sabato 10 dicembre 2016

Fare il bagarino


Quest'espressione non è propriamente un modo di dire, la proponiamo come tale in quanto  numerosi amici lettori ci hanno scritto pregandoci di spiegare il significato "nascosto" del termine, molto familiare a coloro che abitualmente frequentano gli stadi per seguire la squadra del cuore. Il bagarino, dunque, nell'accezione a tutti nota, è l'«incettatore di merci o di biglietti per spettacoli (ed è il caso degli stadi) per poi  venderli a prezzo maggiorato». Molte le ipotesi sul significato "nascosto", cioè sull'etimologia del vocabolo. Il Panzini  lo fa derivare da "baghero" o "bagherino", vale a dire "il carrozzino svelto, con cui questi messeri si recano ai mercati, e a riscuotere denaro a interesse della  merce data a' rivendùglioli". Il Migliorini, invece, lo deriva dallo spagnolo "bagarino", "vogatore solitario", di origine araba. Quest'ultima ipotesi, a nostro avviso, è la piú accreditata in quanto l'arabo "baqqalin" (o "baggalin") sta a indicare un "mercante, un rivenditore al dettaglio e di seconda mano". Il bagarino, infatti, non vende roba di seconda mano? Il termine, comunque, sembra sia partito da Roma e lo testimonierebbe l'espressione romana "prender possesso", citata dal romanista Filippo Chiappini (e adoperato dal Belli nella forma femminile: "le  bbagarine"): «Si dice di uno che cade e cadendo batte in terra le natiche. Ebbe origine questa frase da una bizzarra cerimonia con la quale i bagarini di piazza Navona facevano prender possesso di questa piazza a un bagarino novello. Due di essi dei piú provetti si mettevano in mezzo il candidato, lo menavano tre volte in giro intorno alla piazza con accompagnamento di canti e di suoni, e, dopo ciò, alzatolo di peso, gli facevano battere le natiche sugli scalini della chiesa di sant'Agnese. Con ciò intendevasi che egli aveva  preso possesso di piazza Navona ed era quindi abilitato ad esercitare liberamente la nobile professione di bagarino». E sempre a Roma, lo apprendiamo dal vocabolario "Treccani", bagarino ha anche un' altra accezione: «(...) la parola indica anche (conservando il sign. originario) i rivenditori di frutta e verdura, e in partic. i commissionarî al minuto dei mercati generali».
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Segnaliamo un verbo "snobbato" dai vocabolari dell'uso: sbaldeggiare.  Si veda anche qui.

venerdì 9 dicembre 2016

Diventare colonnello


Gentilissimo dott. Raso,
sento il bisogno di ringraziare lei e l'editore che ha messo in libera fruizione il suo preziosissimo libro:  perle veramente "indispensabili" per un uso corretto della nostra bellissima lingua. Colgo l'occasione per una curiosità linguistica. Mi è venuta alla mente una locuzione che sentivo spesso da mia nonna: "diventar colonnello". Non ho mai saputo il significato "nascosto" di quest'espressione. Sa dirmi qualcosa in proposito? Grazie in anticipo se avrò una sua cortese risposta. Ancora  grazie e complimenti per il suo libro e per il suo meraviglioso blog.
Luisa M.
Trento
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Cortese Luisa, grazie a lei per le belle parole che ha voluto rivolgermi. Quanto alla sua "curiosità",  la locuzione - per la verità - non è molto conosciuta e non fa alcun riferimento alla carriera militare, anche se il detto trae origine da questa. Chi diventa colonnello, dunque? La persona che per svariati motivi è malferma sulle gambe e, quindi, non può camminare. Un tempo le truppe erano tutte appiedate, il privilegio del cavallo spettava solo al comandante, al colonnello. Di qui è nata, per l'appunto, l'espressione "diventar colonnello", riferita alla persona che affetta da "acciacchi" ai piedi o alle gambe non può andare a piedi ma a cavallo, come un colonnello. Oggi il cavallo è stato sostituito da mezzi  moderni, ma la locuzione, anche se non molto conosciuta, è rimasta.

