venerdì 2 marzo 2012

Dialetto e gergo



Salve, dott. Raso,

sarebbe interessante che lei trattasse – nelle sue noterelle – la differenza “semantica” tra gergo e dialetto. Un mio amico sostiene che i due termini sono sinonimi, io credo proprio di no. Ma non riesco a convincerlo. Abbiamo fatto una scommessa. Mi aiuti a vincerla…
Grazie infinite
Sebastiano L.
Taranto
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Gentile Sebastiano, ha ragione: i due termini non sono sinonimi; ha vinto, quindi, la scommessa. L’argomento è stato ampiamente trattato sul “Cannocchiale”. Clicchi sul collegamento in calce.


http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/09/22/gergo_e_dialetto.html   

giovedì 1 marzo 2012

Riveder le bucce



Cortese dott. Raso, ho scoperto per caso, e da poco, il suo impareggiabile blog sul buon uso della lingua di Dante. Ho visto anche che di tanto in tanto tratta l’origine dei modi di dire piú comuni. Mi piacerebbe conoscere il motivo per cui si dice “riveder le bucce”. Spero che questa mia non venga cestinata e resto in attesa di una sua gentile risposta.


Con viva cordialità

Carlo T.

Biella

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Gentile Carlo, per quale motivo dovrei cestinare la sua lettera? Il quesito che pone, oltretutto, credo possa interessare ad altri amici blogghisti. Il significato scoperto, dunque, è noto a tutti. Si adopera questo modo di dire - in senso figurato, naturalmente - quando si vuole esaminare accuratamente il lavoro altrui per vedere se sotto la "buccia" è tutto in ordine e ciò che è stato fatto non presenta alcun difetto. Bene. Per il significato ragionato, vale a dire per comprendere il significato "nascosto" di questo idiomatismo occorre rifarsi, come il solito, al... solito latino. Il Caix, infatti, fa derivare la voce italiana "buccia" dal latino "praepucia", femminile di "praepucium" ("praeputium"), 'pelle', 'epidermide'. Con il trascorrere del tempo la "buccia" acquisì anche il significato di "involucro superiore della frutta e di pelle degli animali" donde un altro modo di dire: "far la buccia", cioè far la pelle, quindi "uccidere". Più genericamente la buccia è la "superficie", la "parte anteriore": "Qual suole il fiammeggiar delle cose unte / Muoversi pur su per l'estrema buccia" (Dante, Inf. 19.28). Riveder le bucce vale quindi, in senso figurato, rimuovere la pelle, l'involucro, per vedere se tutto è come deve o dovrebbe essere.

http://www.etimo.it/?term=buccia&find=Cerca


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Infinocchiare

E sempre a proposito dei modi dire proponiamo “farsi infinocchiare” (forse è stato già trattato, nel caso ci scusiamo per la ripetizione). Tutti conosciamo, dunque, questo modo di dire che significa “farsi ingannare, farsi raggirare con astuzia e grossolanità”.


Non tutti, forse, sanno come è nato. Vogliamo vederlo assieme?


Nel periodo medievale gli osti veneti, in particolare quelli veneziani, erano soliti offrire ai loro clienti dei rametti di finocchio prima di servire loro del vino di pessima qualità. Cosí facendo erano sicuri che gli avventori non si sarebbero accorti del vino... “scadente”. Il forte aroma del finocchio, infatti, ingannava il palato, e l’ospite veniva così “infinocchiato”, ingannato, perché è risaputo che il finocchio, particolarmente quello selvatico, ha il “potere” di camuffare il sapore delle bevande e dei cibi.











mercoledì 29 febbraio 2012

Possesso e proprietà

Nell’uso comune “proprietà” e “possesso” vengono considerati – genericamente – sinonimi. Non è proprio cosí perché in ambito giuridico (ma a voler sottilizzare anche in quello linguistico) tra le due parole corre una sostanziale differenza. Con ‘possesso’ si intende l’esercizio di un potere sopra un bene del quale non necessariamente si deve essere titolari. La ‘proprietà’, invece, è un diritto di gran lunga piú vasto perché implica sempre che il proprietario sia anche il titolare del bene del quale ha piena padronanza, diritto che il semplice possesso non contempla.



