verbo che sta per "raddoppiare una o piú lettere" mentre si parla. Non è schiettamente di origine italiana.