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La parola che andrebbe rimessa a lemma nei vocabolari: cacheroso. Aggettivo, dal "sapore" un po' volgare, che vale lezioso, smanceroso, sdolcinato e simili.




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La lingua "biforcuta" della stampa


La sindaca ha ricevuto i cinque marocchini a cui era stato impedito di prendere possesso della casa Ater legittimamente assegnata per le proteste e gli insulti razzisti dei vicini. Che ora chiedono alloggio in un posto meno ostile

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A nostro avviso il sommario in questione contiene due errori, uno veniale l'altro mortale. Il veniale è nella costruzione ambigua. Cosí formulata sembra che la casa sia stata legittimamente assegnata "per le proteste e gli insulti razzisti dei vicini". In buona lingua il sommario avrebbe dovuto recitare: «La sindaca ha ricevuto i cinque marocchini a cui era stato impedito, per le proteste e gli insulti razzisti dei vicini, di prendere possesso della casa Ater legittimamente assegnata». L'errore mortale si riscontra nella collocazione del pronome "che". Questo pronome si riferisce - per legge grammaticale - al termine che lo precede immediatamente (i vicini), anche se prima del pronome c'è un punto fermo. Sono i vicini, quindi, che chiedono un alloggio in un posto meno ostile. Perché il costrutto funzioni "correttamente" occorre togliere il "che".

Dallo stesso quotidiano in rete:

Trentatre fermati, la protesta non era autorizzata 

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Forse è il caso di ricordare che il "tre" si accenta obbligatoriamente quando forma un numero composto: trentatré. Nella pagina interna il numero è scritto in cifre (33).

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I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.



giovedì 8 dicembre 2016

Mangiare la pappa in testa a qualcuno


Questo modo di dire - senza ombra di dubbio poco conosciuto e di uso prettamente familiare - calza a pennello a coloro che si ritengono superiori, piú capaci, piú dotati di altri. Si dice, insomma, di coloro che fanno della superbia la loro bandiera. In origine il detto significava solo essere piú alti di statura ed era riferito, in genere, a due fratelli tanto che quello piú alto poteva "mangiare la pappa sulla testa" di quello piú basso. Con il trascorrere del tempo la locuzione suddetta ha mutato di significato in quanto la forza fisica e la statura erano considerate - a torto - elemento di superiorità intellettuale. Si adopera anche nelle varianti "mangiare la torta in testa" e "mangiare la pappa in capo".

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La parola che ci piacerebbe fosse rispolverata e rimessa a  lemma nei vocabolari: sgarzigliona. Sostantivo femminile che sta per fanciulla bella e prosperosa.

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I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.





mercoledì 7 dicembre 2016

Dire o parlare senza ambagi


Dalla dott.ssa Ines Desideri riceviamo e volentieri pubblichiamo.

 “… come labirinti, con una porta sola e mille ambagi” (“Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi”, G. D’annunzio).
“… né per ambage, in che la gente folle già s’inviscava” (XVII Canto, “Paradiso”, D. Alighieri)
Il vocabolo “ambage” - così come viene usato da D’annunzio - sta per “Giro, Laberinto, Andirivieni”. Proviene dal latino “ambages da ‘amb’, attorno e perciò da una parte e dall’altra e ‘agere’, spingere, condurre. […] ma oggi si usa solo figurat. Per Lungo e intricato giro di parole, di pensieri, che oscura il senso, anziché spiegarlo” (O. Pianigiani).
È  infatti nel senso figurato del termine che troviamo un illustre esempio nei versi di Dante.
“… ma oggi si usa solo figur.”, scriveva il Pianigiani. A dire il vero il vocabolo “ambage” non si usa più: è stato relegato in soffitta, insieme ai numerosi termini dal gusto aulico, di cui il nostro dottor Raso è uno zelante ricercatore.
Al contrario, è quanto mai attuale dire o parlare “per ambagi”, purtroppo: basti, a mo’ di esempio, il linguaggio della politica.
“Dire” e “parlare” non sono sinonimi: si è detto e ripetuto molte volte, forse vanamente.
Vorrei  sottolineare la caratteristica che principalmente differenzia i due vocaboli, ossia l’estensione temporale dell’azione: “dire” ha un’estensione temporale molto breve (una frase, una risposta), mentre “parlare” si riferisce a un eloquio  che si prolunga nel tempo, il tempo che - seppur limitato talvolta a pochi minuti – è necessario per argomentare, narrare, descrivere,…