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Menare per il naso

Chi non conosce questo modo di dire che si adopera quando si vuol prendere in giro una persona facendole credere cose non vere o improponibili oppure raggirandola e facendosi beffe di lei? L’espressione sembra derivi dai domatori girovaghi i quali erano soliti mettere al naso degli orsi un anello al quale era legata un corda che, tirata dal domatore, costringeva le povere bestie a danzare.


martedì 28 febbraio 2012

Regole fantasma

Nel foro di discussione linguistica in rete, “Cruscate” (di cui diamo il collegamento in calce), c’è un filone titolato “Regole fantasma”, regole, cioè, apprese fin dalla scuola elementare, ma che non hanno alcun fondamento, come, per esempio, il considerare errata la locuzione “ma però”. A questo proposito ci piace metterne in evidenza una, che ci sta particolarmente a cuore: «Errato l’uso di colui e di colei se non sono seguiti dal pronome relativo (colui che, colei che)». E dove sta scritto? È un uso legittimo tanto in funzione di soggetto quanto in funzione di complemento, avallato da scrittori di ieri e di oggi. Uno per tutti, il principe degli scrittori, Alessandro Manzoni: «… non ci pensiam piú a colui?» domanda donna Prassede a Lucia; il ‘colui’, forse è superfluo ricordarlo, è Renzo.


http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=2813


http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=2814&postdays=0&postorder=asc&&start=0


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Piovere a ritrecine


Forse pochi conoscono quest’espressione che significa “piovere a dirotto” in quanto è quest’ultima la piú adoperata e conosciuta. Si dice cosí, dunque, perché i massicci rovesci d’acqua sono simili a quelli sollevati e riversati dai ritrecini, cioè dalle pale curve dei vecchi mulini ad acqua. Lo stesso termine si adopera nella locuzione “andare a ritrecine”, cioè in rovina.



http://www.etimo.it/?cmd=id&id=14917&md=0c222310288f2f98dec2d6d835cca164





lunedì 27 febbraio 2012

Sequestro e rapimento

Questi due sostantivi sono considerati – dai vocabolari – l’uno sinonimo dell’altro, ma a ben vedere c’è una differenza semantica, e lo avevamo sempre sospettato. Il nostro sospetto, infatti, è confermato (e "sciolto") da quanto scrive il linguista Luciano Satta. 
«A vocabolari chiusi, noi diciamo che c’è una differenza. E chi la conosce non si meravigli della presente noterella, che noi facciamo perché la differenza viene rispettata solo di rado. Per quel che riguarda l’azione, possiamo usare indifferentemente uno dei due sostantivi, con i corrispondenti verbi: “Il rapimento (il sequestro) è avvenuto per la strada”, “La donna è stata rapita (sequestrata) per la strada”. Ma quando invece dell’azione si parla dello stato, noi distingueremmo, facendo a meno di “rapimento” e usando “sequestro”: “Il sequestro è durato un mese” e non “Il rapimento è durato un mese”. Sennò, altro che moviola. In parole povere, secondo noi ‘rapimento’ indica l’azione e basta, ‘sequestro’ può indicare sia l’azione sia lo stato».

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Pluriviria

Tra le parole da rispolverare, da mettere di nuovo a lemma nei vocabolari, vedremmo “pluriviria”, vocabolo affine a prostituta, meretrice, sgualdrina e simili, ma piú… fine.


Si veda questo collegamento:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22pluriviria%22&btnG=

domenica 26 febbraio 2012

In calce...



Gentilissimo dott. Raso,
ancora una volta approfitto della sua squisita cortesia. Lei spesso scrive “si veda il collegamento in calce”, questo “in calce” – lo confesso – mi lascia perplesso perché non ne capisco l’esatto significato. Può illuminarmi in merito? Grazie in anticipo e cordialità.
Ludovico L.
Arezzo
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Cortese Ludovico, l’argomento è stato trattato qualche anno fa sul “Cannocchiale”, le do il collegamento… “in calce”.