martedì 6 dicembre 2016

Un portale "polilinguistico"


Segnaliamo all'attenzione dei nostri amici lettori un "portale linguistico bab la" - da mettere tra i preferiti - ricco di "risorse linguistiche".

lunedì 5 dicembre 2016

Ovunque: il suo uso corretto


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Gli amatori della lingua italiana non adoperino l'avverbio "ovunque" nel significato di "dappertutto", come nel titolo di un giornale in rete. Dovunque (o ovunque) è un avverbio relativo di luogo e in quanto tale non è corretto adoperarlo assoluto (da solo), anche se c’è l’ “imprimatur” di qualche vocabolario. Deve essere seguito da un verbo (verrò ‘ovunque’ tu vada) e non deve essere adoperato nell’accezione di “dappertutto”. È scorretto dire, perciò, c’era polvere ‘dovunque’. Ecco ciò che dice in proposito il linguista Aldo Gabrielli:
Avverbio di luogo, vale propriamente “in qualunque luogo dove...”; ed è relativo, regge sempre un verbo; sarà quindi bene usato in frasi come: “Dovunque c’è un fiume c’è nebbia”; “Lo troverò dovunque io vada” e simili. Molti invece lo usano malamente nel significato compiuto di “dappertutto, in ogni luogo”; per esempio: “Lo troverò dovunque”; “Dovunque era solitudine”; diremo: “Lo trovo in ogni luogo”; “Dappertutto era solitudine”. Sono sottigliezze, ma costa poca fatica rispettarle. E lo stesso dicasi per ‘ovunque’, che ha il medesimo significato. Viene smentito, però (come consuetudine, ormai), dai revisionisti del suo pregevole vocabolario: dovunque
[do-vùn-que]  avv.
1 In qualunque luogo dove (con valore relat.): andrò d. tu voglia.
2 Dappertutto, in ogni luogo: lo trovo d.; d. era silenzio. Naturalmente snobbiamo ciò che riporta il vocabolario ritoccato.
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La parola proposta da questo portale: accapacciare. Provare un forte mal di testa. Per la composizione del verbo - non a lemma in tutti i vocabolari - si veda qui.


sabato 3 dicembre 2016

Dare spago


Questo modo di dire - di uso prettamente popolare - si tira in ballo quando si vuole assecondare qualcuno, oppure incoraggiarlo a dire e a fare ciò che desidera al fine di trarne un successivo tornaconto. La locuzione deriva - con molta probabilità - dall'usanza di legare alcuni animali domestici a una  corda per delimitare lo spazio in cui possono muoversi e per impedire, anche, un'eventuale fuga. Piú la corda è lunga (dare spago) maggiore è la libertà di movimento per gli animali (e il padrone ha il proprio tornaconto: la certezza che non possono fuggire). Lo spago ha dato origine anche a un proverbio: chi ha spago, aggomitoli.
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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": beneficio.

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Mettetevi alla prova - se siete interessati - con i "test" dell'Accademia della Crusca.

venerdì 2 dicembre 2016

Il desco e il sacciamento

La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it: desco.
E quella segnalata da questo portale: sacciamento. Sostantivo maschile che sta per "conoscenza" e simili.

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Il gergo del web, quanto ne sai?
Fai il test della Crusca

Dialetti, i bambini e 5 miti da sfatare In edicola "L'Italiano" / Tutti i test 

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Lo confessiamo: non capiamo che cosa c'entri il "gergo del web" con la lingua italiana. Se qualcuno ci illumina...




giovedì 1 dicembre 2016

Drastico, il suo uso corretto




Probabilmente qualche lettore amante del bel parlare e del bello scrivere non concorderà su quanto stiamo per scrivere, ma ci facciamo forti della “democrazia” anche in campo linguistico. Molto spesso si fa un uso “abusivo” dell’aggettivo drastico,  sarebbe necessario, quindi, che tutti conoscessero il suo... impiego originario. Vediamo, intanto, la sua origine. Viene dal greco “drastikòs”, tratto da “dran” (agire). Drastico significa, per tanto, “che agisce con efficacia”. Per il suo significato fu adoperato, in origine, in campo medico: è un drastico medicinale, per evidenziare, appunto, la sollecita efficacia. In seguito se ne fece un uso metaforico non condiviso da Alfredo Panzini il quale sosteneva, per l’appunto, che i “drastici” provvedimenti presi gli sembravano un po’ troppo metaforici. Se drastico significa, infatti, “che agisce con efficacia” non si può dire che i provvedimenti sono “drastici” fino a quando non se ne vedono gli effetti. Ma questo ragionamento, forse, è un po’ troppo cavilloso perché significa voler cercare, a tutti i costi, il classico pelo nell’uovo. L’abuso (potremmo dire “errore”?) nasce quando all’aggettivo drastico si vuol dare il significato di notevole: c’è stato un “drastico” (notevole) aumento delle bollette telefoniche. Oppure quando si adopera il suddetto aggettivo come sinonimo di severo. Basterebbe - prima di scrivere o di parlare - riflettere un attimo (non attimino, per carità!) sul significato delle parole da usare (ricorrendo, eventualmente, all’ausilio di un buon vocabolario, uno di quelli con la “V” maiuscola) per non incappare in inesattezze o in errori che alcune volte rasentano il ridicolo: la situazione meteorologica è drastica; ancora mal tempo dalle Alpi alla Sicilia. Abbiamo esagerato anche questa volta?  I vocabolari, purtroppo, non sono tutti dalla nostra parte. Si veda anche qui.



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In conformità di...

In questi giorni "referendari" stiamo "assistendo", in tutti i dibattiti televisivi,  a un uso tremendamente errato della locuzione "in conformità...": «tutto deve essere fatto in conformità con...». La predetta locuzione avverbiale si costruisce con la preposizione, semplice o articolata, "di" (non 'con'): tutto è stato fatto in conformità di quanto previsto dalla legge. Qualche vocabolario, però... Ma tant'è.

mercoledì 30 novembre 2016

A proposito del «qual'è» S.C. Sgroi


 Alcuni amici lettori hanno ravvisato nel pregevole articolo del prof. Sgroi un apostrofo di troppo (qual'è). A tal proposito pubblichiamo un intervento dello stesso professore in cui spiega, con dovizia di particolari, il "non-errore"  dell'apostrofo.