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/06/07/ce_calce_e_calce.html


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Abbaiare alla luna

Chi non conosce questo modo di dire, forse sorpassato, che significa “ lamentarsi inutilmente, sfogarsi contro chi non si cura di reagire”? L’espressione sembra derivi da una vecchia credenza popolare, secondo la quale i cani sono irritati dalla luce della luna e cercano di allontanarla abbaiandole contro.











sabato 25 febbraio 2012

Quasi quasi...

Due parole, due, su questa… parolina (quasi) perché molte volte viene adoperata a sproposito. Il termine in oggetto, dunque, può svolgere due funzioni; può essere, cioè, sia avverbio sia congiunzione. Nella veste avverbiale indica approssimazione con il significato di “circa”, “non del tutto”, “forse”, “poco meno”, “pressappoco”, “per poco”, e locuzioni simili:  mi è costato quasi 30 euro (cioè: poco meno di 30 euro); ho quasi finito il mio turno (vale a dire: manca poco alla fine del mio turno). Spesso si ripete per dare maggior enfasi: quasi quasi (forse) mi avete convertito alla vostra causa. In funzione di congiunzione introduce una proposizione modale con il verbo tassativamente al congiuntivo e corrisponde a “come se”: dopo l’incidente provocato protestava quasi (come se) avesse ragione; si è sempre comportato quasi (come se) fosse lui il padrone. Dimenticavamo: si può usare anche in funzione di prefisso, in grafia unita al sostantivo o staccata a seconda che si tratti di termini matematici o giuridici, come fa notare il DOP, di cui diamo il collegamento in calce.

venerdì 24 febbraio 2012

«Insospettare»

Abbiamo scoperto, casualmente, che, nonostante non sia attestato nei vocabolari, esiste, o meglio esisteva,  il verbo “insospettare”. A nostro modesto avviso è di gran lunga preferibile al ‘moderno’ insospettire perché piú vicino al sostantivo dal quale deriva. Probabilmente questo verbo, fino a qualche secolo fa, apparteneva alla schiera dei verbi cosí detti sovrabbondanti (I e III coniugazione). Saremmo tentati di adoperarlo nel parlar comune, se non temessimo di essere tacciati di crassa ignoranza linguistica. Ma non è detto…
http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22insospettare&btnG=


PS.: Dimenticavamo. Si dice insospettibile (insospettire) o insospettabile?
Perché, dunque, insospettare è stato cassato dal vocabolario?

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«Piú presto»?  Perché no?

Si veda questo collegamento: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8854&ctg_id=93


giovedì 23 febbraio 2012

L'accordo dei numerali composti con «uno»

L’argomento che trattiamo – ci sembra – non è… trattato a dovere dai cosí detti sacri testi: l’accordo dei numerali composti con “uno” (ventuno, cinquantuno ecc.). Ciò è causa di molti dubbi anche in persone non sprovvedute in fatto di lingua. Vediamo, quindi, come dobbiamo regolarci. Gli aggettivi numerali cosí composti sono invariabili se anteposti al sostantivo: ventuno quaderni, cinquantuno penne. È molto diffusa, in questo caso, la forma tronca (che noi sconsigliamo recisamente): quarantun persone, trentun bambini. Se il numerale segue, invece, il sostantivo al quale si riferisce si concorda con quest’ultimo, ma nella forma singolare: uomini quarantuno, donne cinquantuna. Possiamo benissimo dire e scrivere, per esempio: «nel mio giardino ci sono: orchidee trentuna, ciclamini quarantuno, rose settantuna».




mercoledì 22 febbraio 2012

«Interditore» o «interdittore»?



Siamo rimasti di stucco nel constatare che alcuni vocabolari, nella fattispecie il Garzanti in rete (www.garzantilinguistica.it), mettono a lemma “interditore” (con una sola “t” e non con due come prescrive la norma ortografica). Questo sostantivo, dunque, adoperato soprattutto in ambito sportivo («calciatore molto abile nel contrastare l’avversario in possesso del pallone»), viene dal latino “interdictore(m)” e passato nella lingua volgare (l’italiano) raddoppiando la consonante “t” in ottemperanza alla legge linguistica dell’assimilazione. L’assimilazione – forse è meglio ricordarlo – è un processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima viene assorbita (assimilata) dalla seconda.