NON È ERRORE, MA PRONUNCIA DELL’ITALIANO MODERNO
“Qual’è” (sic!) laicamente con apostrofo
 SALVATORE CLAUDIO SGROI *
Nel domenicale del “Sole 24 ore” del 17 febbraio, Giuseppe Antonelli, bravo storico della lingua nonché romanziere e brillante giornalista, ha ricordato che «qualche anno fa, a Roberto Saviano sfuggì - twittando - un apostrofo di troppo: “Qual’è il peso specifico della libertà di parola? ”». Capita, può capitare, specie quando si scrive rapidamente su una tastierina piccola come quella di un telefono. Ma Saviano non volle ammettere l’errore e, rispondendo alle critiche, scrisse «Ho deciso: -) continuerò a scrivere ‘qual’è’ con l’apostrofo come Pirandello, Landolfi”». «Non è così che funziona» è stato il giudizio netto (puristico) di Antonelli. Da cui però dissentiamo in toto, in nome di una “Grammatica laica”. Dando piena ragione a Saviano per la sua scelta. Per motivi diversi. In primo luogo non si tratta affatto di un “errore”. Poi si tratta anche di un uso “codificato”, cioè riconosciuto come corretto da grammatici, per di più puristi. Ancora. Lungi dall’essere un uso sgrammaticato, il “qual’è” è invece un uso dettato da una precisa regola grammaticale di grande vitalità. Per essere considerato un “uso errato”, il “qual’è” (con l’apostrofo) dovrebbe essere prerogativa delle scritture degli incolti. Ma non è affatto così. Saviano giustamente ricordava di trovarsi in compagnia con autori quali Pirandello e Landolfi. Ma la schiera di scriventi doc del ‘900 è facilmente arricchibile. Se si dà un’occhiata al “Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento”, nel Cd-Rom curato da Tullio De Mauro (Utet 2007), costituito da 100 testi del Premio Strega apparsi nel cinquantennio 1947-2003, si scopre la presenza di “qual’è/qual’era” in autori come G. Berto 1947, A. Palazzeschi 1948, C. Malaparte 1950, A. Moravia 1952, I. Calvino 1952, E. Morante 1957, M. Tobino 1962, G. Arpino 1964, G. Parise 1965. Si potrebbe continuare con altre banche dati. E si tratta anche di un uso “codificato”. Un esempio appare ne “La grammatica degl’Italiani” di Trabalza Allodoli (1934 e 1952), dove si trova scritto: “l’interpunzione, qual’è stata stabilita” (p. 332). Tale uso è poi difeso a spada tratta da un purista come Franco Fochi fin dal 1964. Nel suo delizioso “L’italiano facile” Fochi ritiene «giusta, aggiornata, legittima soltanto la grafia qual’è». Infine, la grafia “qual’è” (con l’apostrofo) si spiega in quanto elisione di “quale” dinanzi a vocale. Davanti a consonante nell’italiano d’oggi “quale” non va soggetto ad alcun troncamento. Si dice infatti «quale partito votare? » e non già «*qual partito votare? », «quale lavoro cercare? » e non già «*qual lavoro cercare», ecc. Il troncamento di “quale” dinanzi a consonante è un residuo dell’italiano antico, rimasto in espressioni fossilizzate, come “nel qual caso”, “una certa qual fretta”, “qual piuma al vento”. La grafia “qual’è” riflette quindi la pronuncia dell’italiano moderno, quella senza apostrofo rimane legata all’italiano del tempo che fu.
*Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania.
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L'unghio?

Gentile dott. Raso,  poco fa ho fatto il test sui dialetti italiani elaborato dall'Accademia della Crusca e pubblicato da Repubblica. Nella domanda 4 ho letto "unghio", la cosa mi ha stupito, perché ho sempre creduto che il termine corretto fosse " unghia " (plurale "unghie"). La questione mi incuriosisce molto, perché nella mia regione, la Sicilia, molti dicono "unghio" (plurale "unghia"), abitudine secondo me sbagliata. Mi devo ricredere? Grazie per una sua eventuale risposta e congratulazioni per il suo blog.
Cordiali saluti,
Francesca R.
(Località non specificata)
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Cortese Francesca, grazie a lei che mi onora della sua attenzione. Quanto al suo quesito, le faccio "rispondere" dalla Treccani:
 ùnghio s. m. – Forma rara o scherz. per unghia: per nascondere la propria emozione si grattava un orecchio con il lunghissimo u. del mignolo sinistro (Tomasi di Lampedusa).